Sulla poesia-racconto di Raymond Carver

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Il primo impatto con la poesia-racconto di Carver non è stato dei migliori: non riuscivo a considerare poesia quel suo raccontarsi praticamente in prosa con frasi che andavano a capo (critica che i puristi della metrica muovono nei confronti della maggior parte dei poeti oggi in circolazione!). D’altronde Carver è conosciuto più per i suoi racconti e quindi questo suo estendersi come prosatore anche in ambito poetico mi sembrava più una forzatura degli schemi editoriali, per scrivere in altro modo, con un’altra forma, ciò che l’autore sapeva già dire benissimo in narrativa. Ma andando avanti nella lettura dei due corposi volumi di “Tutte le poesie” editi da minimum fax (2021), mi sono accorto di aver preso una leggendaria cantonata e che c’era più poesia in quei versi lunghi e caratterizzati da un linguaggio eccessivamente quotidiano che in molte altre poesie sintetiche, fulminee, metricamente ordinate e per questi motivi inaccessibili e inconcludenti nel riuscire a far sapere al lettore l’autentica esperienza vissuta dall’autore.

La domanda successiva, nel corso della lettura, è stata: può una tale poesia raccontata conservare ancora quell’indicibilità che è caratteristica fondamentale della ricerca poetica oppure svelando tutto e subito lascia il lettore soddisfatto e senza domande? La “poesia chiara” di Carver proprio perché soddisfa apparentemente, e nel momento stesso della lettura, tutte le curiosità del lettore, proprio perché “spiega” i fatti senza nascondersi dietro passaggi indecifrabili, dimostra di contenere e di proteggere un nucleo di “non detto”, non visibile nell’immediato e che è di non facile interpretazione. Versi del tipo: “Quasi tutti / se ne sono andati dalle nostre vite, ormai. / Mi volevi chiamare, così per un saluto. / Per dirmi che stavi pensando / a me e ai vecchi tempi. / Per dirmi che ti mancavo.” (I vecchi tempi, pag. 283 – Vol.I), descrivono tutto sommato un pensiero intriso di normale quotidianità e sarebbero potuti apparire riuniti in un’unica frase lineare, in ambito narrativo, senza “a capo” pseudo-poetici, conservando una indiscutibile forza evocativa. Chi pensa che la prosa sia priva di poeticità forse farebbe bene a smettere di leggere qualsiasi cosa!

Carver, presentandoci questo processo interiore piuttosto comune in forma “poetica”, è come se volesse dirci che la poesia è intorno a noi, è già nei nostri stessi pensieri banali e quotidiani, nelle frasi fatte; è nella normalità che troppo spesso è svalutata e depotenziata da una inutile ricerca di complessità; vuole dirci che tutto è poesia, anche il semplice e troppo scontato pensiero di una persona che ci manca: un tema considerato forse eccessivamente sdolcinato, inflazionato da migliaia di canzoni, non più attrattivo ormai… D’altronde è lo stesso Carver a dichiararlo: “Ho sempre sentito e sostenuto che la poesia, per gli effetti che ottiene e per il modo in cui è composta, sia più vicina al racconto di quanto il racconto lo sia a un romanzo. I racconti e le poesie si somigliano molto di più per lo scopo perseguito nel processo di scrittura, per la compressione del linguaggio e delle emozioni, e per la cura e il controllo necessari a raggiungere il loro obiettivo” (Nota dell’editore, pag. 9 – Vol.I, “Tutte le poesie”, ed. minimum fax).

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Lacci

La città folle dell’uomo
ci creò custodi al capitale,
eppure ancora il mio mondo
è popolato di stelle orfane.

Non buone per l’azione maschia
sono le scarpe senza lacci,
intravedo tra sprazzi di presente
mocassini a ricordo di epoche vili,

ho carte interiori da sistemare
bruciando incensi al cancro
mentre mi danno del “voi”
a margine di giorni perfetti.

