“Elegia del confino”, booktrailer #2

Nota a “Poetici ritrovamenti” di Francesco Innella

In Poetici ritrovamenti, Innella ritorna sui propri passi fatti di versi, perché il camminamento dell’esistenza è accompagnato da una poetica che ne vorrebbe fissare la cronistoria e il ritmo, le rilevazioni filosofiche e le angosce, le umane bassezze e le verità nascoste alla maggioranza delle persone incontrate… Unendo in “matrimonio editoriale” due sue passate raccolte – Questi miei versi (1982) e Aenigmata (1991) – l’autore lucano, di origini materane ma residente a Battipaglia, si ripercorre in cerca di se stesso, delle impressioni avute in questa vita (per dirla alla Battiato) e racchiuse in “conchiglie sparse sulla riva del mare”.

Nei versi di Innella, poeta che “conosce la solitudine del verso”, alberga un conflitto esistente tra lo stupore dell’esserci, per quegli elementi naturali che accompagnano l’osservatore nel suo vagare terreno, e la ciclica angoscia che ogni essere vivente riceve in eredità al momento di venire al mondo (“l’ostilità del mondo che viene”).

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Riflessioni da sterrato

Braccia al cielo e gambe piantate in terra
non ricordo più il perché del nostro distacco
ma ho in mente le geometrie casalinghe
le cucine materne, incerate su cui fare compiti

mi dissocio da battaglie mondiali
sono troppo occupato a risorgere
ho un programma da onorare,
vorrei pregare ma mi distrae
la trasparenza di donne in chiese di luce

braccia lievi al cielo, gambe doloranti sulla strada
l’estate semplice è presto detta
mi inebria il peso di vite passate, ne farò poesia?
ho bisogno di lente riflessioni da sterrato
peripatetico sull’imbrunire penso al da farsi,

ho un programma da soggiogare al tempo
folto è l’elenco delle cose mancanti, ma
posseggo braccia svampite e gambe concrete.

(ph M.Nigro©2025; titolo: “Lo sterrato”)

Nota a “Elegia del confino”, a cura di Franco Innella

Nigro è un poeta che sempre mi ha sorpreso per la sua variegata attività letteraria. Con lui ho condiviso spazi culturali non banali, volti alla ricerca essenzialmente antropologica del vissuto urbano odierno. Ma ora al di là di tutto questo, mi trovo davanti ad un suo nuovo ponderoso lavoro dal titolo “Elegia del confino, un diario in prosimetro”. Il prosimetro è un genere letterario che unisce prosa e versi, alternando le due forme nella stessa opera. Questo tipo di composizione è caratterizzato dalla presenza di parti scritte in prosa, come racconti, diari, o commenti narrativi, e di parti scritte in versi, come poesie o liriche. Un esempio autorevole è la Vita Nuova di Dante Alighieri.

Ma che cosa è il Confino per Nigro? Questa è la prima domanda che si è affacciata alla mia mente. È, essenzialmente, abbandonare il mondo di fuori per ritrovare se stessi; è a mio giudizio una cura dell’anima. La pratica di coltivare e mantenere la salute e il benessere spirituale e mentale. In sostanza, si tratta di un’attività che punta a migliorare la qualità della vita attraverso la consapevolezza, la ricerca di significato e la gestione delle emozioni, e che richiede un certo tipo di isolamento, anche se quest’ultimo non deve però prevalere sull’equilibrio psichico. Operazioni che richiedono un distacco necessario dalla massa.

Ma il Confino coincide anche con un luogo fisico? Nel caso di Nigro esso si identifica – anche se mai espressamente dichiarato nel testo perché desiderio dell’autore è sempre stato quello di scrivere un’opera adattabile a qualsiasi latitudine e senza alcun vincolo geografico specifico – con l’amata Lucania e in particolare con il paese di Baragiano in provincia di Potenza, dove egli ha più facilmente incontrato la sua anima. Scrive Pavese nel suo romanzo La luna e i falò: “Un paese ci vuole a cui tornare prima di andare via”, e la cura che Nigro ha sostenuto nel restauro della casa paterna, l’aver resistito alla sua vendita denotano il suo amore per i luoghi dell’infanzia. E in questa dimensione emerge il passato, che assume ai suoi occhi una nuova nitidezza. Scrive Nigro:

“Persistono echi

rianimati da memorie

di vissute gesta,

vecchie mura impregnate

di lontane esistenze

non seguite da storie scritte

chitarre scordate

vapori di cucina…”

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Ferialità

E dunque riprendiamo il viaggio
interrotto un attimo prima del trapasso,
non per andare chissà dove
giusto a un palmo più in là
delle piccole gioie quotidiane
delle meschine rivalse tra corpi morenti
dello stupore per la solitudine,

è la prospettiva a latitare dagli orizzonti
la piccola luce vera in fondo al benessere.
Ma tu viaggia, viaggia lo stesso!
anima spezzata in cerca di senso,
straccia quest’oggi grasso e disperato
ritrova l’ingenua speranza che abitava gli occhi estinti.

