L’amico degli asparagi

L’amico degli asparagi, appena colti
mostra i teneri germogli di stagione,
saper distinguere la timida pianta
dalla verde lancia che profuma l’urina
come sacre distanze tra l’idea di vita
e la realtà, raccogliendo cocci taglienti
dopo un incidente che risveglia dal sonno
rialzando corpi caduti bagnati di pianto
ricordando i mesi bui e le battaglie,
sulla pelle racconti da altre epoche
appaiono nell’oggi simili a leggende.

No, non resteremo soli a lungo!
all’indomani di questa piccola vittoria,
passeggiando tra rovi e ricordi
rughe e arti spezzati
tra un prima e la speranza
un saluto agli assenti e frutti in ritardo

ma devo ancora imparare
dall’amico degli asparagi
a distinguere il sogno dalla vita.

Johnny B. Goode

È un bizzarro Johnny B. Goode
mattutino e a ritmo di vento
sull’erba che dalla radio assonnata
m’accoglie ai lati di una quiete
benedetta e lettrice.
Non so ancora che ne farò
di tutto questo tempo assoldato,
forse finirò le parole di Forugh
o le Confessioni di Agostino,
quante inutili battaglie su questioni
dozzinali come orgogli sanremesi.
Un’amica riconosce in ritardo
la mia lungimiranza sul malvagio
ma la preghiera al sacro lavoro
mi allontana dall’odore di pelle.

Ritorno sulla terra pensando
a un paesino che da tempo non vivo
alla bellezza del verde rifugio per cinghiali,
al tamburo di picchio dai boschi.
Ora ho capito cosa manca alle ore uguali,
gli oggetti ancestrali dell’elegia
divenuta libro testamento,
mancano il rumore dei passi nel silenzio di sempre
e le giornate senza cronometro
a rivedere foto di ponti ancora in piedi
a salutarti con lumini a raggi solari, finché c’è luce.
Un requiem prima di uscire,
ogni tanto annusare in armadi serrati
l’odore di un passato che non passa,
nulla da toccare, solo angoli necessari all’oggi
per celebrare un’assenza
e ritrovare antiche usanze.

 

Franco Battiato – Il lungo viaggio

versione pdf: Franco Battiato – Il lungo viaggio

… noi siamo sempre soli ma’,
pure quando siamo in compagnia!”

Interpretare non significa imitare ma fare proprio un ruolo, introiettare certe caratteristiche e offrirle “filtrate” nuovamente al pubblico; sceneggiare una biografia non significa ricapitolare i fatti di una vita ma scegliere uno o più dettagli su cui soffermarsi e su questi tentare di costruire il racconto di un’esistenza. Nel caso specifico del primo biopic dedicato al cantautore siciliano Franco Battiato questi due intenti sono stati in parte rispettati in maniera originale, realizzati brillantemente, in parte disattesi, rimanendo incompleti, forse volutamente abbozzati nella consapevolezza di non poter sintetizzare una vita, personale e artistica, straordinaria come quella di Battiato.

Un biopic sufficientemente onesto, commuovente, a tratti onirico (purtroppo solo a tratti), che servirà in futuro a chi non ha mai conosciuto, o conosciuto poco, Battiato per improntare un primo approccio, e che avrà fatto versare qualche lacrima nostalgica a chi invece lo ha conosciuto bene, seguito nei concerti, amato come essere umano, studiato dal punto di vista filosofico, poetico, musicale, riascoltato più volte nei momenti bui della vita o nelle pause di riflessione durante ricerche interiori personali. Uno sguardo ovviamente narrativizzato (se non addirittura romanzato al limite dell’invenzione!), a uso e consumo di un vasto pubblico, che non si discosta da una biografia che è più che conosciuta dagli estimatori e non si addentra troppo in terreni misteriosi che avrebbero potuto allontanare lo spettatore medio.

Esagerata, a mio avviso, la costante presenza di Fleur Jaeggy in qualità di musa ispiratrice: figura sicuramente importante sia sul piano personale che artistico ma che nel film surclassa ben altri “incontri con uomini straordinari”. E con donne – una tra tutte l’assente Milva -, salvando la madre Grazia, Giuni Russo, Alice intravista in originale televisivo, e qualche fidanzatina sparsa qua e là. Donne che hanno l’importante funzione di fare da sfondo a una scelta solitaria dell’artista che non esclude l’amore, quello autentico, ma salvaguarda da pulsioni deleterie una libertà fisica e spirituale senza la quale quel lungo viaggio non si sarebbe mai potuto realizzare. Una scelta che, per nostra fortuna, non si trasformò in una radicalità claustrale come nel caso dell’amico fraterno Juri Camisasca: Battiato scelse il successo – come ribadito più volte nel film – ma non le conseguenze del successo, preservando la purezza di un suo angolo, geografico e spirituale, pur continuando a stare nel mondo quotidiano, a contatto con i suoi shock che se ben sfruttati prevengono la meccanicità di un’esistenza animale.