(ph M.Nigro©2025)

Preservare il suono: dall’album “Nebraska” di Springsteen al film “Liberami dal nulla”…

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Una lezione fondamentale permane nella mente e nel cuore dello spettatore dopo aver visto il film “Liberami dal nulla” di Scott Cooper in cui si descrive la travagliata ma originale gestazione dell’album acustico “Nebraska” (1982) di Bruce Springsteen: se vogliamo giungere alla radice di noi stessi, e definire i nostri fantasmi, dobbiamo preservare il suono originale, puro, della ricerca artistica con cui tentiamo di risalire alla fonte di quel che siamo o stiamo tentando di diventare. Ogni tipo di alterazione, di miglioramento del “prodotto” corrisponde a un tradimento di quella ricerca interiore istintiva che il vero artista, non interessato inizialmente a risultati commerciali, cerca di difendere dagli attacchi del sistema in questo caso discografico.

Il “nulla” citato nel titolo è il vuoto che succede al falso “pieno” derivante dal successo, l’assenza di risposte su eventi passati, la mancanza di senso che prevale ogni volta che un artista non riesce a catturare e a difendere la sua voce primordiale; ma anche quando riesce in questo difficile e raro processo genuino di estrapolazione, si accorge che in realtà è solo all’inizio del suo cammino interiore: la creazione di una canzone o di una poesia rappresenta la scarificazione di un tratto di pelle su cui devono ancora cadere le brucianti gocce di limone della definizione di emozioni e sentimenti. Dare un nome alla “merda” (termine utilizzato nel film) che c’è nella vita di ognuno, affrontarla per sconfiggerla invece di fuggire: questa fase è forse più difficile della entusiasmante ed elettrizzante fase creativa cantautoriale. Proprio quando si raggiunge il cosiddetto “successo” e tutti ti riconoscono per strada dandoti del “mito”, proprio allora c’è bisogno di una fuga solitaria, di dare un senso alle cose che riemergono dal passato utilizzando uno strumento antitetico a quello musicale: il silenzio. All’inizio l’adrenalina e il desiderio di riuscire tengono in piedi un castello fragile destinato a vacillare quando l’effetto miracoloso della precarietà, che ci sprona inizialmente a combattere, tende a svanire. Dare un nome e un senso a ciò che si ha tra le mani in maniera confusa: se non si affronta questa fase non si è in grado nemmeno di accogliere l’amore di chi tenta di amarci.

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C’è un prima e un dopo

Appare chiaro un prima e un dopo
di te, fossato di senso tra epoche
ogni cosa testimonia il duro passaggio
il sapore che ancora oggi hanno gli eventi
al tuo semplice esserci stata, faro silente.

Rimasugli d’anni ottanta
trafiggono dolci le afose solitudini,
un walkman appeso alla cintura del tempo
una canzone sempreverde,
il giovane volto di chi la cantò
è già annegato tra onde di memoria.

Ma restami accanto nell’ora buia!
come in quella luminosa e in ritardo,
c’è un prima e un dopo, un divario
insolubile e crudele che sa di morte e speranza

sono un naufrago nel presente
e tu faro eterno, seme che morendo
indica la strada giusta al crocicchio
di restanti giorni.

Già pubblicata QUI!

“Limelight” – The Alan Parsons Project

Non pensare, scrivi…!

Resto ancora un po’ qui
in tua eterna compagnia
nell’angolo dell’ultimo respiro
tra piogge indecise d’ottobre
e battaglie a calare tra sepolti vivi
con bocche sporche di cemento
natanti per propagande sgamate
enumerazioni da politici fissati di confine,

ma altra cosa è il confino, amore assente
sono troppe le parole nella parte stretta
dell’imbuto di idee che bussano ogni giorno.
Stanchezza e mancanza d’ossigeno
aiutano a non pensare parole,
gettito poetico allora saremo
curve di ipotesi sgangherate
malanni combattuti nel tempo libero,

il lumino in silenzio attende fotoni di fede
una carica solare per chi ama il buio.
Ma tu sei fiamma e cenere nell’aria!
urna discreta tra molteplici ricordi,
pressante è il passato, ignoto il futuro
appiglio vincitore è questo presente
che ho sotto i piedi dalla scorsa notte
prendendo appunti sulla tua morte
respirando i tuoi “che peccato!”
completando una collana di libri mai letti.

Breve intervista a Francesco Innella

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Breve intervista a Francesco Innella

a cura di Michele Nigro

 

Come è nata l’idea di “Poetici Ritrovamenti”?  