Piega il metallo pazzo del mondo
con il tuo alito caldo di parole inutili,
addomestica le ore selvagge della ripetizione
al volere di un programma tutto umano,
e chiedi aiuto in preghiera allo sguardo muto degli avi
mentre spolveri la cornice intorno ai loro volti pazienti.

“On the Road Again” – Rockets

“Elegia del confino” sul litblog Les Fleurs du Mal

Ringrazio dal più profondo angolo del cuore la cara Barbara Anderson per questa recensione sentita e oserei dire “carnale”, e che già avevo percepito come lettrice attenta che si dà totalmente al testo e si sente, e si legge… 🙏 E ringrazio il litblog Les fleurs du mal” e Alessandra Micheli per l’accoglienza e l’attenzione…

Letteratura d’evasione


Durante il lungo letargo tappezzato di parole
non ho imparato né a nuotare, né a sciare

ora che riapriranno Alcatraz
imparerò almeno ad evadere da un io stantio,
non ci sarà conclave in grado di tenermi dentro.

“Io sono un istrione!” cantava Aznavour
datemi due sedie, un Vaticano e vi inscenerò la pace,
denazificare le terre rare
farle diventare rarissime prima di rivenderle ai fessi.
Ribattezzerò il Golfo di Napoli
in Golfo del Regno delle Due Sicilie,
vedo sorgere bunker di ghiaccio in Groenlandia
e trincee di dita medie sui confini del Canada.

Non ho ancora ritirato la cipolla di nonno dall’orologiaio,
si è stancato anche il tempo di temporeggiare.
Mi raderò la barba con parole affilate,
prima che questa terza guerra mondiale a pezzi
si frantumi in mille pezzi.

Andremo su Marte con astronavi a batteria
e lì imporremo dazi ad altre forme di vita.

(immagine: testa in cartapesta raffigurante il detenuto Frank Morris, dal film Fuga da Alcatraz)

“L’istrione”, Charles Aznavour

La verità è semplice come una volpe di notte

Ho visto una volpe sotto casa l’altra notte
ormai si spingono spavalde tra gli umani,
ho visto una volpe annusare il cibo lasciato per i gatti
l’ho vista per caso aprendo la finestra insonne dell’uomo libero.

Ho visto una volpe da sola l’altra notte sotto casa
cercava come me l’inizio della storia degli estinti
il senso dell’esserci tra partenze e arrivi
la morte che ha ridato dignità alla vita
il ricordo da cui cominciare il racconto
il bandolo della matassa esistenziale,
confusa girava tentando il filo giusto da seguire,

non ne avevo mai vista una sotto casa prima dell’altra notte
eppure mi dicono che vengono qui spesso,
ero io distratto a guardare le stelle lassù in cieli notturni e quieti
mentre la verità passa sotto un lampione e ha la forma di una volpe.

