Nota a “Anni in testacoda” di Massimo Cecchini

C’è tutta l’urgenza del dire, del fissare prima che sia troppo tardi, del cominciare a tirare le somme perché le forze vengono meno, del ricordarsi dei fatti (“Ora che guardo indietro”) come se fossero neve al sole, in questa Anni in testacoda (Fallone ed., 2025), raccolta “rocambolesca”, e per tale motivo interessante, di Massimo Cecchini. Un poemetto impulsivo, istintivo, perché come fa sottolineare l’autore a Bolaño in epigrafe “la vera poesia vive tra l’abisso e la sventura” ovvero tra un vissuto in “testacoda” che non sempre programmiamo e la sfida di un ignoto che nell’urgenza ci insegna a sopravvivere e a badare all’essenza delle cose, all'”amore / liberato da aggettivi”. Ma abbiamo sempre la capacità di trasformare le vicende che ci capitano in insegnamenti e in nuova forza?

“Pare sia l’età delle parole spezzate”, dei linguaggi sintetici imposti dai social (dalla fretta?) o delle parole facili per arrivare al dunque, dei versi spezzati andando a capo, perché “Sarà questa la lingua / della vita segreta”, la poesia che salva e traduce il vissuto in segni (che raccoglie il dolore), “la cura del vuoto”, “musica imprevista”.

Il vissuto acquisisce dignità solo quando viene ricordato, rimaneggiato, tradotto, masticato, quando si trasforma in scrittura “turbinando parole”; “Esisto per il nero che macchia/ questa pagina”: prima di conquistare una propria poetica non si è che esserini vaghi, indefiniti, ignoti e ignorati dal mondo delle idee, senza alcuna speranza di eternità. Chissà che così facendo non si riconquisti una seconda giovinezza ripartendo con “il gomito / al vento / guidando con una mano / piano / col panorama / che rotola accanto”.

Michele Nigro

“La sentinella” su Navuss – luglio 2025

Sul numero di luglio di Navuss, periodico di attualità e di informazione, il mio racconto breve inedito intitolato “La sentinella” è stato pubblicato nella rubrica “Il Foglio Bianco” curata dallo scrittore teramano Massimo Ridolfi che ringrazio. Un grazie anche alla Redazione di Navuss…

Per leggere il racconto a pag.11: clicca QUI!

“Elegia del confino”, nota di lettura di Rosaria Di Donato

versione pdf: “Elegia del confino”, nota di lettura di Rosaria Di Donato

Michele Nigro, Elegia del confino, Amazon KDP 2024, pagg. 214, 15,00

 

