Un evocare da campane

Un evocare da campane serali
tra dormiveglia di turni in strada
allontana il presente che sa come graziare
i condannati da neri pronostici,

un evocare da campane, dolci
pugnali alle spalle, riporta esistenze materne
lasciate indietro per il troppo da farsi,
avremmo dovuto fissare in ambra di tempo
ricordi ordinati e aneddoti ormai persi,

avremmo voluto leggere con una fame diversa
i nostri salvifici libri che attendono più avidi occhi,
le fughe dal reale scritte da penne estinte
conforto alla vita,
sbandati e ignari giriamo in tondo
su mondi piatti e analfabeti
paludati nell’oggi profanato.

Ruberemo pagine clandestine
per sopravvivere all’esistenza
malgrado la regnante follia
alla vigilia di guerre, segreti
riarmi preventivi fatti di carta
testi sacri a perdonarci per gli anni di pace
mentre grandi manovre di sovrani
escludono ritorni a domini di poesia.

Un evocare da campane in provincia
per non somigliare al mondo,
impiegheremo ferie dal quotidiano
per tentare di comporre versi umani,
per essere spie mute tra gente parlante
lasciando sfuggire pomeridiane beltà
aggredite dal tempo.

Il gatto della pioggia

Il gatto della pioggia
è un’idea serale di passaggio
un volatile rendez-vous di coscienza,
distratto appare nell’ombra di giorni a finire
in cerca dell’amico umano che non porta armi

diffida per istinto delle masse, pericolose
esse conducono a folli moti. A guerre.
Puntare sull’uno, riconoscerlo, annusarlo
a distanza, nascosto nel buio intorno alle stelle,
senza dare cenno alcuno, presenza di spirito in muta attesa.

Il gatto rosso della pioggia
è un’intoccabile anima notturna di pelo furbo,
non aspettatelo col buon tempo!
comparirà dopo un temporale di parole
in compagnia di sagge lumache di terra
e svanirà senza ringraziare con passo di volpe.

Sono ancora troppo vivo


Sono ancora troppo vivo,
forte è il richiamo da sentieri erbosi
minacciati dal catrame di strade solinghe,
ardua è la ricerca di una voce
di uno stile tra sospiri notturni
ansiosi di suggerire parole lontane dal caos
e il fascino ambiguo di un lavoro clandestino,
bivio tra esistenze inconciliabili ma reali.

Sono ancora troppo vivo
per badare al rumore illusorio dei numeri
alle asfissianti catene delle non vendite,
la vera scrittura, strumento per private verità
non si piega alle logiche di mercato
quando è legata alla vita e al creato.

Sono ancora troppo vivo
signore lettrici, signori lettori
per meritarmi il titolo di poeta,
troppo isolato, intento a essere libero
perché mi leggiate…

Aspettate almeno che muoia, sant’Iddio!

Peripatetico

Calde sono ancora agli occhi viaggiatori
le eterne mura di Gerusalemme
e le note illuminate nei concerti rock,
quando forte ci sbatteva la follia dell’abbandono
su treni notturni di fortuna.
Ora che le ultime luci dei tramonti a lavoro
riportano memorie peripatetiche
a dimora tra ronde di quiete selvaggia,
non resta che il ricordo di glorie inconsapevoli
in qualche verso educato alla pazienza.

Forse torneranno a illuderci di nuovo
le fughe d’estate, gli entusiasmi a ogni ora
per partenze amorali, vivendo di rendita,
ci riavranno in pugno i miraggi
per il gusto di domani indefiniti,

lasceremo che le correnti dell’ultima avventura
riconducano alle origini del tempo
quel che sopravvive del sogno.

Terre rare

Sanno di madre e di anni archiviati
aneddoti sconfitti dall’oblio
biblioteche perdute, andate
in un dolce fumo per sempre nel tempo.

Uomo, per cosa stai vivendo?
I tuoi passi nel vuoto dell’oggi
senza strada di senso a tenerli uniti
speranzosi per piccole gioie,
navigazione a vista
tra sprazzi di antiche foto
assediate dal nulla di facili parole
e imbarazzanti foschie di battaglie.

È nel ricordo ereditato
nei nomi segnati a fortuna
su alberi di carte familiari,
in questo scrigno povero di casa
che dimorano come esseri viventi le terre
dell’anima, per futuri incerti
annebbiati di presente

quelle più rare
che sono già tue,
senza guerre d’uomini.