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Nota a “Reboot del sentire” di Giulia Catricalà

Sembra quasi che con questa breve silloge, Reboot del sentire (Fallone editore, 2025), Giulia Catricalà voglia farsi ponte tra due mondi coesistenti in parallelo – anche dal punto di vista linguistico -, che si compenetrano da tempo senza mai comprendersi, incontrarsi veramente; o forse si sono già incrociati quando è stato indispensabile per escludersi e progredire o per integrarsi e salvarsi. Un incontro tra smartphone, bit, swipe, bulk, debug, influencer, reel, glitch, pixel, script, firewall, buffering, server, feed, podcast, CAPTCHA, Insta-guru e cyber-qualcosa, e un mondo analogico da preservare, a cui aggrapparsi per sapere di essere ancora umani, per riavviare un sentire non del tutto atrofizzato, per cercare un senso che non può venire fuori dallo schermo di un telefonino. È dall’incontro alla vecchia maniera, con altri esseri umani ronzanti nella “brulicante calca del parlare”, che si diventa consapevoli “del sentire straniato, del mezzo inquinato”; si cerca di compensare con “un frame di un’altra epoca”, una nonna in grembiule che svanisce tra i fornelli, un’immagine analogica che redime. Saremo prigionieri di un futuro efficientissimo e performativo capace di riavvolgere ed emendare; ci salveranno, forse, “sistemi rozzi / – analogici e traslati – / Ti sembreranno fossili!”. Una filosofia boomer che preserverà dall’estinzione un sentire bizzarro e obsoleto. C’è sempre una diatriba in atto tra contemporaneo e antico, tra un linguaggio che ci ricorda a che società apparteniamo e altre parole in disuso, scenari analogici, abitudini dimenticate; persino i sogni si valutano in base alla risoluzione e si scoprono “nuove frontiere dell’anaffettività” anche se “fuori c’è un tramonto ancora umano”, un CAPTCHA per capire se apparteniamo ancora a quella stessa specie animale evoluta che è stata in grado di compiere nei secoli opere memorabili e immortali senza l’ausilio di intelligenze artificiali.

XI

Le Muse scrollano, annoiate,
fanno l’autopsia al feed
Re Mida trasforma tutto
in azioni volatili e criptovalute,
specula su realtà aumentata
e nuove frontiere dell’anaffettività.
Io resisto all’automazione:
è uscito un podcast
su come sopravvivere all’artificio.
Una voce omeopatica e vibrante
mi insegna a non svanire
nei flussi binari del delirio.
Fuori c’è un tramonto ancora umano
una coda liquida di colore
e fosforescenza –
appare dal nulla
come un CAPTCHA.

25 anni di “ODRZ”: intervista a Massimo Mascheroni

versione pdf: 25 anni di “ODRZ”, intervista a Massimo Mascheroni

25 anni di “ODRZ”: intervista a Massimo Mascheroni

a cura di Michele Nigro

Per festeggiare degnamente i loro primi 25 anni di attività, ben spesi tra registrazioni in studio e performance live, il collettivo musicale italiano ODRZ – composto da Massimo Mascheroni e Antonio Maione – ha pensato di uscirsene con un prodotto assolutamente originale (a partire dalla confezione, dal booklet-“lenzuolo” e dal pratico supporto scelto per l’occasione: non un CD ma una chiavetta USB in formato card) e rivoluzionario: una registrazione “ipertrofica” – etichetta TIBProd – contenente 100 tracks e ognuna di queste realizzata in collaborazione con un artista invitato dal duo di Osnago alcuni anni fa in vista dell’anniversario. Tra i 100 “prescelti” anche il sottoscritto (track n° 31) che ha intrecciato la propria voce preventivamente registrata – il testo letto è quello della poesia intitolata “Vestigia”, in seguito inclusa nella raccolta edita “Carte nel buio”) – con i suoni prodotti dagli ODRZ. Ma non tutti i brani del mega-album sono un mix di testo e musica: infatti le numerose collaborazioni che hanno dato vita al progetto si sono basate anche, se non prevalentemente, su incontri di tipo prettamente musicale.

Ma che musica fanno gli ODRZ? Post-industriale, noise e d’avanguardia, con un approccio corrosivo e fortemente sperimentale: a volte “disturbanti”, altre volte sorprendentemente melodici (come, per fare un esempio, nella traccia n°7 realizzata con Gerstein), gli ODRZ sono dal 2000 alla ricerca di un nuovo suono, di un nuovo concetto di ascolto che non si rifà a melodie o a una partizione tradizionale, bensì a uno sperimentalismo sonoro quasi sempre improvvisato. Una musica non-musica fatta di suoni (e rumori) industriali (industrial noise) con cui compiere una ricerca profonda nell’animo di chi la produce e di chi l’ascolta: un ascolto “scomodo”, non facile, non accogliente, volutamente respingente, che arriva quasi sempre a creare un’angosciante ambientazione post-apocalittica capace di mettere in evidenza le condizioni esistenziali dell’uomo contemporaneo. Perché questo è il mondo in cui viviamo: fatto di metallo, di elettricità, di disumanizzante produttività, di fabbriche rumorose, di suoni ancestrali ricavati da materiali moderni; tutto sta nel riconoscerli, nell’accoglierli come suoni “naturali”, di una natura artificiale che ormai fa parte della nostra carne e del nostro DNA. Ma tra questi suoni disumanamente umani ecco riaffiorare, come in un innesto transumanista, parole emesse da apparati vocali animali – i nostri -; frasi reiterate, giochi vocali che ricordano quelli dissacranti e anti-passatisti dei futuristi di Marinetti, ripetizioni ad oltranza di concetti poetici come se si trattasse dei movimenti ossessivamente ripetuti di un macchinario industriale: verrebbe da chiedersi, anche la creatività letteraria è dunque parte della produzione meccanica dell’uomo contemporaneo? Forse il rumorismo degli ODRZ vuole suggerirci che l’apocalisse è già realizzata, è hic et nunc e la viviamo quotidianamente, e che c’è solo bisogno di chi la concretizzi in arte sonora, che la reinterpreti musicalmente per chi fa finta di non sentire o è da troppo tempo immerso in un suono postumano divenuto familiare. 