Volevo pubblicare una raccolta dei miei scritti poetici più importanti da inserire in un unico volume. E iniziando a rileggere le mie raccolte, fui colpito da Questi miei versi, la prima in assoluto, pubblicata nel 1982 e da Aenigmata del 1991. Queste due raccolte in effetti rappresentano entrambe la mia iniziazione al poetare. Ciò che mi ha spinto alla poesia è stata essenzialmente la solitudine che io ho inteso sempre come rifugio interiore, ma anche la sofferta ricerca della mia identità interiore. I miei versi trasmettono il senso di estraniazione e di alienazione dell’uomo contemporaneo e testimoniano la mia sofferta distanza dal mondo contemporaneo, dove la poesia è divenuta sempre più marginale nel contesto culturale italiano.

Quant’è importante secondo te ritrovarsi, recuperarsi, rileggersi, a volte rinnegare ciò che si è scritto e autocensurarsi? 

Attività fondamentale del poeta è la rilettura dei propri testi. Avere l’umiltà di riconoscere di aver fatto un buon lavoro poetico, o di non aver raggiunto dei buoni risultati. Dobbiamo piacere a noi stessi prima di pubblicare. Ritengo che una riflessione, una sorta di autocritica, sia fondamentale per il poeta e la sua poesia.

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Breve intervista a Roberto Guerra

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Ciao Roberto. Mi accennavi in privato a una tua attività di editing per un editore di Bologna e il genere di cui ti stai occupando è quello fantascientifico. Potresti dire a me e ai lettori di “Pomeriggi perduti” qualcosa di più?

Recentemente mi interesso quasi esclusivamente di Fantascienza. Sono entrato in contatto con un’ottima e anticonvenzionale casa editrice e Associazione di Bologna, le Edizioni Scudo, per la memoria del fantastico e della fantascienza…

Immagino che grazie a questo lavoro editoriale tu abbia avuto la possibilità di tastare il polso del genere Sci-Fi. Ci sono nuove idee? Il genere riesce a sondare la situazione socioeconomica e geopolitica attuale o ha rinunciato alla sua mission di critica che anticipa i tempi?

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Sposando cause

Valgono forse più di ieri
i perfetti giorni semplici?, quando
sposando cause nell’altrove
a darsi un senso eterno
convinta brillava l’anima acerba
idealizzando un tempo
infinito per il poco vissuto,

ora non restano che attimi da candela
sprazzi di un’ultima luce
brandelli canuti e grinzosi
di antichi successi morenti,
attori in disuso e zoppicanti dive
lasciano con un sospiro nel sonno
questo folle mondo in bilico.

Non ricordiamo più
di quando, sposando cause
credevamo di cambiare la storia,
non più che l’equazione è facile
svegliarsi veri è già miracolo
che per spostare monti e fiumi
basta una preghiera, un verso, un suono di lira
briciole di pane guadagnato in umile attesa
a volte anche solo un canto muto dal ventre
o una lacrima anonima dedicata all’imbrunire.

Tempi

Un vento fresco già insiste
tra stanche foglie di gioire
mentre virano dal verde al giallo,
presto si lasceranno andare
a destini in gravità, puntuali
come il presente che ci salva
da un passato che preme, tra nebbie
sull’osso esposto del futuro.

“Viaggio a Tokyo” di Yasujirō Ozu e l’hic et nunc degli affetti

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Tra i film di Yasujirō Ozu, quello più toccante, malinconico e delicato è a mio avviso “Viaggio a Tokyo” del 1953; dietro una trama apparentemente semplice, lineare, che prende spunto dalla quotidianità della vita di persone ordinarie, si nasconde un vasto mondo di sentimenti, di dinamiche familiari comuni a tutte le culture, da oriente a occidente. È praticamente impossibile non riconoscersi in almeno una sequenza di questo film perché in esso sono contenuti tutti i temi principali riguardanti la vita umana, familiare e individuale: il rapporto tra genitori e figli e la sua evoluzione “fisiologica” nel tempo, le distanze generazionali e geografiche che spesso allontanano gli uni dagli altri, le gioie e le delusioni che i figli procurano ai propri cari, gli affetti dati per scontati e quelli inattesi e per questo più graditi, la morte che mette in evidenza – quando ormai è troppo tardi – la carenza di attenzioni verso chi immaginiamo essere eterno, la solitudine che insegue ogni essere umano…