(ph M.Nigro©2025; titolo: Semaforo rosso all’alba nelle terre rare)

versione pdf: “Terre rare”

Nota a “Paesaggio” di Dino Villatico

C’è qualche “poeta” contemporaneo che, per vendere una copia in più o per farsi applaudire durante (e dopo) i funerali di giovani autori in qualità di pubblico portatore (per auto-investitura) della fiaccola balsamica della buona parola che rincuora, ha fatto da tempo la scelta furba di una “poesia consolatoria”, farmaceutica, a mo’ di unguento per le scottature dell’esistenza. Questi “poeti” li lasciamo nel loro brodo di coltura!

Non è certamente uno di questi “fenomeni” il poeta romano Dino Villatico (classe 1941), che nella breve ma intensa silloge intitolata “Paesaggio” (Edizioni del Mediterraneo, 2020) esordisce scrivendo che “La vita che ci assedia si conclude / nel buio di un terrifico silenzio…”. No, non si tratta di una poetica finalizzata a terrorizzare il lettore ritornando su un tema – quello della morte – apparentemente inflazionato in quanto esaminato nei secoli da tutte le forme d’arte, ma è una parola dedita a una verità “escatologica” che libera dalle catene illusorie di sopravvivenze eterne: prima facciamo nostro questo destino che trova pieno compimento nell’oblio, più dolce sarà la pace interiore che conquisteremo prima della fine (“E tutto il resto che ci accade è come / se non ci fosse mai accaduto”). Sciocco è quello scrittore che tramite le sue opere cerca l’eternità; in realtà il vero obiettivo del cammino terreno dovrebbe essere l’accettazione dell’oblio che ci attende, la diluizione delle nostre azioni fisiche e mentali nel calderone ironico e rasserenante della dimenticanza. E così sarà, ci ricorda Villatico.

La morte in sé non è un male: è un fatto naturale che riaccade da quando esiste la vita, la controparte che ci illude e ci lega alle certezze materiali, la vita che ci vizia attraverso i sensi. In un primo momento non ci si rassegna “al perpetuo silenzio d’ogni voce”; vorremmo capitalizzare in eterno i pensieri elaborati, le deliziose letture che ci hanno accompagnato, le persone amate con cui abbiamo condiviso il nostro cammino, e invece tutto “si estingue in una cecità forzata”.

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Su “Elegia del confino” di Michele Nigro, intervista a cura di Davide Morelli

versione pdf: Su “Elegia del confino” di Michele Nigro, intervista a cura di Davide Morelli

Su “Elegia del confino” di Michele Nigro, intervista a cura di Davide Morelli

  • In cinese crisi significa sia problema che opportunità. A mio avviso tu hai scritto questo ottimo libro in pandemia, pur riconoscendo la tragicità del periodo ma cogliendo pienamente l’opportunità per poter meditare e creare. Che ne pensi?

Come ho specificato nella nota d’autore posta alla fine del volume, questo libro non è nato durante o in conseguenza della pandemia: è solo per una fortuita coincidenza cronologica se la stesura è cominciata a gennaio del 2021, subito dopo l’annus horribilis, ma il suo concepimento risale a tempi non sospetti, prima del distanziamento imposto da esigenze epidemiologiche. Pur rispettando chi in quel tragico periodo ha perso la vita, devo dire che il termine ‘opportunità’ è quello che meglio riassume lo spirito di questa mia pubblicazione: cogliere l’opportunità, in qualsiasi momento della nostra esistenza – anche ora che non siamo più in lockdown -, per meditare su alcuni aspetti dimenticati del vivere… Ma per farlo bisogna riconquistare la capacità di realizzare un certo “distanziamento naturale” da non confondere con la misantropia.  

  • Come è nata l’esigenza interiore di scrivere un prosimetro? 

Il prosimetro dal punto di vista formale ha reso possibile un’alternanza di voci e quindi di ritmi e di atmosfere che non avrei ottenuto se avessi scelto la sola prosa o pubblicando semplicemente una raccolta di poesie. Avevo a disposizione su dei taccuini alcuni anni di scritti diaristici in prosa (da “tradurre” in una forma pubblica partendo da considerazioni private tipiche di un diario) e una sostanziosa quantità di poesie ispirate al tema del libro che avevo in mente e al territorio in cui è stato concepito. Direi che il prosimetro non era tra le mie primissime intenzioni ma in seguito è stato quasi naturale scegliere quel genere letterario.

  • In letteratura sono scritti tanti prosimetri. Potresti spiegare in cosa il tuo prosimetro è simile ad altri e in cosa è differente? 

