
“Invictus”, William Ernest Henley



Oscillando tra stili, neologismi, combinazioni tra parole, forme e linguaggi diversi, ma sempre con versi delicati, ben studiati e dal sapore antico, Rosaria Di Donato ci apre il suo “Scrigno” contenente teneri e preziosi ricordi personali, pennellate che vogliono omaggiare un mondo naturale e umano ormai quasi scomparso e che sopravvive, forse, solo in quella dimensione tutta privata e lontana nel tempo accessibile attraverso il passepartout della poesia e a volte caratterizzata da ritorni in luoghi dell’anima. Il poeta è figura resiliente e resistente, perché “non riposa l’estro / del poeta e dall’antro / gelido della parola / evoca il nuovo…”. La natura, inestimabile bene rifugio per corpo e mente, e scrigno di bellezza sopravvissuta, non si presenta tra questi componimenti come un esclusivo ricordo d’infanzia ma ritorna a salvarci oggi più di ieri dalle (op)pressioni della moderna vita quotidiana, dai social divenuti per nostra stessa volontà essenziali e onnipresenti. Un ulivo secolare, un fiore, il ricordo dei cari estinti, persino un dolore che lascia tracce e insegna a vivere, tutto concorre alla formazione valoriale dell’essere di pace; perché la poesia non riguarda solo le dolci memorie dell’interiorità ma inevitabilmente si proietta sulle storture dell’oggi, sulla cronaca che pervade ogni minuto della nostra esistenza, come a voler avere un effetto balsamico sul male di vivere. Una ricerca interiore che tuttavia non avrebbe avuto l’effetto che ritroviamo in questa raccolta eterogenea se non fosse stata alimentata da una palpabile esigenza spirituale che parte dalla religiosità “classica” e avvolge in maniera “laica” tutte le cose del mondo, passato e presente. Solo la poesia può segnare questa differenza tra la cruda realtà e il sogno che nonostante tutto e tutti sopravvive in noi. Chiaro è l’intento dell’autrice: “non lascerò / morire un sogno / anche se il tempo / ruba spazio / ai giorni attenderò / sera per coltivarlo…”. Salvare il salvabile, preservarlo in uno scrigno contenente parole preziose.
Michele Nigro
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Ricevo dall’amica Ilaria Cino questo testo, e le foto ad esso abbinate, e con piacere pubblico…
A distanza di cinque anni dall’inizio della pandemia rispondo ad un presagio, partendo per Stromboli. La notte in cabina passa in fretta, dall’oblò della Siremar non si vede che buio pece, avvolge la nave per consegnarla al mare intatta. Sul fare dell’alba l’isola pare vinta da un insolito torpore, e il vulcano con essa; Iddu tace. Qualcosa ha toccato Stromboli, i suoi abitanti, la sua geografia, come le nostre vite. Dal porto si dipanano schizzi di storia strombolana, disegni colorati attraversano l’isola come tracce di discorsi lasciati al silenzio. Delle persone che conoscevo neanche l’ombra, ma la terra nera di Iddu avrà udito il mio arrivo?

Rivedo i luoghi dell’infanzia con lo sdegno che ha preso mia madre prima di finire. Il bar di Frankie, ritrovo di isolani e turisti, è un buco di rovine; come di Gechi non è rimasta che l’anima del ristorante. Ho chiesto della paeglia, ma non se ne fa più, come ci fosse tra gli isolani un tacito divieto di prepararla. A metà settimana, in prossimità del mio compleanno si popola l’isola, incontro vecchi amici, e di nuovi ne compaiono all’orizzonte…

Strombolicchio, faro per naviganti, mi chiama in mare, nel fianco c’è uno scavo quanto una nuvola! Sulla barca di Frankie contemplo la rovina, a sorsi di Malvasia…
A Stromboli sarei dovuta tornarci con mia madre, tra una sorpresa e l’altra ci sarebbe scappata una risata. Prima di partire hanno aperto la biblioteca, molti isolani hanno scritto negli anni di sé, e dell’isola; tra i libri è piantata una bandiera della pace, ma la pace con chi?

