Una voce nuova

È oramai perso di ieri il verso?
senz’aria annaspa morente tra
ricordi di vite passate e azioni presenti

carte interiori da ordinare con sintassi scadute,
parole affollate in strettoie di anni veloci
cercano una voce nuova che le sappia dire
non per comando ma in lucente verità.

E non dispera, attende sulla rotta dell’oggi
il timoniere senza poesia lo sa!
all’orizzonte le rivedrà come bianche scogliere
di senso, su flutti salati, arrabbiati di ritmo

sembreranno rematori frustati, sudati di tristezza
dagli eventi del tempo e dalla piccola storia
su fin troppo pazienti galee solitarie.

(immagine: dal film “Ben-Hur”)

Alcune considerazioni sul film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi

versione pdf: Alcune considerazioni sul film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi

È sicuramente meritato il successo cinematografico e televisivo del film della Cortellesi intitolato “C’è ancora domani” (2023) e alcune delle critiche lette in giro riguardanti certe scelte effettuate dagli sceneggiatori e dalla regista possono essere facilmente smontate: 1) accostare musica contemporanea, estranea al contesto storico di cui si occupa la pellicola, ad alcune scene non è un azzardo per sembrare originali e fuori dagli schemi ma è un modo per creare un ponte tra la condizione della donna italiana durante il secondo dopoguerra e quella della donna di oggi nel XXI secolo non solo in Italia ma in ogni parte del mondo. Il contrasto tra una scena ambientata negli anni ’40 dello scorso secolo e sonorità più vicine ai nostri gusti attuali, induce a una riflessione sul presente e non relega il problema nel passato. Come a voler chiedere allo spettatore e a se stessi: “siamo sicuri che la condizione esistenziale della protagonista sia solo un ricordo? Che non riguardi ancora molte donne della nostra epoca?”. 2) La scena della violenza da parte del marito Ivano trasformata in un balletto non è una rappresentazione irriverente del problema: il cinema non deve solo raccontare realisticamente – anzi non dovrebbe farlo quasi mai se è vero cinema d’arte – i fatti che costituiscono la trama ma deve essere anche in grado di reinterpretare, di rappresentare sotto altre forme, con altre modalità, ciò che lo spettatore già conosce e immagina. Riprodurre scene di violenza in maniera realistica cosa avrebbe aggiunto di nuovo ai fatti, alla cronaca anche dei giorni nostri, a quel che è già risaputo? Nulla.

La Cortellesi, e non mi riferisco solo alla scena del balletto violento tra Delia e Ivano, ha fatto la scelta vincente anche se non originalissima (basti pensare al film “La vita è bella” di Benigni) di unire il racconto storico a una narrazione ironica; d’altronde la Cortellesi nasce come attrice comica ed è chiaro che l’ironia (soprattutto quella amara) e la comicità surreale di alcune scene rappresentano suoi strumenti prediletti. Così come non originale, pur ottenendo un sicuro “effetto nostalgia”, è la scelta del bianco e nero che sembra voler scimmiottare il bianco e nero spielberghiano de “La lista di Schindler”.

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Preservare il suono: dall’album “Nebraska” di Springsteen al film “Liberami dal nulla”…

versione PDF: Preservare il suono: dall’album “Nebraska” di Springsteen al film “Liberami dal nulla”…

Una lezione fondamentale permane nella mente e nel cuore dello spettatore dopo aver visto il film “Liberami dal nulla” di Scott Cooper in cui si descrive la travagliata ma originale gestazione dell’album acustico “Nebraska” (1982) di Bruce Springsteen: se vogliamo giungere alla radice di noi stessi, e definire i nostri fantasmi, dobbiamo preservare il suono originale, puro, della ricerca artistica con cui tentiamo di risalire alla fonte di quel che siamo o stiamo tentando di diventare. Ogni tipo di alterazione, di miglioramento del “prodotto” corrisponde a un tradimento di quella ricerca interiore istintiva che il vero artista, non interessato inizialmente a risultati commerciali, cerca di difendere dagli attacchi del sistema in questo caso discografico.