Se con Burroughs abbiamo assistito, grazie alla tecnica del cut-up, all’interruzione della linearità scritturale e alla frammentazione del significante, con l’esperienza musicale industrial prima e in seguito con quella post-industriale vi è stato come una sorta di “spezzettamento” della classica narrazione musicale in favore di una ricerca che ha messo al primo posto una sonorità istintiva, rumoreggiante, frammentata, a volte brutale, testimone dei tempi: non più il legno dei violini ma tubi di ferro, lamiere, sbuffi di vapore, scariche elettriche, sirene di fabbriche, vetri infranti, urla disumane… 

Ho rivolto alcune domande a uno dei due fondatori degli ODRZ, Massimo Mascheroni, per cercare di sviscerare altri aspetti della loro ricerca e del loro modo di vedere le cose:

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Nota a “Anedonia (o i piaceri scomparsi)” di Pietro Edoardo Mallegni

Entrare nella versificazione adottata da Mallegni significa dover consigliare a se stessi di abbandonare fuori dalla lettura le comuni coordinate di significato che normalmente il lettore utilizza per muoversi in una poetica sconosciuta; abbandonarsi al flusso generoso di termini mai scontati o ripetitivi: ogni verso corrisponde a un piacere ritrovato, a una sorpresa semantica derivante dall’equilibrato accostamento tra parole d’uso quotidiano e parole ricercate, inusuali, dal sapore scientifico… Le immagini che scaturiscono da tale alchimia istintiva ma al tempo stesso studiata, sono belle, interessanti e rappresentano una sfida nel momento in cui si tenta un approccio razionale, un voler mettere ordine tra i messaggi contenuti. Immagini che hanno un forte potere immaginifico e quindi evocativo; anche un dolore reale o un dramma vissuto acquisiscono una patina quasi surreale, fantasiosa, fuori da regole letterarie vincolanti.

Nella raccolta Anedonia (o i piaceri scomparsi), Nero Latte edizioni – 2025, il lettore è testimone di una poetica ipertrofica, piacevolmente complessa ma mai inaccessibile; di una confessione intima presentata con elegante fantasia metaforica perché si vuole dire tutto ciò che si ha nell’animo ma pensando a un congegno poetico che richiede un minimo di sforzo come dinanzi a un rebus, a un enigma non facilissimo. L’indicibilità della forma poetica è in tal modo rispettata anche se non viene trascurato il carattere “colloquiale” su cui è impiantata la raccolta. La parola ricercata, rara, non è un vezzo per elevarsi al di sopra del linguaggio medio ma è un modo per “nobilitare” il vissuto, per renderlo eterno in bellezza. La poetica di Mallegni è un concerto di suoni, colori, luoghi, esperienze sensoriali eterogenee che convergono nell’unico punto possibile capace di condensarle, restituendo al lettore lo stesso stupore complesso e articolato provato dall’autore. Mallegni di professione cuoco, ben riesce anche in ambito poetico a coniugare sapientemente gli ingredienti dei significanti di cui è ricca la nostra tradizione poetica ed enogastronomica: il risultato non è mai un sapore indecifrabile ma una volta amalgamati è impossibile riuscire a separarli, a distinguerli come all’origine; diventano sapori e odori inseparabili, parte di un processo alchemico irreversibile.

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Ricordati che devi morire!

Memento mori

Il risveglio da se stessi dura poco,
una morte improvvisa sfiora il giorno
un falso dolore al petto insenziente
nascosto dietro strani enzimi serali
e si torna felici, vivi, ignoranti
verso casa, una volta ancora

la luna immensa nel cielo pulito
non sa niente di guerre a venire
brilla incurante sul nosocomio che ci libera,
ma fasulla è la promessa del viversi meglio
quella voglia di fuga nell’aria buia,

ridarsi al mondo più di ieri,
condannare rabbiosi
il sonno precedente il lampo d’inverno.
Un attimo prima di morire
si mordono i gomiti, lì la pelle è troppo morbida
per il non aver fatto, per la fortuna non braccata
come volpe d’argento e d’America
il mancato coraggio sul più bello
l’avventura senza fede,

non si riavvolge
l’indole inseguita sui cammini errati.

È un respiro nuovo di speranza
questo tornare alla strada,
il messaggio dell’amico lontano
non prevede il suo prossimo aldilà.