Testo e foto copyright
Ilaria Cino, Stromboli, maggio 2024
Ilaria Cino©2024
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versione pdf: “La terra nera di Iddu”: diario brevissimo di un viaggio a Stromboli, a cura di Ilaria Cino

(Cedi la strada all’orogenesi)*
Camperò di rendita
su parole già spese,
non sarà docile
il confronto tra personaggi,
quelli indossati negli anni sospesi
e i dimenticati per sopravvivere.
Quante cose siamo stati
quante tentato di essere
e che peso ha oggi la piccola storia
la stratigrafia dei fatti preziosi
il bagaglio del viaggiatore
l’orogenesi da antiche esperienze
come rocce affilate in autunno,
tagliano nastri al traguardo
di seconde giovinezze inedite.
Le maschere indossate per copione
diventano una all’imbrunire,
è clemente la sera in provincia
non fa più domande scomode
sui cadaveri lasciati dietro il passo
sui luoghi visitati per errore
sui ritorni senza vittoria
sul giudizio degli estinti
seppellito dall’incuria del presente.
♦
* sottotitolo “scherzoso” e ironico nato dall’interazione con i primi commentatori sui social… parafrasando il noto titolo di una fortuita raccolta.
(foto dal web)
“Rinascere / è un lavoro da incoscienti…!”

“Rinascere
è un lavoro da incoscienti.”
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versione pdf: Nostalgia del futuro
Inizialmente pubblicato come inedito sul sito letterario “La poesia e lo spirito” fondato e curato da Fabrizio Centofanti, e precisamente nella rubrica “La parola ai poeti”, questo “pezzo” nasce, anzi sgorga prepotentemente — perché masticato da tanto, troppo tempo — da una “riflessione di strada” appartenente a un Michele sospeso tra due differenti epoche esistenziali: prima di inviarlo a Lpels, il Michele che lo ha scritto viveva una fase di transizione non pienamente realizzata; il Michele, invece, che lo ripropone oggi sul proprio blog ha un po’ meno nostalgia del futuro e vive con una forza diversa una nuova fase storica personale. È incredibile come uno stesso scritto possa essere letto e interpretato dal suo autore in maniera differente a distanza di pochi giorni. Gli stati d’animo mutano, l’umanità è impermanente, le condizioni virano, le energie si rimescolano; solo la Poesia resta ferma nella sua funzione millenaria di Motore Immobile dell’umana interiorità.