Il “nulla” citato nel titolo è il vuoto che succede al falso “pieno” derivante dal successo, l’assenza di risposte su eventi passati, la mancanza di senso che prevale ogni volta che un artista non riesce a catturare e a difendere la sua voce primordiale; ma anche quando riesce in questo difficile e raro processo genuino di estrapolazione, si accorge che in realtà è solo all’inizio del suo cammino interiore: la creazione di una canzone o di una poesia rappresenta la scarificazione di un tratto di pelle su cui devono ancora cadere le brucianti gocce di limone della definizione di emozioni e sentimenti. Dare un nome alla “merda” (termine utilizzato nel film) che c’è nella vita di ognuno, affrontarla per sconfiggerla invece di fuggire: questa fase è forse più difficile della entusiasmante ed elettrizzante fase creativa cantautoriale. Proprio quando si raggiunge il cosiddetto “successo” e tutti ti riconoscono per strada dandoti del “mito”, proprio allora c’è bisogno di una fuga solitaria, di dare un senso alle cose che riemergono dal passato utilizzando uno strumento antitetico a quello musicale: il silenzio. All’inizio l’adrenalina e il desiderio di riuscire tengono in piedi un castello fragile destinato a vacillare quando l’effetto miracoloso della precarietà, che ci sprona inizialmente a combattere, tende a svanire. Dare un nome e un senso a ciò che si ha tra le mani in maniera confusa: se non si affronta questa fase non si è in grado nemmeno di accogliere l’amore di chi tenta di amarci.

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Non pensare, scrivi…!

Resto ancora un po’ qui
in tua eterna compagnia
nell’angolo dell’ultimo respiro
tra piogge indecise d’ottobre
e battaglie a calare tra sepolti vivi
con bocche sporche di cemento
natanti per propagande sgamate
enumerazioni da politici fissati di confine,

ma altra cosa è il confino, amore assente
sono troppe le parole nella parte stretta
dell’imbuto di idee che bussano ogni giorno.
Stanchezza e mancanza d’ossigeno
aiutano a non pensare parole,
gettito poetico allora saremo
curve di ipotesi sgangherate
malanni combattuti nel tempo libero,

il lumino in silenzio attende fotoni di fede
una carica solare per chi ama il buio.
Ma tu sei fiamma e cenere nell’aria!
urna discreta tra molteplici ricordi,
pressante è il passato, ignoto il futuro
appiglio vincitore è questo presente
che ho sotto i piedi dalla scorsa notte
prendendo appunti sulla tua morte
respirando i tuoi “che peccato!”
completando una collana di libri mai letti.

Nota a “Tempo assediato” di Titos Patrikios

Quand’è che la vita vissuta comincia a far sentire il proprio peso (inteso come valore consistente capitalizzato nel tempo e non come mera “fatica”)? A che punto del nostro cammino esistenziale riusciamo a trasformare il disincanto in poesia? Il non fatto che “mi tormenta di più” in “parola casuale” che rinfranca? Non esiste una regola comune, per fortuna, ma ognuno sceglie modalità e tempi, parole e verbi… C’è un passaggio nella poesia La porta dei leoni di Titos Patrikios (tratta dalla dozzina intitolata Tempo assediato, Fallone Editore – 2024) che sembrerebbe avere il potere taumaturgico di fornire un inizio di risposta a tali quesiti: “… Sempre intimorisce il nostro grave passato / spaventa la narrazione di quanto è avvenuto / quando la scrittura la incide sull’architrave / della porta che ogni giorno attraversiamo.” Il resoconto finale spaventa; affacciarsi sulla massa informe dei fatti esistenziali (e ciò accade sempre più frequentemente con l’avanzare dell’età), sulla scena dei mille personaggi indossati, delle numerose vite tentate, è un atto che richiede coraggio e approccio razionale. La narrazione mette in fila gli avvenimenti e l’enumerazione non lascia scampo; la scrittura è stata inventata per incidere la storia, per ricordare, per lasciare traccia, per dare importanza alle nostre cose, non per dimenticare o lasciar passare. E quella della memoria dettagliata è una porta che ci tocca attraversare ogni giorno o quasi. Ma per fortuna la scrittura non è solo narrazione, è anche poesia: ed è con la poesia che veniamo graziati; è per mezzo della parola poetica che riusciamo a perdonarci, perché attraverso la poesia raggiungiamo il midollo del vissuto senza giudicarlo, ripercorriamo le nostre gesta sospendendo il giudizio e traendo da esse solo il significato che conta in una visione dall’alto che troppo spesso manca all’uomo nella sua quotidianità. “… e il tempo tranquillo e impercettibile / chiuderà ogni ferita…”: ma non un tempo qualsiasi; il semplice trascorrere delle ore non fa rimarginare i tessuti: è solo con il tempo poetico che la ferita acquisisce un significato nuovo, un senso non più doloroso; che i fallimenti del passato si tramutano addirittura in mito. È così che “si trasformano in metallo le parole”; è con la poesia che noi, persone comuni e inaccessibili, raggiungiamo la vera indipendenza mentale e non abbiamo più bisogno di pareri e di perdoni, che superiamo il muro di un tempo assediato dalla caducità e precarietà dell’esistere.