Nota di lettura di Rosaria Di Donato

Elegia del confino, diario in prosimetro di Michele Nigro uscito nel novembre 2024 per la collana ideata e curata da Massimo Ridolfi: Corale di voci altre _ Collezione Poesia Italiana Contemporanea _ Letterature Indipendenti, si presenta come un elegante volume corredato di video letture. La voce del poeta è intensa nei componimenti lirici mentre diviene più diaristica nelle parti in prosa. È nel volontario confino in un piccolo borgo italiano, a partire da gennaio 2021, che l’Autore elabora il suo scritto muovendo da considerazioni raminghe distillate nel silenzio e nella solitudine, lontano dal mondo, rifugiato in una Fortezza Bastiani: Catartica astensione dal mondo/ dai notiziari dei potenti,/ arroccati nel deserto dei Tartari/ stiliamo pagine/ dedicate al vuoto che insegna senza dire (pag. 173). La scelta dell’autoisolamento è un segno di protesta e di rinnovamento che accoglie il silenzio e l’arte di fare spazio alla periferia della ricerca. Non si tratta di dissonanza, ma di autenticità e di coraggio. La disappartenenza dalla città diventa un distacco dal superfluo e dallo stress e un ritrovarsi nel fluire di una vita semplice, essenziale come può essere quella di un paesello. Nigro tenta un paragone con l’atmosfera del Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, ma troppo diversi sono i tempi e le circostanze tra i due autori: resta in comune solo il lathe biosas del saggio Epicuro. Lasciare il conflitto cittadino ai confini della clausura laica (pag. 110) scrive in terza persona l’Autore nella prosa XXXVII, inserita quasi al centro dell’opera; è questo un passaggio importante che ricolloca il poeta in una relazione immediata con se stesso e con gli altri, con le cose e con il paesaggio: Sospeso sui balconi di una dimora ambigua/ il corpo respira quiete/ tra progetti futuri e pesanti eredità/ tra desideri e doveri/ sogno e risveglio/ fantasia e realtà/ antico e moderno/ ricerca e disincanto/ natura e asfalto/ mistero e certezza/ poesia e tecnica./ Fino al termine della notte/ (pag. 116). La poesia è lì, sospesa tra la penna e il foglio di carta, tra l’interiorità e il respiro, tra il fruscio e l’illusione: la creatività necessita di spazio, di occasioni, di fili d’erba, di consapevolezza. La parola che salva nasce dall’esilio: Spostarsi seguendo il volere delle viscere, di tanto in tanto./ Diventi bussola archetipica dell’inconscio/ percorrendo d’istinto spazi non meditati/ (pag. 120). Nigro adotta la muta saggezza della solitudine (pag. 176) come stile di vita e preferisce visitare i cimiteri di montagna piuttosto che correre e affannarsi tra la folla in cerca del successo, della notorietà a tutti i costi; c’è un legame sacro e viscerale con i defunti che vivono nel ricordo dei vivi i quali, prendendosi cura delle tombe, rievocano il vissuto dei trapassati in una sorta di personale Spoon River: sono paesi nei paesi/ ma a distanza da sussurri umani/ toccano più di altri angoli sacri/ la terrena perfezione divina (pag. 177). Quale profondo, autentico senso di libertà; quale autonomia di pensiero; quale apertura al silenzio e all’imponderabile vuoto: forse il solo che può creare mondi e visioni da condividere, poi, sulla pagina. Il distanziamento, imposto nell’Era del Covid-19 per motivi sanitari, diviene in Elegia del confino una risorsa esistenziale, una strategia del respiro che non vuole ripiegarsi su se stesso fino a estinguersi e soffocare ma che, invece, attinge nuova linfa da uno sguardo altro sul mondo e da un tempo rinnovato, misurato con il passo di viandante attonito.

Roma, 17 giugno 2025

Rosaria Di Donato

versione pdf: “Elegia del confino”, nota di lettura di Rosaria Di Donato

Nota di Rosaria Di Donato a “Elegia del confino” su “Lettere Migranti”

Un sentito ringraziamento a Rosaria Di Donato per questa sua accurata nota al mio prosimetro “Elegia del confino” e un grazie ad Anna Maria Curci per l’ospitalità su “Lettere Migranti”…

Per leggere la nota: QUI!

Per leggere il libro: QUI!

“Elegia del confino”, booktrailer #3

“Elegia del confino”, booktrailer : alcuni stralci da pag. 186; lettura a cura dell’autore…

“Elegia del confino”, un diario in prosimetro di Michele Nigro (ed. Letterature Indipendenti, collana “Corale di voci altre” – 2024 – ideata e curata da Massimo Ridolfi).

Lo trovi su :

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oppure così:

Come ricevere una copia di “Elegia del confino”…

oppure qui:

Presso la Libreria Copperfield Bookshop di Battipaglia (via Italia, 43): a prezzo calmierato! 😉

Note di stampa:

“Certastampa”

https://certastampa.it/cronaca/68043-editoria-letterature-indipendenti-corale-di-voci-altre-michele-nigro-elegia-del-confino.html

“Navuss”

https://www.navuss.it/news/editoria-letterature-indipendenti-corale-di-voci-altre-michele-nigro-elegia-del-confino/7-9652.html