“… Italiani impauriti e inerti come sonnambuli…”
(dal Rapporto Censis 2023)
Che cos’è la “nostalgia del futuro”? Più facile è descrivere la nostalgia per un passato che non tornerà; più fattibile è il provare nostalgia per ciò che è irreversibile ma che abbiamo comunque toccato, conosciuto, vissuto… Che razza di nostalgia si può mai provare, allora, per qualcosa che ancora deve accadere e che forse non accadrà mai? Sarebbe più corretto parlare di desiderio dell’irrealizzato; tirando in ballo, invece, la nostalgia si presume una quasi certezza per quel che andremo a realizzare a breve e a vivere in prima persona, al punto che possiamo permetterci di trattare il non realizzato come qualcosa che non c’è ancora ma che sicuramente ci sarà e di cui cominciare addirittura ad avere nostalgia. Proiettarsi in una vita che ancora non esiste, ci rende nostalgici di ciò che è potenziale, ovvero ci rende nostalgici di noi stessi perché le potenzialità sono contenute in noi, non giungono dall’esterno, non sono instillate miracolosamente da un’entità metafisica… In quel caso sarebbe più corretto parlare, appunto, di desiderio perché il termine desiderio, etimologicamente, descrive la condizione di chi “vive in assenza di stelle” (“de”, particella privativa, e “sidus, sideris” = stella; plurale “sidera”) ed è in attesa di ricevere qualcosa “dall’alto”, di rivedere comparire nuovamente le stelle che sono assenti, la loro luce che dona speranza. Chi ha nostalgia del futuro, invece, ha solo nostalgia di se stesso (di un altro se stesso), di quel se stesso che è già lì, presente, che non deve discendere dal cielo sotto forma di stella, ma che ancora non brilla in qualità di essere umano pienamente realizzato. Si ha nostalgia del futuro perché avendo pregustato le premesse, sappiamo già o possiamo concretamente prevedere come sarà il seguito della storia. Non si tratta di una storia di fantasia ma di un racconto realizzabile, realistico, di cui già conosciamo l’incipit. Praticando la nostalgia del futuro “amiamo” un noi che sta per arrivare, che è dietro l’angolo e quindi ancora non visibile, ma sappiamo che esiste, c’è. Potrebbe trattarsi di un atto di fede, ma la concretezza della possibilità ci allontana dal mistero, dall’ignoto.
Ci sarebbe anche un’altra teoria intorno al fenomeno della “nostalgia del futuro”: tutti noi sappiamo che parallelamente all’esistenza che viviamo ce ne sono altre decine o centinaia: si tratta delle “vite potenziali”, ovvero di quelle vite che avremmo potuto vivere ma che per una serie infinita di motivazioni, di scelte o di casualità non abbiamo cominciato a vivere. È un po’ la teoria delle “sliding doors”: basta perdere una metro, un aereo, un’amicizia, un’opportunità irripetibile; basta trovarsi nel punto B anziché nel punto A, nell’ora X anziché nell’ora Y, per provocare o condizionare una sequenza a cascata di eventi. La volontà non c’entra niente perché per applicarla c’è bisogno di un piano, di un progetto: quando crediamo di usare la nostra forza di volontà per piegare il destino al nostro piano, in realtà stiamo anche in quel caso assecondando un piano casuale, un piano che era destinato a capitarci sotto il naso. Questo significa che siamo foglie al vento? No di certo, ma dobbiamo accettare il fatto che anche quelle che noi crediamo essere delle nostre scelte illibate e incondizionate, in realtà sono il frutto di una serie di influenze di cui non siamo sempre, anzi quasi mai, consapevoli. Si ha nostalgia quindi di vite parallele che intravediamo dall’altra parte del vetro, come quando siamo fermi in una stazione e vediamo attraverso i vetri del nostro treno, e quelli del treno sul binario parallelo al nostro, altre persone simili a noi ma che viaggiano in direzione opposta oppure nella nostra stessa direzione, solo che a un certo punto i binari inizialmente paralleli divergono portando i due treni in direzioni diverse. Per un attimo ci siamo immedesimati nelle persone dell’altro treno, abbiamo colto qualche loro gesto che ce li ha resi anonimamente simpatici, ma non si tratta di noi riflessi, bensì di altri individui, diversi da noi, diretti in un’altra stazione di arrivo. Si può avere nostalgia di quella vita vissuta da persone che però non siamo noi; saremmo potuti essere noi, ma non lo siamo. Noi restiamo noi, nel bene e nel male.

Avanzano, non per vergogna
rossori autunnali di boschi spenti
e gialli d’ottobre a segnare
la vita in ritirata,
raggi d’alba infilzano
coltri di nebbie mattutine
sul cuore in ripresa
dopo notti d’inganno,
il peso, eredità del giorno prima
le notizie crudeli
mentre celebri il nome,
risale alla gola il “Che peccato!”
di una vegliarda morente
lungo sponde di futuro.
Non c’è unguento miracoloso
né luce per pagare il conto,
solo parole archiviate
private lacrime fatte di vino
a frantumare gli amati silenzi
a rendere eterno l’ormai condannato
a dirci contenti per un giorno
nel gorgo danzante di una fine prevista.
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versione pdf: Intervista a Francesco Innella sulla raccolta “Kimera – Poesie dell’Io”