È vero, in letteratura il prosimetro, pur essendo un genere piuttosto raro, è abbastanza presente con esempi autorevoli, partendo dall’antichità fino ad autori relativamente recenti (penso a Campana, Tolkien…), ma non oso andare alla ricerca di differenze o analogie con i grandi del passato sia per pudore sia perché ne uscirei malconcio. Dico solo che l’amalgama tra narrazione e parte poetica è un fattore imprescindibile in qualsiasi periodo storico: sono figlio di quest’epoca, la mia prosa e i miei componimenti poetici sono frutto del linguaggio di questi tempi, ma nel passaggio formale tra prosa e poesia non si dovrebbe mai avvertire la presenza di un “gradino” che faccia inciampare il lettore; come hanno rilevato alcuni beta lettori prima della pubblicazione di “Elegia del confino”, nel mio prosimetro non c’è soluzione di continuità tra prosa e poesia. E questa valutazione, come è facile intuire, mi ha incoraggiato nel continuare la stesura del libro. Tuttavia, devo ammetterlo, non mi dispiacerebbe la definizione di “prosimetro postmoderno”, sia dal punto di vista stilistico che “filosofico”: riutilizzare un genere antico per parlare ai contemporanei.     

  • Come ti poni nei confronti del genere della poesia in prosa?

È un tipo di ibridazione che non mi ha mai convinto del tutto. Nel senso che a mio avviso quello della poesia in prosa è un campo minato, per attraversarlo occorrono strumenti sensibilissimi perché il margine in quel caso è sottile: ci sono prose che contengono più poesia di un componimento poetico, così come ho letto poesie che forse avrebbero dovuto avere fin dall’inizio la forma della narrazione. Nel caso di “Elegia del confino” avrei potuto scegliere una di queste forme ibride e invece ho voluto ribadire la separazione tra i due generi. Per la parte in prosa ho utilizzato una voce narrante impersonale (ho voluto annichilire l’io, come direbbero i poeti di ricerca), quasi come se lo sguardo che si è posato sui miei diari appartenesse a un’entità terza; invece le poesie sono quasi tutte in prima persona o comunque con una voce più intima: in quel caso sono proprio io a “parlare”, a intervenire. E mi è piaciuto realizzare questa alternanza.   

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“Elegia del confino” alla Library of Congress

È ufficiale! Il mio “Elegia del confino”, in compagnia di altri preziosi lavori, da oggi è consultabile presso la Biblioteca del Congresso in quel di Washington, D.C. (U.S.A.), nella sezione dedicata a libri pubblicati all’estero…
Nella lettera che accompagna l’ufficialità dell’avvenuta ricezione, tutto lo spirito di un paese che resta grande indipendentemente da chi sieda alla Casa Bianca.

Make Culture Great Again!

Un grazie a Letterature Indipendenti e all’editore Massimo Ridolfi…

Per consultare il catalogo: QUI!

“Elegia del confino”, booktrailer #1

“Elegia del confino”, un diario in prosimetro di Michele Nigro (ed. Letterature Indipendenti, collana “Corale di voci altre” – 2024 – ideata e curata da Massimo Ridolfi).

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Nota a “La religione della bellezza” di Ilaria Giovinazzo

Se la bellezza ha una sua religiosità allora la poesia potrebbe rappresentarne la prelibata preghiera, il canto che ne evoca le manifestazioni in questa nostra vita fatta di sensi limitati. Quello che i cinque sensi riescono a percepire è solo una minuscola parte della bellezza da cui siamo circondati, e di questa parte infinitesimale solo un’altrettanta microscopica frazione riesce a essere fissata e resa immortale attraverso le arti visive, sonore, scultoree, letterarie… Se le immagini e la musica sembrerebbero avere la strada spianata in questo gioco di rappresentazione artistica del Bello, la poesia ha la difficile responsabilità di contenere in se stessa visione e musica, di concentrarle in un unico gesto, di creare immagini e di proporre un ritmo tutto suo.