Avverte sete di esistenza
nella notte dell’alba
il graziato ramingo delle vene,
dura poco il risveglio

ché già reclama Morfeo
le ore negate all’inerzia.

tratta dalla raccolta “Carte nel buio”

(ph M.Nigro©2026; titolo: “Andare sempre controsenso”)

Guardami dall’esterno

Guardami da lì fuori, dall’esterno
con occhi lucidi fatti d’aria,
dall’alto come se fossi dio

ho bisogno di un tuo parere senza tempo
per credere nel nuovo cammino,
giudicami, dirigi gli entusiasmi, aggiustami,
il mio tiro è fatto d’istinto animale, direzionami,
correggimi nella scuola del presente

guardami da dove ti trovi, non importa
se non ricordi più il mio nome terreno,
accompagnami anche se non sai più chi sono,
cerco una voce che pronunci la mia storia.

Dimmi se la strada è quella giusta
se la mia fede è ben riposta,
consigliami in sogno
prima che mi svegli prima dell’alba.

Salvare le dediche

Salviamo per caso le dediche nascoste
sull’ultima pagina dimenticata
di libri infedeli, sfogliati prima del tramonto

frammenti di orizzonti sospesi
evadono da salvifiche routine,
quando le giornate erano aperte
e scherzavi sulla nullafacenza
sulle troppe ore a venire

adesso preghi in ginocchio il dio tempo
per un riconoscersi al di là della carne,
puntare sul non visto adatto ai vecchi
scampoli d’ebbrezza a salutare addii,

salvare almeno le dediche
quelle scritte credendoci, collezionarle
per posteri ignoranti dal rogo facile
dai libri ancora non letti dell’amore parallelo.

 

Impermanenza

Mi terrò stretti i ricordi, d’ora in poi
farò economia di memoria e di feste
scivolate via in compagnia degli ormai assenti,
spegneremo senza voglia
candeline agli ancora vivi, morti dentro.

Strano vedere accesa una luce lassù
al piano che rispondeva ad altri cognomi
mutata targhetta d’occupanti postumi,
non potrò più entrarvi – con quale scusa? –
io sopravvissuto che vago sazio e muto
con addosso anni non spesi
in mezzo a vecchie strade come fossero nuove.

(ph M.Nigro©2026)

La verità, il tempo e il fiato del romanziere: su “Angeli” di Massimo Ridolfi

versione pdf: La verità, il tempo e il fiato del romanziere: su “Angeli” di Massimo Ridolfi

Che cos’è la verità? È un insieme di certezze a cui ci abituiamo fin dall’infanzia e a cui ci aggrappiamo avidamente nel corso dell’esistenza per timore di cambiare, di conquistare un nuovo e inizialmente più scomodo punto di vista? Oppure è una rivelazione donata dall'”alto” o da imperscrutabili poteri terreni? Per i materialisti la verità è riassumibile in tutto ciò che i nostri sensi riescono a registrare: un oggetto tangibile, una trasformazione scientificamente riproducibile, un fatto che accade a pochi metri da noi; se avviene a beneficio dei nostri sensi allora è vero e la nostra esperienza diventa verità incontrovertibile. Oggi cominciamo a sapere, grazie a una serie di studi “esoterici” che si collocano tra la fisica e la metafisica, che neanche questa certezza è inattaccabile perché ciò che i nostri sensi registrano viene a sua volta rielaborato artificiosamente dal cervello e presentato al cospetto della nostra logica sotto forma di “convenzione”: quel che noi umani vediamo non è uguale a quello che vede una mosca o un gatto; la realtà vista da una mosca è diversa dalla nostra realtà. C’è addirittura chi parla di “universo olografico”: quella che noi chiamiamo “realtà” sarebbe una proiezione olografica, secondo le teorie di Bohm e Pribram… In poche parole noi ci accontentiamo di ciò che i nostri sensi e la nostra logica percepiscono e catalogano come esperienza vera. Tuttavia, dietro il “telo cinematografico” su cui vengono proiettate le immagini di una verità a cui siamo ormai affezionati, si svolgono altri fatti, si sviluppano ulteriori processi che sfuggono ai nostri sensi e alla critica: si tratta di sub-verità non meno importanti e determinanti alla formazione di una verità finale che in molti rifiutano di assimilare perché significherebbe ammettere una cecità esercitata ad oltranza.

Ma in tutta questa “ricerca filosofica” riguardante la verità, la letteratura che ruolo mai potrebbe svolgere? L’invenzione letteraria non ha mai avuto l’intenzione di trasmettere verità dogmatiche bensì di rappresentare artisticamente, di raccontare ai lettori – attraverso una serie di fatti affidati al tempo che sempre per convenzione definiremo “trama” – quel lento processo esistenziale che condurrà alcuni personaggi inventati alla scoperta di un’entità astratta (ma concreta nei suoi effetti sia positivi che negativi) a cui abbiamo dato il nome di “verità”.