Intervista a Francesco Innella sulla raccolta “Kimera – Poesie dell’Io”
a cura di Michele Nigro
Michele Nigro. Perché il titolo “Kimera – Poesie dell’Io”?
Francesco Innella. Prima di scrivere questa raccolta ho pensato di trovare il filo conduttore delle mie poesie e sono arrivato alla conclusione che il mio poetare è stato sempre una ricerca dell’Io. Nella mia poesia ho sempre investigato il ruolo del poeta nel vivere quotidiano. In base a questo principio ho selezionato le poesie contenute in Kimera, che è una aporia: nell’antica filosofia greca con questo termine si indicava l’impossibilità di dare una risposta precisa a un problema, poiché ci si trovava di fronte a due soluzioni che, per quanto opposte, sembravano entrambe valide, ossia – nel nostro caso specifico ̶ senza soluzione dei conflitti dell’Io.
Che cos’è l’ego per l’uomo-poeta Innella? Bisogna conoscerlo per domarlo, educarlo o semplicemente assecondarlo?
Sulla mia concezione dell’ego ti rispondo con un aforisma di Cioran: “Avremmo dovuto essere dispensati dal trascinare un corpo. Bastava il fardello dell’io.” Ma che cosa è l’ego? È la lotta per mantenere un equilibrio precario tra noi e gli altri. È, in effetti, un conflitto. Conoscerlo è impossibile perché tende sempre a cambiare negli atteggiamenti quotidiani. Quindi non si può domare una cosa che muta. Dobbiamo rassegnarci, e ritornando ancora a Cioran: “Siamo costretti all’io, al veleno dell’ego”.
La tua ricerca sull’Io ha origini “antiche”. Non è la prima volta che con la tua poetica esplori e cerchi di ridimensionare l’ipertrofia dell’Io (anche adottando uno stile sobrio per dare l’esempio!), però scegli comunque la parola, strumento di quell’”effimera verbosità” che citi nella poesia Egoità, per comunicare i risultati della tua ricerca a noi lettori. Può la poesia diventare un valido esercizio di auto-eclissamento?
No, assolutamente: oggi si scrive tanto. Il fenomeno è ben evidente sulla rete perché c’è un grande bisogno di “glorificare” l’ego. Si può raggiungere una distanza dall’ego con la poesia impersonale ̶ vedi l’haiku ̶ ma nulla di più.
La Natura ci mette a tacere con i suoi fenomeni, ci rende umili. Perché in seguito dimentichiamo la nostra caducità e ritorniamo a essere arroganti?
Secondo me è tutta colpa dell’antropocentrismo. Concezione secondo cui tutto ciò che è nell’universo è stato creato per l’uomo e per i suoi bisogni, per cui l’uomo si viene a trovare al centro dell’universo e può considerarsi misura di tutte le cose.
La necessità dell’oblio mentre siamo ancora vivi. Perché questo bisogno di annientarsi, di eclissarsi, di perdersi, ritorna spesso nei tuoi versi?
La quiete assoluta è del mondo inorganico, di cui appunto la vita è alterazione. Allora in me prende corpo il principio del nirvana, ossia il ritorno alla quiete, quello che è in fondo il messaggio buddista, ma escludo l’autodistruzione. Il suicidio, secondo Arthur Schopenhauer, è un modo sbagliato di rispondere alle sofferenze della vita.
In Lenimento parli di “antiche presenze” che mormorano: sono ricordi personali dal passato o si tratta di catene interiori tipiche della condizione umana e quindi innate?
Sì, da una parte ci sono i ricordi personali che mi hanno segnato in maniera molto rilevante. Luca Canali, nell’antologia “I poeti della ginestra”, mi descrive come una persona che ha l’animo vulnerato per l’assedio dei suoi simili; dall’altra parte non riesco a superare le catene interiori tipiche della condizione umana, e tutte e due queste situazioni sono evidenti nel mio poetare; mi sento toccato da un’angoscia che ha origini antiche, che ho sempre avvertito e che non si dilegua ma continua nel tempo a sussistere; è una ferita interiore che non guarisce.
Il dolore è solo un’esperienza che causa tristezza o può rivelarsi fonte di energie preziose inutilizzate e da rimettere in gioco per costruire il bene?
Oggi si usa molto la parola resilienza che in psicologia indica la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. Io credo che il dolore favorisca la crescita: Aldo Carotenuto, psicoanalista junghiano, ha sempre parlato della ferita interiore come di una feritoia dalla quale osservare il dolore e iniziare il suo superamento e trasformarlo in bene dal momento in cui si è giunti alla consapevolezza della propria dolorosa condizione.
In La luna “uomini in torri d’avorio / sognano illusioni”; forse sono gli stessi esseri umani che come noi percorrono “le strade del nulla” citate nella poesia I gatti. Quali sono queste illusioni e cosa potrebbe contribuire alla nostra liberazione da esse?
Carlo Michelstaedter sostiene che ognuno di noi non riesce a uscire dal cerchio illusorio della vita, ci rinchiudiamo nelle nostre torri d’avorio e scriviamo poesie, siamo noi stessi che coltiviamo la poesia come rimedio al vuoto: io sono poeta perché ho sperimentato il nulla e le sue numerose strade. Difficile definire le illusioni, sono molteplici: ogni essere umano ha le proprie ed è difficile liberarsi da esse; forse, come dice Krishnamurti, dovremmo avere il coraggio di eliminarle e avvertire il vuoto che si nasconde dietro di loro, ma poi si ha il coraggio di affrontare il vuoto? O ci spaventiamo e ci facciamo catturare dalle illusioni che permettono a tutti noi di vivere?
“Il canto si spegne / tra i fatui bagliori / di una esistenza mancata” (Il camino). Quale esistenza abbiamo già mancato o stiamo per mancare?
Tutta la nostra esistenza è una mancanza: se non lo fosse, non avremmo voglia di completarci attraverso la scrittura, o altre esperienze più significative; quando si sperimenta la privazione e si sente il bisogno di esplorare, di tuffarsi nell’indefinito, allora la mancanza viene assorbita dal fare e forse in quel momento si può toccare l’essere, o sfiorarlo almeno.
“… nel mistico silenzio / l’ego si appanna / e tace” (La Via interiore). Come può l’uomo contemporaneo tornare a ricercare, ammesso che voglia ricercarlo, questo mistico silenzio?
L’uomo contemporaneo, tranne poche eccezioni, è assorbito dal frastuono della vita e ascolta i nuovi imbonitori che lo distraggono dalla cosa più essenziale: la conoscenza di sé; quindi parlare di mistico silenzio è una cosa ardua per l’uomo di oggi, se non impossibile. Io ho raggiunto il silenzio in poche occasioni, generalmente dopo la recitazione di un mantra, ma ti posso assicurare che è una cosa difficile e rara da realizzare, e ti dico questo perché non sono un mistico, ma comunque ci ho provato. E l’esperienza del silenzio interiore è totalizzante, ti senti assorbito nel Tutto.
Continua a leggere “Intervista a Francesco Innella sulla raccolta “Kimera – Poesie dell’Io””
versione pdf: Nota a “Poesie sospese, silloge seconda – Di Morte e di Rinascite” di Michele Nigro