Un film che diventa monito affinché non si sottovaluti il passare del tempo, la cura che impieghiamo nelle relazioni familiari e sociali, la fortuna di avere i propri genitori in vita… Una pellicola delicata, si diceva, perché impregnata dall’inizio alla fine di quel modo di fare rituale, ossequioso, educatissimo appartenente alla cultura nipponica; un tipico esempio di “caos calmo” anche in quei momenti in cui le emozioni avrebbero tutto il diritto di prendere il sopravvento. Eppure la compostezza dei personaggi, con i loro gesti calibrati e le frasi sussurrate con una sonorità monotona, nulla toglie all’intensità dei sentimenti che traspare con ancor più forza proprio grazie a un filtro culturale radicato nel tempo.

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La sentinella

Il faretto illuminava le tenebre della sperduta landa in cui era collocata la postazione; il fatto che fosse regolarmente acceso, era il segnale del perfetto funzionamento delle cupole d’atterraggio. “Se mai dovesse spegnersi, allerta immediatamente l’ingegnere dell’interporto in servizio!” gli avevano intimato, come da routine, i suoi superiori alla fine del turno pomeridiano, prima di ritirarsi in riposo. La sentinella, rimasta sola dopo l’imbrunire, osservava ipnotizzata la brillante luce bianca del faretto: dal suo essere acceso dipendeva l’esito degli sbarchi di esseri umani catturati dalle pattuglie dei Guardiani sul confine delle colonie Extra-Lattee. Da secoli ormai gli abitanti del lontano pianeta chiamato Terra tentavano, quasi sempre invano, di raggiungere, con ogni mezzo a curvatura, i Paradisi Interni partendo dalle colonie Extra-Lattee, più facili da frequentare perché considerate zone franche intergalattiche in cui diluirsi tra le migliaia di specie aliene giunte fin lì ufficialmente per motivi “commerciali”.

Cosa cercavano i terrestri nei Paradisi Interni? Quali cambiamenti esistenziali pensavano di ottenere trasferendosi, dopo lunghi viaggi in criosonno, in terre considerate paradisiache, invece conosciute come tali solo per sentito dire e mai realmente visitate? Ma la sentinella sapeva che le risposte a queste naturali domande non sarebbero mai arrivate perché la sua categoria militare non era tenuta a conoscere i particolari di una complicata situazione politica interplanetaria, bensì a eseguire semplicemente gli ordini del Comando Interportuale da cui dipendeva.

Una notte, durante uno dei suoi turni, la sentinella sentì un pianto alieno provenire dalla base del pilone che sosteneva l’indispensabile faretto dell’interporto; non era il pianto di una donna o di un giovane uomo, ma di un fagottino terrestre probabilmente abbandonato dopo uno dei tanti disperanti sbarchi avvenuti nel pomeriggio. Prima di sollevarlo da terra con le sue braccia tentacolate, la sentinella si guardò intorno, assicurandosi di essere veramente solo: le morbide ventose dei suoi lunghi arti sembravano aver tranquillizzato l’esserino, che aveva smesso di emettere quei fastidiosi suoni con i quali, evidentemente, sul suo pianeta attirava l’attenzione dei portatori di cibo liquido.

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Resto al sud

a Rino Gaetano

Una mosca di campagna mi bussa al braccio
nervosa, mordente come sposa impaziente
non si adatta alla provincia, al suo laccio
vorrebbe un passaggio in città,
spera ancora in verdi fughe nell’altrove
il mito non americano al di qua dell’orizzonte,

non le bastano più la preghiera serale
le riflessioni camminanti al tramonto
il grido disperato delle volpi
lo struscio notturno dei cinghiali
la lenta decadenza delle cose riparate
i muscoli stanchi allenati in extremis
le ultime volontà letterarie lasciate in giro
il riconoscere nel buio le luci di paesi vicini
l’io resto al sud scoperto in vecchiaia
e la fortuna indeterminata del domani,

allergica alla parola stanzialità
sogna sempre figli meridionali
con l’accento del nord.

