Su “Became”, racconto ‘in fieri’ di Sandro Battisti: una nota pioniera di Barbara Anderson

Quella di seguito riportata è una recensione in anticipo sui tempi. Ne sono venuto in possesso attraverso vie collaterali e riguarda il nuovo lavoro di Sandro Battisti, ambientato nell’Impero Connettivo, che lo stesso autore sta ancora editando; la recensione alla prima stesura è a cura di Barbara Anderson, che redige recensioni sul conosciuto blog Les fleurs du mal, ed è una testimonianza in embrione di ciò che normalmente è precluso ai lettori: le bozze di lavoro. La particolarità di questa novelette è che inserisce nella saga dell’Impero Connettivo il concetto del sesso quantico, ovvero dell’estensione sessuale che si muove attraverso una quantità trascendentale di dimensioni postumane.
Lo scritto, Became, sarà pubblicato presumibilmente nell’inverno prossimo dalla casa editrice Delos Digital, nell’ambito della collana L’Orlo dell’Impero che racconta gli eventi dell’Impero post Premio Urania, riconoscimento che l’autore ha vinto nell’edizione 2014; a ognuno quindi il suo giudizio e, soprattutto, non vedo l’ora che la novelette venga pubblicata, così da leggerla. Immergetevi nei dettagli della Anderson, estremamente attenta e precisa nel descrivere le sensazioni, e buon hype
PS – Silvio Sosio, quante recensioni hai letto finora di bozze ancora da sistemare?
Barbara Anderson, farai anche una recensione al libro ufficiale, così da tracciarne le differenze?
Became, Sandro Battisti. A cura di Barbara Anderson
Quanto è complicato recensire un romanzo e una storia che ci è piaciuta molto?
Tantissimo perché ci sarebbero tante cose da dire, da spiegare, da raccontare e quando le emozioni implodono dentro diventa complicato sezionare, scindere e dividere le sensazioni e le emozioni categorizzando in comparti stagni in modo da poter fare un’analisi accurata del tutto.
E io non posso scindere quello che per me è bello nella sua integrità.
Premetto che adoro la scrittura di Battisti, che trovo pura arte comunicativa dell’anima e dell’immenso.
Ho scoperto il suo impero connettivo, luogo dal quale non riesco a staccarmi mai, perché è l’unico posto letterario in cui mi riconosco e mi riscopro immersa in un’immensità di energia in espansione verso l’esplorazione di nuovi universi partendo da quelli interiori seppur ormai gli abitanti di Nefolm sono postumani e io sono una forma quasi Neanderthal dell’essere umano.
Ho avuto il privilegio e l’onore di leggere questa storia quando ancora era allo stato grezzo, ancora intoccata, non modificata, pura nella sua vera essenza; così come era trasudata dalla mente del suo autore.
Entrare nell’intimo di un prodotto artistico è qualcosa di assolutamente magico e speciale, un onore di cui faccio immenso tesoro poiché mi permette di capire il modo in cui l’autore lavora, sviluppa le idee, di come una storia nella mente di un uomo diventa (became) un prodotto finale; una storia avvincente ed emozionante. La sua trasformazione.
Con Battisti di questo si tratta, di trasformazione, di comunicazione, di visione, di espansione.
Le connessioni dell’impero connettivo avvengono attraverso la comunicazione, gli scambi di dati non solo tra individui ma anche tra oggetti, luoghi e cose. Tutto è collegato, tutto comincia e prosegue con tutto.
La percezione fisica e psichica è qualcosa che supera il concetto di materia e di tempo ed è negli spazi che restano aperti gli accessi ad altre possibilità, ad altri universi paralleli, vicini e lontani.
Nello spazio ma anche all’interno della nostra anima, dei nostri sogni, degli anfratti inesplorati della nostra mente.
Il messaggio di Battisti arriva attraverso un linguaggio forte, intenso, profondo, complesso magari per un lettore inesperto non abituato a un lessico così ricercato e particolarmente bello.
Dal primo romanzo che lessi di questo autore rimasi subito incantata proprio da quella forma di linguaggio che diventava la pura essenza del messaggio linguistico verbale, iconico, visivo, mimico, gestuale ma possono delle parole racchiudere anche la fisicità? Oh sì che possono soprattutto se le parole vengono utilizzate con peso e leggerezza, come vettori che trasportano informazioni di aggiornamento a un software ormai datato che ha bisogno continuo rinnovamento e io sono un software che non sono mai riuscita a caricare in questa realtà in cui vivo.
Le storie di Battisti non sono solo caleidoscopiche fantasie, non sono solo fantascienza, non sono solo il frutto di una personalità weird.

