
È un bizzarro Johnny B. Goode
mattutino e a ritmo di vento
sull’erba che dalla radio assonnata
m’accoglie ai lati di una quiete
benedetta e lettrice.
Non so ancora che ne farò
di tutto questo tempo assoldato,
forse finirò le parole di Forugh
o le Confessioni di Agostino,
quante inutili battaglie su questioni
dozzinali come orgogli sanremesi.
Un’amica riconosce in ritardo
la mia lungimiranza sul malvagio
ma la preghiera al sacro lavoro
mi allontana dall’odore di pelle.
Ritorno sulla terra pensando
a un paesino che da tempo non vivo
alla bellezza del verde rifugio per cinghiali,
al tamburo di picchio dai boschi.
Ora ho capito cosa manca alle ore uguali,
gli oggetti ancestrali dell’elegia
divenuta libro testamento,
mancano il rumore dei passi nel silenzio di sempre
e le giornate senza cronometro
a rivedere foto di ponti ancora in piedi
a salutarti con lumini a raggi solari, finché c’è luce.
Un requiem prima di uscire,
ogni tanto annusare in armadi serrati
l’odore di un passato che non passa,
nulla da toccare, solo angoli necessari all’oggi
per celebrare un’assenza
e ritrovare antiche usanze.
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