Per realizzare tutto ciò un romanziere dovrebbe avere le idee chiare fin dall’inizio su come incanalare nel tempo le varie componenti che incasellandosi alla fine andranno a concretizzare la suddetta verità. E oltre alle idee chiare ci vuole fiato! Ovvero la capacità di “vivere” (anche correndo, se è il caso!), insieme ai propri personaggi, il tempo di realizzazione di quel processo filosofico-esistenziale che porta alla verità. Ed è quel che accade in “Angeli”, corposo romanzo dello scrittore teramano Massimo Ridolfi (ed. Letterature Indipendenti, 2025); un romanzo a “lunga gestazione” e soprattutto a lunghissima decantazione, come vuole una certa regola scritturale ormai in disuso in quest’epoca di “instant book” e di altre pubblicazioni “umorali” a impatto letterario effimero. Anche la decantazione applicata alla scrittura è a suo modo un processo di raggiungimento della verità: le parole, così come i fatti e le persone incontrate nel corso dell’esistenza, hanno bisogno di decantare, di starsene per conto loro attraverso gli anni, a macerare nel silenzio e nel distanziamento: è singolare notare come la gestazione/decantazione di questo romanzo da parte di Ridolfi coincida su per giù con lo stesso numero di anni – più di venti! – che occorreranno a uno dei protagonisti principali della storia – Matteo – per ricostruire lentamente e finalmente toccare la dolorosa verità a cui si accennava. Ovviamente non esiste un numero perfetto di anni, non c’è una regola fissa che vale in tutti i casi, ma una cosa è certa: uno dei protagonisti latenti più importanti di questo romanzo è senz’altro il tempo; questa dimensione imprendibile, appena appena quantificabile attraverso orologi e calendari, che tanto ci fa disperare per la sua irreversibile fuga verso la fine del nostro vissuto, è forse l’unica alleata onesta che possiamo sperare di avere al nostro fianco. Solo il tempo, infatti, è in grado di fornirci quella distanza necessaria per confrontare, dipanare, capire, selezionare, ricercare, e infine scegliere – tra le nebbie illusorie dell’educazione e delle autoconvinzioni – di vedere una verità che avevamo da sempre sotto gli occhi ma non riuscivamo a percepire, o non volevamo percepire. Perdersi la verità è facile ed è solo grazie a un costante allenamento al dubbio che possiamo raggiungere la luce autentica e ustionante del vero. Il romanziere con il suo fiato scava attraverso gli anni insieme ai suoi personaggi fino alla fine e partecipa alla loro trasformazione umana.

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Oblio

Annoto la data e il luogo
solo di pochi eventi,
un primo bacio davanti Esculapio
un libro comprato per alchimia
a ricordare il suo arrivo in casa
la morte imprevista d’un amico
o il buon ponte di qualche peloso,

è una mappa esistenziale
a ripercorrersi, studiarsi
quando la memoria tradisce
e il buio degli anni avanza,
c’è solo una flebile candela nel presente
fioca luce di accecante attualità.

Ho detto una bugia,
di tutti gli eventi segno data e luogo:
è che non mi fido di quel che ricordo
del setaccio deciso da economie neurali,
sono poco attendibile sulle lunghe distanze.
Meglio tracciare le tappe della piccola storia
rileggere la data sul frontespizio di un libro
con nostalgia, per sapere com’ero e dov’ero

sarebbe un numero come tanti
tra i mesi, gli anni ormai andati
ma è “il” giorno del fatto perduto
non uno degli altri vicini a far volume.

Perché proprio lì, da dove
provenivo quel dì, e per quale luogo
proseguii? Con quali intenzioni?
Non ho memoria dei troppi perché
eppure l’evento ci fu,
è appuntato nel mio libro di storia.

E mi chiedo, dopo quanto tempo
hai cominciato a leggerlo?
La data denuncia la tua lunga attesa
in ritardo su libri testimoni
di una sconfinata fiducia nel futuro.
E le note private scritte ai lati
negli spazi bianchi del già detto,
altra vita parallela alle cose lette
altri pensieri non d’autore ormai polvere
fissati nell’eternità
di carte sensibili al fuoco.

Libero arbitrio

(a Raymond Carver)

Quando dici “ma perché non te ne vai
in palestra?” – o al diavolo! È uguale –
mi fai sentire indesiderato e perfetto
come un uomo sposato, anzi
come un uomo libero, quale sono

infatti la gente, anime di città
scorre, dall’altro lato della vetrina di Casa Laciò
dove seduto con caffè sambuca osservo
e scrivo di un tramonto coperto dai palazzi,
libera, pioggia fredda sul vetro già freddo
di indifferenze trafficate e trafficanti – direbbe Leone,

qualcuno – peste lo colga! – continua ad aprire
la porta del locale sulla gelida strada dell’ora di cena,
fanno corrente d’ossigeno omicida che alimenta ustioni
gli avventori inquieti che non leggono libri
non scrivono, non cercano salvezze serali, un “cosa stai leggendo?”
come scusa per andare a letto e fare l’amore,
riprendono con assurdi apparecchi magici
incendi dal soffitto sulle loro teste acerbe, senza fuggire.

Una massa che gira a tutte le ore,
ecco perché non so niente dei cognomi illustri
della loro storia legata agli aneddoti di città,
bisogna stare di più in mezzo alla strada
diluirsi tra chiacchiere e volti, assorbire cultura locale,
non conosco neanche il nome delle vie – “non sono di qua!”
Ed è vero. Per questo faccio sempre lo stesso tragitto dal 1978,
per non perdermi.