Nella raccolta La religione della bellezza (peQuod, 2023) Ilaria Giovinazzo sembrerebbe aver trovato una sintesi personale di questa difficile concentrazione d’intenti chiamata poesia. Versi trasparenti, comprensibili, diretti, mai artefatti o adulterati da un’inutile complessità metrica; un’essenzialità derivante, forse, da una ricerca che affonda le proprie intenzioni in culture filosofiche orientali, comunque esotiche, quanto non apertamente esoteriche, ma mai escludenti il lettore. Si vuole rappresentare il giusto equilibrio tra gli elementi percepiti in coincidenza dei moti d’anima; solo in alcuni passaggi l’autrice si lascia andare a rese dei conti, a sfoghi tutti terreni: fissare paletti, tagliare con il passato, gestire una libertà raggiunta, sottolineare regole conquistate a fatica e nel tempo, rendere partecipe il lettore delle proprie prese di coscienza raggiunte non senza un lavoro interiore anche, ma non solo, poetico: “Cos’è la poesia / se non l’anima nuda / sbattuta su un foglio?”…

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Nota a “Padre Nostro” di Massimo Ridolfi

Raccomanda Rainer Maria Rilke in Per scrivere poesia (da I quaderni di Malte Laurids Brigge): “… Ma anche accanto ai moribondi bisogna esser stati, bisogna essere rimasti vicino ai morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori a folate.” Se per alcuni potrebbe risultare inappropriato fissare su carta la cronistoria sotto forma di poesia di un’agonia e dell’assenza imminente di un proprio caro, per un poeta è atto naturale, è sperimentazione sulla propria pelle di quel che un poeta normalmente fa nel quotidiano: prima assorbe e in seguito traduce in versi la realtà, tutta, non solo quella riguardante gli altri  – comodamente a distanza – ma partendo dal proprio dolore, dalle perdite più intime, dagli abissi che la vita ci mostra in casa, dai deserti che avanzano intorno a noi.

In Padre Nostro (ed. Letterature Indipendenti, collana “In questa Semi Eternità”, 2020), il poeta teramano Massimo Ridolfi, soprattutto nelle sezioni Lettere a mia madre, Lettere per un ascolto e Lettere agli amici, fornisce un esempio vivo di cosa significa distillare un dolore privato in versi pubblici, tradurre in una poesia diretta e comprensibilissima una perdita che colpisce l’intimità e la storia personale di chi scrive: perché la poesia del dolore non è sfogo casalingo ma si collega alla politica, alla storia del mondo, all’attualità, alla società e alla critica sociale; i canali sensoriali spalancati dalla tragedia riescono a vedere sfumature inedite, e a denunciarle, tra le pieghe dell’ovvio, di ciò che in altri momenti è considerato scontato.

No, il poeta non si isola nel suo dolore ma sfrutta il dolore per darsi al mondo, per risorgere a vita pubblica, come dichiara nel sottotitolo della raccolta, pur partendo da una condizione di naturale solitudine: nessuno può aiutarci a portare e a sopportare una perdita; ci si indigna e si leva un grido di protesta per una società ingiusta e prigioniera della burocrazia, si riesce persino a ironizzare sulle cosiddette istituzioni e su uno stato assente, ma alla fine ogni uomo sa – il poeta in modo particolare – che deve salvarsi da solo e lottare – rifiutando ogni compromesso – contro nuove dittature e vecchi meccanismi incancreniti. Contro il potere ipocrita e che nasconde verità, il poeta contrappone le sue verità, quelle genuine e quotidiane, che nascono da sentimenti su cui è impossibile barare, ma “se volete sentir parlare / di verzure e di viole / dovete rivolgervi altrove”. Certo, la poesia è preghiera, anche quando potrebbe sembrare bestemmia o ribellione verso un dio che non aiuta; alla fine ci si aggrappa alle cose concrete, alle persone che ci sono, agli affetti che puoi vedere e toccare. La poesia come dichiarazione di un’antimetafisica urgente e necessaria; solo la parola può cristallizzare e forse nel tempo calmierare le crude verità di un dolore che sovrasta: prendere appunti mentre muore una madre non è dissacrazione della morte, anzi è sacralizzazione di quel fenomeno (riaprire e rileggere quelle pagine di diario estremo sarà ulteriore atto di coraggio necessario alla resurrezione); per chi ama la carnalità dell’esistenza, la morte, e ciò che la precede, è un insulto alla dignità della persona: la poesia ristabilisce l’ordine, fissa la tragicità del momento in versi che non osano abbellire l’attimo ma semplicemente sublimarlo, ricordarlo per onorarlo in eterno. Diventare cronisti di chi non può più esprimersi. La morte di un proprio caro risveglia da certi sopori; non può esserci primavera e quindi rinascita senza una morte aggiuntiva, la propria, quella dell’anima del poeta che assiste: il dolore smuove energie insospettate, dà il via a processi inimmaginabili e drammaticamente meravigliosi; il segreto è lasciar fare, vivere la trasformazione senza opporsi, ridarsi alla vita quando esistenza e dolore trovano un compromesso, un equilibrio.