Il dolore che colgo in questi versi, non si acquieta nei meandri dell’esistenza vissuta dal poeta, ma si estende in “sprazzi di estranea gioia / da tavolini di perse gioventù”. E il dolore si riacutizza nel ricordo di una vita, quella della madre ormai lontana, che suscita nostalgia. “Siamo fi(g)li spezzati, / ancora un altro tramonto / senza i suoni di casa / le litanie serali / i rituali in cucina.” E anche il ricordo si appanna e si traveste di malinconia e allo stesso tempo di rabbia: “Quando torni al paesello / ridiventi selvatica e nubile / come una liberta liberata / o uno schiavo raggiunto / dal colpo di vindicta del padrone / sul capo di nuove speranze”; ma Nigro vuole rinascere da questo dolore: “Ho confidato a un’impiegata del reale / di avere sete di luce quest’anno / di volere primavera addosso, / c’è un ghiaccio alle ossa da sciogliere / un odore di candele da disperdere”. Un voler in ogni caso esorcizzare l’angoscia, che tanto lo ha addolorato pur conservando il caro ricordo della madre: “due punti luminosi, occhi distanti tra loro / muti, fissi come nascita e morte / e noi sotto a sperare ancora nelle stelle.”
Francesco Innella
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versione pdf: Nota a “Poesie sospese, silloge seconda – Di Morte e di Rinascite” di Michele Nigro