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“Carte nel buio”, postfazione di Emma Pretti

versione pdf: “Carte nel buio”, postfazione di Emma Pretti

Da una panoramica a volo d’uccello appare fin troppo evidente che, dal futurismo in poi e a fortune alterne, la poesia si è costantemente impegnata a reclamare il diritto di svincolarsi dalle briglie e dai legacci di una classicità che la costringeva a schemi rigidi, soffocando la sua naturale inclinazione a una particolare forma di “selvaggità” a cui aspira da sempre senza però concedersi mai completamente.

Comunque è alla fine degli anni ‘50, sotto la spinta dei giovani poeti della beat generation – e proseguendo nel clima ribollente dei tumulti studenteschi, sociali e politici – che la poesia sfonda molte porte, sgancia le briglie, fa saltare tutti i paletti che la circoscrivono, diventa visionaria e visiva, allucinata e allucinogena, sociale, femminista, sessualmente sfrenata, sfuggente attraverso l’assimilazione di linguaggi e idiomi che non aveva mai preso in considerazione. Nomi come Gruppo ‘67, Balestrini, Sanguineti, Zanzotto, Spatola – solo per citarne alcuni – ne gonfiano le potenzialità più spregiudicate, dando vita a una produzione poetica che rimane comunque astrusa e lontana dalla realtà, schiacciata nei suoi intenti dall’eccessivo sperimentalismo. Il lirismo coesiste ma si fa criptico e compiaciuto della sua enigmaticità. Un’epoca senz’altro elettrizzante e ricca di attese, ma non così decisiva, come dimostrerà in seguito, e impattante come avrebbe voluto essere.

Tutte le rivoluzioni alla fine sfiammano e si ridimensionano, segue una sorta di “restaurazione” che addirittura muove passi indietro, conservando tuttavia alcune delle istanze e aperture conquistate in precedenza.

È sufficiente dare uno sguardo alla odierna produzione poetica per renderci conto di quanta retrospettiva sia intrisa la poesia contemporanea che oscilla, con le dovute sfumature e cambi di registro, tra un neo-petrarchismo sentimentale e un neo-crepuscolarismo intimo e carico di memoria, rimpianto, mestizia: ancora e ancora cose sfuggite in lacrimevoli tramonti. Ormai la retromania colonizza musica, cinema, social, abbigliamento, arti varie; perché non la poesia? In fondo le epoche precedenti rappresentano un grande mercatino dell’usato: alla fine ci troviamo di fronte a una produzione poetica vintage con nostalgia e memoria assunte a feticcio e tormentone della nostra epoca.

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“La terra nera di Iddu”: diario brevissimo di un viaggio a Stromboli, a cura di Ilaria Cino

Ricevo dall’amica Ilaria Cino questo testo, e le foto ad esso abbinate, e con piacere pubblico…

A distanza di cinque anni dall’inizio della pandemia rispondo ad un presagio, partendo per Stromboli. La notte in cabina passa in fretta, dall’oblò della Siremar non si vede che buio pece, avvolge la nave per consegnarla al mare intatta. Sul fare dell’alba l’isola pare vinta da un insolito torpore, e il vulcano con essa; Iddu tace. Qualcosa ha toccato Stromboli, i suoi abitanti, la sua geografia, come le nostre vite. Dal porto si dipanano schizzi di storia strombolana, disegni colorati attraversano l’isola come tracce di discorsi lasciati al silenzio. Delle persone che conoscevo neanche l’ombra, ma la terra nera di Iddu avrà udito il mio arrivo?