“La volpe” – Ivano Fossati

Nota a “Tempo assediato” di Titos Patrikios

Quand’è che la vita vissuta comincia a far sentire il proprio peso (inteso come valore consistente capitalizzato nel tempo e non come mera “fatica”)? A che punto del nostro cammino esistenziale riusciamo a trasformare il disincanto in poesia? Il non fatto che “mi tormenta di più” in “parola casuale” che rinfranca? Non esiste una regola comune, per fortuna, ma ognuno sceglie modalità e tempi, parole e verbi… C’è un passaggio nella poesia La porta dei leoni di Titos Patrikios (tratta dalla dozzina intitolata Tempo assediato, Fallone Editore – 2024) che sembrerebbe avere il potere taumaturgico di fornire un inizio di risposta a tali quesiti: “… Sempre intimorisce il nostro grave passato / spaventa la narrazione di quanto è avvenuto / quando la scrittura la incide sull’architrave / della porta che ogni giorno attraversiamo.” Il resoconto finale spaventa; affacciarsi sulla massa informe dei fatti esistenziali (e ciò accade sempre più frequentemente con l’avanzare dell’età), sulla scena dei mille personaggi indossati, delle numerose vite tentate, è un atto che richiede coraggio e approccio razionale. La narrazione mette in fila gli avvenimenti e l’enumerazione non lascia scampo; la scrittura è stata inventata per incidere la storia, per ricordare, per lasciare traccia, per dare importanza alle nostre cose, non per dimenticare o lasciar passare. E quella della memoria dettagliata è una porta che ci tocca attraversare ogni giorno o quasi. Ma per fortuna la scrittura non è solo narrazione, è anche poesia: ed è con la poesia che veniamo graziati; è per mezzo della parola poetica che riusciamo a perdonarci, perché attraverso la poesia raggiungiamo il midollo del vissuto senza giudicarlo, ripercorriamo le nostre gesta sospendendo il giudizio e traendo da esse solo il significato che conta in una visione dall’alto che troppo spesso manca all’uomo nella sua quotidianità. “… e il tempo tranquillo e impercettibile / chiuderà ogni ferita…”: ma non un tempo qualsiasi; il semplice trascorrere delle ore non fa rimarginare i tessuti: è solo con il tempo poetico che la ferita acquisisce un significato nuovo, un senso non più doloroso; che i fallimenti del passato si tramutano addirittura in mito. È così che “si trasformano in metallo le parole”; è con la poesia che noi, persone comuni e inaccessibili, raggiungiamo la vera indipendenza mentale e non abbiamo più bisogno di pareri e di perdoni, che superiamo il muro di un tempo assediato dalla caducità e precarietà dell’esistere.

Michele Nigro

Tempo assediato

Pensavamo di conoscerci bene.
Ma quando i nostri indumenti stanchi
[cominciarono a cadere
senza pretesti né scambievole irruenza
e rimasero i nostri corpi senza finzione
apparve chiaramente quanto fosse lunga
[la strada
quanto il nostro tempo fosse assediato, e noi
due persone comuni, quasi inaccessibili.

Parigi, Marzo 1962

Nota a “Scrigno” di Rosaria Di Donato

Oscillando tra stili, neologismi, combinazioni tra parole, forme e linguaggi diversi, ma sempre con versi delicati, ben studiati e dal sapore antico, Rosaria Di Donato ci apre il suo “Scrigno” contenente teneri e preziosi ricordi personali, pennellate che vogliono omaggiare un mondo naturale e umano ormai quasi scomparso e che sopravvive, forse, solo in quella dimensione tutta privata e lontana nel tempo accessibile attraverso il passepartout della poesia e a volte caratterizzata da ritorni in luoghi dell’anima. Il poeta è figura resiliente e resistente, perché “non riposa l’estro / del poeta e dall’antro / gelido della parola / evoca il nuovo…”. La natura, inestimabile bene rifugio per corpo e mente, e scrigno di bellezza sopravvissuta, non si presenta tra questi componimenti come un esclusivo ricordo d’infanzia ma ritorna a salvarci oggi più di ieri dalle (op)pressioni della moderna vita quotidiana, dai social divenuti per nostra stessa volontà essenziali e onnipresenti. Un ulivo secolare, un fiore, il ricordo dei cari estinti, persino un dolore che lascia tracce e insegna a vivere, tutto concorre alla formazione valoriale dell’essere di pace; perché la poesia non riguarda solo le dolci memorie dell’interiorità ma inevitabilmente si proietta sulle storture dell’oggi, sulla cronaca che pervade ogni minuto della nostra esistenza, come a voler avere un effetto balsamico sul male di vivere. Una ricerca interiore che tuttavia non avrebbe avuto l’effetto che ritroviamo in questa raccolta eterogenea se non fosse stata alimentata da una palpabile esigenza spirituale che parte dalla religiosità “classica” e avvolge in maniera “laica” tutte le cose del mondo, passato e presente. Solo la poesia può segnare questa differenza tra la cruda realtà e il sogno che nonostante tutto e tutti sopravvive in noi. Chiaro è l’intento dell’autrice: “non lascerò / morire un sogno / anche se il tempo / ruba spazio / ai giorni attenderò / sera per coltivarlo…”. Salvare il salvabile, preservarlo in uno scrigno contenente parole preziose.

