Sogno o son testo?

La parola indaga su frammenti labili di vita
come carta moschicida
cattura nel buio volanti sogni impercettibili
immagini svanite con le prime luci
di un risveglio cosciente ma ignorante.
Si coagulano sotto forma d’inchiostro
impressioni passate e gesti archiviati.
Delicato è il passaggio alchemico, scellerata traduzione
dall’idea annebbiata al segno testuale,
una perdita di metadati attenta
alla stesura del mio lascito.
Nel rumore silenzioso di una riga
tutta la speranza dell’eternità.

(tratta da “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

(immagine di Zygmunt Andrychiewicz)

“Voglio un piano quinquennale, la stabilità.”

Cambiano i colori, le forme di sempre
nuove scale di grigi nell’aria tersa della fine
tutto è più chiaro di ritorno dall’inferno,

chissà se riconoscerà la strada di casa
anche la parola persa nel trasloco
dalla vita di ieri alla dimora della speranza,
se saprai portare il peso delle vite sfiorate
dei viaggi iniziati a caso
delle ore occupate per miracolo
dei personaggi indossati
delle fughe sui traguardi laureati
delle esistenze provate in camerino
ma senza andare in scena,
se il loro ricordo non premerà troppo forte
sull’osso dell’espiazione.

Un altro autunno dirà messa
sull’altare dei trascorsi equinozi,
cambiano i nomi dei tuoi mille lavori
e i volti dei passanti senza traccia,

ti stupisce ancora sull’orlo della notte
la consumata trama degli anni dispersi,
sai già che molti di quelli che sei stato
le loro insperate parole a matita
non faranno ritorno al richiamo del tramonto.

(1) il titolo di questo componimento è stato consapevolmente “preso in prestito” dal testo del brano “Live in Pankow” dei “CCCP-fedeli alla linea”.

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“Carte nel buio” su Margutte

Un grazie a Silvia Pio e alla redazione di “Margutte” (Non-rivista online di letteratura e altro) per aver presentato alle sue lettrici e ai suoi lettori – all’interno della rubrica La Voce di Calliope – la mia raccolta “Carte nel buio”

Per leggere l’articolo/segnalazione: QUI!

“Mi vien la Musa, la magnifica cupezza, e la Ginestra. Un saluto all’amico Giacomo”, di Ilaria Cino

Sola tra persone che cenano sole come a testimoniare nel pubblico una storia che non è stata uguale per tutti, mi vien la Musa, la magnifica cupezza, e la Ginestra. E così riprendendo la scrittura, il sovrumano sforzo, e la pietà di un invito […/A queste piagge / venga colui che d’esaltar con lode / il nostro fato ha in uso, e vegga / quanto è il genere nostro in cura / all’amante natura /…]. La Napoli del poeta “bruttissimo” come Leopardi amò dire di sé, e del suo unico ritratto in vita (1), non fu così diversa da quella del 1976 di mia madre, di me prossima ad avvenire con fatica, e dalla Napoli assente di questo farsi ventunesimo secolo. Fedele ad una poetica del vero, e del terribile che ne penalizzò la lettura d’oltralpe, e postuma, G. Leopardi concepì la canzone libera “La Ginestra”, di settenari sciolti, durante il suo soggiorno a Napoli, nel 1837, in simili contesti di grande moria, e dell’apparire di figure misteriose come maschere napoletane che vanno ad incensare le strade. La Ginestra fu l’ultimo mirar del poeta di Recanati, come ne scriverà la sorella Paolina, terzogenita di casa Leopardi, “donna di rara indipendenza intellettuale, nel suo addio a Giacomo, tumulato nella chiesa di San Vitale sulla via di Pozzuoli” (2).

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Corri ragazzo, corri!

“… Corri ragazzo, corri!

alla stessa velocità del mondo.

Mimetizzati

e lascia le pause agli indecisi pensanti,

perché fino a quando correrai

nessuno si accorgerà di te…”

(dalla raccolta “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

Leibowitz

Torneranno le danze della pioggia
e in notturni falò ancestrali
bruceremo le app meteo,
come ai tempi di Leibowitz
pire di libri mai letti, condannati
roghi di carne scienziata
in sacrificio ad antichi errori sapienti.