“Ad esempio a me piace il sud”, Rino Gaetano

Potere d’acquisto

È spavento d’estate
questa immensa libertà
tempesta di umori grigi
bussa il peso del vissuto
alla porta quesiti dal futuro,

e il potere d’acquisto
apre dolci varchi sull’ignoto
baratri solitari di possibilità
offerti al timoniere di spazi nuovi
e di tempi a venire.

C’è troppa aria aperta in agosto
troppi boschi con echi d’infanzia,
movimenti in saldo, privi di attrito
e pensieri pensati per l’io.
Spalle scoperte, senza più origini
e vuoto sotto i piedi, è mancante
la terra madre degli anni scontati.

Lasciarsi andare al caso, muti
rassegnarsi a essere ascoltatori
di monologhi da cicale egoiste,
liberarsi dal definirsi qui e ora
infine affidarsi al respiro supremo
che conosce strade misteriose,

attendere la gioia come si attende
la parola che diverrà verso
forse poesia per alleviare
questo passaggio terreno
senza nome e ragione.

Nota a “Kolektivne Nseae” di Ivan Pozzoni

Nel primo dei due dotti piccoli saggi che “preparano” il lettore e introducono la raccolta poetica intitolata “Kolektivne Nseae” (Ed. Divinafollia, 2024), l’autore Ivan Pozzoni ci mette in guardia nei confronti di una “malattia letteraria” (forse anche sociale?) che egli definisce – tirando in ballo persino Dante e Cartesio, e in seguito Bene e Fo – “ipertrofia egopatica dell’io lirico dell’autore” che ha annullato nel corso dei secoli qualsiasi possibilità di diluizione dell’io del poeta in una poesia del noi, intrisa di una quotidianità riguardante tutti – quella che i più audaci chiamano “poesia universale” – e conseguente sublimazione/riduzione dell’esperienza personale… L’io del poeta prevale, invece, in ogni angolo del testo, fregandosene del pubblico che di fatto “muore” (ci si legge, sostanzialmente, solo tra poeti!) e di preservare l’universalità del linguaggio. Muore il pubblico ma muore anche la critica che si è arresa dinanzi all’ipertrofia denunciata dal Nostro.

Premesso che non esiste testo, né poetico né narrativo, senza un “io” (gli utopisti della “poesia impersonale” hanno prodotto solo robetta insipida!) che anche indirettamente dia forza al e informi il messaggio contenuto nel testo stesso, Pozzoni – “menestrello combattente” che sfida i “barbari balbuzienti rintanati in tv” – propone come terapia d’assalto una propria, personalissima, “ipertrofia” poetica che aspirerebbe a essere universale e non egotico-narcisistica, come quella oggi in circolazione che ha di fatto annichilito il “noi lirico empatico”. E in non pochi punti della raccolta Pozzoni riesce nell’intento utilizzando un linguaggio apparentemente, e solo a una primissima lettura, occupato dell’io autoriale, ma che a ben vedere è intriso di mondo, dei fatti del e dal mondo.

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Nota a “Anni in testacoda” di Massimo Cecchini

C’è tutta l’urgenza del dire, del fissare prima che sia troppo tardi, del cominciare a tirare le somme perché le forze vengono meno, del ricordarsi dei fatti (“Ora che guardo indietro”) come se fossero neve al sole, in questa Anni in testacoda (Fallone ed., 2025), raccolta “rocambolesca”, e per tale motivo interessante, di Massimo Cecchini. Un poemetto impulsivo, istintivo, perché come fa sottolineare l’autore a Bolaño in epigrafe “la vera poesia vive tra l’abisso e la sventura” ovvero tra un vissuto in “testacoda” che non sempre programmiamo e la sfida di un ignoto che nell’urgenza ci insegna a sopravvivere e a badare all’essenza delle cose, all'”amore / liberato da aggettivi”. Ma abbiamo sempre la capacità di trasformare le vicende che ci capitano in insegnamenti e in nuova forza?

“Pare sia l’età delle parole spezzate”, dei linguaggi sintetici imposti dai social (dalla fretta?) o delle parole facili per arrivare al dunque, dei versi spezzati andando a capo, perché “Sarà questa la lingua / della vita segreta”, la poesia che salva e traduce il vissuto in segni (che raccoglie il dolore), “la cura del vuoto”, “musica imprevista”.