Rivedo i luoghi dell’infanzia con lo sdegno che ha preso mia madre prima di finire. Il bar di Frankie, ritrovo di isolani e turisti, è un buco di rovine; come di Gechi non è rimasta che l’anima del ristorante. Ho chiesto della paeglia, ma non se ne fa più, come ci fosse tra gli isolani un tacito divieto di prepararla. A metà settimana, in prossimità del mio compleanno si popola l’isola, incontro vecchi amici, e di nuovi ne compaiono all’orizzonte…


Strombolicchio, faro per naviganti, mi chiama in mare, nel fianco c’è uno scavo quanto una nuvola! Sulla barca di Frankie contemplo la rovina, a sorsi di Malvasia…
A Stromboli sarei dovuta tornarci con mia madre, tra una sorpresa e l’altra ci sarebbe scappata una risata. Prima di partire hanno aperto la biblioteca, molti isolani hanno scritto negli anni di sé, e dell’isola; tra i libri è piantata una bandiera della pace, ma la pace con chi?

Testo e foto copyright
Ilaria Cino, Stromboli, maggio 2024

Ilaria Cino©2024

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Quel luogo interiore chiamato “Casablanca”

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Sì, è vero: Casablanca è innanzitutto un luogo geografico, un punto ben preciso sulla cartina del Marocco; ma è anche un luogo interiore, la materializzazione di un buen retiro per tempi storici difficili, il rifugio esotico e raffinato per fuggitivi, perseguitati e disadattati, per quelli che giocano alla neutralità politica e ideologica ma che neutrali non lo sono mai per davvero, per la razza degli “ubriaconi” che vorrebbero vivere parallelamente ai fatti storici senza mai incrociarli, gente votata all’oblio volontario e in cerca di un nascondiglio, alla dimenticanza di se stessi e dei propri dolori, almeno fino a quando quei dolori non si ripresentano fisicamente alla loro porta.

A immortalare, seppur indirettamente, Casablanca quale luogo interiore ideale, c’ha pensato l’omonimo film del 1942 diretto da Michael Curtiz. In quella sorta di “terra di mezzo” le notizie sulla seconda guerra mondiale sono come onde di un mare insanguinato che raggiungono la riva di una dimensione apparentemente risparmiata dalla distruzione ma di fatto sospesa sul baratro in compagnia del resto dell’umanità. Tra fiumi di alcol e gioco d’azzardo, una certa tipologia di esseri umani attende qualcosa, è gravida di eventi in grado di salvarla o di condannarla definitivamente. Ma non basta un locale accogliente, fumoso e con della buona musica, per sfuggire alla Storia e a se stessi, per attuare un distanziamento politico e sentimentale: i fantasmi del passato e quelli ancora più crudeli del presente, raggiungono anche il più ostinato dei fuggitivi che vorrebbe annullare se stesso e la sua memoria auto-relegandosi in una fragile condizione di sospensione spazio-temporale che di fatto si rivela effimera quando riappare sulla scena il motivo-madre della fuga: Ilsa Lund (Ingrid Bergman), simbolo dell’amore incompleto e per questo motivo destinato a diventare nostalgicamente eterno. “Con tanti posti nel mondo proprio qui dovevi capitare?” chiede Rick Blaine (Humphrey Bogart) a Ilsa: l’elogio della fuga va in fumo; il rifugio dal passato è stato violato; l’alibi dell’ubriacone disinteressato al mondo e alle sue pazzie dettate da totalitarismi e guerre, è saltato; non esiste bottiglia di whisky abbastanza grande dietro cui potersi nascondere.

Casablanca, che fino a quel momento era come una sorta di “Shangri-La africana”, un luogo per l’auto-esilio dei sentimenti, una temporanea “terra di nessuno” in cui sopravvivere senza interessarsi ai tumulti nel resto del mondo e coltivare una finta neutralità, diventa inavvertitamente il palco principale delle vicende personali e belliche. Nessun luogo è del tutto schermato, e quando la vita e la Storia decidono di irrompere, irrompono… In realtà la scelta di Casablanca da parte di Rick è una scelta falsamente isolazionistica, perché Casablanca è un luogo di passaggio, è un crocevia affollato da chi fugge e da chi fa finta di voler restare; chi vuole veramente disinteressarsi alla Storia non sceglie un posto simile. Rick, come tutti gli altri fuggitivi con cui entra in contatto, è anch’egli in attesa di qualcosa anche se non ammette di essere in attesa e soprattutto non sa, a livello cosciente, cosa attendere: dietro l’apparente immobilismo del personaggio, c’è un uomo che inconsapevolmente attende la sua occasione per evolvere, per sbloccarsi dalle sue rassicuranti convinzioni che lo tengono al riparo dal coinvolgimento con qualsiasi movimento geopolitico e dal riemergere del passato.