Michele Nigro

Tempo assediato

Pensavamo di conoscerci bene.
Ma quando i nostri indumenti stanchi
[cominciarono a cadere
senza pretesti né scambievole irruenza
e rimasero i nostri corpi senza finzione
apparve chiaramente quanto fosse lunga
[la strada
quanto il nostro tempo fosse assediato, e noi
due persone comuni, quasi inaccessibili.

Parigi, Marzo 1962

Terre rare

Sanno di madre e di anni archiviati
aneddoti sconfitti dall’oblio
biblioteche perdute, andate
in un dolce fumo per sempre nel tempo.

Uomo, per cosa stai vivendo?
I tuoi passi nel vuoto dell’oggi
senza strada di senso a tenerli uniti
speranzosi per piccole gioie,
navigazione a vista
tra sprazzi di antiche foto
assediate dal nulla di facili parole
e imbarazzanti foschie di battaglie.

È nel ricordo ereditato
nei nomi segnati a fortuna
su alberi di carte familiari,
in questo scrigno povero di casa
che dimorano come esseri viventi le terre
dell’anima, per futuri incerti
annebbiati di presente

quelle più rare
che sono già tue,
senza guerre d’uomini.

(ph M.Nigro©2025; titolo: Semaforo rosso all’alba nelle terre rare)

versione pdf: “Terre rare”

Nota a “Paesaggio” di Dino Villatico

C’è qualche “poeta” contemporaneo che, per vendere una copia in più o per farsi applaudire durante (e dopo) i funerali di giovani autori in qualità di pubblico portatore (per auto-investitura) della fiaccola balsamica della buona parola che rincuora, ha fatto da tempo la scelta furba di una “poesia consolatoria”, farmaceutica, a mo’ di unguento per le scottature dell’esistenza. Questi “poeti” li lasciamo nel loro brodo di coltura!

Non è certamente uno di questi “fenomeni” il poeta romano Dino Villatico (classe 1941), che nella breve ma intensa silloge intitolata “Paesaggio” (Edizioni del Mediterraneo, 2020) esordisce scrivendo che “La vita che ci assedia si conclude / nel buio di un terrifico silenzio…”. No, non si tratta di una poetica finalizzata a terrorizzare il lettore ritornando su un tema – quello della morte – apparentemente inflazionato in quanto esaminato nei secoli da tutte le forme d’arte, ma è una parola dedita a una verità “escatologica” che libera dalle catene illusorie di sopravvivenze eterne: prima facciamo nostro questo destino che trova pieno compimento nell’oblio, più dolce sarà la pace interiore che conquisteremo prima della fine (“E tutto il resto che ci accade è come / se non ci fosse mai accaduto”). Sciocco è quello scrittore che tramite le sue opere cerca l’eternità; in realtà il vero obiettivo del cammino terreno dovrebbe essere l’accettazione dell’oblio che ci attende, la diluizione delle nostre azioni fisiche e mentali nel calderone ironico e rasserenante della dimenticanza. E così sarà, ci ricorda Villatico.