Michele Nigro 

Nota a “Un tempo minimo” di Selene Pascasi

Sembrerebbe che Selene Pascasi nell’ultima silloge “Un tempo minimo” (Eretica edizioni, 2024) sia riuscita ad asciugare ulteriormente i suoi versi per ottenere, o confermare, una poesia che “rasenta schiva le idee”, che si consegna al mistero della vita e quindi all’indicibile, per abbracciare la sintesi urgente di chi ha conosciuto il dolore della perdita, la morte, l’assenza costante che lacera e non dà tregua… Il ritmo ormai è quello sentenziale e in alcuni tratti lapidario dei salmi biblici; l’essenzialità del verso si rivolge a verità alte con passaggi che non ricordano più dinamiche terrene, pur prendendo spunto proprio da vicende umane, familiari, private; e andando a smentire l’allarme lanciato da alcuni critici per quanto riguarda la perdita di universalità da parte di una consistente porzione di poesia moderna troppo concentrata sull’ombelico dell’Io. Un'”asciugatura” del verso come se ci fosse il timore di perdere l’aggancio con l’infinito a causa di divagazioni non più richieste; il primo verso della raccolta è “Canto la cenere…”: ormai certi dolori, seppur presenti, hanno assunto la forma “incenerita”, compatta, mai rassegnata o spenta, di un caos calmo che solo il tempo e le fisiologiche metamorfosi interiori possono creare in chi scrive. I ricordi hanno finalmente conquistato un loro ordine nella piramide esistenziale: forse l’amore per la vita che continua può ancora mettere le cose al loro posto nonostante la memoria assillante e quotidiana di chi non c’è più; la speranza può sicuramente avere qualcosa da dirci e darci perché “Andare non è perdersi” ma è solo “nascondersi nel tempo”, e perché “l’amore è fatto di attimi / che vivono migliaia di anni”; forse si può alla fine fare pace con Dio, con se stessi… lasciandosi curare “con garze di eufonia”: la poesia – anche se spesso “inciampa / nelle vene del tempo” perché in fin dei conti è prodotto umano legato alla finitezza del tempo -, come la preghiera, è l’unica via per tornare all’indelebile che c’è in ogni esistenza. Solo così si può avere ragione sulla morte, e assolverla.

Michele Nigro

UN TEMPO MINIMO

Sarà un tempo minimo
sfuggito all’universo
a dichiarare carità.
– mi credi?
Estranei di pelle
sapevamo amarci
come lettere inattese.
– ricordi?
Non rendermi ciò
che conservi di me.
Cedilo al respiro.

In disordine sparso…

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Una luce nel buio

ad Alfonso Gatto

“Vuole una luce per scrivere nel buio?” –
chiede con gentilezza la giovane cameriera,
testimone di luppolo e temperate poesie a matita
versi randagi nel vicolo birraio di Salerno
tra discorsi da tavoli vicini, curiosi a distanza
per la torcia telefonica in soccorso di parole
urgenti, fissate in fretta come inchiostri esposti all’aria.

È una barriera poetica d’antan
quella che isola il muto cucitore di impressioni
dal flusso cittadino che non conosce tregua,
simile ad acqua fluviale scivolano ai suoi fianchi
di pietra levigata dal tempo
la parlantina serale tra amiche
il tubare indeciso sul menù degli amanti
l’occhio curioso dei passanti sulla rarità
dello scrivere solitario, gesto antico
da evitare in pubblico, evoluzione dello scandalo,

la non socialità scardinata dall’offerta di un varco:
“Vuole una luce per scrivere nel buio?” –
no, solo dall’oscurità sorgono parole luminose…
… ma tu non lo sai!, speri ancora in lampi verdi nel cielo
primavera di ragazza che offre sorrisi a vecchi scrivani ciechi
assuefatti alla penombra di sconfitte buone per poetare
anonimi avventori di schiume pomeridiane
poggiati con la schiena assolta dagli anni su mura unte di miracoli.

Un evocare da campane

Un evocare da campane serali
tra dormiveglia di turni in strada
allontana il presente che sa come graziare
i condannati da neri pronostici,

un evocare da campane, dolci
pugnali alle spalle, riporta esistenze materne
lasciate indietro per il troppo da farsi,
avremmo dovuto fissare in ambra di tempo
ricordi ordinati e aneddoti ormai persi,

avremmo voluto leggere con una fame diversa
i nostri salvifici libri che attendono più avidi occhi,
le fughe dal reale scritte da penne estinte
conforto alla vita,
sbandati e ignari giriamo in tondo
su mondi piatti e analfabeti
paludati nell’oggi profanato.

