Guardami dall’esterno

Guardami da lì fuori, dall’esterno
con occhi lucidi fatti d’aria,
dall’alto come se fossi dio

ho bisogno di un tuo parere senza tempo
per credere nel nuovo cammino,
giudicami, dirigi gli entusiasmi, aggiustami,
il mio tiro è fatto d’istinto animale, direzionami,
correggimi nella scuola del presente

guardami da dove ti trovi, non importa
se non ricordi più il mio nome terreno,
accompagnami anche se non sai più chi sono,
cerco una voce che pronunci la mia storia.

Dimmi se la strada è quella giusta
se la mia fede è ben riposta,
consigliami in sogno
prima che mi svegli prima dell’alba.

Lacci

La città folle dell’uomo
ci creò custodi al capitale,
eppure ancora il mio mondo
è popolato di stelle orfane.

Non buone per l’azione maschia
sono le scarpe senza lacci,
intravedo tra sprazzi di presente
mocassini a ricordo di epoche vili,

ho carte interiori da sistemare
bruciando incensi al cancro
mentre mi danno del “voi”
a margine di giorni perfetti.

(ph M.Nigro©2025)

Non pensare, scrivi…!

Resto ancora un po’ qui
in tua eterna compagnia
nell’angolo dell’ultimo respiro
tra piogge indecise d’ottobre
e battaglie a calare tra sepolti vivi
con bocche sporche di cemento
natanti per propagande sgamate
enumerazioni da politici fissati di confine,

ma altra cosa è il confino, amore assente
sono troppe le parole nella parte stretta
dell’imbuto di idee che bussano ogni giorno.
Stanchezza e mancanza d’ossigeno
aiutano a non pensare parole,
gettito poetico allora saremo
curve di ipotesi sgangherate
malanni combattuti nel tempo libero,

il lumino in silenzio attende fotoni di fede
una carica solare per chi ama il buio.
Ma tu sei fiamma e cenere nell’aria!
urna discreta tra molteplici ricordi,
pressante è il passato, ignoto il futuro
appiglio vincitore è questo presente
che ho sotto i piedi dalla scorsa notte
prendendo appunti sulla tua morte
respirando i tuoi “che peccato!”
completando una collana di libri mai letti.

Il gatto della pioggia

Il gatto della pioggia
è un’idea serale di passaggio
un volatile rendez-vous di coscienza,
distratto appare nell’ombra di giorni a finire
in cerca dell’amico umano che non porta armi

diffida per istinto delle masse, pericolose
esse conducono a folli moti. A guerre.
Puntare sull’uno, riconoscerlo, annusarlo
a distanza, nascosto nel buio intorno alle stelle,
senza dare cenno alcuno, presenza di spirito in muta attesa.

Il gatto rosso della pioggia
è un’intoccabile anima notturna di pelo furbo,
non aspettatelo col buon tempo!
comparirà dopo un temporale di parole
in compagnia di sagge lumache di terra
e svanirà senza ringraziare con passo di volpe.

Il potere di uccidere

La preda giuggioleggiava sul da farsi, in attesa di consensi, di via libera popolari, applausi familiari e concedendosi caute pianificazioni sotto il sole di quella splendida mattinata. Fu in quel preciso istante che il cacciatore ebbe l’idea, insana per molti ma gloriosa dal suo punto di vista, di piantargli, dopo avere arpionato il collo del prescelto con un braccio, l’intera lama del pugnale in un fianco. Trasformando il sorriso derivante dalla presunta immortalità in uno sconosciuto ma veritiero ghigno di stupore. È strano come la gente rinsavisca solo dinanzi alla fine e non prima.
Era tutta una novità, anche per lui. Nonostante il colpo vibrato con una maestria innata, scritta nel suo dna, e mai sperimentata. Ricevette finalmente l’attenzione da parte dell’inconsapevole vittima: breve ma intensa. Poi questa morì ai suoi piedi senza emettere alcun suono.
Dunque erano quelli il potere perfetto, la sfida alla logica e al buonsenso, il ribaltamento cruento dello schema, lo svezzamento dalla compassione? Niente più sterili confronti, tavoli politicamente corretti, indecisioni offensive e maschere diplomatiche: l’esistenza reale e urgente bussava insistente alla porta del suo sonno coscienzioso. D’ora in poi si sarebbe imposto senza chiedere il permesso in maniera plateale; senza pubbliche umiliazioni. Solo un rispetto privato: un segreto tra lui e le sue vittime. L’educazione che si lasciava dietro l’aveva confinato a terra per tanti, troppi anni, nel fango delle facili etichette e delle insinuazioni, dei “potrei” e dei “farò”, degli ingoi velenosi e dei silenzi. Avrebbe preso la vita di chiunque lasciandosi guidare dall’estro di un’arte riscoperta. E quel raptus mattutino rappresentava l’alba della sua nuova ricerca. 