Nota a “L’assente” di Fabio Prestifilippo

È singolare il fatto che in questa silloge di Fabio Prestifilippo (Fallone editore – 2025, collana Il fiore del deserto) l’elemento più presente (anche nel titolo) e ripetuto in quasi tutti i componimenti sia denominato “l’assente”; ma è un’assenza che ha un peso nel quotidiano, che cerca una sua ragione materica nella seconda parola più importante della raccolta che è corpo, perché “l’assente rivuole la sua carne”, ed è “un luogo / su cui combattere una guerra d’ossa”, e rivuole il suo sesso con cui godere ancora una volta, pur sapendo che non riavrà la sua forma originale. Il corpo vuole esserci al mondo anche dopo la sua fine, vuole tastare la sua utilità; ce lo ricorda una domanda nell’epigrafe di T. S. Eliot (da The wast land) scelta dall’autore: “… quel cadavere che l’anno scorso piantasti nel giardino, / ha cominciato a germogliare?”

Ma chi o cos’è l’assente? Una persona cara scomparsa, che sta scomparendo o mai veramente apparsa, un malato in una anonima corsia d’ospedale e “privato della bellezza” e che “abita ciò che avanza”, un’idea, una memoria bisognosa di eredi, un’esperienza in cerca di un nome che gli dia sostanza, una parte interiore e mancante dell’autore, la parola poetica che in un mondo frastornato e caotico non riesce a trovare un corpo tutto suo? (“… allora la parola / riemerge l’assente scomparso, / lo fa splendere nelle ossa…). L’assenza è la condizione che precede la morte?

Ma per compiere il miracolo dell’assente in cerca di un corpo c’è bisogno di una matrice, di una madre, perché “… è nelle mani della madre / che l’assente incontra il corpo…” ed è da quelle mani che parte per l’ultimo viaggio.

Continua a leggere “Nota a “L’assente” di Fabio Prestifilippo”

“Elegia del confino”, booktrailer #2

Nota a “Poetici ritrovamenti” di Francesco Innella

In Poetici ritrovamenti, Innella ritorna sui propri passi fatti di versi, perché il camminamento dell’esistenza è accompagnato da una poetica che ne vorrebbe fissare la cronistoria e il ritmo, le rilevazioni filosofiche e le angosce, le umane bassezze e le verità nascoste alla maggioranza delle persone incontrate… Unendo in “matrimonio editoriale” due sue passate raccolte – Questi miei versi (1982) e Aenigmata (1991) – l’autore lucano, di origini materane ma residente a Battipaglia, si ripercorre in cerca di se stesso, delle impressioni avute in questa vita (per dirla alla Battiato) e racchiuse in “conchiglie sparse sulla riva del mare”.

Nei versi di Innella, poeta che “conosce la solitudine del verso”, alberga un conflitto esistente tra lo stupore dell’esserci, per quegli elementi naturali che accompagnano l’osservatore nel suo vagare terreno, e la ciclica angoscia che ogni essere vivente riceve in eredità al momento di venire al mondo (“l’ostilità del mondo che viene”).

Continua a leggere “Nota a “Poetici ritrovamenti” di Francesco Innella”

Riflessioni da sterrato

Braccia al cielo e gambe piantate in terra
non ricordo più il perché del nostro distacco
ma ho in mente le geometrie casalinghe
le cucine materne, incerate su cui fare compiti

mi dissocio da battaglie mondiali
sono troppo occupato a risorgere
ho un programma da onorare,
vorrei pregare ma mi distrae
la trasparenza di donne in chiese di luce

braccia lievi al cielo, gambe doloranti sulla strada
l’estate semplice è presto detta
mi inebria il peso di vite passate, ne farò poesia?
ho bisogno di lente riflessioni da sterrato
peripatetico sull’imbrunire penso al da farsi,

ho un programma da soggiogare al tempo
folto è l’elenco delle cose mancanti, ma
posseggo braccia svampite e gambe concrete.