Mettere in dubbio il dna
la verginità di Maria
l’uomo sulla Luna
la sfericità di mondi al tramonto
le cose invisibili e visibili
il racconto dell’inviato
il credo nel sempre saputo,
anche nell’immagine reale
ingannata dall’artificio intelligente
non avremo più fede.

In dubbio la terra calpestata
l’aria respirata
i pensieri pensati
l’umanità sfiorata,
saturi di conoscenza
ci affideremo al mistero

tornerà il futuro nei fondi di caffè,
i fulgatores, gli aruspici
gli etruschi àuguri
riprenderanno a indicarci sui social
il destino dei viaggi spaziali,

e scenderemo ignoranti
nell’Ade dei chissà.

(immagine: FONTE)

 

Espiazione

Non gettare tempo al nulla
all’algoritmo che non legge,
non più messaggi in bottiglie
rotte dal flusso di acque elettriche,

sfiora le mani della donna infedele
rifiuta la musica solitaria di ieri
prega come se vedessi dio, e chiedi
bussa, progetta, strappa con coraggio
il pronostico crudele sul destino
viaggia non per noia da perdigiorno
lungo i nuovi sentieri della grazia,
ma per espiazione
sia l’intento dei giorni a venire.

Dal quartiere bruciato d’agosto
grida di madre ferita negli ultimi inverni
si levano insieme all’arsura di guerre lontane,
è già dolce in bocca e sulla pelle l’autunno alle porte
una sicura promessa che non prevede la morte dell’anima.

(ph M.Nigro©2024; titolo: me stesso)

Non può essere tutto qui!

“… Prove di serenità

autunnale

troppo lontana

per salvarci,

costretti a vivere

l’ennesimo agosto

tra briciole di luce

e sotterranei valori…”

(tratta da “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

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Su “Errata Complice” di Stefania Giammillaro, nota di Carla Malerba

C’è talvolta una naturale intesa tra donne che scaturisce da qualcosa difficile da definire e che diviene momento privilegiato o affinità elettiva, che dir si voglia.

Raro dono che unisce improvvisamente, attraverso il sentire poetico e fa scorgere elementi comuni che servono ad una comprensione della vicenda umana e spirituale di chi si legge, tale da riconoscere nello scritto stati d’animo familiari, legati a sentimenti di gioia o di dolore. Mi sono avvicinata alla raccolta di Stefania Giammillaro* empaticamente, da donna a donna, cercando di cogliere nel verso e nella parola quello che io stessa avrei scritto o sentito di dover dire.

Quella di Stefania è poesia d’amore, quasi un diario dei giorni trascorsi dove nella figura maschile che si affaccia non leggiamo caratteri distintivi: né occhi, né mani, rare parole. È la ricostruzione di un percorso iniziato fiduciosamente e poi interrotto lasciando nella mente e nel cuore segni difficili da cancellare.

Solo una serie di presagi anticipano quella presenza, quasi nascosti da versi che appuntano ciò che è stato, ciò che sarà. Invocazioni profetiche – sorprendimi con le labbra serrate / al buio di ogni promessa – voluti controsensi – tienimi stretta per non cadere / nelle tue mani.  Così si staglia nell’ombra la figura indistinta di chi non ha saputo amare mentre la voce poetante ricostruisce la vicenda senza indulgere a visioni consolatorie.

C’è un senso di consapevolezza piena in questi versi che si avverte e accompagna fin dalle prime liriche: in essi non si attenua il ricordo del rimbombo dei flutti marini, né nulla si distende nella preghiera scandita dall’efficacia degli imperativi pur rimanendo sempre la poesia ancora di salvezza in cui il patto si rende necessità vitale (nascondimi, preservami, tienimi stretta…); la metrica ha una solennità incidente, il senso profetico non abbandona il lettore mentre ribadisce la conoscenza di una crudele incapacità di amare.

Tuttavia nella poesia di Giammillaro la ricerca del bene è sempre ricorrente, si apre come qualcosa in cui credere, nonostante l’incertezza in cui l’anima si trova fino a diventare invocazione nei versi che racchiudono tutto il non-detto:

Accarezzami dal conforto / racchiuso nel non decidere /

se amarmi / – per non soffrire / o odiarti / – per non morire

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“Mal’ore”, booktrailer #4 da “Carte nel buio”

Michele Nigro legge la poesia “Mal’ore” tratta dalla raccolta “Carte nel buio” (poesie / 2019-2024), ed. nugae 2.0 – 1ª edizione: maggio 2024; prefazione di Carla Malerba, postfazione di Emma Pretti.