Volpe di giorno

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La volpe ha preso coraggio negli anni di fame
attraversa spavalda la strada asfaltata dell’uomo
a mezzogiorno, in piena luce, quasi in mezzo al traffico

conquista la collina lassù, promette cibo
ne ha lasciata una in basso, senza affari
segue la sua via, non teme più la morte in un mondo che muore

ferma le sue orecchie attente nell’aria nuova di sangue fraterno
resta immobile per la chitarra elettrica di un ragazzo senza guerra
da una casa del borgo in pace, vibrazioni di speranza.

“La volpe” – Ivano Fossati

Tout est pardonné

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Tramonto alla fine del mondo, clemente è l’imbrunire
balsamo serale per animi piagati
tutto è perdonato, le idee archiviate in ordine
nei cassetti profumati di naftalina alcolica
e facili promesse con cui prendere sonno.

Si accendono, luminose lacrime di città lontane
le tenui luci di speranze nutrite nel nuovo buio
che non esige risposte,
la feroce illuminazione solare
cede il posto a dolci illusioni
notturne come danze sensuali
intorno a fuochi d’agape
intese di pelle e sguardi intimi.

Istinti avvolti dall’oscurità
ballano su morbidi cuscini ancestrali
puntellati di stelle,

si addormenta tra sospiri carnali
l’affanno di un vissuto
che ancora scotta sulla pelle raminga.

(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

(ph M.Nigro)

Gechi

Gechi aggrappati alla facciata
di chiese cotte dal sole
si rincorrono in giochi verticali
senza tema di cascare sul sagrato
durante la transustanziazione.
E lungo i campanili all’imbrunire
si inerpica sicuro il geco campanaro,
cerca la giusta nota nel battere serale
dell’umano metallo al borgo intorno.
Essere uno di loro, un equilibrio di code
agile avventato e con ventose infallibili
scalatore di alture cittadine non comprese
prima di gloriose morti
trascurate dall’universo.

C’è un odore nella casa, si perde nel tempo,
rintraccia nei blandi ricordi
dimenticate essenze in disuso
storie mai del tutto scomparse,

è odore di quel che sei
da sempre, impregnate mura
da chi non ritorna
per futuri da lasciare liberi.

Sono quieti i movimenti
di chi vive nella contea,
come i pensieri della sera
rimasticati all’infinito.
Le urgenze del mondo
i suoi soliti guai con cambi di forma
non raggiungono il gesto abituale
dell’uomo calmo che torna dalla terra.
È questione di dove sono posizionati
gli elettroni intorno al nucleo,

quelli periferici sono lenti,
solo spostandoli verso il centro dell’inutile esserci
si agitano, velocizzano la rotazione
inseguono come falene le luci dei bar
per dimenticarsi della fine.

Il richiamo dalla vita bassa

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Il richiamo dalla vita bassa
è un afrore profano di chiese
una danza di bianche pelli
rivestite d’afa e dolci voglie
mogli sognate e giovani madri,

“abbandonerai un giorno
la dimora delle parole che scavano
e ti unirai ai sensi ignoranti,
sarete una sola carne analfabeta
un unico testo non scritto!”

