Iconoclastia

Era già tutto previsto…! 😎

(tratta da “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

N I G R I C A N T E

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Finalmente muore nel ridicolo la stirpe coloniale

distratta, persa dietro le patetiche sagome

di statisti beatificati

e comici popolari

seppelliti sotto la compiacente lapide

di nostrane furbizie.

Senza pregare alcun dio

cerco unguenti nocivi e profumati

capaci di rendere più morbida

la mia barba irreligiosa e infedele,

a suon di martellante fanatismo

marionette sbriciolano vestigia assolate

di antiche civiltà.

Non mi sorprendono

questi rigurgiti iconoclastici,

infatti cambio canale, annoiato

ritorno alla mia noia.

Nessun meccanismo dura in eterno,

storie che si ripetono nei secoli

e sullo sfondo apatico

di un tramonto occidentale coperto dal cemento

verranno a chiederci del nostro lusso.

video correlato: “Tramonto Occidentale”, Franco Battiato

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L’angolo

[…] Solo quando emigri nell’angolo
ritorni all’origine che fortifica
al mito incorruttibile… […]

(tratta da “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

N I G R I C A N T E

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L’angolo

 

Sbattuto nella tempesta

come legno umano

che solca i mari della vita

tra mille affanni

non dimenticare di coltivarti!

Scoprirsi e amarsi

nel luogo in cui sei vero, nudo

e silenzioso volare alto

assaporando il vuoto sensato.

Fatiche e inganni

tensioni e giochi di potere

burocrazia esistenziale.

Solo quando emigri nell’angolo

ritorni all’origine che fortifica

al mito incorruttibile

lasciandoti alle spalle

fallimenti e sconfitte.

Seduto nell’angolo

contemplo la mia precarietà

protetto da un cielo stellato

avvolto nel ricordo senza tempo.

Elogio della fuga,

alibi per la mente,

dolce terra promessa,

bugia veniale,

cambio di prospettiva,

interlinea dell’anima.

La pausa dal vortice

ha un indirizzo conosciuto,

ingoio veleno e sgambetti

ma non nell’angolo

non lì, dove i morti si affiancano ai vivi,

dove tutto è ideale e perfetto

e la mancanza di futuro

non incide sull’io sempreverde.

Lì dove immobile visito l’universo

azzerando pensieri e sudore.

In attesa, ormai…

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Non posso respirare

Amazzonia

(la distanza naturale)

Per tornare a vedere insieme le cose trascurate
vorrei che la tua anima lontana abitasse i miei occhi
astinenti di squarci umidi di pioggia e verdi scoscesi
persi tra fiumi e contrade
nell’eterna ricerca di respiri sensati,
della distanza naturale tra le genti,
del silenzioso giallo profumato
delle ginestre sulla strada.

Non potevo respirare
senza il richiamo
di campane da colline
immerse in cieli vaghi,

i confini negati
delle vacanze nell’altrove
rimandano il passo
verso i borghi dell’ovvio.

Non posso più respirare
nelle nuove città bendate,

il ginocchio malsano
di una storia crudele
preme ancora, distratto
sui polmoni ingenui
della nostra libertà.

– video correlato –

The Police – Every Breath You Take

Elogio del recupero

Scrivere è ridare vita a “Materiale di recupero”.
Grazie Jonathan Franzen!

N I G R I C A N T E

Recuperare la lentezza

(“…pedalo, quindi sono!”)*

Crisi energetiche, fonti alternative ignorate dalle lobby dell’oro nero, pozzi petroliferi in avaria nell’oceano e tonnellate di petrolio greggio riversate in mare, aumenti (e mai ribassi) del prezzo della benzina, mito futurista della velocità e fascino moderno, disoccupazione e mancanza di idee, pubblicità ingannevole e nevrosi da mobilità efficiente, vacanze sempre meno intelligenti, donne e motori… Ci consigliano di combattere la crisi con un ottimismo spendaccione e praticando la cancellazione dei fatti e delle notizie; la realtà deve essere allontanata; l’esperienza preconfezionata, pronta per l’uso, diminuisce il rischio di fatica e di fallimenti.

Sotto uno strato di polvere alto alcuni millimetri ho scoperto nel garage una vecchia bicicletta acquistata circa vent’anni fa (o forse più) da una mia parente e in seguito abbandonata a causa di quelle vicissitudini della vita che a un certo punto, purtroppo, ci fanno prediligere alcuni mezzi rispetto ad altri. Ruggine, polvere…

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Passi notturni

(tratta da “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

N I G R I C A N T E

 

Vento di frecce gelate

finestre chiuse per paura

lento come trecce legate

ginestre muse di calura.

Di giorno schivo traffico

gironi di bollette e calunnie

ritorno privo e mastico

bocconi di saette e paturnie.

Ma la notte, di notte

pregiudizi dormienti

mele cotte e ricotte

per più vizi e tormenti.

Ritrovo prospettiche perse

colonna sonora di passi

un rovo d’isteriche gerse

di donna che dimora tra sassi.

L’odio diventa pace.

(1° coro:“Materialismo hegeliano!”)

Podio di lenta brace.

(2° coro:“Onanismo freudiano!”)

 

Libero da sguardi, guardo

deserti angoli di libertà

suoni di fontana in lontananza

tuoni di lontana somiglianza.

Incerti trampoli di verità

albero di dardi. Io, bardo…!

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Passi notturni: i prodromi

(tratta da “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

N I G R I C A N T E

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Fredda oscura notte

su strade deserte

vago tra persiane chiuse

come occhi stanchi

da calunnie e dolori non mortali.

Pregiudizi assopiti

alzo gli occhi da terra

per notare le cose

che di giorno ignoro.