Copertina rigida, brossura, ebook: https://www.amazon.it/dp/B0D37RYDT1

Su “Became”, racconto ‘in fieri’ di Sandro Battisti: una nota pioniera di Barbara Anderson

Quella di seguito riportata è una recensione in anticipo sui tempi. Ne sono venuto in possesso attraverso vie collaterali e riguarda il nuovo lavoro di Sandro Battisti, ambientato nell’Impero Connettivo, che lo stesso autore sta ancora editando; la recensione alla prima stesura è a cura di Barbara Anderson, che redige recensioni sul conosciuto blog Les fleurs du mal, ed è una testimonianza in embrione di ciò che normalmente è precluso ai lettori: le bozze di lavoro. La particolarità di questa novelette è che inserisce nella saga dell’Impero Connettivo il concetto del sesso quantico, ovvero dell’estensione sessuale che si muove attraverso una quantità trascendentale di dimensioni postumane.
Lo scritto, Became, sarà pubblicato presumibilmente nell’inverno prossimo dalla casa editrice Delos Digital, nell’ambito della collana L’Orlo dell’Impero che racconta gli eventi dell’Impero post Premio Urania, riconoscimento che l’autore ha vinto nell’edizione 2014; a ognuno quindi il suo giudizio e, soprattutto, non vedo l’ora che la novelette venga pubblicata, così da leggerla. Immergetevi nei dettagli della Anderson, estremamente attenta e precisa nel descrivere le sensazioni, e buon hype
PS – Silvio Sosio, quante recensioni hai letto finora di bozze ancora da sistemare?
Barbara Anderson, farai anche una recensione al libro ufficiale, così da tracciarne le differenze?
Became, Sandro Battisti. A cura di Barbara Anderson
Quanto è complicato recensire un romanzo e una storia che ci è piaciuta molto?
Tantissimo perché ci sarebbero tante cose da dire, da spiegare, da raccontare e quando le emozioni implodono dentro diventa complicato sezionare, scindere e dividere le sensazioni e le emozioni categorizzando in comparti stagni in modo da poter fare un’analisi accurata del tutto.
E io non posso scindere quello che per me è bello nella sua integrità.
Premetto che adoro la scrittura di Battisti, che trovo pura arte comunicativa dell’anima e dell’immenso.
Ho scoperto il suo impero connettivo, luogo dal quale non riesco a staccarmi mai, perché è l’unico posto letterario in cui mi riconosco e mi riscopro immersa in un’immensità di energia in espansione verso l’esplorazione di nuovi universi partendo da quelli interiori seppur ormai gli abitanti di Nefolm sono postumani e io sono una forma quasi Neanderthal dell’essere umano.
Ho avuto il privilegio e l’onore di leggere questa storia quando ancora era allo stato grezzo, ancora intoccata, non modificata, pura nella sua vera essenza; così come era trasudata dalla mente del suo autore.
Entrare nell’intimo di un prodotto artistico è qualcosa di assolutamente magico e speciale, un onore di cui faccio immenso tesoro poiché mi permette di capire il modo in cui l’autore lavora, sviluppa le idee, di come una storia nella mente di un uomo diventa (became) un prodotto finale; una storia avvincente ed emozionante. La sua trasformazione.
Con Battisti di questo si tratta, di trasformazione, di comunicazione, di visione, di espansione.
Le connessioni dell’impero connettivo avvengono attraverso la comunicazione, gli scambi di dati non solo tra individui ma anche tra oggetti, luoghi e cose. Tutto è collegato, tutto comincia e prosegue con tutto.
La percezione fisica e psichica è qualcosa che supera il concetto di materia e di tempo ed è negli spazi che restano aperti gli accessi ad altre possibilità, ad altri universi paralleli, vicini e lontani.
Nello spazio ma anche all’interno della nostra anima, dei nostri sogni, degli anfratti inesplorati della nostra mente.
Il messaggio di Battisti arriva attraverso un linguaggio forte, intenso, profondo, complesso magari per un lettore inesperto non abituato a un lessico così ricercato e particolarmente bello.
Dal primo romanzo che lessi di questo autore rimasi subito incantata proprio da quella forma di linguaggio che diventava la pura essenza del messaggio linguistico verbale, iconico, visivo, mimico, gestuale ma possono delle parole racchiudere anche la fisicità? Oh sì che possono soprattutto se le parole vengono utilizzate con peso e leggerezza, come vettori che trasportano informazioni di aggiornamento a un software ormai datato che ha bisogno continuo rinnovamento e io sono un software che non sono mai riuscita a caricare in questa realtà in cui vivo.
Le storie di Battisti non sono solo caleidoscopiche fantasie, non sono solo fantascienza, non sono solo il frutto di una personalità weird.