(ph M.Nigro©2025; titolo: “Lo sterrato”)

Nota a “Elegia del confino”, a cura di Franco Innella

Nigro è un poeta che sempre mi ha sorpreso per la sua variegata attività letteraria. Con lui ho condiviso spazi culturali non banali, volti alla ricerca essenzialmente antropologica del vissuto urbano odierno. Ma ora al di là di tutto questo, mi trovo davanti ad un suo nuovo ponderoso lavoro dal titolo “Elegia del confino, un diario in prosimetro”. Il prosimetro è un genere letterario che unisce prosa e versi, alternando le due forme nella stessa opera. Questo tipo di composizione è caratterizzato dalla presenza di parti scritte in prosa, come racconti, diari, o commenti narrativi, e di parti scritte in versi, come poesie o liriche. Un esempio autorevole è la Vita Nuova di Dante Alighieri.

Ma che cosa è il Confino per Nigro? Questa è la prima domanda che si è affacciata alla mia mente. È, essenzialmente, abbandonare il mondo di fuori per ritrovare se stessi; è a mio giudizio una cura dell’anima. La pratica di coltivare e mantenere la salute e il benessere spirituale e mentale. In sostanza, si tratta di un’attività che punta a migliorare la qualità della vita attraverso la consapevolezza, la ricerca di significato e la gestione delle emozioni, e che richiede un certo tipo di isolamento, anche se quest’ultimo non deve però prevalere sull’equilibrio psichico. Operazioni che richiedono un distacco necessario dalla massa.

Ma il Confino coincide anche con un luogo fisico? Nel caso di Nigro esso si identifica – anche se mai espressamente dichiarato nel testo perché desiderio dell’autore è sempre stato quello di scrivere un’opera adattabile a qualsiasi latitudine e senza alcun vincolo geografico specifico – con l’amata Lucania e in particolare con il paese di Baragiano in provincia di Potenza, dove egli ha più facilmente incontrato la sua anima. Scrive Pavese nel suo romanzo La luna e i falò: “Un paese ci vuole a cui tornare prima di andare via”, e la cura che Nigro ha sostenuto nel restauro della casa paterna, l’aver resistito alla sua vendita denotano il suo amore per i luoghi dell’infanzia. E in questa dimensione emerge il passato, che assume ai suoi occhi una nuova nitidezza. Scrive Nigro:

“Persistono echi

rianimati da memorie

di vissute gesta,

vecchie mura impregnate

di lontane esistenze

non seguite da storie scritte

chitarre scordate

vapori di cucina…”

Continua a leggere “Nota a “Elegia del confino”, a cura di Franco Innella”

Ferialità

E dunque riprendiamo il viaggio
interrotto un attimo prima del trapasso,
non per andare chissà dove
giusto a un palmo più in là
delle piccole gioie quotidiane
delle meschine rivalse tra corpi morenti
dello stupore per la solitudine,

è la prospettiva a latitare dagli orizzonti
la piccola luce vera in fondo al benessere.
Ma tu viaggia, viaggia lo stesso!
anima spezzata in cerca di senso,
straccia quest’oggi grasso e disperato
ritrova l’ingenua speranza che abitava gli occhi estinti.

Piega il metallo pazzo del mondo
con il tuo alito caldo di parole inutili,
addomestica le ore selvagge della ripetizione
al volere di un programma tutto umano,
e chiedi aiuto in preghiera allo sguardo muto degli avi
mentre spolveri la cornice intorno ai loro volti pazienti.

“On the Road Again” – Rockets

“Elegia del confino” sul litblog Les Fleurs du Mal

Ringrazio dal più profondo angolo del cuore la cara Barbara Anderson per questa recensione sentita e oserei dire “carnale”, e che già avevo percepito come lettrice attenta che si dà totalmente al testo e si sente, e si legge… 🙏 E ringrazio il litblog Les fleurs du mal” e Alessandra Micheli per l’accoglienza e l’attenzione…

Letteratura d’evasione


Durante il lungo letargo tappezzato di parole
non ho imparato né a nuotare, né a sciare

ora che riapriranno Alcatraz
imparerò almeno ad evadere da un io stantio,
non ci sarà conclave in grado di tenermi dentro.