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Addio a Lucio Zinna!

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Addio a Lucio Zinna che in più occasioni mi ha ospitato sulla sua bella rivista “Arenaria”… r.i.p.

“Carte nel buio”, prefazione di Carla Malerba

versione pdf: “Carte nel buio”, prefazione di Carla Malerba

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Nell’ultima raccolta di Michele Nigro si definisce un percorso poetico sempre coerente alle sue precedenti scritture. Già in Pomeriggi perduti il lirismo dell’autore mi era apparso fortemente introspettivo, con richiami provenienti da conoscenze approfondite di grandi autori italiani e stranieri, ma soprattutto avevo scorto la pacata ironia che gli consentiva di prendere coscienza del senso dell’esistere senza tuttavia mai abbandonare la fiducia nella poesia.

Nigro si può definire un poeta appartato e schivo, immerso nel suo mondo poetico, lontano dall’urgenza dell’apparire, soprattutto motivato da quella del dire, in versi, una realtà del quotidiano che tocca temi universali, ma senza alcuna retorica. Il suo linguaggio è colloquiale, ma colto; severo, ma ricco di citazioni che si affacciano fin dalla prima sezione dell’opera, nell’esergo in cui inserisce alcuni versi di Dylan Thomas: “Non andartene docile in quella buona notte,… / Infuria, infuria, contro il morire della luce”.

Fin dai primi versi affiora un forte senso vitale, l’aspirazione a voler essere altro, a sperimentare altre vite mentre ammira il geco nelle sue evoluzioni con i compagni sull’alto campanile, e quell’inerpicarsi che è espressione di perfezione lo colpisce, lo spinge a scrivere: “Essere uno di loro, un equilibrio di code / agile, avventato e con ventose infallibili”.

In questa ammirazione verso le creature trapela il senso del tutto che appartiene al quotidiano dove gli odori, le storie, le urgenze del mondo, l’apparente acquiescenza a un inutile esserci, diventano poi belle metafore come, per esempio, quella degli elettroni lenti, se periferici, ma improvvisamente veloci quando agognano la luce. Una poesia dunque non edulcorata, ma contraddistinta sempre dalla riflessione e straordinariamente ricca di comparazioni è quella che si offre al lettore di Carte nel buio.

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Pelle non scritta

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Quando tutti saremo tatuati con gli stessi disegni
daremo la caccia ai glabri non marchiati
alle pelli vergini di chi ancora si racconta su carta,

lontano dalla moda degli uguali originali e senza parola.

Tornerà in uso la favella che descrive
contro la muta semiotica dei corpi inchiostrati
cartelli mobili di carne e sangue,

ho sognato di essere stato adottato:
madre! Assicurami alla storia,
dammi un segno che appartengo
anch’io a questo mondo di gabbie aperte.

Libero zoo in libero stato.

(ph M.Nigro©2024, titolo: polso di Michele Nigro, pelle su tela fotografica)

Tedoforo dell’assenza

Tedoforo dell’assenza
mantieni viva la muta luce
nelle ore solitarie e notturne,

libero, fuggi nel lavoro sperduto
tra cuccioli orfani e anime uniche
al mondo, non sai più accudire
l’amore che graffia alla tua porta
con occhi di teneri giochi,

grassa è la pianta ideale
senza legami dolenti, morenti
amica di aridi balconi esposti
al sole indipendente del domani

non chiede, non geme, non coinvolge
non rischia ferite all’anima,
esige soltanto quel poco distratto
dei tuoi ritorni dall’intorno.

Notturno #1

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Un gallo insonne, prematuro
annuncia il non visto ad est,
è l’illuso nottambulo sospeso
tra il buio certo come la morte
e la gioia di probabili luci a venire.

Una veglia in bilico tra dolci tenebre
in attesa del prossimo chiarore
che ancora una volta illumina e spiega
all’uomo guardiano la strada verso casa,

coltiva strane nostalgie
del nero che avvolge e gli rapina l’anima,

solo la luna è testimone dell’indugio,
la sua bianca faccia piena e un muto custode
dei vostri capitali e di sogni sparsi,

come in un incantesimo
i suoi affiderà al nuovo dì, che acceca gatti e voglie
mentre il mondo ormai desto, indaffarato e scemo
li perderà nel vortice del fare.