La morte in sé non è un male: è un fatto naturale che riaccade da quando esiste la vita, la controparte che ci illude e ci lega alle certezze materiali, la vita che ci vizia attraverso i sensi. In un primo momento non ci si rassegna “al perpetuo silenzio d’ogni voce”; vorremmo capitalizzare in eterno i pensieri elaborati, le deliziose letture che ci hanno accompagnato, le persone amate con cui abbiamo condiviso il nostro cammino, e invece tutto “si estingue in una cecità forzata”.

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“Voglio un piano quinquennale, la stabilità.”

Cambiano i colori, le forme di sempre
nuove scale di grigi nell’aria tersa della fine
tutto è più chiaro di ritorno dall’inferno,

chissà se riconoscerà la strada di casa
anche la parola persa nel trasloco
dalla vita di ieri alla dimora della speranza,
se saprai portare il peso delle vite sfiorate
dei viaggi iniziati a caso
delle ore occupate per miracolo
dei personaggi indossati
delle fughe sui traguardi laureati
delle esistenze provate in camerino
ma senza andare in scena,
se il loro ricordo non premerà troppo forte
sull’osso dell’espiazione.

Un altro autunno dirà messa
sull’altare dei trascorsi equinozi,
cambiano i nomi dei tuoi mille lavori
e i volti dei passanti senza traccia,

ti stupisce ancora sull’orlo della notte
la consumata trama degli anni dispersi,
sai già che molti di quelli che sei stato
le loro insperate parole a matita
non faranno ritorno al richiamo del tramonto.

(1) il titolo di questo componimento è stato consapevolmente “preso in prestito” dal testo del brano “Live in Pankow” dei “CCCP-fedeli alla linea”.

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“Carte nel buio”, postfazione di Emma Pretti

versione pdf: “Carte nel buio”, postfazione di Emma Pretti

Da una panoramica a volo d’uccello appare fin troppo evidente che, dal futurismo in poi e a fortune alterne, la poesia si è costantemente impegnata a reclamare il diritto di svincolarsi dalle briglie e dai legacci di una classicità che la costringeva a schemi rigidi, soffocando la sua naturale inclinazione a una particolare forma di “selvaggità” a cui aspira da sempre senza però concedersi mai completamente.

Comunque è alla fine degli anni ‘50, sotto la spinta dei giovani poeti della beat generation – e proseguendo nel clima ribollente dei tumulti studenteschi, sociali e politici – che la poesia sfonda molte porte, sgancia le briglie, fa saltare tutti i paletti che la circoscrivono, diventa visionaria e visiva, allucinata e allucinogena, sociale, femminista, sessualmente sfrenata, sfuggente attraverso l’assimilazione di linguaggi e idiomi che non aveva mai preso in considerazione. Nomi come Gruppo ‘67, Balestrini, Sanguineti, Zanzotto, Spatola – solo per citarne alcuni – ne gonfiano le potenzialità più spregiudicate, dando vita a una produzione poetica che rimane comunque astrusa e lontana dalla realtà, schiacciata nei suoi intenti dall’eccessivo sperimentalismo. Il lirismo coesiste ma si fa criptico e compiaciuto della sua enigmaticità. Un’epoca senz’altro elettrizzante e ricca di attese, ma non così decisiva, come dimostrerà in seguito, e impattante come avrebbe voluto essere.

Tutte le rivoluzioni alla fine sfiammano e si ridimensionano, segue una sorta di “restaurazione” che addirittura muove passi indietro, conservando tuttavia alcune delle istanze e aperture conquistate in precedenza.

È sufficiente dare uno sguardo alla odierna produzione poetica per renderci conto di quanta retrospettiva sia intrisa la poesia contemporanea che oscilla, con le dovute sfumature e cambi di registro, tra un neo-petrarchismo sentimentale e un neo-crepuscolarismo intimo e carico di memoria, rimpianto, mestizia: ancora e ancora cose sfuggite in lacrimevoli tramonti. Ormai la retromania colonizza musica, cinema, social, abbigliamento, arti varie; perché non la poesia? In fondo le epoche precedenti rappresentano un grande mercatino dell’usato: alla fine ci troviamo di fronte a una produzione poetica vintage con nostalgia e memoria assunte a feticcio e tormentone della nostra epoca.