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“Carte nel buio”, postfazione di Emma Pretti

versione pdf: “Carte nel buio”, postfazione di Emma Pretti

Da una panoramica a volo d’uccello appare fin troppo evidente che, dal futurismo in poi e a fortune alterne, la poesia si è costantemente impegnata a reclamare il diritto di svincolarsi dalle briglie e dai legacci di una classicità che la costringeva a schemi rigidi, soffocando la sua naturale inclinazione a una particolare forma di “selvaggità” a cui aspira da sempre senza però concedersi mai completamente.

Comunque è alla fine degli anni ‘50, sotto la spinta dei giovani poeti della beat generation – e proseguendo nel clima ribollente dei tumulti studenteschi, sociali e politici – che la poesia sfonda molte porte, sgancia le briglie, fa saltare tutti i paletti che la circoscrivono, diventa visionaria e visiva, allucinata e allucinogena, sociale, femminista, sessualmente sfrenata, sfuggente attraverso l’assimilazione di linguaggi e idiomi che non aveva mai preso in considerazione. Nomi come Gruppo ‘67, Balestrini, Sanguineti, Zanzotto, Spatola – solo per citarne alcuni – ne gonfiano le potenzialità più spregiudicate, dando vita a una produzione poetica che rimane comunque astrusa e lontana dalla realtà, schiacciata nei suoi intenti dall’eccessivo sperimentalismo. Il lirismo coesiste ma si fa criptico e compiaciuto della sua enigmaticità. Un’epoca senz’altro elettrizzante e ricca di attese, ma non così decisiva, come dimostrerà in seguito, e impattante come avrebbe voluto essere.

Tutte le rivoluzioni alla fine sfiammano e si ridimensionano, segue una sorta di “restaurazione” che addirittura muove passi indietro, conservando tuttavia alcune delle istanze e aperture conquistate in precedenza.

È sufficiente dare uno sguardo alla odierna produzione poetica per renderci conto di quanta retrospettiva sia intrisa la poesia contemporanea che oscilla, con le dovute sfumature e cambi di registro, tra un neo-petrarchismo sentimentale e un neo-crepuscolarismo intimo e carico di memoria, rimpianto, mestizia: ancora e ancora cose sfuggite in lacrimevoli tramonti. Ormai la retromania colonizza musica, cinema, social, abbigliamento, arti varie; perché non la poesia? In fondo le epoche precedenti rappresentano un grande mercatino dell’usato: alla fine ci troviamo di fronte a una produzione poetica vintage con nostalgia e memoria assunte a feticcio e tormentone della nostra epoca.

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“La terra nera di Iddu”: diario brevissimo di un viaggio a Stromboli, a cura di Ilaria Cino

Ricevo dall’amica Ilaria Cino questo testo, e le foto ad esso abbinate, e con piacere pubblico…

A distanza di cinque anni dall’inizio della pandemia rispondo ad un presagio, partendo per Stromboli. La notte in cabina passa in fretta, dall’oblò della Siremar non si vede che buio pece, avvolge la nave per consegnarla al mare intatta. Sul fare dell’alba l’isola pare vinta da un insolito torpore, e il vulcano con essa; Iddu tace. Qualcosa ha toccato Stromboli, i suoi abitanti, la sua geografia, come le nostre vite. Dal porto si dipanano schizzi di storia strombolana, disegni colorati attraversano l’isola come tracce di discorsi lasciati al silenzio. Delle persone che conoscevo neanche l’ombra, ma la terra nera di Iddu avrà udito il mio arrivo?