“Dipthycha 4”, a cura di Emanuele Marcuccio

COMUNICATO STAMPA in versione pdf: Dipthycha 4, comunicato stampa

Comunicato Stampa

Nell’individuare dittici e trittici poetici secondo il “Dipthycha” – operazione mai semplice – è essenziale che ogni autore non imiti l’altro ma che in una sorta di continuum, seguendo il relativo tema rimanga fedele al proprio modo di fare poesia. Se no, dove sarebbe l’innovazione? Solo qualcosa di simile a una poesia a quattro mani e nulla più.1

Emanuele Marcuccio

Uscito per i tipi di TraccePerLaMeta Edizioni «Dipthycha 4. Corrispondenze sonore, emozionali, empatiche… si intessono su quel foglio di vetro impazzito…»2, quarto volume della non solita serie antologica su idea e cura editoriale del poeta e aforista Emanuele Marcuccio, ivi presente con trentuno liriche, anche su proposta di alcuni degli autori partecipanti, più un brano dal suo dramma epico in versi liberi di ambientazione islandese Ingólf Arnarson (2017). Nel volume figurano le poesie di ventidue autori per un totale di 145 titoli. Impreziosiscono l’opera una prefazione della poetessa Michela Zanarella, una postfazione dell’esimio maestro Antonio Spagnuolo, poeta e critico letterario e nove saggi brevi della poetessa e critico letterario Lucia Bonanni introduttivi ad altrettanti dittici poetici a due voci3 con autore classico, la quale ha anche proposto il dittico a due voci con il brano dal Ingólf Arnarson di Marcuccio. Si potrà leggere anche un decimo saggio breve scritto dal poeta e critico letterario Lorenzo Spurio a un dittico a due voci con la grande poetessa di Pasturo Antonia Pozzi.

Scrive Marcuccio nella nota di introduzione: «Dopo più di un lustro dalla pubblicazione di Dipthycha 3[4] (ritardo causato anche dalla pandemia del Covid-19), il grande progetto poetico “Dipthycha” ideato e avviato nel 2013, giunge al suo quarto volume [e] “Dipthycha” è anche il titolo del progetto, che ho ricavato dall’originale termine latino diptycha (–orum), con contaminazione in chiave moderna e riadattamento del dittico – la tavoletta cerata in uso presso gli antichi Romani per scrivervi con lo stilo – in chiave poetica. Infatti, nel libro, in ogni volume del progetto, la prima poesia di un dittico (o il suo inizio) va posta sempre nella pagina di sinistra, appunto per realizzare una rivisitazione poetica del dittico antico.5  […] Come naturale evoluzione del dittico poetico a due voci, nell’agosto 2016 nasceva il trittico poetico a tre voci, anche su suggerimento degli scrittori Lorenzo Spurio e Luigi Pio Carmina. Tuttavia, in futuro non è mia intenzione individuare, proporre polittici “a più voci”, in quanto, con la triade (tesi-antitesi-sintesi) si realizza la perfetta ‘trittica’ corrispondenza, non è necessario andare oltre, si creerebbe solo una inutile dispersione del flusso poetico. Come per il dittico a due voci, anche per il trittico a tre voci, la prima poesia nel libro (o il suo inizio) va posta nella pagina di sinistra, questa volta per realizzare una rivisitazione poetica del trittico artistico».

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“Destrutturalismo” n.7, una rivista “contro”…

Alcuni miei componimenti poetici sono stati pubblicati sul n.7 della rivista “Destrutturalismo”: come descrive molto chiaramente il nome del quadrimestrale, compito principale della critica letteraria, e artistica in senso lato, oggi, è o dovrebbe essere quello di “destrutturare” certe convinzioni stilistiche e convenzioni accademiche tacitamente introiettate da autori e critici. L’anti-accademismo e la destrutturazione di una certa letteratura, quindi, tra le mission di questa rivista…

Ma delegherei la presentazione del periodico alle parole dei suoi stessi curatori prelevate dal sito “Antiche curiosità”:

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Destrutturalismo n. 7, controcomune buon senso e ritmi d’arte, Thinking Man 2024. Rivista illustrata a colori.