“Io sono un istrione!” cantava Aznavour
datemi due sedie, un Vaticano e vi inscenerò la pace,
denazificare le terre rare
farle diventare rarissime prima di rivenderle ai fessi.
Ribattezzerò il Golfo di Napoli
in Golfo del Regno delle Due Sicilie,
vedo sorgere bunker di ghiaccio in Groenlandia
e trincee di dita medie sui confini del Canada.

Non ho ancora ritirato la cipolla di nonno dall’orologiaio,
si è stancato anche il tempo di temporeggiare.
Mi raderò la barba con parole affilate,
prima che questa terza guerra mondiale a pezzi
si frantumi in mille pezzi.

Andremo su Marte con astronavi a batteria
e lì imporremo dazi ad altre forme di vita.

(immagine: testa in cartapesta raffigurante il detenuto Frank Morris, dal film Fuga da Alcatraz)

“L’istrione”, Charles Aznavour

La verità è semplice come una volpe di notte

Ho visto una volpe sotto casa l’altra notte
ormai si spingono spavalde tra gli umani,
ho visto una volpe annusare il cibo lasciato per i gatti
l’ho vista per caso aprendo la finestra insonne dell’uomo libero.

Ho visto una volpe da sola l’altra notte sotto casa
cercava come me l’inizio della storia degli estinti
il senso dell’esserci tra partenze e arrivi
la morte che ha ridato dignità alla vita
il ricordo da cui cominciare il racconto
il bandolo della matassa esistenziale,
confusa girava tentando il filo giusto da seguire,

non ne avevo mai vista una sotto casa prima dell’altra notte
eppure mi dicono che vengono qui spesso,
ero io distratto a guardare le stelle lassù in cieli notturni e quieti
mentre la verità passa sotto un lampione e ha la forma di una volpe.

“La volpe” – Ivano Fossati

Nota a “Tempo assediato” di Titos Patrikios

Quand’è che la vita vissuta comincia a far sentire il proprio peso (inteso come valore consistente capitalizzato nel tempo e non come mera “fatica”)? A che punto del nostro cammino esistenziale riusciamo a trasformare il disincanto in poesia? Il non fatto che “mi tormenta di più” in “parola casuale” che rinfranca? Non esiste una regola comune, per fortuna, ma ognuno sceglie modalità e tempi, parole e verbi… C’è un passaggio nella poesia La porta dei leoni di Titos Patrikios (tratta dalla dozzina intitolata Tempo assediato, Fallone Editore – 2024) che sembrerebbe avere il potere taumaturgico di fornire un inizio di risposta a tali quesiti: “… Sempre intimorisce il nostro grave passato / spaventa la narrazione di quanto è avvenuto / quando la scrittura la incide sull’architrave / della porta che ogni giorno attraversiamo.” Il resoconto finale spaventa; affacciarsi sulla massa informe dei fatti esistenziali (e ciò accade sempre più frequentemente con l’avanzare dell’età), sulla scena dei mille personaggi indossati, delle numerose vite tentate, è un atto che richiede coraggio e approccio razionale. La narrazione mette in fila gli avvenimenti e l’enumerazione non lascia scampo; la scrittura è stata inventata per incidere la storia, per ricordare, per lasciare traccia, per dare importanza alle nostre cose, non per dimenticare o lasciar passare. E quella della memoria dettagliata è una porta che ci tocca attraversare ogni giorno o quasi. Ma per fortuna la scrittura non è solo narrazione, è anche poesia: ed è con la poesia che veniamo graziati; è per mezzo della parola poetica che riusciamo a perdonarci, perché attraverso la poesia raggiungiamo il midollo del vissuto senza giudicarlo, ripercorriamo le nostre gesta sospendendo il giudizio e traendo da esse solo il significato che conta in una visione dall’alto che troppo spesso manca all’uomo nella sua quotidianità. “… e il tempo tranquillo e impercettibile / chiuderà ogni ferita…”: ma non un tempo qualsiasi; il semplice trascorrere delle ore non fa rimarginare i tessuti: è solo con il tempo poetico che la ferita acquisisce un significato nuovo, un senso non più doloroso; che i fallimenti del passato si tramutano addirittura in mito. È così che “si trasformano in metallo le parole”; è con la poesia che noi, persone comuni e inaccessibili, raggiungiamo la vera indipendenza mentale e non abbiamo più bisogno di pareri e di perdoni, che superiamo il muro di un tempo assediato dalla caducità e precarietà dell’esistere.