“… Questa seconda silloge, sottotitolata “Di morte e di rinascite”, è divisa in sei tempi all’apparenza slegati, sei momenti di graduale passaggio dalla sconfitta della fine alla tenace possibilità di una risalita imparando nuove strategie dal dolore, preservando il ricordo degli estinti, coltivando la speranza nell’esserci ancora, aspettando tiepide primavere.” (dalla Premessa)
La vita si celebra con altra vita, non con le parole.
Ma una vita, senza le parole, non sa di essere celebrata.
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Per leggere, clicca QUI: Poesie sospese – silloge seconda

Dove sono la sfida e la folle riscossa
che seguivano a una crisi, alle sciagure?
I fiumi d’alcol e le danze sfrenate
risposte sorridenti e disperate alla morte
le mode, le nuove idee, le imprese dell’uomo…
Tutto è immobile per le strade, desertica mente
non c’è voglia di rialzarsi dal fondo fangoso,
i sogni non dimorano più tra le stelle
guardiamo cadere uno a uno i nomi di sempre
e i volti cari tra lo stupore del sopravviverci.
Non ci salvano da lontano la luce rossa
né la musica impregnata di vita
dell’ultimo ostinato speakeasy.
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(ph M.Nigro©2021)

Conati d’anima sulla non vita
muovono il passo fugace all’uscio,
come corde d’evasione calate sul mondo
sono i filacci salivari di rigurgito psico-
somatico mentre lavi la bocca traditrice
mangiapane da figliuol prodigo incallito
vibra ogni volta la cassa del torace pugnalato,
vorrebbe sputar fuori decenni di tossine esistenziali
le vicende accumulate, l’amaro del giorno
le sopportate genti e i tanti spilli nella carne
il fegato che morendo gode su poesie da tavola,
è una liberazione questo zaino domenicale
troppo nuovi i rari scarponi da limare
sulle strade del santo a fingerti eremita senza tosse.
Datemi vino, non acqua!
– miracoli come il Cristo non ne ho da fare –
per evitare gli spasmi del mio atavico alien
che spinge e spinge dall’interno del me allignato,
vuole uscire per la sua ora d’aria, squarciare l’equilibrio
e il petto dolente dalle ore sedate,
non trova pace tra la carta, nella quiete casalinga
dei conti già fatti senza speranza all’imbrunire.
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“POPOPOPOPOPOPO… POPOPOPOPOPOPOPOPO!”
(attenzione: post antiretorico altamente retorico!)
Quand’è che ci si accorge dell’avvenuta morte di una nazione? In base ai dati economici? Al numero di opere costruite o rifacendoci alle statistiche demografiche? Al tipo di burocrazia che la strangola? Sì, anche… Ma è soprattutto in base al grado di retorica caratterizzante alcuni dei suoi principali mezzi di comunicazione che ci accorgiamo dell’entrata di un paese in una fase di coma farmacologico precedente il definitivo trapasso. Se la televisione è uno dei tanti strumenti di registrazione di questo andamento, allora basterà accenderla e farsi un giro tra i “canali istituzionali” per verificare come la retorica, non quella nobile esercitata nell’antichità classica ma la sua odierna versione banale ad uso e consumo di un ridicolo messaggio di stato che aspirerebbe ad alimentare false speranze in una popolazione disincantata, abbia già da molti anni prevalso sulla comunicazione di una novità che in effetti non c’è, manca all’appello, perché una spinta all’evoluzione non esiste in questa nazione peninsulare baciata esclusivamente dal sole e dai soldi del Recovery Plan.
Pessimista? No, realista che analizza la tv generalista.
La retorica pertiniana mandata in onda in loop e corroborata da un’iconografia resistenziale propinata a un paese che non ha più i mezzi per resistere se questi non gli vengono forniti dall’esterno (non userò in questo post quella parola abusata che inizia con R e finisce con ‘ilienza’): Mattarella, realisticamente, si sta dimostrando – non me ne vogliamo i socialisti ancora in vita e quelli riciclati – un presidente molto più “importante” del buon vecchio partigiano con la pipa che ai mondiali sentenziò “Ormai non ci prendono più!”. In realtà, come c’insegna la storia dell’ultimo venti-trentennio, c’hanno preso (e ripreso) e come, sì, ci hanno doppiato più volte e c’hanno aspettato al varco per ricordarcelo. C’hanno preso, e armati di un bastone a forma di euro ce le hanno date di santa ragione a ritmo di spread, agenzie di rating e bacchettate di varia natura.
E che dire della retorica del triplo “Campioni del mondo!” di martelliniana memoria, con cui campiamo di rendita dall’82 (al netto delle successive vittorie meno storicamente romantiche e ancora troppo fresche per risultare nostalgiche), come se una nazione potesse ricevere il necessario carburante morale e organizzativo, la spinta propulsiva per evolvere in maniera costruttiva, solo dall’entusiasmo derivante da una finale vinta. L’Italia, anche per tradizione cattolica oltre che per un fatalismo genetico, è un paese che crede molto nei miracoli (definiti “all’italiana” per il loro carattere di unicità), e non parlo solo del culo dimostrato ai rigori! Ci vuole culo anche a passare su ponti che forse crolleranno mentre passano “gli altri”, basta che vada bene a noi! Per la giustizia terrena c’è tempo (molto tempo) e ci penserà la magistratura che con lentezza tutto risolve.
Art.1: “L’Italia è una repubblica fondata su Techetechetè!”; hanno preso la massima “non c’è futuro senza passato” e l’hanno cronicizzata, l’hanno instupidita, perché non hanno altro da offrirci, perché le idee sono finite (a monte) e non sanno cosa metterci nel piatto televisivo, che è il primo in cui andiamo a ficcare il naso quando abbiamo fame. La soubrette morta diventa occasione succulenta per un revival nazional-popolare a suon di Padre Pio, fila sotto il sole per omaggiare il feretro e vecchi filmati in cui comici toscani parlano di ‘pucchiacca’; la nostalgia guarisce tutto e un paese come l’Italia che già prima della pandemia si trovava nella terapia intensiva delle idee, ora è come la sposa cadavere di Tim Burton: sembra viva, le danno un belletto fatto di Next Generation EU, ma di tanto in tanto le casca fuori dall’orbita un occhio, una funivia, una strada, un ponte, una montagna che frana dopo un po’ di pioggia…