Rivedo i luoghi dell’infanzia con lo sdegno che ha preso mia madre prima di finire. Il bar di Frankie, ritrovo di isolani e turisti, è un buco di rovine; come di Gechi non è rimasta che l’anima del ristorante. Ho chiesto della paeglia, ma non se ne fa più, come ci fosse tra gli isolani un tacito divieto di prepararla. A metà settimana, in prossimità del mio compleanno si popola l’isola, incontro vecchi amici, e di nuovi ne compaiono all’orizzonte…


Strombolicchio, faro per naviganti, mi chiama in mare, nel fianco c’è uno scavo quanto una nuvola! Sulla barca di Frankie contemplo la rovina, a sorsi di Malvasia…
A Stromboli sarei dovuta tornarci con mia madre, tra una sorpresa e l’altra ci sarebbe scappata una risata. Prima di partire hanno aperto la biblioteca, molti isolani hanno scritto negli anni di sé, e dell’isola; tra i libri è piantata una bandiera della pace, ma la pace con chi?

Testo e foto copyright
Ilaria Cino, Stromboli, maggio 2024

Ilaria Cino©2024

versione pdf: “La terra nera di Iddu”: diario brevissimo di un viaggio a Stromboli, a cura di Ilaria Cino

Quel luogo interiore chiamato “Casablanca”

versione pdf: Quel luogo interiore chiamato “Casablanca”

Sì, è vero: Casablanca è innanzitutto un luogo geografico, un punto ben preciso sulla cartina del Marocco; ma è anche un luogo interiore, la materializzazione di un buen retiro per tempi storici difficili, il rifugio esotico e raffinato per fuggitivi, perseguitati e disadattati, per quelli che giocano alla neutralità politica e ideologica ma che neutrali non lo sono mai per davvero, per la razza degli “ubriaconi” che vorrebbero vivere parallelamente ai fatti storici senza mai incrociarli, gente votata all’oblio volontario e in cerca di un nascondiglio, alla dimenticanza di se stessi e dei propri dolori, almeno fino a quando quei dolori non si ripresentano fisicamente alla loro porta.

A immortalare, seppur indirettamente, Casablanca quale luogo interiore ideale, c’ha pensato l’omonimo film del 1942 diretto da Michael Curtiz. In quella sorta di “terra di mezzo” le notizie sulla seconda guerra mondiale sono come onde di un mare insanguinato che raggiungono la riva di una dimensione apparentemente risparmiata dalla distruzione ma di fatto sospesa sul baratro in compagnia del resto dell’umanità. Tra fiumi di alcol e gioco d’azzardo, una certa tipologia di esseri umani attende qualcosa, è gravida di eventi in grado di salvarla o di condannarla definitivamente. Ma non basta un locale accogliente, fumoso e con della buona musica, per sfuggire alla Storia e a se stessi, per attuare un distanziamento politico e sentimentale: i fantasmi del passato e quelli ancora più crudeli del presente, raggiungono anche il più ostinato dei fuggitivi che vorrebbe annullare se stesso e la sua memoria auto-relegandosi in una fragile condizione di sospensione spazio-temporale che di fatto si rivela effimera quando riappare sulla scena il motivo-madre della fuga: Ilsa Lund (Ingrid Bergman), simbolo dell’amore incompleto e per questo motivo destinato a diventare nostalgicamente eterno. “Con tanti posti nel mondo proprio qui dovevi capitare?” chiede Rick Blaine (Humphrey Bogart) a Ilsa: l’elogio della fuga va in fumo; il rifugio dal passato è stato violato; l’alibi dell’ubriacone disinteressato al mondo e alle sue pazzie dettate da totalitarismi e guerre, è saltato; non esiste bottiglia di whisky abbastanza grande dietro cui potersi nascondere.