“Destrutturalismo” è la rivista collegata al blog omonimo curato da Mary Blindflowers e ospitato nel sito “Antiche Curiosità”. Questa pubblicazione ha principalmente carattere di approfondimento letterario e si compone di una serie di articoli di autori vari che hanno lo scopo di creare fratture riflessive, dubbi e apprezzamento di ritmi sperimentali nella mente di chi legge.

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“Carte nel buio”, booktrailer #3

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Michele Nigro legge la poesia “Carte nel buio” tratta dalla sua omonima raccolta (poesie / 2019-2024), ed. nugae 2.0 – 1a edizione: maggio 2024; prefazione di Carla Malerba, postfazione di Emma Pretti.

Copertina rigida, brossura, ebook: https://www.amazon.it/dp/B0D37RYDT1

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L’ascoltatore

All’inizio mangiare solo i biscotti rotti nel sacchetto,
sono buoni lo stesso, imperfetti e liberi
i pensieri del prima, frammenti, quando c’era madre terra
confrontati con quelli del dopo, ne conto troppi
per la bocca stanca che sa di rame notturno
rubato da un mondo votato alle tenebre,
per questa zona muta della vita

è meglio restino in silenzio.

Sono un ascoltatore, registro cavilli d’esistenze morenti:
puoi confessarti a qualsiasi ora del giorno,
ma non riesco a dirti della mia. Lacrime in disparte.
Ascolto e basta!

Anche le recensioni sono un inganno,
masticazione di parole già masticate
salvate in tempo dal baratro,
dall’egoismo di un autore
su cui saggio è tacere, non proferire verso alcuno

almeno fino al prossimo senso in ritardo.

(immagine: “L’artista morente”, quadro di Zygmunt Andrychiewicz)

“Carte nel buio”, nota di lettura di Franca Canapini

la casa del vento - nota di Canapini

Una bella e sentita recensione di Franca Canapini, che ringrazio profondamente, alla mia raccolta “Carte nel buio”

Per leggerla: QUI!

“Carte nel buio”, booktrailer #2

Grazie a chi in queste ore e settimane sta acquistando una copia di “Carte nel buio”

https://amzn.eu/d/3ztj45R

 

Un “poetico” quesito…

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Da tempo ormai mi balena in testa un quesito a cui io personalmente ho cominciato a dare un abbozzo privato di risposta; non mi dispiacerebbe, tuttavia, se questo mio dubbio personale diventasse terreno di confronto e quindi domanda d’inizio per una discussione collettiva da lanciare su questo mio blog e sui social, se ovviamente riterrete tale mia curiosità stimolante e degna di argomentazione:

“Se un poeta dimentica le origini di una propria poesia, non ne riesce più a rintracciare le motivazioni creatrici e il momento storico personale in cui l’ha concepita, è segno negativo di superficialità, di non importanza dei propri versi, oppure è un segno positivo perché significa che ha raggiunto un grado di diluizione della propria poetica al punto che non è più importante risalire alle motivazioni dell’atto creativo e al suo momento? Mi spiego meglio: se la poesia è il risultato della ‘condensazione’ di una ricerca interiore sull’indicibile, sull’inspiegabile, sull’insondabile, il non ricordare più il punto di origine di un proprio componimento potrebbe essere considerato come il raggiungimento di un grado di liberalizzazione della propria poetica dai lacci della razionalità e della classificazione poetica? Il poeta può permettersi di perdersi e di perdere di vista il ‘primum movens’ oppure è solo il lettore che deve affidarsi a ciò che la poesia letta gli trasmette senza essere obbligato (almeno in un primo momento) a conoscere la ‘storia’ del componimento?”.

Grazie per le vostre eventuali gradite risposte!

Michele Nigro

versione pdf: Un “poetico” quesito…

Sangue sparso



Rosso fluido prestato a un mondo anonimo
abbandoni il pulsante fiume caldo della passione
verso sfortunate vene in attesa di nuova vita.
Emodinamica medievale e studi a gravità zero,
educati salassi in bilico sulla tortura
gabbano sorella morte corporale.