Posa il libro chiuso sulla pancia di lei,
sale e scende al suo respiro presente
come letture d’istinto che salvano vite,

ma intanto bastone della vecchiaia
ti spezzi al passo lento di pazienze estive,
altri ritmi rispettosi sfiorano di sera
il tuo tempo che sfiora e passa.

Mal’ore

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Sono le mal’ore notturne
quelle d’inverno cattive e cieche,
strappano virgulti d’anni
alle amicizie sfiorate
con folate di morte
gelate dai rami del futuro

non avvisano dall’uscio
una voce che prepari,
battute lasciate a metà
tra rossi calici ancora pieni
sotto ruderi di cielo

l’età fermata, nel buio cristiano
della pietra inattesa
mentre s’illudono di respiri
e di nuvole impigliate
in finestre di chiesa
come incensi sul mondo

i tristi sopravvissuti
al giorno in più.

(immagine: Alfred Kubin – The Way to Hell, 1904)

Angelo Branduardi – Ballo in Fa# Minore

versione pdf: Mal’ore

La linea sei tu

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Non c’è più valido seme
per future illusioni d’amore
eppure

al sentirsi inadeguati
come testi gettati al mondo
segue parallela e timida
la boriosa scintilla del creare.

Non riesci ancora a vedere
una linea che separi
il prima dal dopo
la sciagura virale
perché quella linea
sei tu. E sei in corso.

Respira e crea
in questa notte cieca
senza un piano da seguire,

percorri te stesso
raccogliti in preghiera
e non farti domande.

“Perfect day” – Lou Reed

Allons enfants

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La preghiera del mattino al dio sesso
è un cero senza fiamma
per battesimi silenti,
segno della croce prima del sonno
e pugno chiuso alla levata

cerchiamo un salterio all’alba
che canti le storture
indigerite dell’esistere
o una tarda rivoluzione
sanguinaria d’inverno
più mite d’estate

oscillo tra mani giunte
e la calda stretta su fredde armi
che tacciono da troppo
troppo tempo
nelle sagrestie del non detto.

Dodecalogo del recensore (di poesia)