Ruberemo pagine clandestine
per sopravvivere all’esistenza
malgrado la regnante follia
alla vigilia di guerre, segreti
riarmi preventivi fatti di carta
testi sacri a perdonarci per gli anni di pace
mentre grandi manovre di sovrani
escludono ritorni a domini di poesia.

Un evocare da campane in provincia
per non somigliare al mondo,
impiegheremo ferie dal quotidiano
per tentare di comporre versi umani,
per essere spie mute tra gente parlante
lasciando sfuggire pomeridiane beltà
aggredite dal tempo.

Il gatto della pioggia

Il gatto della pioggia
è un’idea serale di passaggio
un volatile rendez-vous di coscienza,
distratto appare nell’ombra di giorni a finire
in cerca dell’amico umano che non porta armi

diffida per istinto delle masse, pericolose
esse conducono a folli moti. A guerre.
Puntare sull’uno, riconoscerlo, annusarlo
a distanza, nascosto nel buio intorno alle stelle,
senza dare cenno alcuno, presenza di spirito in muta attesa.

Il gatto rosso della pioggia
è un’intoccabile anima notturna di pelo furbo,
non aspettatelo col buon tempo!
comparirà dopo un temporale di parole
in compagnia di sagge lumache di terra
e svanirà senza ringraziare con passo di volpe.

Sono ancora troppo vivo


Sono ancora troppo vivo,
forte è il richiamo da sentieri erbosi
minacciati dal catrame di strade solinghe,
ardua è la ricerca di una voce
di uno stile tra sospiri notturni
ansiosi di suggerire parole lontane dal caos
e il fascino ambiguo di un lavoro clandestino,
bivio tra esistenze inconciliabili ma reali.

Sono ancora troppo vivo
per badare al rumore illusorio dei numeri
alle asfissianti catene delle non vendite,
la vera scrittura, strumento per private verità
non si piega alle logiche di mercato
quando è legata alla vita e al creato.

Sono ancora troppo vivo
signore lettrici, signori lettori
per meritarmi il titolo di poeta,
troppo isolato, intento a essere libero
perché mi leggiate…

Aspettate almeno che muoia, sant’Iddio!

Peripatetico

Calde sono ancora agli occhi viaggiatori
le eterne mura di Gerusalemme
e le note illuminate nei concerti rock,
quando forte ci sbatteva la follia dell’abbandono
su treni notturni di fortuna.
Ora che le ultime luci dei tramonti a lavoro
riportano memorie peripatetiche
a dimora tra ronde di quiete selvaggia,
non resta che il ricordo di glorie inconsapevoli
in qualche verso educato alla pazienza.

Forse torneranno a illuderci di nuovo
le fughe d’estate, gli entusiasmi a ogni ora
per partenze amorali, vivendo di rendita,
ci riavranno in pugno i miraggi
per il gusto di domani indefiniti,

lasceremo che le correnti dell’ultima avventura
riconducano alle origini del tempo
quel che sopravvive del sogno.

Terre rare

Sanno di madre e di anni archiviati
aneddoti sconfitti dall’oblio
biblioteche perdute, andate
in un dolce fumo per sempre nel tempo.

Uomo, per cosa stai vivendo?
I tuoi passi nel vuoto dell’oggi
senza strada di senso a tenerli uniti
speranzosi per piccole gioie,
navigazione a vista
tra sprazzi di antiche foto
assediate dal nulla di facili parole
e imbarazzanti foschie di battaglie.

È nel ricordo ereditato
nei nomi segnati a fortuna
su alberi di carte familiari,
in questo scrigno povero di casa
che dimorano come esseri viventi le terre
dell’anima, per futuri incerti
annebbiati di presente

quelle più rare
che sono già tue,
senza guerre d’uomini.

(ph M.Nigro©2025; titolo: Semaforo rosso all’alba nelle terre rare)

versione pdf: “Terre rare”

Su “Elegia del confino” di Michele Nigro, intervista a cura di Davide Morelli

versione pdf: Su “Elegia del confino” di Michele Nigro, intervista a cura di Davide Morelli

Su “Elegia del confino” di Michele Nigro, intervista a cura di Davide Morelli

  • In cinese crisi significa sia problema che opportunità. A mio avviso tu hai scritto questo ottimo libro in pandemia, pur riconoscendo la tragicità del periodo ma cogliendo pienamente l’opportunità per poter meditare e creare. Che ne pensi?