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Recensioni a “Elegia del confino” (work in progress)

Recensioni (e segnalazioni) al prosimetro “Elegia del confino” (ed. Letterature Indipendenti, 2024 – collana “Corale di voci altre”), elenco parziale:

Rosaria Nigro su “Elegia del confino” (recensione Amazon)

Gianluca Fiebig (“Giandante”) su “Elegia del confino” (recensione Amazon)

Rosaria Di Donato su “Elegia del confino” (Lettere Migranti)

Nota a “Elegia del confino”, a cura di Franco Innella 

Barbara Anderson su “Elegia del confino” (Les fleurs du mal)

Mariteri su “Elegia del confino” (recensione Amazon)

Su “Elegia del confino” di Michele Nigro, intervista a cura di Davide Morelli (Also Sprach)

Su “Elegia del confino” di Michele Nigro, intervista a cura di Davide Morelli (Alessandria Today)

Eufrasia su “Elegia del confino” (recensione Amazon)

(ultimo aggiornamento: 31/12/2025)

Per ordinare il libro: QUI!

“Fenomenologia della poesia facile” su Fermenti n.258

Il mio articolo intitolato “Fenomenologia della poesia facile: dalla neolingua di Orwell alla neopoesia di Arminio” sul n.258 della rivista “Fermenti”… Un grazie alla Redazione, a Francesco Muzzioli e al direttore Velio Carratoni per l’attenzione e l’ospitalità.

Continua a leggere ““Fenomenologia della poesia facile” su Fermenti n.258″

Come ricevere una copia di “Elegia del confino”…

Due sono i modi per ottenere una copia di “Elegia del confino” di Michele Nigro (ed. Letterature Indipendenti, collana “Corale di voci altre” – 2024):

  • ordinandola su Amazon: cliccando QUI!
  • richiedendola via e-mail direttamente all’Autore con dedica personalizzata e a prezzo calmierato (sconto del 15% sul prezzo di copertina riportato in Amazon; spese di spedizione INCLUSE): scrivendo a mikevelox@alice.it

Buona lettura

“Elegia del confino” su Navuss

Ripropongo anche qui la nota di stampa preparata dal mio editore Massimo Ridolfi (Letterature Indipendenti) per Navuss in occasione dell’uscita di “Elegia del confino”…

PER LEGGERE “ELEGIA DEL CONFINO”: qui!

EDITORIA: LETTERATURE INDIPENDENTI – CORALE DI VOCI ALTRE – MICHELE NIGRO – ELEGIA DEL CONFINO

Letterature Indipendenti, il progetto editoriale dello studioso teramano Massimo Ridolfi, apre ad altri autori e, facendo tesoro della sua personale ricerca sulla poesia italiana contemporanea titolata Testo e Voce – Esperimenti di lettura poetica: dire poesia, iniziata il 29 ottobre 2019 e che troverà termine il 31 dicembre 2025, ricerca nata con l’intento di riportare la poesia alla musica di cui ogni parola che la compone è custode, inaugura la Collana Corale di voci altre – Collezione Poesia Italiana Contemporanea.

Massimo Ridolfi, ideatore e curatore della collana, dichiara:

«Nel gennaio scorso Michele Nigro, poeta campano ma di origini lucane, mi chiese se il mio progetto editoriale, Letterature Indipendenti, fosse aperto ad accogliere altri autori, essendo stato ideato esclusivamente per la pubblicazione, diffusione e promozione dei miei lavori. Invero, in passato altri autori prima di lui mi hanno posto lo stesso quesito.

Di primo acchito risposi appunto di no, che Letterature Indipendenti è solo il mio modo di liberarmi dalle grandi e piccole pastoie dell’editoria tradizionale, con la quale non ho proprio nulla da spartire in quanto il sottoscritto si occupa di Letterature Indipendenti dal mercato dal prodotto dal Capitale, in poche parole di ciò che non è facilmente vendibile – ma resta, soprattutto, sostanziale e strutturale esempio di una azione politica che invita tutti gli scrittori di valore a fare altrettanto con il fine di fare Letteratura e non più intrattenimento di massa o, peggio ancora, prestarsi al ruolo di burattino e marionetta in presuntuosi teatrini letterari tenuti da imbarazzanti personaggi nelle vesti di Mangiafuoco.

Poi, nel tempo di un secondo, mi si accese una lampadina: Ma, in realtà, mi sono sempre occupato principalmente del lavoro di altri autori, come critico, mi sono detto – tutto chiuso dentro lo spazio di una mente folle ma sempre desiderosa (la mia), con Testo e Voce, per esempio, studio che raccoglierò in volume nel 2026, al termine dei programmati cinque anni di ricerca.