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  1. Lasciate “decantare” il pacco postale contenente il libro: l’impetuosità non è da recensore freddo, scientifico e imparziale, e fa scrivere sciocchezze; a volte le scrive anche quand’è freddo, scientifico e imparziale, ma questa è un’altra storia…
  2. Saltate prefazioni ed eventuali postfazioni: per non farvi influenzare inconsciamente e perché in teoria non si dovrebbe aver bisogno di attingere alle altrui opinioni. Vi è stato chiesto di farvene una vostra e di scriverla: l’autore – quello serio – cerca questo e ve ne sarà grato. Le leggerete solo dopo aver terminato la stesura della recensione per eliminare eventuali coincidenze con ciò che hanno già affermato prefatore e postfatore. Puntate all’originalità! A pensarci bene, saltate anche la quarta di copertina…
  3. Leggete, invece, anche già durante la stesura della recensione, la biografia dell’autore, quasi sempre accennata in una bandella del libro: vi aiuterà a interpretare da un punto di vista esistenziale alcuni passaggi del testo.
  4. Soprattutto per quanto riguarda le raccolte di poesie, leggetene una alla volta, concedendovi una pausa, facendo altro prima di ritornare sulla successiva: ogni singola lirica è un mondo a sé stante, non è parte di un melting pot poetico da leggere senza soluzione di continuità.
  5. Annotate a matita, nelle parti bianche del foglio, tutto ciò che v’interessa della poesia letta; sintetizzatene in pochi appunti – anche in una singola parola – lo spirito che la pervade, la filigrana, quello che secondo voi è il significato centrale del componimento, fosse anche solo una vostra impressione che si rivelerà errata in seguito: la poesia (così come la critica poetica) non è esattezza matematica ma è soprattutto interpretazione soggettiva, sostenuta, certo, da una conoscenza dei canoni che non deve tuttavia soffocare la voce istintiva proveniente dai versi; e senza eccedere nella soggettività, però, stravolgendo l’intento originario dell’autore. Quel che una poesia dirà a voi, non lo dirà ad altri. Il poeta saggio, che accetta il rischio di farsi leggere, lo sa. E se voi puntate a essere dei recensori trasparenti – che non seguono il già detto da altri recensori – dovrete accettare il rischio di poter male interpretare alcuni passaggi o di difendere la soggettività della vostra lettura. Spesso interpretazioni audaci o inizialmente considerate errate, vengono “riabilitate” dagli autori e considerate come interessanti punti di vista non presi in esame da loro stessi.
  6. Non annotate a penna. Il libro va rispettato: un giorno, cancellando le annotazioni a matita, potrete dare in prestito quel libro, fare bookcrossing o regalarlo a chi non conosce quell’autore. Le vostre annotazioni (nonostante il tanto decantato fascino del libro usato, scarabocchiato e maltrattato) potrebbero distrarre il futuro lettore. E poi le vostre considerazioni annotate sono come confessioni intime, su argomenti sensibili sollevati dall’autore, che non è detto faranno parte della futura recensione: lasciarle scritte sul libro che andrà in seguito tra le mani di un altro lettore è un po’ come lasciare il biglietto col numero telefonico dell’amante nella tasca dei pantaloni da lavare…
  7. Assicuratevi che una di queste annotazioni scritte nel corso della lettura abbia la forma di un possibile incipit per la recensione che scriverete.
  8. Non fissatevi solo sul mood delle singole liriche; di tanto in tanto lasciate in giro sul libro considerazioni generali sul testo come opera e sulla poetica dell’autore: le recupererete in seguito e vi serviranno per costruire la struttura portante della vostra nota critica: intorno a quell’impalcatura aggiungerete rapide pennellate sui passi che maggiormente vi hanno colpito. Alla fine della lettura, sfogliando il libro come a volerlo rileggere un’ultima volta velocemente, il libro vi parlerà! Seguite quella voce…
  9. A meno che non stiate scrivendo un saggio sulla poetica dell’autore, non dilungatevi eccessivamente: la recensione deve essere come un taglio chirurgico, profondo e convincente, ma al tempo stesso leggera e veloce. Il citazionismo deve essere funzionale alla dimostrazione di un precedente illustre che ha già esplorato determinati terreni; non eccedete in “fini diciture” da questi sommi, sia per non mettere in imbarazzo (o, peggio ancora, far esaltare ingiustificatamente) l’autore con paragoni improbabili (la citazione dovrebbe servire a creare una lontana analogia al fine di meglio far comprendere al lettore di che tipologia d’autore parliamo e non per affermare che il poeta “famoso” e il nostro… sono uguali!), sia per non perdere credibilità voi stessi in qualità di recensori. Allo stesso modo non bisognerebbe eccedere nel citare il testo dell’opera in esame: molti “recensori” con la scusa di “voler far parlare l’autore” – in realtà hanno poca voglia di lavorare e di sforzarsi per un autore che considerano minore – trascrivono sostanzialmente montagne di versi intercalando di tanto in tanto frasi “collante” per dare una ragione alla propria firma in calce alla recensione. I versi vanno citati per dimostrare le proprie affermazioni e non come arredo per raggiungere il numero di battute richieste dal capo redattore in vista del “pezzo”. Inserite, invece, alla fine della nota un’intera poesia (una sola, non mezzo libro come nelle segnalazioni che non recensiscono!) tratta dalla raccolta: il lettore si farà un’idea diretta del tipo di scrittura poetica.
  10. Rileggete più volte: smussate, levigate, aggiungete, togliete, riscrivete, se necessario rinnegate una vostra affermazione su un punto del libro… La recensione deve scivolare ed essere funzionale. Non dovete spiegare il libro: la recensione è un volo panoramico su un testo che in seguito, se il lettore vorrà, leggerà facendosi una sua opinione, caso mai sbugiardando il recensore. Seguite il vostro istinto e immortalate uno o più dettagli: per le sinossi ci sono gli editori, e i redattori editoriali, che devono preoccuparsi di vendere le copie. Non voi.
  11. Non fate rileggere la vostra recensione all’autore prima della pubblicazione: è una recensione, non un concordato. Se l’autore non gradirà qualche passaggio, beh… pazienza! L’errata corrige solo per insormontabili castronerie da voi pronunciate.
  12. Se un libro non vi piace e non ispira considerazioni positive, non scrivetene. È troppo facile e anche piuttosto malignamente gustoso elencare quelle che per voi sono le negatività di un testo. Molto più difficile essere equilibrati e giusti nell’evidenziare il bello. Quando c’è. L’autore intelligente non insisterà nel chiedere la vostra valutazione: sarebbe come andare a controllare da vicino perché un botto inesploso di capodanno non abbia fatto ancora BOOOM! Meglio girare a largo e conservare le dita per continuare a scrivere…