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Quel luogo interiore chiamato “Casablanca”

versione pdf: Quel luogo interiore chiamato “Casablanca”

Sì, è vero: Casablanca è innanzitutto un luogo geografico, un punto ben preciso sulla cartina del Marocco; ma è anche un luogo interiore, la materializzazione di un buen retiro per tempi storici difficili, il rifugio esotico e raffinato per fuggitivi, perseguitati e disadattati, per quelli che giocano alla neutralità politica e ideologica ma che neutrali non lo sono mai per davvero, per la razza degli “ubriaconi” che vorrebbero vivere parallelamente ai fatti storici senza mai incrociarli, gente votata all’oblio volontario e in cerca di un nascondiglio, alla dimenticanza di se stessi e dei propri dolori, almeno fino a quando quei dolori non si ripresentano fisicamente alla loro porta.

A immortalare, seppur indirettamente, Casablanca quale luogo interiore ideale, c’ha pensato l’omonimo film del 1942 diretto da Michael Curtiz. In quella sorta di “terra di mezzo” le notizie sulla seconda guerra mondiale sono come onde di un mare insanguinato che raggiungono la riva di una dimensione apparentemente risparmiata dalla distruzione ma di fatto sospesa sul baratro in compagnia del resto dell’umanità. Tra fiumi di alcol e gioco d’azzardo, una certa tipologia di esseri umani attende qualcosa, è gravida di eventi in grado di salvarla o di condannarla definitivamente. Ma non basta un locale accogliente, fumoso e con della buona musica, per sfuggire alla Storia e a se stessi, per attuare un distanziamento politico e sentimentale: i fantasmi del passato e quelli ancora più crudeli del presente, raggiungono anche il più ostinato dei fuggitivi che vorrebbe annullare se stesso e la sua memoria auto-relegandosi in una fragile condizione di sospensione spazio-temporale che di fatto si rivela effimera quando riappare sulla scena il motivo-madre della fuga: Ilsa Lund (Ingrid Bergman), simbolo dell’amore incompleto e per questo motivo destinato a diventare nostalgicamente eterno. “Con tanti posti nel mondo proprio qui dovevi capitare?” chiede Rick Blaine (Humphrey Bogart) a Ilsa: l’elogio della fuga va in fumo; il rifugio dal passato è stato violato; l’alibi dell’ubriacone disinteressato al mondo e alle sue pazzie dettate da totalitarismi e guerre, è saltato; non esiste bottiglia di whisky abbastanza grande dietro cui potersi nascondere.

Casablanca, che fino a quel momento era come una sorta di “Shangri-La africana”, un luogo per l’auto-esilio dei sentimenti, una temporanea “terra di nessuno” in cui sopravvivere senza interessarsi ai tumulti nel resto del mondo e coltivare una finta neutralità, diventa inavvertitamente il palco principale delle vicende personali e belliche. Nessun luogo è del tutto schermato, e quando la vita e la Storia decidono di irrompere, irrompono… In realtà la scelta di Casablanca da parte di Rick è una scelta falsamente isolazionistica, perché Casablanca è un luogo di passaggio, è un crocevia affollato da chi fugge e da chi fa finta di voler restare; chi vuole veramente disinteressarsi alla Storia non sceglie un posto simile. Rick, come tutti gli altri fuggitivi con cui entra in contatto, è anch’egli in attesa di qualcosa anche se non ammette di essere in attesa e soprattutto non sa, a livello cosciente, cosa attendere: dietro l’apparente immobilismo del personaggio, c’è un uomo che inconsapevolmente attende la sua occasione per evolvere, per sbloccarsi dalle sue rassicuranti convinzioni che lo tengono al riparo dal coinvolgimento con qualsiasi movimento geopolitico e dal riemergere del passato.