Michele Nigro

Tempo assediato

Pensavamo di conoscerci bene.
Ma quando i nostri indumenti stanchi
[cominciarono a cadere
senza pretesti né scambievole irruenza
e rimasero i nostri corpi senza finzione
apparve chiaramente quanto fosse lunga
[la strada
quanto il nostro tempo fosse assediato, e noi
due persone comuni, quasi inaccessibili.

Parigi, Marzo 1962

Nota a “Scrigno” di Rosaria Di Donato

Oscillando tra stili, neologismi, combinazioni tra parole, forme e linguaggi diversi, ma sempre con versi delicati, ben studiati e dal sapore antico, Rosaria Di Donato ci apre il suo “Scrigno” contenente teneri e preziosi ricordi personali, pennellate che vogliono omaggiare un mondo naturale e umano ormai quasi scomparso e che sopravvive, forse, solo in quella dimensione tutta privata e lontana nel tempo accessibile attraverso il passepartout della poesia e a volte caratterizzata da ritorni in luoghi dell’anima. Il poeta è figura resiliente e resistente, perché “non riposa l’estro / del poeta e dall’antro / gelido della parola / evoca il nuovo…”. La natura, inestimabile bene rifugio per corpo e mente, e scrigno di bellezza sopravvissuta, non si presenta tra questi componimenti come un esclusivo ricordo d’infanzia ma ritorna a salvarci oggi più di ieri dalle (op)pressioni della moderna vita quotidiana, dai social divenuti per nostra stessa volontà essenziali e onnipresenti. Un ulivo secolare, un fiore, il ricordo dei cari estinti, persino un dolore che lascia tracce e insegna a vivere, tutto concorre alla formazione valoriale dell’essere di pace; perché la poesia non riguarda solo le dolci memorie dell’interiorità ma inevitabilmente si proietta sulle storture dell’oggi, sulla cronaca che pervade ogni minuto della nostra esistenza, come a voler avere un effetto balsamico sul male di vivere. Una ricerca interiore che tuttavia non avrebbe avuto l’effetto che ritroviamo in questa raccolta eterogenea se non fosse stata alimentata da una palpabile esigenza spirituale che parte dalla religiosità “classica” e avvolge in maniera “laica” tutte le cose del mondo, passato e presente. Solo la poesia può segnare questa differenza tra la cruda realtà e il sogno che nonostante tutto e tutti sopravvive in noi. Chiaro è l’intento dell’autrice: “non lascerò / morire un sogno / anche se il tempo / ruba spazio / ai giorni attenderò / sera per coltivarlo…”. Salvare il salvabile, preservarlo in uno scrigno contenente parole preziose.