Il vissuto acquisisce dignità solo quando viene ricordato, rimaneggiato, tradotto, masticato, quando si trasforma in scrittura “turbinando parole”; “Esisto per il nero che macchia/ questa pagina”: prima di conquistare una propria poetica non si è che esserini vaghi, indefiniti, ignoti e ignorati dal mondo delle idee, senza alcuna speranza di eternità. Chissà che così facendo non si riconquisti una seconda giovinezza ripartendo con “il gomito / al vento / guidando con una mano / piano / col panorama / che rotola accanto”.

Michele Nigro

“La sentinella” su Navuss – luglio 2025

Sul numero di luglio di Navuss, periodico di attualità e di informazione, il mio racconto breve inedito intitolato “La sentinella” è stato pubblicato nella rubrica “Il Foglio Bianco” curata dallo scrittore teramano Massimo Ridolfi che ringrazio. Un grazie anche alla Redazione di Navuss…

Per leggere il racconto a pag.11: clicca QUI!

“Elegia del confino”, nota di lettura di Rosaria Di Donato

versione pdf: “Elegia del confino”, nota di lettura di Rosaria Di Donato

Michele Nigro, Elegia del confino, Amazon KDP 2024, pagg. 214, 15,00

 

Nota di lettura di Rosaria Di Donato

Elegia del confino, diario in prosimetro di Michele Nigro uscito nel novembre 2024 per la collana ideata e curata da Massimo Ridolfi: Corale di voci altre _ Collezione Poesia Italiana Contemporanea _ Letterature Indipendenti, si presenta come un elegante volume corredato di video letture. La voce del poeta è intensa nei componimenti lirici mentre diviene più diaristica nelle parti in prosa. È nel volontario confino in un piccolo borgo italiano, a partire da gennaio 2021, che l’Autore elabora il suo scritto muovendo da considerazioni raminghe distillate nel silenzio e nella solitudine, lontano dal mondo, rifugiato in una Fortezza Bastiani: Catartica astensione dal mondo/ dai notiziari dei potenti,/ arroccati nel deserto dei Tartari/ stiliamo pagine/ dedicate al vuoto che insegna senza dire (pag. 173). La scelta dell’autoisolamento è un segno di protesta e di rinnovamento che accoglie il silenzio e l’arte di fare spazio alla periferia della ricerca. Non si tratta di dissonanza, ma di autenticità e di coraggio. La disappartenenza dalla città diventa un distacco dal superfluo e dallo stress e un ritrovarsi nel fluire di una vita semplice, essenziale come può essere quella di un paesello. Nigro tenta un paragone con l’atmosfera del Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, ma troppo diversi sono i tempi e le circostanze tra i due autori: resta in comune solo il lathe biosas del saggio Epicuro. Lasciare il conflitto cittadino ai confini della clausura laica (pag. 110) scrive in terza persona l’Autore nella prosa XXXVII, inserita quasi al centro dell’opera; è questo un passaggio importante che ricolloca il poeta in una relazione immediata con se stesso e con gli altri, con le cose e con il paesaggio: Sospeso sui balconi di una dimora ambigua/ il corpo respira quiete/ tra progetti futuri e pesanti eredità/ tra desideri e doveri/ sogno e risveglio/ fantasia e realtà/ antico e moderno/ ricerca e disincanto/ natura e asfalto/ mistero e certezza/ poesia e tecnica./ Fino al termine della notte/ (pag. 116). La poesia è lì, sospesa tra la penna e il foglio di carta, tra l’interiorità e il respiro, tra il fruscio e l’illusione: la creatività necessita di spazio, di occasioni, di fili d’erba, di consapevolezza. La parola che salva nasce dall’esilio: Spostarsi seguendo il volere delle viscere, di tanto in tanto./ Diventi bussola archetipica dell’inconscio/ percorrendo d’istinto spazi non meditati/ (pag. 120). Nigro adotta la muta saggezza della solitudine (pag. 176) come stile di vita e preferisce visitare i cimiteri di montagna piuttosto che correre e affannarsi tra la folla in cerca del successo, della notorietà a tutti i costi; c’è un legame sacro e viscerale con i defunti che vivono nel ricordo dei vivi i quali, prendendosi cura delle tombe, rievocano il vissuto dei trapassati in una sorta di personale Spoon River: sono paesi nei paesi/ ma a distanza da sussurri umani/ toccano più di altri angoli sacri/ la terrena perfezione divina (pag. 177). Quale profondo, autentico senso di libertà; quale autonomia di pensiero; quale apertura al silenzio e all’imponderabile vuoto: forse il solo che può creare mondi e visioni da condividere, poi, sulla pagina. Il distanziamento, imposto nell’Era del Covid-19 per motivi sanitari, diviene in Elegia del confino una risorsa esistenziale, una strategia del respiro che non vuole ripiegarsi su se stesso fino a estinguersi e soffocare ma che, invece, attinge nuova linfa da uno sguardo altro sul mondo e da un tempo rinnovato, misurato con il passo di viandante attonito.