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“Destrutturalismo” n.7, una rivista “contro”…

Alcuni miei componimenti poetici sono stati pubblicati sul n.7 della rivista “Destrutturalismo”: come descrive molto chiaramente il nome del quadrimestrale, compito principale della critica letteraria, e artistica in senso lato, oggi, è o dovrebbe essere quello di “destrutturare” certe convinzioni stilistiche e convenzioni accademiche tacitamente introiettate da autori e critici. L’anti-accademismo e la destrutturazione di una certa letteratura, quindi, tra le mission di questa rivista…

Ma delegherei la presentazione del periodico alle parole dei suoi stessi curatori prelevate dal sito “Antiche curiosità”:

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Destrutturalismo n. 7, controcomune buon senso e ritmi d’arte, Thinking Man 2024. Rivista illustrata a colori.

“Destrutturalismo” è la rivista collegata al blog omonimo curato da Mary Blindflowers e ospitato nel sito “Antiche Curiosità”. Questa pubblicazione ha principalmente carattere di approfondimento letterario e si compone di una serie di articoli di autori vari che hanno lo scopo di creare fratture riflessive, dubbi e apprezzamento di ritmi sperimentali nella mente di chi legge.

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Un “poetico” quesito…

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Da tempo ormai mi balena in testa un quesito a cui io personalmente ho cominciato a dare un abbozzo privato di risposta; non mi dispiacerebbe, tuttavia, se questo mio dubbio personale diventasse terreno di confronto e quindi domanda d’inizio per una discussione collettiva da lanciare su questo mio blog e sui social, se ovviamente riterrete tale mia curiosità stimolante e degna di argomentazione:

“Se un poeta dimentica le origini di una propria poesia, non ne riesce più a rintracciare le motivazioni creatrici e il momento storico personale in cui l’ha concepita, è segno negativo di superficialità, di non importanza dei propri versi, oppure è un segno positivo perché significa che ha raggiunto un grado di diluizione della propria poetica al punto che non è più importante risalire alle motivazioni dell’atto creativo e al suo momento? Mi spiego meglio: se la poesia è il risultato della ‘condensazione’ di una ricerca interiore sull’indicibile, sull’inspiegabile, sull’insondabile, il non ricordare più il punto di origine di un proprio componimento potrebbe essere considerato come il raggiungimento di un grado di liberalizzazione della propria poetica dai lacci della razionalità e della classificazione poetica? Il poeta può permettersi di perdersi e di perdere di vista il ‘primum movens’ oppure è solo il lettore che deve affidarsi a ciò che la poesia letta gli trasmette senza essere obbligato (almeno in un primo momento) a conoscere la ‘storia’ del componimento?”.

Grazie per le vostre eventuali gradite risposte!

Michele Nigro

versione pdf: Un “poetico” quesito…

Matria

Dalle Veneri paleolitiche alle sportive spartane. La condizione delle donne  nell'antichità attraverso celebri reperti - ArtsLife

Il nome esatto non è patria,
la fonte materica del corpo
statuetta votiva dell’essere
l’origine dei cognomi nascosti
dei riti tradotti in cristiano,
l’orecchio prestato al primo vagito
è della lingua che è madre di parole

la terra che accolse il sangue credente
la poesia dei giorni passati
la partoriente di attese e speranze,
un cuore deluso e trafitto è il suo
materno ed eterno
come una storia senza cronaca

è il luogo dei figli svezzati con dolore
lanciati al mondo dopo il trapasso,
dimora di libertà coraggiose
testimone di quel che accadrà

terra delle madri,
il suo nome pagano
il nome della nostra casa
dovrebbe essere ‘matria’.

(immagine: la “Venere di Willendorf”)

Le cose che siamo stati

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(Cedi la strada all’orogenesi)*

Camperò di rendita
su parole già spese,
non sarà docile
il confronto tra personaggi,
quelli indossati negli anni sospesi
e i dimenticati per sopravvivere.

Quante cose siamo stati
quante tentato di essere
e che peso ha oggi la piccola storia
la stratigrafia dei fatti preziosi
il bagaglio del viaggiatore
l’orogenesi da antiche esperienze
come rocce affilate in autunno,
tagliano nastri al traguardo
di seconde giovinezze inedite.