“Ma perché non te ne vai in palestra?”
Mi confermi che sono un uomo colto
solo per farmi contento,
niente fiaccolate omeopatiche stasera per i morti di fiamma
accendimi di solitudine e ghiaccio
e dimmi che sono un animale colto anche se il mondo
distratto non lo sa. Dai, fallo, per piacere!

Nota a “Immanenze e persistenze” di Alberto Rizzi

È come se fin dalla disposizione grafica dei versi nella poesia di Alberto Rizzi vi sia un chiaro invito a una ricerca che non ha e non vuole raggiungere una centralità statica bensì caratterizzarsi per un vagare ritmico tra incrinature e dettagli capaci di avvicinarci a verità nascoste eppure mai completamente invisibili a chi si sofferma sui particolari della quotidianità. Non è necessario andare lontano perché “l’oltre è solo dentro”, seguendo il consiglio olistico – che all’inizio potrebbe spaventare! – di portare con sé la totalità di ciò che siamo stati e abbiamo vissuto; solo così riusciremo ad “abbandonare”, ovvero ad accettare e a fare finalmente nostro l’enorme bagaglio esistenziale (“un po’ di quel tuo peso dentro”). Superando “inutili ovvietà” e puntando a un risveglio che si fa quesito escatologico: “che cosa resterà di me / del transito terrestre” per dirla alla Battiato; non senza guardarsi alle spalle, tornando a decisioni passate, a scelte, a omissioni, forse a errori. Alle assenze che stridono nonostante ci si opponga con razionalità da Homo Sapiens; assenze che in un certo qual modo fanno compagnia portando l’altrove qui, in una quotidianità apparentemente immobile.

La poesia diventa strumento di ricerca ma non fornisce risposte certe, permanenti; tutt’al più conferma il nostro non sapere, lo presenta sotto forma nobile, sublime. L’ossessione dell’uomo che pensa, non certo di quello che si accontenta di volatili certezze quotidiane, è ottenere un’immagine completa del proprio esistere, di questo scorrere nel tempo chiamato vita, nonostante l’inattendibilità dei sensi. L’inquietudine del poeta è ciò che alimenta la sua ricerca; non saprebbe e non potrebbe fare altro pur essendo consapevole del suo poco sapere. I sensi a un certo punto diventano ininfluenti perché è il grado di coscienza del Tutto a guidare occhi interiori, permettendoci di andare ovunque.

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Una voce nuova

È oramai perso di ieri il verso?
senz’aria annaspa morente tra
ricordi di vite passate e azioni presenti

carte interiori da ordinare con sintassi scadute,
parole affollate in strettoie di anni veloci
cercano una voce nuova che le sappia dire
non per comando ma in lucente verità.

E non dispera, attende sulla rotta dell’oggi
il timoniere senza poesia lo sa!
all’orizzonte le rivedrà come bianche scogliere
di senso, su flutti salati, arrabbiati di ritmo

sembreranno rematori frustati, sudati di tristezza
dagli eventi del tempo e dalla piccola storia
su fin troppo pazienti galee solitarie.

(immagine: dal film “Ben-Hur”)

“Invictus”, William Ernest Henley

“Dal profondo della notte che mi ricopre
Nera come la fossa da polo a polo
Ringrazio gli dei qualunque essi siano
Per la mia anima indomabile.
Nella stretta morsa delle avversità
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.
Oltre questo luogo di collera e lacrime
Incombe soltanto l’orrore delle ombre.
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.
Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.”

Alcune considerazioni sul film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi

versione pdf: Alcune considerazioni sul film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi

È sicuramente meritato il successo cinematografico e televisivo del film della Cortellesi intitolato “C’è ancora domani” (2023) e alcune delle critiche lette in giro riguardanti certe scelte effettuate dagli sceneggiatori e dalla regista possono essere facilmente smontate: 1) accostare musica contemporanea, estranea al contesto storico di cui si occupa la pellicola, ad alcune scene non è un azzardo per sembrare originali e fuori dagli schemi ma è un modo per creare un ponte tra la condizione della donna italiana durante il secondo dopoguerra e quella della donna di oggi nel XXI secolo non solo in Italia ma in ogni parte del mondo. Il contrasto tra una scena ambientata negli anni ’40 dello scorso secolo e sonorità più vicine ai nostri gusti attuali, induce a una riflessione sul presente e non relega il problema nel passato. Come a voler chiedere allo spettatore e a se stessi: “siamo sicuri che la condizione esistenziale della protagonista sia solo un ricordo? Che non riguardi ancora molte donne della nostra epoca?”. 2) La scena della violenza da parte del marito Ivano trasformata in un balletto non è una rappresentazione irriverente del problema: il cinema non deve solo raccontare realisticamente – anzi non dovrebbe farlo quasi mai se è vero cinema d’arte – i fatti che costituiscono la trama ma deve essere anche in grado di reinterpretare, di rappresentare sotto altre forme, con altre modalità, ciò che lo spettatore già conosce e immagina. Riprodurre scene di violenza in maniera realistica cosa avrebbe aggiunto di nuovo ai fatti, alla cronaca anche dei giorni nostri, a quel che è già risaputo? Nulla.