Roma, 17 giugno 2025

Rosaria Di Donato

versione pdf: “Elegia del confino”, nota di lettura di Rosaria Di Donato

Nota di Rosaria Di Donato a “Elegia del confino” su “Lettere Migranti”

Un sentito ringraziamento a Rosaria Di Donato per questa sua accurata nota al mio prosimetro “Elegia del confino” e un grazie ad Anna Maria Curci per l’ospitalità su “Lettere Migranti”…

Per leggere la nota: QUI!

Per leggere il libro: QUI!

“Elegia del confino”, booktrailer #3

“Elegia del confino”, booktrailer #3: alcuni stralci da pag. 186; lettura a cura dell’autore…

“Elegia del confino”, un diario in prosimetro di Michele Nigro (ed. Letterature Indipendenti, collana “Corale di voci altre” – 2024 – ideata e curata da Massimo Ridolfi).

Lo trovi su #Amazon:

https://amzn.eu/d/gtxIHYG

oppure così:

Come ricevere una copia di “Elegia del confino”…

oppure qui:

Presso la Libreria Copperfield Bookshop di Battipaglia (via Italia, 43): a prezzo calmierato! 😉

Note di stampa:

“Certastampa”

https://certastampa.it/cronaca/68043-editoria-letterature-indipendenti-corale-di-voci-altre-michele-nigro-elegia-del-confino.html

“Navuss”

https://www.navuss.it/news/editoria-letterature-indipendenti-corale-di-voci-altre-michele-nigro-elegia-del-confino/7-9652.html

Nota a “L’assente” di Fabio Prestifilippo

È singolare il fatto che in questa silloge di Fabio Prestifilippo (Fallone editore – 2025, collana Il fiore del deserto) l’elemento più presente (anche nel titolo) e ripetuto in quasi tutti i componimenti sia denominato “l’assente”; ma è un’assenza che ha un peso nel quotidiano, che cerca una sua ragione materica nella seconda parola più importante della raccolta che è corpo, perché “l’assente rivuole la sua carne”, ed è “un luogo / su cui combattere una guerra d’ossa”, e rivuole il suo sesso con cui godere ancora una volta, pur sapendo che non riavrà la sua forma originale. Il corpo vuole esserci al mondo anche dopo la sua fine, vuole tastare la sua utilità; ce lo ricorda una domanda nell’epigrafe di T. S. Eliot (da The wast land) scelta dall’autore: “… quel cadavere che l’anno scorso piantasti nel giardino, / ha cominciato a germogliare?”

Ma chi o cos’è l’assente? Una persona cara scomparsa, che sta scomparendo o mai veramente apparsa, un malato in una anonima corsia d’ospedale e “privato della bellezza” e che “abita ciò che avanza”, un’idea, una memoria bisognosa di eredi, un’esperienza in cerca di un nome che gli dia sostanza, una parte interiore e mancante dell’autore, la parola poetica che in un mondo frastornato e caotico non riesce a trovare un corpo tutto suo? (“… allora la parola / riemerge l’assente scomparso, / lo fa splendere nelle ossa…). L’assenza è la condizione che precede la morte?

Ma per compiere il miracolo dell’assente in cerca di un corpo c’è bisogno di una matrice, di una madre, perché “… è nelle mani della madre / che l’assente incontra il corpo…” ed è da quelle mani che parte per l’ultimo viaggio.

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