Come ho specificato nella nota d’autore posta alla fine del volume, questo libro non è nato durante o in conseguenza della pandemia: è solo per una fortuita coincidenza cronologica se la stesura è cominciata a gennaio del 2021, subito dopo l’annus horribilis, ma il suo concepimento risale a tempi non sospetti, prima del distanziamento imposto da esigenze epidemiologiche. Pur rispettando chi in quel tragico periodo ha perso la vita, devo dire che il termine ‘opportunità’ è quello che meglio riassume lo spirito di questa mia pubblicazione: cogliere l’opportunità, in qualsiasi momento della nostra esistenza – anche ora che non siamo più in lockdown -, per meditare su alcuni aspetti dimenticati del vivere… Ma per farlo bisogna riconquistare la capacità di realizzare un certo “distanziamento naturale” da non confondere con la misantropia.  

  • Come è nata l’esigenza interiore di scrivere un prosimetro? 

Il prosimetro dal punto di vista formale ha reso possibile un’alternanza di voci e quindi di ritmi e di atmosfere che non avrei ottenuto se avessi scelto la sola prosa o pubblicando semplicemente una raccolta di poesie. Avevo a disposizione su dei taccuini alcuni anni di scritti diaristici in prosa (da “tradurre” in una forma pubblica partendo da considerazioni private tipiche di un diario) e una sostanziosa quantità di poesie ispirate al tema del libro che avevo in mente e al territorio in cui è stato concepito. Direi che il prosimetro non era tra le mie primissime intenzioni ma in seguito è stato quasi naturale scegliere quel genere letterario.

  • In letteratura sono scritti tanti prosimetri. Potresti spiegare in cosa il tuo prosimetro è simile ad altri e in cosa è differente? 

È vero, in letteratura il prosimetro, pur essendo un genere piuttosto raro, è abbastanza presente con esempi autorevoli, partendo dall’antichità fino ad autori relativamente recenti (penso a Campana, Tolkien…), ma non oso andare alla ricerca di differenze o analogie con i grandi del passato sia per pudore sia perché ne uscirei malconcio. Dico solo che l’amalgama tra narrazione e parte poetica è un fattore imprescindibile in qualsiasi periodo storico: sono figlio di quest’epoca, la mia prosa e i miei componimenti poetici sono frutto del linguaggio di questi tempi, ma nel passaggio formale tra prosa e poesia non si dovrebbe mai avvertire la presenza di un “gradino” che faccia inciampare il lettore; come hanno rilevato alcuni beta lettori prima della pubblicazione di “Elegia del confino”, nel mio prosimetro non c’è soluzione di continuità tra prosa e poesia. E questa valutazione, come è facile intuire, mi ha incoraggiato nel continuare la stesura del libro. Tuttavia, devo ammetterlo, non mi dispiacerebbe la definizione di “prosimetro postmoderno”, sia dal punto di vista stilistico che “filosofico”: riutilizzare un genere antico per parlare ai contemporanei.     

  • Come ti poni nei confronti del genere della poesia in prosa?

È un tipo di ibridazione che non mi ha mai convinto del tutto. Nel senso che a mio avviso quello della poesia in prosa è un campo minato, per attraversarlo occorrono strumenti sensibilissimi perché il margine in quel caso è sottile: ci sono prose che contengono più poesia di un componimento poetico, così come ho letto poesie che forse avrebbero dovuto avere fin dall’inizio la forma della narrazione. Nel caso di “Elegia del confino” avrei potuto scegliere una di queste forme ibride e invece ho voluto ribadire la separazione tra i due generi. Per la parte in prosa ho utilizzato una voce narrante impersonale (ho voluto annichilire l’io, come direbbero i poeti di ricerca), quasi come se lo sguardo che si è posato sui miei diari appartenesse a un’entità terza; invece le poesie sono quasi tutte in prima persona o comunque con una voce più intima: in quel caso sono proprio io a “parlare”, a intervenire. E mi è piaciuto realizzare questa alternanza.   

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“Elegia del confino” alla Library of Congress

È ufficiale! Il mio “Elegia del confino”, in compagnia di altri preziosi lavori, da oggi è consultabile presso la Biblioteca del Congresso in quel di Washington, D.C. (U.S.A.), nella sezione dedicata a libri pubblicati all’estero…
Nella lettera che accompagna l’ufficialità dell’avvenuta ricezione, tutto lo spirito di un paese che resta grande indipendentemente da chi sieda alla Casa Bianca.

Make Culture Great Again!

Un grazie a Letterature Indipendenti e all’editore Massimo Ridolfi…

Per consultare il catalogo: QUI!