E allora è a questo punto del mio sragionamento che ho deciso di dedicare una collana solo alla poesia italiana contemporanea: “Corale di voci altre”.

La collana prevede la pubblicazione di un solo volume l’anno perché, seriamente, non è possibile per nessun editore pubblicare più di un libro l’anno di poesia; vale a dire che non è possibile entrare e vivere nell’opera di un poeta per più di una volta l’anno, a meno che non ci si voglia ridurre a stampatori di libri invece che restare editori, soprattutto se si vuole proporre non semplicemente dei testi da leggere ma degli strumenti di studio, prerogativa principale di tutte le pubblicazioni liberate da Letterature Indipendenti sotto la mia severa e vincolante direzione; e gli autori che selezionerò saranno invitati da me personalmente a inviarmi la loro silloge, ai quali proporrò una bozza di contratto, che poi è quello che offro agli autori stranieri che scelgo di tradurre.

Ovviamente, sarò io a investire tempo studio e risorse sulle pubblicazioni nelle qualità di ideatore, curatore e titolare unico della collana “Corale di voci altre” e di Letterature Indipendenti, quindi non saranno richiesti agli autori, in alcuna forma, contributi di carattere economico.

L’unico obbligo cui dovranno rispondere gli autori che selezionerò, sarà quello di inviarmi un libro nel quale credono davvero.

E ritorno sempre alla poesia perché, delle arti, è la prima che salverei e porterei con me oltre la fine inevitabile di questo mondo: quando ci si avvicina alla poesia, che è una amante assai volubile perché richiede una assidua frequentazione, si ha come la sensazione che oltre non ci sia più nulla, che non ci sia nulla di più alto e misterioso di una poesia.»

La collana Corale di voci altre, che prevede appunto una sola pubblicazione l’anno, si inaugura quindi con Elegia del confino – un diario in prosimetro di Michele Nigro, già disponibile in esclusiva sulla piattaforma Amazon (link: https://amzn.eu/d/gy9lVl6).

Per la collana Corale di voci altre, seguiranno le seguenti pubblicazioni:
2025 L’amuri nun avi tituli di Gaetano Capuano;
2026 I giardini di Cordova di Dino Villatico.

In anteprima si pubblica di seguito la nota del curatore contenuta in Elegia del confino – un diario in prosimetro di Michele Nigro, Letterature Indipendenti, Teramo, 2024, pp. 7-9.

Continua a leggere ““Elegia del confino” su Navuss”

Hanno detto di “Elegia del confino”…

Alcuni autorevoli “beta lettori”, dopo la prima stesura inviata tempo fa in lettura, hanno così valutato “Elegia del confino – un diario in prosimetro”, oggi pubblicato con le edizioni “Letterature Indipendenti” – Collezione Poesia Italiana Contemporanea – 2024, collana “Corale di voci altre” curata da Massimo Ridolfi..:

“… È interessante il percorso tra prosa e poesia che compie, già a livello strutturale. La sua prosa coinvolge e stravolge al contempo, è poetica e filosofica, implica rimandi a letture molteplici. A loro volta i versi non stridono mai nella forma con quanto segue o precede (un problema del prosimetro e di ciò che si avvicina ad esso, nonché le critiche che spesso si fanno al genere, consiste proprio nello scollamento tra le parti e la tenuta fittizia tra quel che si considera prosa e quel che si considera comunemente poesia). Nel suo caso si tratta di un testo ‘letterario’ di grande spessore…”.

Dott. Giuseppe Manitta (scrittore, poeta, saggista, critico letterario)

“… Ritengo che si tratti di un’opera veramente notevole, sia per originalità nell’approssimarsi ad un argomento certo non facile (il confino come esclusione ma anche come scelta, come “sguardo obliquo” sul mondo), sia per eleganza di scrittura. Esiliato è chi non si conforma e che dunque viene escluso dal sistema, ma esiliato è anche colui che, non conformandosi, volontariamente si pone ai margini del sistema. Si tratta di un libro di disvelamento e disincanto, potremmo anche dire di critica storico-sociale e di scavo interiore. Vi si riscontrano suggestioni “mitteleuropee” e quadri di vita quotidiana, nonché immagini di interiore idealità. Un libro comunque difficile, che richiede non indifferente attenzione intellettuale e “buona disposizione” d’animo…”.

Dott.ssa Annamaria Bigio (editor, scrittrice, saggista)

Per leggere “Elegia del confino”: QUI!