La Cortellesi, e non mi riferisco solo alla scena del balletto violento tra Delia e Ivano, ha fatto la scelta vincente anche se non originalissima (basti pensare al film “La vita è bella” di Benigni) di unire il racconto storico a una narrazione ironica; d’altronde la Cortellesi nasce come attrice comica ed è chiaro che l’ironia (soprattutto quella amara) e la comicità surreale di alcune scene rappresentano suoi strumenti prediletti. Così come non originale, pur ottenendo un sicuro “effetto nostalgia”, è la scelta del bianco e nero che sembra voler scimmiottare il bianco e nero spielberghiano de “La lista di Schindler”.

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Poeti&Versi su “il Lucano” magazine

Sul n.172 (anno XXII) settembre/ottobre 2025 del magazine “il Lucano”, nella rubrica “Poeti&Versi”, la mia poesia intitolata “Tempi”.

“il Lucano” è una storica e corposa rivista diretta da Vito Arcasensa che si occupa da ventidue anni di politica, attualità, cultura, sport.

Ringrazio la Redazione e il curatore della rubrica Gian Carlo Lisi.

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Cinque “riots” di Ivan Pozzoni

Selezionati da una rosa più ampia, questa cinquina di “riots” proposti su “Pomeriggi perduti”, questi cinque scritti “ribelli”, rivoluzionari nello stile neofuturista e nel linguaggio articolato, – “testi tardomodernisti” come li ha definiti l’Autore inviandomeli – rappresentano un guanto lanciato da Ivan Pozzoni verso il futuro della nostra lingua e sul viso di chi si nutre esclusivamente di scritti facili, lineari, ordinati e che non smuovono ricerca o anche solo divertita repulsione nei confronti di ciò che in questi scritti viene “smontato” con buona pace dei politicamente corretti. Peccato averne dovuti scegliere solo cinque ma dai selezionati emerge l’accurata cernita delle parole prima di incastonarle in un testo che già graficamente preannuncia una sfida e un impegno da parte del lettore. Spero vi divertirete nel leggerli come mi sono divertito io nello sceglierli! Buona lettura. (m.n.)

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DOPO SEI ANNI DI SILENZIO, STRABORDO

Dal 2018 al 2024 mi sono astenuto da ogni attacco di bulimia artistica, e sessuale,

col 2024 strabordo, non ridotto a uno straccio di Daino, vi invito a salire tutti a bordo

della mia Costa Concordia, da Costa o da Silva, il Brasile è un eterno, bachtiniano, carnevale

e mi scopro a massacrare foche, w la foca, tra le intercapedini recondite di un fiordo

come il Sognefjord del Vestland, baleniera nippon Kangei Maru, immagazzino sushi

con l’incertezza di non fare la stessa fine, overdose tossica, di John Belushi.


The Blues Brothers
, senza fratelli, non mi aiuta a neutralizzare l’ansia di autodistruzione

causata dalla strategia dell’insoddisfazione, a tempo indeterminato, di ogni desiderio

la riforma Renzi del diritto del lavoro, decretata da un ministero fascista (?), mi invita alla minzione

non desidero (soddisfatto) di vedere un nuovo esecutivo del PD fino al momento del delirio,

affidato alle strategie di psico-marketing con l’expressive writing, non so se vinco l’ansia con i versi

o verso l’ansia della sconfitta, salendo in cattedra, artista insonorizzato dalla camorra italica,

non sfrutto i morti, in attendance fee, come il ributtante Saviano, caratterizzati da canini inversi

non succhio sangue ai disgraziati, Vlad Țepeș Drăculea, secondo Malos, mordo ogni perestrojka.

CARAVAGGIO E ME

Poetastri, dilettanti, decoratori, io sono Michelangelo Merisi, da bergamaschi nacqui a Milano,

con lo sterminio della mia famiglia, crisi bubbonica, mi misero a lavorare nella bottega del Pederzano

allievo fake di Tiziano, a studiare i lombardo/veneti, colle mie stravaganze apparii subito un titano,

e fuggii a Roma, caput mundi, mater romana ecclesiae, a casa di monsignor Insalata, servo vaticano,

cercando l’autonomia dalle Madonne mettendomi sul libero mercato, dipingendo decori di rafano

senza trarne un baiocco, mi avvicinai alle scuole dei siciliani, via della Scrofa, diventando un tafano.

Il mio carattere iracondo e mendace, mi condusse a illuminarmi tra grandi zoccole e cicisbei,

l’uomo del Monte mi disse «si» e continuai a sputtaneggiare, dedicandomi ad opere complesse, usando come modelli uomini/donne del popppolo, nei S. Pietri, nei S.Paoli e nei S.Mattei,

ottenni il ciclo di S. Matteo, santo mestruato, gestendo con carta assorbente, le tope delle badesse,

iniziarono a rifiutare la Morte della Vergine, morta gonfia, i Carmelitani scalzi mi presero a scarpate

Giustiniani mi salvò dall’occidente barbaro, con l’aiuto di Teodora, e Rubens mi indicò ai Gonzaga,

senza colpa fui incriminato di rissa, violenza e schiamazzi, accuse categoricamente infondate

ospite assiduo di TordiNona, mi scappò un omicidio, tra Milano e Venezia, tornai a Roma senza foga.