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“Storia naturale del nerd”, su Pangea.news

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Il mio articolo “Storia naturale del nerd” (già pubblicato su “Nigricante”qui, e in seguito ripreso anche su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

“Elogio del post apocalittico”, su Pangea.news

post apocalittico pangea

Il mio articolo “Elogio del post apocalittico” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

“Joker” su Pangea.news

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Il mio articolo “Joker, perché i supereroi non possono esistere” (già pubblicato su questo blog, qui, con il titolo “Joker è tutti noi”) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

“Il professore e il pazzo…” su L’Ottavo

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Il mio pezzo “Il professore e il pazzo, passando per De André” pubblicato su L’Ottavo.it

“… La parola rende liberi, sia gli uomini già liberi ma prigionieri di schemi accademici e di pregiudizi classisti, sia gli uomini realmente prigionieri delle sbarre invalicabili di un manicomio criminale e dei propri fantasmi. La parola non ha pregiudizi, è democratica, non si nega a nessuno: si lascia plasmare, ricombinare e rielaborare da ogni mente degna di compiere nuove acrobazie in nome della bellezza e della libertà interiore. Al punto che, alla fine della storia, diventa difficile capire fino in fondo chi è l’uomo incatenato e chi l’uomo libero di andarsene…”

Per leggerlo: QUI!

Dies irae

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I figli concepiti nella rabbia
tra false preghiere serali
diverranno fiumi in piena
nell’ora che dimentica,
pensieri malsani coltivati
all’imbrunire, come tempeste
da energie assiepate d’estate
tra la terra e l’alto dei cieli.

Restarono a casa, immobili
le membra scatenate
ora che libere, simili a molle
schizzano ribelli e pazze
nei giorni dell’evasione.

(ph M. Nigro©2020)

Vespri erotici

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È l’erezione vespertina
tra l’omelia e la comunione
a disfare i piani di dio
sul finire della domenica.

Il nudo contorto, pelle su pelle
nella mente distratta dalla carne
residua immagine infoiata
dalla notte dei peccati
s’intromette audace e sincera
fra le parole sante del pastore
alle pecore illuse d’essere salve.

Avverto il respiro voglioso e antico
dell’ancella mascherata,
è incenso che promana da vulva benedetta
quello che precede la preghiera
dello spirito, indifeso
è il corpo che crede di credere,

non serve fustigarlo al tramonto
per dissetarlo all’alba,
il vangelo dei sensi
parla all’esistenza infedele
attraverso le umide labbra celate
di desideri terreni.

Immagino il sesso nascosto
anche se abbassi lo sguardo
dinanzi al tabernacolo, contrita
non mi dissuadono
le gesta di martiri eremiti,
non ho voglia di salvarmi

succhiando le vette carnose
dei tuoi seni eretici di non madonna
attendo futuri diluvi in cui affogare.

versione pdf: Vespri erotici

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