“Elegia del confino” su Certastampa.it

Ripropongo anche qui la nota di stampa preparata dal mio editore Massimo Ridolfi (Letterature Indipendenti) per Certastampa.it in occasione dell’uscita di “Elegia del confino”…

PER LEGGERE “ELEGIA DEL CONFINO”: qui!

EDITORIA: LETTERATURE INDIPENDENTI – CORALE DI VOCI ALTRE – MICHELE NIGRO – ELEGIA DEL CONFINO

Letterature Indipendenti, il progetto editoriale dello studioso teramano Massimo Ridolfi, apre ad altri autori e, facendo tesoro della sua personale ricerca sulla poesia italiana contemporanea titolata “Testo e Voce – Esperimenti di lettura poetica: dire poesia” (confluito su questa testata nella rubrica “CORALE: SETTIMANALE DI RICERCA SULLA POESIA ITALIANA CONTEMPORANEA”, sempre a cura di Massimo Ridolfi, Archivio: https://certastampa.it/191-rubriche/corale), iniziata il 29 ottobre 2019 e che troverà termine il 31 dicembre 2025, ricerca nata con l’intento di riportare la poesia alla musica di cui ogni parola che la compone è custode, inaugura la Collana “Corale di voci altre” – Collezione Poesia Italiana Contemporanea.

Massimo Ridolfi, ideatore e curatore della collana, dichiara:

«Nel gennaio scorso Michele Nigro, poeta campano ma di origini lucane, mi chiese se il mio progetto editoriale, Letterature Indipendenti, fosse aperto ad accogliere altri autori, essendo stato ideato esclusivamente per la pubblicazione, diffusione e promozione dei miei lavori. Invero, in passato altri autori prima di lui mi hanno posto lo stesso quesito.

Di primo acchito risposi appunto di no, che Letterature Indipendenti è solo il mio modo di liberarmi dalle grandi e piccole pastoie dell’editoria tradizionale, con la quale non ho proprio nulla da spartire in quanto il sottoscritto si occupa di Letterature Indipendenti dal mercato dal prodotto dal Capitale, in poche parole di ciò che non è facilmente vendibile – ma resta, soprattutto, sostanziale e strutturale esempio di una azione politica che invita tutti gli scrittori di valore a fare altrettanto con il fine di fare Letteratura e non più intrattenimento di massa o, peggio ancora, prestarsi al ruolo di burattino e marionetta in presuntuosi teatrini letterari tenuti da imbarazzanti personaggi nelle vesti di Mangiafuoco.

Poi, nel tempo di un secondo, mi si accese una lampadina: Ma, in realtà, mi sono sempre occupato principalmente del lavoro di altri autori, come critico, mi sono detto – tutto chiuso dentro lo spazio di una mente folle ma sempre desiderosa (la mia), con Testo e Voce, per esempio, studio che raccoglierò in volume nel 2026, al termine dei programmati cinque anni di ricerca.

E allora è a questo punto del mio sragionamento che ho deciso di dedicare una collana solo alla poesia italiana contemporanea: “Corale di voci altre”.

La collana prevede la pubblicazione di un solo volume l’anno perché, seriamente, non è possibile per nessun editore pubblicare più di un libro l’anno di poesia; vale a dire che non è possibile entrare e vivere nell’opera di un poeta per più di una volta l’anno, a meno che non ci si voglia ridurre a stampatori di libri invece che restare editori, soprattutto se si vuole proporre non semplicemente dei testi da leggere ma degli strumenti di studio, prerogativa principale di tutte le pubblicazioni liberate da Letterature Indipendenti sotto la mia severa e vincolante direzione; e gli autori che selezionerò saranno invitati da me personalmente a inviarmi la loro silloge, ai quali proporrò una bozza di contratto, che poi è quello che offro agli autori stranieri che scelgo di tradurre.

Ovviamente, sarò io a investire tempo studio e risorse sulle pubblicazioni nelle qualità di ideatore, curatore e titolare unico della collana “Corale di voci altre” e di Letterature Indipendenti, quindi non saranno richiesti agli autori, in alcuna forma, contributi di carattere economico.

L’unico obbligo cui dovranno rispondere gli autori che selezionerò, sarà quello di inviarmi un libro nel quale credono davvero.

E ritorno sempre alla poesia perché, delle arti, è la prima che salverei e porterei con me oltre la fine inevitabile di questo mondo: quando ci si avvicina alla poesia, che è una amante assai volubile perché richiede una assidua frequentazione, si ha come la sensazione che oltre non ci sia più nulla, che non ci sia nulla di più alto e misterioso di una poesia.»