Purtroppo succede a noi spiriti folli e aggressivi, essere arrestati di continuo, senza esser recidivo,

diffamazione, ingiurie, detenzione d’armi, lesioni ad un notaio a causa di Lena, la mia amante,

scappai a Genova e tornai a Roma in un istante, cadendo sulla mia stessa spada, re dell’anti-divo,

i cazzi amari, durante un incontro di tennis, arrivarono con l’omicidio Tomassoni, storico duellante

arrivò la condanna alla decapitazione e, senza perdere la testa, iniziai a dipingere teste mozzate,

cercando rifugio nell’ultimo tango a Zagarolo, con molto burro, mi infilai nei Quartieri Spagnoli

a Napoli i Carafa-Colonna garantirono camorra e una serie di opere vennero commissionate

Giuditta, Flagellazione, Salomè, Davide, S. Andrea e un’esistenza, finalmente, senza cingoli.

Per sicurezza fuggii a Malta, titolato cavaliere, riuscendo a farmi spedire in Sicilia a calci nel sedere,

a Messina, dipingo La resurrezione di Lazzaro (I), e torno a Napoli, con la speranza della revoca

della condanna da Paolo V, mi misi in viaggio in mare, col casino di Ladispoli, andai a morire

di malaria, nel sanatorio di Santa Maria Ausiliatrice, accompagnato da una infezione settica

che morte da idiota, avrei preferito morire con una performance artistica di decapitazione

in una vita sempre in fuga, foga, figa, imbrattando il mio ultimo quadro col sangue

donzelle di intransigente serietà, non innamoratevi di artisti con una cattiva reputazione

l’arte non distingue vero/falso, è rissosa, stralunata, sposatevi un bancario ballerino di merengue.

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Sulla poesia-racconto di Raymond Carver

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Il primo impatto con la poesia-racconto di Carver non è stato dei migliori: non riuscivo a considerare poesia quel suo raccontarsi praticamente in prosa con frasi che andavano a capo (critica che i puristi della metrica muovono nei confronti della maggior parte dei poeti oggi in circolazione!). D’altronde Carver è conosciuto più per i suoi racconti e quindi questo suo estendersi come prosatore anche in ambito poetico mi sembrava più una forzatura degli schemi editoriali, per scrivere in altro modo, con un’altra forma, ciò che l’autore sapeva già dire benissimo in narrativa. Ma andando avanti nella lettura dei due corposi volumi di “Tutte le poesie” editi da minimum fax (2021), mi sono accorto di aver preso una leggendaria cantonata e che c’era più poesia in quei versi lunghi e caratterizzati da un linguaggio eccessivamente quotidiano che in molte altre poesie sintetiche, fulminee, metricamente ordinate e per questi motivi inaccessibili e inconcludenti nel riuscire a far sapere al lettore l’autentica esperienza vissuta dall’autore.

La domanda successiva, nel corso della lettura, è stata: può una tale poesia raccontata conservare ancora quell’indicibilità che è caratteristica fondamentale della ricerca poetica oppure svelando tutto e subito lascia il lettore soddisfatto e senza domande? La “poesia chiara” di Carver proprio perché soddisfa apparentemente, e nel momento stesso della lettura, tutte le curiosità del lettore, proprio perché “spiega” i fatti senza nascondersi dietro passaggi indecifrabili, dimostra di contenere e di proteggere un nucleo di “non detto”, non visibile nell’immediato e che è di non facile interpretazione. Versi del tipo: “Quasi tutti / se ne sono andati dalle nostre vite, ormai. / Mi volevi chiamare, così per un saluto. / Per dirmi che stavi pensando / a me e ai vecchi tempi. / Per dirmi che ti mancavo.” (I vecchi tempi, pag. 283 – Vol.I), descrivono tutto sommato un pensiero intriso di normale quotidianità e sarebbero potuti apparire riuniti in un’unica frase lineare, in ambito narrativo, senza “a capo” pseudo-poetici, conservando una indiscutibile forza evocativa. Chi pensa che la prosa sia priva di poeticità forse farebbe bene a smettere di leggere qualsiasi cosa!

Carver, presentandoci questo processo interiore piuttosto comune in forma “poetica”, è come se volesse dirci che la poesia è intorno a noi, è già nei nostri stessi pensieri banali e quotidiani, nelle frasi fatte; è nella normalità che troppo spesso è svalutata e depotenziata da una inutile ricerca di complessità; vuole dirci che tutto è poesia, anche il semplice e troppo scontato pensiero di una persona che ci manca: un tema considerato forse eccessivamente sdolcinato, inflazionato da migliaia di canzoni, non più attrattivo ormai… D’altronde è lo stesso Carver a dichiararlo: “Ho sempre sentito e sostenuto che la poesia, per gli effetti che ottiene e per il modo in cui è composta, sia più vicina al racconto di quanto il racconto lo sia a un romanzo. I racconti e le poesie si somigliano molto di più per lo scopo perseguito nel processo di scrittura, per la compressione del linguaggio e delle emozioni, e per la cura e il controllo necessari a raggiungere il loro obiettivo” (Nota dell’editore, pag. 9 – Vol.I, “Tutte le poesie”, ed. minimum fax).

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