a Cormac McCarthy
Ad ogni schiarirsi di voce
che è quasi tosse nel silenzio
sfiorate da plettri invisibili
vibrano solidali nell’aria
le corde della chitarra appesa al chiodo
polverosa come anni senza musica.
Vorrebbe cantare di mondi oscuri
inceneriti dagli eventi,
ma è muta testimone di guerre
senza macerie, prive di gloria
nel pianeta in ripresa.
Lunga è La strada
dei padri morenti,
perdiamo pezzi sul ciglio del domani
capitoli di storia e di noi
sperando nel riverbero
d’anime lucenti, nell’assenza
comunque presenti.
♦


Passeggiando nell’imbuto delle soluzioni
si restringe giorno dopo giorno
lo spazio d’azione.
Panchine fredde sotto la luna
e tavoli felici dall’altra parte del vetro,
i quartieri periferici del sabato
tentano esperimenti di ripresa sull’umanità.
Tra rigurgiti di passato
s’insinuano, esibite con un finto orgoglio
le capitali solitarie dei viaggi per dimenticare.
Tempeste cerebrali in cerca di finali romanzati
agitano i chupito notturni dei capitoli già scritti,
mentre latita dall’orizzonte degli eventi reali
un meritato spiraglio sulla semplicità.
♦
(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)
♦