La collana “Corale di voci altre”, che prevede appunto una sola pubblicazione l’anno, si inaugura quindi con “Elegia del confino – un diario in prosimetro” di Michele Nigro, già disponibile in esclusiva sulla piattaforma Amazon (link: https://amzn.eu/d/gy9lVl6).

Per la collana “Corale di voci altre”, seguiranno le seguenti pubblicazioni:
2025 “L’amuri nun avi tituli” di Gaetano Capuano;
2026 “I giardini di Cordova” di Dino Villatico.

In anteprima si pubblica di seguito la nota dell’autore contenuta in “Elegia del confino – un diario in prosimetro” di Michele Nigro, Letterature Indipendenti, Teramo, 2024, pp. 203-204.

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La città della ferita lineare

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Accogli l’attimo imperfetto
la sua lezione di vita,
lascia andare per un giorno i lavori
le dimore da accudire
le carte partorite o in attesa,
anche il senso delle parole più preziose
andrà perduto nei rigagnoli del tempo,

segui il flusso della città senz’ordine
se guardi bene nei meandri
il piano c’è ed è puntuale,
è l’uomo a non conoscere
i progetti misteriosi dell’alto
i suoi singhiozzi che annullano
le piccole questioni della specie
i disegni dell’uomo cieco
casalingo a una dolce prigionia.

Lascia fare alla matrice che tutto sa
prima di noi, del tempo
della storia non vissuta,
lascia che la pioggia
bagni il previsto volto dei turisti
il loro passo in luoghi sconosciuti
che mai più rivedranno.

Non sei presente a te stesso
mentre rivisiti il consueto
percorso a memoria, d’istinto
sei ancora fermo nel passato
perché pesante è la catena
tra il prima e il dopo di lei
tra la terra quando aveva senso
e il vuoto su cui stenta l’equilibrio
il sopravviversi senza badarci,
dimenticarsi sulle strade che ieri ignoravi
tra maschere insignificanti
e la cronaca locale che riaffiora
a chiedere conto dell’indifferenza
per i piccoli fatti,
delle richieste ignorate.

Nelle pause dal darsi al mondo
ti piace ancora osservare muto
mentre scorre la città della ferita lineare,
difendere il tuo spazio più vero
l’angolo che porti dentro,
lontano dagli occhi di chiunque.

Gli strumenti sono macchine vuote
siamo noi i programmatori di valore
esseri difettosi e vibranti
sospesi tra pensieri di pioggia e carta,
tra l’intenzione di vivere
e la morte che capita mentre sorridi.

(immagine: dal film Blade Runner 2049)

Nota a “La segreta isola di sale” di Emma Pretti

Quella di Emma Pretti è una poesia che racconta (“Nessun particolare inutile, solo narrazione, / potente e tormentosa”), che ha bisogno di riesaminare e tradurre le vicende passate e presenti al fuoco di una parola immaginifica in grado di ripresentare all’autrice e ai suoi lettori, sotto una nuova luce, “tutte le impressioni che ho avuto in questa vita”, per dirla alla Battiato. Nella raccolta La segreta isola di sale (puntoacapo editrice, 2023), Emma Pretti non ha timore di sperimentare: dal verso libero tradizionalmente inteso a vere e proprie pagine di prosa poetica, l’autrice ha come solo obiettivo quello di rappresentare la vita, senza artifici metrici, belletti, accorgimenti per non offendere i puristi del verso; perché “la poesia dell’inverno / sta nel semplificare” per “lasciare orme / semplici e affascinanti” ma mai banali. Compagna costante in questo viaggio è la natura con i suoi meravigliosi fenomeni che ben rappresentano gli stati d’animo di chi scrive: il vento che scuote i rami degli alberi è lo stesso che agita l’animo del poeta. La poesia che dà il titolo alla raccolta, contiene tutti gli elementi principali della poetica di Emma Pretti: lo stupore primordiale per le cose della natura, il loro essere simboli estemporanei di ben altri processi interiori, di “domande a raffica” che emergono durante la notte seguite da “una grandinata di risposte”, la speranza nel sole che sempre ritorna a illuminare le scaglie di sale formatesi dopo che l’acqua della tempesta notturna è evaporata.

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Totale dedizione

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Lontana nel tempo e nello spazio
è la totale dedizione
a quell’amore cuscinetto
tra le vite di ieri, sfiorato

ne colgo ancora i bagliori
in gloriose biografie,
come lampi di sole nei miei occhi
riflesso da un comignolo girevole.

~

(ph M.Nigro©2024)