Resto in compagnia di me

ritrovando la calma,

per una pace

destinata a perire

al sorgere del sole.

Cani ossomani fugaci

come raffiche di gelido vento

democratici silenzi

tremolanti bagliori

di città remote e vicine.

Romantici viaggi della mente

in possibili futuri.

Bettole di luppolo e rock.

(2005)

“Passi notturni”

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Lo spazio umano

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“Lo spazio umano”

(Educazione al bel ritorno)

Abbiamo goduto alla vista della natura, fatta di piante e animali, che riconquistava quegli spazi occupati dalla prepotente attività umana; ci è piaciuto rivedere i delfini nei porti, l’erba in una Piazza Navona “post apocalittica”, le anatre e i daini camminare per strada al posto nostro, la discesa dei cinghiali nelle metropoli, le meduse e i cavallucci marini in acque calme, le tanto minacciate api… e altri rappresentanti di questa “Arca di Noè di ritorno”. È stato bello e sorprendente annusare di notte l’odore di erba fresca, proveniente dai parchi chiusi, che prendeva il posto del tanfo dei gas di scarico delle auto immobili; purtroppo abbiamo potuto apprezzare tutto questo non perché finalmente abbiamo cambiato vita e ci siamo resi conto del male che stavamo facendo al nostro ambiente, no. Siamo stati costretti a cedere i nostri spazi, a stare fermi per causa di forza maggiore, e nella tragedia (mentre le gente moriva negli ospedali) abbiamo potuto sperimentare la differenza: apprezzare come sarebbe il mondo se l’essere umano fosse in grado di limitarsi, di riappropriarsi dei propri spazi in maniera sobria, di avere un approccio ridimensionato con la biosfera, di stare al mondo senza sgomitare, prevaricare, inglobare, abbattere, schiacciare, stravolgere, deturpare.
Ora che le limitazioni per causa di forza maggiore stanno lentamente finendo e l’uomo ritorna, ahimè, a rioccupare i propri spazi, proprio in virtù della differenza avvertita durante il lockdown, dovremmo chiederci, dovremmo imporci di chiedere a noi stessi: quali sono veramente gli SPAZI UMANI? Le discoteche, i bar, i cinema, le autostrade, le scuole, le spiagge, le chiese? Sì, anche quelli: ne abbiamo bisogno; fanno parte di noi, di questa specie “unica”, della nostra evoluzione tecnologica, delle nostre abitudini “culturali” acquisite negli anni, nei secoli, nel corso dei millenni. Anche se l’antropologo Marc Augé c’ha insegnato che trattasi di non-lieu, “non-luoghi” ovvero di luoghi che, sì, frequentiamo, occupiamo momentaneamente, ne usufruiamo sentendoli nostri, ma che di fatto non c’appartengono, non li possediamo profondamente, non fanno parte della nostra vita, della nostra storia personale se non in maniera indiretta.
“Luogo”, allora, è la nostra abitazione? Certo: a differenza della sala d’attesa di un aeroporto, è modellata a nostra immagine, l’arrediamo in base al nostro gusto, la riempiamo di oggetti che fanno parte della nostra esistenza ed esperienza. Ma che fine fa quell’abitazione quando termina il nostro ciclo di vita su questa terra? Ci segue nell’aldilà? Non proprio. Anche la nostra abitazione (così come il nostro pianeta), che tanto abbiamo amato e che è intrisa del nostro vissuto e che vogliamo credere c’appartenga in eterno, andrà a soddisfare le esigenze abitative di altri individui dopo di noi, forse di lontani parenti o addirittura di estranei. In alcuni casi l’abitazione viene abbattuta quando troppo mal ridotta e non è possibile restaurarla. Alla fine, quindi, nulla c’appartiene, neanche il nostro corpo che dopo morti lasciamo qui, nella terra, perché servirà a creare altre energie, nuovi legami chimici e a costruire altra materia. Viviamo in “spazi di passaggio”. Tutto è impermanente.
Allora di quali spazi umani da rioccupare stiamo parlando sulla scia di questa quarantena? Forse di “spazi interiori”, immateriali, quelli sì invendibili, non cedibili a terzi, immortali, eterni, irripetibili? Chissà. Una risposta definitiva non c’è, non può esserci: al di là degli sforzi di filosofi e uomini di fede. In fin dei conti, ed è onesto che sia così, ognuno ha una risposta che vale per se stesso. Ma nel frattempo, come pensiamo di nutrire questi spazi umani interiori? Durante la quarantena molti di noi hanno cercato, nonostante tutto, di frequentare il bello con vari mezzi: la lettura, la musica, il buon cinema, il web in generale e i “social” che amplificano le nostre frequentazioni positive e costruttive…

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Combattere la Mafia…

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Come si combatte l’illegalità e quindi la mafia? Voi direte, giustamente, sequestrando beni, arrestando esponenti della Cupola, indagando, spezzando reti, stanando latitanti, sfruttando le rivelazioni dei pentiti, intercettando, investigando, “seguendo il denaro”, allestendo maxi-processi, emettendo sentenze, facendo Giustizia… Tutti provvedimenti attuabili e di fatto attuati dalle istituzioni, dalle forze dell’ordine, dallo Stato, e che fanno notizia.
Poi ci sono provvedimenti privati, sottotraccia, quasi banali ma che banali non sono, scelte personali che non fanno notizia, all’apparenza ridicole se pensiamo alla mafia solo come a un’organizzazione che spara e uccide e non innanzitutto come a un “atteggiamento”, a una “dittatura bianca” delle coscienze che si presenta in giacca e cravatta con piglio dirigenziale.

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