Casablanca, che fino a quel momento era come una sorta di “Shangri-La africana”, un luogo per l’auto-esilio dei sentimenti, una temporanea “terra di nessuno” in cui sopravvivere senza interessarsi ai tumulti nel resto del mondo e coltivare una finta neutralità, diventa inavvertitamente il palco principale delle vicende personali e belliche. Nessun luogo è del tutto schermato, e quando la vita e la Storia decidono di irrompere, irrompono… In realtà la scelta di Casablanca da parte di Rick è una scelta falsamente isolazionistica, perché Casablanca è un luogo di passaggio, è un crocevia affollato da chi fugge e da chi fa finta di voler restare; chi vuole veramente disinteressarsi alla Storia non sceglie un posto simile. Rick, come tutti gli altri fuggitivi con cui entra in contatto, è anch’egli in attesa di qualcosa anche se non ammette di essere in attesa e soprattutto non sa, a livello cosciente, cosa attendere: dietro l’apparente immobilismo del personaggio, c’è un uomo che inconsapevolmente attende la sua occasione per evolvere, per sbloccarsi dalle sue rassicuranti convinzioni che lo tengono al riparo dal coinvolgimento con qualsiasi movimento geopolitico e dal riemergere del passato.

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Addio a Lucio Zinna!

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Addio a Lucio Zinna che in più occasioni mi ha ospitato sulla sua bella rivista “Arenaria”… r.i.p.

“Carte nel buio”, prefazione di Carla Malerba

versione pdf: “Carte nel buio”, prefazione di Carla Malerba

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Nell’ultima raccolta di Michele Nigro si definisce un percorso poetico sempre coerente alle sue precedenti scritture. Già in Pomeriggi perduti il lirismo dell’autore mi era apparso fortemente introspettivo, con richiami provenienti da conoscenze approfondite di grandi autori italiani e stranieri, ma soprattutto avevo scorto la pacata ironia che gli consentiva di prendere coscienza del senso dell’esistere senza tuttavia mai abbandonare la fiducia nella poesia.

Nigro si può definire un poeta appartato e schivo, immerso nel suo mondo poetico, lontano dall’urgenza dell’apparire, soprattutto motivato da quella del dire, in versi, una realtà del quotidiano che tocca temi universali, ma senza alcuna retorica. Il suo linguaggio è colloquiale, ma colto; severo, ma ricco di citazioni che si affacciano fin dalla prima sezione dell’opera, nell’esergo in cui inserisce alcuni versi di Dylan Thomas: “Non andartene docile in quella buona notte,… / Infuria, infuria, contro il morire della luce”.

Fin dai primi versi affiora un forte senso vitale, l’aspirazione a voler essere altro, a sperimentare altre vite mentre ammira il geco nelle sue evoluzioni con i compagni sull’alto campanile, e quell’inerpicarsi che è espressione di perfezione lo colpisce, lo spinge a scrivere: “Essere uno di loro, un equilibrio di code / agile, avventato e con ventose infallibili”.

In questa ammirazione verso le creature trapela il senso del tutto che appartiene al quotidiano dove gli odori, le storie, le urgenze del mondo, l’apparente acquiescenza a un inutile esserci, diventano poi belle metafore come, per esempio, quella degli elettroni lenti, se periferici, ma improvvisamente veloci quando agognano la luce. Una poesia dunque non edulcorata, ma contraddistinta sempre dalla riflessione e straordinariamente ricca di comparazioni è quella che si offre al lettore di Carte nel buio.

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Pelle non scritta

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Quando tutti saremo tatuati con gli stessi disegni
daremo la caccia ai glabri non marchiati
alle pelli vergini di chi ancora si racconta su carta,

lontano dalla moda degli uguali originali e senza parola.

Tornerà in uso la favella che descrive
contro la muta semiotica dei corpi inchiostrati
cartelli mobili di carne e sangue,

ho sognato di essere stato adottato:
madre! Assicurami alla storia,
dammi un segno che appartengo
anch’io a questo mondo di gabbie aperte.

Libero zoo in libero stato.

(ph M.Nigro©2024, titolo: polso di Michele Nigro, pelle su tela fotografica)

Tedoforo dell’assenza

Tedoforo dell’assenza
mantieni viva la muta luce
nelle ore solitarie e notturne,

libero, fuggi nel lavoro sperduto
tra cuccioli orfani e anime uniche
al mondo, non sai più accudire
l’amore che graffia alla tua porta
con occhi di teneri giochi,

grassa è la pianta ideale
senza legami dolenti, morenti
amica di aridi balconi esposti
al sole indipendente del domani

non chiede, non geme, non coinvolge
non rischia ferite all’anima,
esige soltanto quel poco distratto
dei tuoi ritorni dall’intorno.