Le maschere indossate per copione
diventano una all’imbrunire,
è clemente la sera in provincia
non fa più domande scomode
sui cadaveri lasciati dietro il passo
sui luoghi visitati per errore
sui ritorni senza vittoria
sul giudizio degli estinti
seppellito dall’incuria del presente.

* sottotitolo “scherzoso” e ironico nato dall’interazione con i primi commentatori sui social… parafrasando il noto titolo di una fortuita raccolta.

(foto dal web)

“Un maestro sul fronte albanese”, di Francesco Innella

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In quarta di copertina:

“Un lavoro minuzioso, interessante e ben documentato da leggere tutto d’un fiato, che riporta alla mente di noi lettori i sacrifici e l’abnegazione dei nostri Padri, i quali con il loro esempio ci hanno trasmesso in eredità il patrimonio più prezioso che potessimo ricevere e che abbiamo il dovere di non trascurare, tramandandolo ai posteri: i Valori.”

(dalla premessa di Fabio Paolucci)

Intervistatore: Michele Nigro

Autore: Francesco Innella

Nostalgia del futuro

versione pdf: Nostalgia del futuro

Inizialmente pubblicato come inedito sul sito letterario “La poesia e lo spirito” fondato e curato da Fabrizio Centofanti, e precisamente nella rubrica “La parola ai poeti”, questo “pezzo” nasce, anzi sgorga prepotentemente — perché masticato da tanto, troppo tempo — da una “riflessione di strada” appartenente a un Michele sospeso tra due differenti epoche esistenziali: prima di inviarlo a Lpels, il Michele che lo ha scritto viveva una fase di transizione non pienamente realizzata; il Michele, invece, che lo ripropone oggi sul proprio blog ha un po’ meno nostalgia del futuro e vive con una forza diversa una nuova fase storica personale. È incredibile come uno stesso scritto possa essere letto e interpretato dal suo autore in maniera differente a distanza di pochi giorni. Gli stati d’animo mutano, l’umanità è impermanente, le condizioni virano, le energie si rimescolano; solo la Poesia resta ferma nella sua funzione millenaria di Motore Immobile dell’umana interiorità.

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“… Italiani impauriti e inerti come sonnambuli…”

(dal Rapporto Censis 2023)

Che cos’è la “nostalgia del futuro”? Più facile è descrivere la nostalgia per un passato che non tornerà; più fattibile è il provare nostalgia per ciò che è irreversibile ma che abbiamo comunque toccato, conosciuto, vissuto… Che razza di nostalgia si può mai provare, allora, per qualcosa che ancora deve accadere e che forse non accadrà mai? Sarebbe più corretto parlare di desiderio dell’irrealizzato; tirando in ballo, invece, la nostalgia si presume una quasi certezza per quel che andremo a realizzare a breve e a vivere in prima persona, al punto che possiamo permetterci di trattare il non realizzato come qualcosa che non c’è ancora ma che sicuramente ci sarà e di cui cominciare addirittura ad avere nostalgia. Proiettarsi in una vita che ancora non esiste, ci rende nostalgici di ciò che è potenziale, ovvero ci rende nostalgici di noi stessi perché le potenzialità sono contenute in noi, non giungono dall’esterno, non sono instillate miracolosamente da un’entità metafisica… In quel caso sarebbe più corretto parlare, appunto, di desiderio perché il termine desiderio, etimologicamente, descrive la condizione di chi “vive in assenza di stelle” (“de”, particella privativa, e “sidus, sideris” = stella; plurale “sidera”) ed è in attesa di ricevere qualcosa “dall’alto”, di rivedere comparire nuovamente le stelle che sono assenti, la loro luce che dona speranza. Chi ha nostalgia del futuro, invece, ha solo nostalgia di se stesso (di un altro se stesso), di quel se stesso che è già lì, presente, che non deve discendere dal cielo sotto forma di stella, ma che ancora non brilla in qualità di essere umano pienamente realizzato. Si ha nostalgia del futuro perché avendo pregustato le premesse, sappiamo già o possiamo concretamente prevedere come sarà il seguito della storia. Non si tratta di una storia di fantasia ma di un racconto realizzabile, realistico, di cui già conosciamo l’incipit. Praticando la nostalgia del futuro “amiamo” un noi che sta per arrivare, che è dietro l’angolo e quindi ancora non visibile, ma sappiamo che esiste, c’è. Potrebbe trattarsi di un atto di fede, ma la concretezza della possibilità ci allontana dal mistero, dall’ignoto.