Michele Nigro 

Nota a “Un tempo minimo” di Selene Pascasi

Sembrerebbe che Selene Pascasi nell’ultima silloge “Un tempo minimo” (Eretica edizioni, 2024) sia riuscita ad asciugare ulteriormente i suoi versi per ottenere, o confermare, una poesia che “rasenta schiva le idee”, che si consegna al mistero della vita e quindi all’indicibile, per abbracciare la sintesi urgente di chi ha conosciuto il dolore della perdita, la morte, l’assenza costante che lacera e non dà tregua… Il ritmo ormai è quello sentenziale e in alcuni tratti lapidario dei salmi biblici; l’essenzialità del verso si rivolge a verità alte con passaggi che non ricordano più dinamiche terrene, pur prendendo spunto proprio da vicende umane, familiari, private; e andando a smentire l’allarme lanciato da alcuni critici per quanto riguarda la perdita di universalità da parte di una consistente porzione di poesia moderna troppo concentrata sull’ombelico dell’Io. Un'”asciugatura” del verso come se ci fosse il timore di perdere l’aggancio con l’infinito a causa di divagazioni non più richieste; il primo verso della raccolta è “Canto la cenere…”: ormai certi dolori, seppur presenti, hanno assunto la forma “incenerita”, compatta, mai rassegnata o spenta, di un caos calmo che solo il tempo e le fisiologiche metamorfosi interiori possono creare in chi scrive. I ricordi hanno finalmente conquistato un loro ordine nella piramide esistenziale: forse l’amore per la vita che continua può ancora mettere le cose al loro posto nonostante la memoria assillante e quotidiana di chi non c’è più; la speranza può sicuramente avere qualcosa da dirci e darci perché “Andare non è perdersi” ma è solo “nascondersi nel tempo”, e perché “l’amore è fatto di attimi / che vivono migliaia di anni”; forse si può alla fine fare pace con Dio, con se stessi… lasciandosi curare “con garze di eufonia”: la poesia – anche se spesso “inciampa / nelle vene del tempo” perché in fin dei conti è prodotto umano legato alla finitezza del tempo -, come la preghiera, è l’unica via per tornare all’indelebile che c’è in ogni esistenza. Solo così si può avere ragione sulla morte, e assolverla.

Michele Nigro

UN TEMPO MINIMO

Sarà un tempo minimo
sfuggito all’universo
a dichiarare carità.
– mi credi?
Estranei di pelle
sapevamo amarci
come lettere inattese.
– ricordi?
Non rendermi ciò
che conservi di me.
Cedilo al respiro.

In disordine sparso…

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Una luce nel buio

ad Alfonso Gatto

“Vuole una luce per scrivere nel buio?” –
chiede con gentilezza la giovane cameriera,
testimone di luppolo e temperate poesie a matita
versi randagi nel vicolo birraio di Salerno
tra discorsi da tavoli vicini, curiosi a distanza
per la torcia telefonica in soccorso di parole
urgenti, fissate in fretta come inchiostri esposti all’aria.

È una barriera poetica d’antan
quella che isola il muto cucitore di impressioni
dal flusso cittadino che non conosce tregua,
simile ad acqua fluviale scivolano ai suoi fianchi
di pietra levigata dal tempo
la parlantina serale tra amiche
il tubare indeciso sul menù degli amanti
l’occhio curioso dei passanti sulla rarità
dello scrivere solitario, gesto antico
da evitare in pubblico, evoluzione dello scandalo,

la non socialità scardinata dall’offerta di un varco:
“Vuole una luce per scrivere nel buio?” –
no, solo dall’oscurità sorgono parole luminose…
… ma tu non lo sai!, speri ancora in lampi verdi nel cielo
primavera di ragazza che offre sorrisi a vecchi scrivani ciechi
assuefatti alla penombra di sconfitte buone per poetare
anonimi avventori di schiume pomeridiane
poggiati con la schiena assolta dagli anni su mura unte di miracoli.

Un evocare da campane

Un evocare da campane serali
tra dormiveglia di turni in strada
allontana il presente che sa come graziare
i condannati da neri pronostici,

un evocare da campane, dolci
pugnali alle spalle, riporta esistenze materne
lasciate indietro per il troppo da farsi,
avremmo dovuto fissare in ambra di tempo
ricordi ordinati e aneddoti ormai persi,

avremmo voluto leggere con una fame diversa
i nostri salvifici libri che attendono più avidi occhi,
le fughe dal reale scritte da penne estinte
conforto alla vita,
sbandati e ignari giriamo in tondo
su mondi piatti e analfabeti
paludati nell’oggi profanato.

Ruberemo pagine clandestine
per sopravvivere all’esistenza
malgrado la regnante follia
alla vigilia di guerre, segreti
riarmi preventivi fatti di carta
testi sacri a perdonarci per gli anni di pace
mentre grandi manovre di sovrani
escludono ritorni a domini di poesia.

Un evocare da campane in provincia
per non somigliare al mondo,
impiegheremo ferie dal quotidiano
per tentare di comporre versi umani,
per essere spie mute tra gente parlante
lasciando sfuggire pomeridiane beltà
aggredite dal tempo.