(tratta da “Nessuno nasce pulito”)

Matria

Dalle Veneri paleolitiche alle sportive spartane. La condizione delle donne  nell'antichità attraverso celebri reperti - ArtsLife

Il nome esatto non è patria,
la fonte materica del corpo
statuetta votiva dell’essere
l’origine dei cognomi nascosti
dei riti tradotti in cristiano,
l’orecchio prestato al primo vagito
è della lingua che è madre di parole

la terra che accolse il sangue credente
la poesia dei giorni passati
la partoriente di attese e speranze,
un cuore deluso e trafitto è il suo
materno ed eterno
come una storia senza cronaca

è il luogo dei figli svezzati con dolore
lanciati al mondo dopo il trapasso,
dimora di libertà coraggiose
testimone di quel che accadrà

terra delle madri,
il suo nome pagano
il nome della nostra casa
dovrebbe essere ‘matria’.

(immagine: la “Venere di Willendorf”)

Recensioni a “Carte nel buio” (work in progress)

Recensioni (e segnalazioni) alla raccolta “Carte nel buio” (ed. nugae 2.0, 2024), elenco parziale:

Maria Teresa Iacolare su “Carte nel buio” (recensione Amazon)

Davide Morelli su “Carte nel buio” (recensione per “La gilda dei lettori”)

“Carte nel buio” su Sentieri di Cartesensibili (recensione di Fernanda Ferraresso)

“Carte nel buio” su La Nicchia dei Lettori (segnalazione e recensione a cura di De)

“Carte nel buio” su Margutte (segnalazione)

Sandro Battisti su “Carte nel buio”

Ilaria Cino su “Carte nel buio” (recensione Amazon)

“Carte nel buio” su Il giardino dei poeti (segnalazione)

“Carte nel buio” su Pro Letteratura e Cultura (segnalazione)

“Carte nel buio” su Pubblicazioni Letterariae (segnalazione)

“Carte nel buio” su La nicchia di Giorgio Anelli (segnalazione)

“Carte nel buio” su La poesia e lo spirito (segnalazione)

Nota a “Carte nel buio”, di Franca Canapini (La casa del vento)

Nota a “Carte nel buio”, di Franco Innella

(ultimo aggiornamento: 17/10/2024)

Per ordinare il libro: QUI!

Nota a “Carte nel buio”, di Franco Innella

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Io e Michele, nei nostri incontri davanti ad una tazzina di caffè al bar, abbiamo tanto parlato della situazione della poesia odierna e anche della dolorosa deriva che essa vive. Ci siamo interrogati sul destino del poeta e della poesia in generale nella nostra società, siamo rimasti allibiti davanti alla crisi che la poesia e la cultura in generale vivono in Italia, all’ultimo posto in Europa per la lettura dei libri. Ma non ci siamo arresi, abbiamo deciso di continuare a percorrere la strada della poesia. E così leggo con piacere questo nuovo lavoro di Michele – Carte nel buio – che è diviso in varie sezioni, quasi a voler dare al lettore uno spaccato preciso del suo poetare che è allo stesso tempo un recupero di se stesso, o forse come direbbe Sylvia Plath “del proprio Sé poetico” che si oppone a quello empirico.

Ogni poeta, come direbbe Pavese, ha la sua terra incognita, ed è impegnato in un lavoro di scavo interiore. Michele non è un poeta metafisico, né post-ermetico e neanche impressionista, e non usa un linguaggio estremamente intellettuale. Egli è legato al mondo contemporaneo con il quale giunge ad una non sopita conflittualità. Ma è anche un sapiente evocatore del mondo delle figure parentali, dell’eros, della morte. Una poesia che trabocca di vita e che esce dall’ambito accademico per inoltrarsi nel mondo di tutti i giorni.

Concludo dicendo che le poesie del testo mi sono piaciute tutte e in particolare una mi ha colpito; Gechi: “… Le urgenze del mondo / i soliti guai con cambi di forma / non raggiungono il gesto abituale / dell’uomo calmo che torna dalla terra. / È questione di dove sono posizionati / gli elettroni intorno al nucleo, / quelli periferici sono lenti, / solo spostandoli verso il centro dell’inutile esserci / si agitano, velocizzano la rotazione / inseguono come falene le luci dei bar / per dimenticarsi della fine.”