Siamo stati forgiati nella fucina della solitudine,
non chiediamo aiuto mentre affoghiamo
non emettiamo suono alcuno
perché preferiamo il silenzio anche in punto di morte.
Senza chiedere l’elemosina del consenso
maciniamo chilometri dolenti
tra gli inciampi del buongiorno
e gli inganni della sera,
coltiviamo amori insonni
come lucciole per un domani dei sensi.
Ma è il confine della vita persa e dei colori cangianti
a sembrare invalicabile
nel via libera a singhiozzo dei prudenti.
La vita originale è perduta ormai,
non ricordiamo più il volto della città consueta
le priorità naturali dell’esistere,
spacciamo per grasse libertà
quel che resta del nulla decantato
sul fondo dell’abitudine.
È una sirena non di mare
questa musica nuova e stridente
che sfreccia tra i nostri sabati.
Non ricordiamo più
la via della facile speranza
quando la donavano a grappoli
agli angoli delle strade di ieri.
È strana quest’atmosfera
di finta salvezza sul finale
di battaglie private intrecciate a telegiornali
di catastrofe pulita, inodore
e di morti non visti, né toccati.
Malediciamo i colpi della vita
ma con l’altra metà del cuore
li benediciamo come maestri, alla fine,
da accogliere con il sorriso rassegnato
sull’uscio della disperazione fatta casa.
I passi solitari nella città mascherata
verso mete non desiderate
e i bocconi di fiele ingoiati a comando
con l’abitudine scandalosa del prigioniero
che chiama ‘mondo’ i suoi metri quadrati
nel corso degli anni condannati,
saranno le assurde nostalgie
del futuro, in tempi di insperata serenità:
è incredibile come l’essere umano
si affezioni ai travagli dell’esistere
e ai muti maltrattamenti del quotidiano.
Non siamo cronaca, ma solo crocifissi senza sangue
dispersi tra la folla del solito,
siamo le bianche vittime
delle silenti frustate della vita.
Risponderemo colpo su colpo
con la mente e il coraggio del cuore
finché ce la faremo,
siamo organizzati nei cunicoli della storia
per affrontare gli accidenti notturni
e le ingiustizie del mattino.
Siamo aperti alla nera fantasia
degli educati tribolamenti
e all’estro dell’imprevisto che bagna il bagnato,
nutrimento sono per noi
il malanno dei cari
e le noie del prossimo,
le cadute di stile e dei gravi
e le grigie notizie dal mondo.
A chi ci affidiamo non è ben chiaro,
ma abbiamo fede nell’infedeltà del cammino.
Un giorno, forse, torneremo a desiderare
le cose che oggi abbiamo dimenticato
per disabitudine a quel che dovrebbe essere
o per una salvifica amnesia: nel non ricordo s’acquieta il dolore.
Sarà bello e spietato come un matrimonio incosciente ma agognato
all’indomani di guerre mondiali finite e lasciate andare.
Tramonta, falso sole di clausura!
Lasciateci liberi di non tornare a vivere,
di tornare a risorgere un giorno
insieme a quest’umanità martoriata dai numeri
ma ancora distratta da futili motivi serali.
Uniremo i nostri dolori domestici
a quelli di tutte le nazioni del pianeta,
torneremo alla sorgente della speranza
anche quando ci saranno musica e balli per tutti
come se nulla fosse accaduto,
alla fonte di quel silenzio che salva
quando i mondi sono spenti e chiusi.
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versione pdf: Lamento degli amnesici mascherati
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(immagine: dal film “Matrix”)

Il mio articolo “Joker, perché i supereroi non possono esistere” (già pubblicato su questo blog, qui, con il titolo “Joker è tutti noi”) è stato riproposto su Pangea, rivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.
Per leggere l’articolo: QUI!
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faccialibro non tibetano dei morti
Coincidono le resurrezioni
lungo il risalire del sole invitto,
è una dolce sincronia d’ossa piegate
questa promessa di nuovi domani
tra il rinascere da pubbliche sciagure
e i trascurati desideri di sempre.
In mezzo alle silenti tombe d’inverno
agile è il passo che ancora spera,
e forte è il monito sussurrato
dai freddi marmi della sera.
Non la sconfitta claustrale dei finti giorni di festa,
ma è una sequenza di facce ancora vive e date
a rinnovare la ferita della nostra caducità.
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(ph M.Nigro©2020)
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Continua a leggere “Quando vado al cimitero penso a Facebook”

Perché è importante ricordarsi dell’autunno anche durante l’estate…
“Debito autunnale”, Ghiannis Ritsos
lettore: Michele Nigro
(sottofondo: incipit del brano “Amore che fu”, Napoli Centrale con James Senese)
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L'unico modo sensato di vivere è senza regole
Sono una donna libera. Nel mio blog farete un viaggio lungo e profondo nei pensieri della mente del cuore e dell anima.
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Quando verrai, o dio dei ritorni, mi coprirò di rugiada e forse morirò per ogni possibile resurrezione
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