Notturno #1

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Un gallo insonne, prematuro
annuncia il non visto ad est,
è l’illuso nottambulo sospeso
tra il buio certo come la morte
e la gioia di probabili luci a venire.

Una veglia in bilico tra dolci tenebre
in attesa del prossimo chiarore
che ancora una volta illumina e spiega
all’uomo guardiano la strada verso casa,

coltiva strane nostalgie
del nero che avvolge e gli rapina l’anima,

solo la luna è testimone dell’indugio,
la sua bianca faccia piena e un muto custode
dei vostri capitali e di sogni sparsi,

come in un incantesimo
i suoi affiderà al nuovo dì, che acceca gatti e voglie
mentre il mondo ormai desto, indaffarato e scemo
li perderà nel vortice del fare.

“Dipthycha 4”, a cura di Emanuele Marcuccio

COMUNICATO STAMPA in versione pdf: Dipthycha 4, comunicato stampa

Comunicato Stampa

Nell’individuare dittici e trittici poetici secondo il “Dipthycha” – operazione mai semplice – è essenziale che ogni autore non imiti l’altro ma che in una sorta di continuum, seguendo il relativo tema rimanga fedele al proprio modo di fare poesia. Se no, dove sarebbe l’innovazione? Solo qualcosa di simile a una poesia a quattro mani e nulla più.1

Emanuele Marcuccio

Uscito per i tipi di TraccePerLaMeta Edizioni «Dipthycha 4. Corrispondenze sonore, emozionali, empatiche… si intessono su quel foglio di vetro impazzito…»2, quarto volume della non solita serie antologica su idea e cura editoriale del poeta e aforista Emanuele Marcuccio, ivi presente con trentuno liriche, anche su proposta di alcuni degli autori partecipanti, più un brano dal suo dramma epico in versi liberi di ambientazione islandese Ingólf Arnarson (2017). Nel volume figurano le poesie di ventidue autori per un totale di 145 titoli. Impreziosiscono l’opera una prefazione della poetessa Michela Zanarella, una postfazione dell’esimio maestro Antonio Spagnuolo, poeta e critico letterario e nove saggi brevi della poetessa e critico letterario Lucia Bonanni introduttivi ad altrettanti dittici poetici a due voci3 con autore classico, la quale ha anche proposto il dittico a due voci con il brano dal Ingólf Arnarson di Marcuccio. Si potrà leggere anche un decimo saggio breve scritto dal poeta e critico letterario Lorenzo Spurio a un dittico a due voci con la grande poetessa di Pasturo Antonia Pozzi.

Scrive Marcuccio nella nota di introduzione: «Dopo più di un lustro dalla pubblicazione di Dipthycha 3[4] (ritardo causato anche dalla pandemia del Covid-19), il grande progetto poetico “Dipthycha” ideato e avviato nel 2013, giunge al suo quarto volume [e] “Dipthycha” è anche il titolo del progetto, che ho ricavato dall’originale termine latino diptycha (–orum), con contaminazione in chiave moderna e riadattamento del dittico – la tavoletta cerata in uso presso gli antichi Romani per scrivervi con lo stilo – in chiave poetica. Infatti, nel libro, in ogni volume del progetto, la prima poesia di un dittico (o il suo inizio) va posta sempre nella pagina di sinistra, appunto per realizzare una rivisitazione poetica del dittico antico.5  […] Come naturale evoluzione del dittico poetico a due voci, nell’agosto 2016 nasceva il trittico poetico a tre voci, anche su suggerimento degli scrittori Lorenzo Spurio e Luigi Pio Carmina. Tuttavia, in futuro non è mia intenzione individuare, proporre polittici “a più voci”, in quanto, con la triade (tesi-antitesi-sintesi) si realizza la perfetta ‘trittica’ corrispondenza, non è necessario andare oltre, si creerebbe solo una inutile dispersione del flusso poetico. Come per il dittico a due voci, anche per il trittico a tre voci, la prima poesia nel libro (o il suo inizio) va posta nella pagina di sinistra, questa volta per realizzare una rivisitazione poetica del trittico artistico».

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