Ci sarebbe anche un’altra teoria intorno al fenomeno della “nostalgia del futuro”: tutti noi sappiamo che parallelamente all’esistenza che viviamo ce ne sono altre decine o centinaia: si tratta delle “vite potenziali”, ovvero di quelle vite che avremmo potuto vivere ma che per una serie infinita di motivazioni, di scelte o di casualità non abbiamo cominciato a vivere. È un po’ la teoria delle “sliding doors”: basta perdere una metro, un aereo, un’amicizia, un’opportunità irripetibile; basta trovarsi nel punto B anziché nel punto A, nell’ora X anziché nell’ora Y, per provocare o condizionare una sequenza a cascata di eventi. La volontà non c’entra niente perché per applicarla c’è bisogno di un piano, di un progetto: quando crediamo di usare la nostra forza di volontà per piegare il destino al nostro piano, in realtà stiamo anche in quel caso assecondando un piano casuale, un piano che era destinato a capitarci sotto il naso. Questo significa che siamo foglie al vento? No di certo, ma dobbiamo accettare il fatto che anche quelle che noi crediamo essere delle nostre scelte illibate e incondizionate, in realtà sono il frutto di una serie di influenze di cui non siamo sempre, anzi quasi mai, consapevoli. Si ha nostalgia quindi di vite parallele che intravediamo dall’altra parte del vetro, come quando siamo fermi in una stazione e vediamo attraverso i vetri del nostro treno, e quelli del treno sul binario parallelo al nostro, altre persone simili a noi ma che viaggiano in direzione opposta oppure nella nostra stessa direzione, solo che a un certo punto i binari inizialmente paralleli divergono portando i due treni in direzioni diverse. Per un attimo ci siamo immedesimati nelle persone dell’altro treno, abbiamo colto qualche loro gesto che ce li ha resi anonimamente simpatici, ma non si tratta di noi riflessi, bensì di altri individui, diversi da noi, diretti in un’altra stazione di arrivo. Si può avere nostalgia di quella vita vissuta da persone che però non siamo noi; saremmo potuti essere noi, ma non lo siamo. Noi restiamo noi, nel bene e nel male.

Continua a leggere “Nostalgia del futuro”

Carte nel buio

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Ora, se vuoi, ignora pure
l’invenzione della carta
le memorie affidate all’attrito
nei secoli dei secoli,
nel giorno in cui il buio ritornerà
la cercherai come un tempo l’oro
per continuare a dire i segreti
delle anime estinte,
quando prima dell’elettricità
sapevano dirigere i passi
verso il cuore degli uomini.

Dal mio posto di vedetta che legge
tra spiragli di tende e palpebre
intravedo una croce di ferro
arrossata da mille tramonti,
è la stessa muta compagna
dell’ultimo viaggio dell’anima più cara,
la bussola serale dei rosari sgranati.

Lontano, lassù
sulla collina tratteggiata
da file di luci confortanti
persiste ancora, indelebile
la scia fumosa dell’estremo rogo
cremazione di tutti gli atti terreni
a rendere polvere in anticipo
il lento logorio del tempo.

Tramonta, dunque
falso bagliore d’umanità notturna!
ridammi le sacre tenebre
primordiali delle origini,
voglio ritornare agli esordi
ai vagiti e al primo respiro
al senso eterno delle cose
al tremore nel donarsi alla storia
alla vita in ritardo
che fedele attende l’alba,
quella giusta.

Coda di lacerta

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Coda staccata di lacerta tu sei!
senza sapere chi, come e perché
t’agiti acefala pensandoti viva e sapiente
sull’asfalto incerto della storia.

È uno sgomento ammazzato nel petto
quello che all’alba t’inchioda a bianche lenzuola
funebri i ricordi, si dirada la folla iniziale,

i nostri padri figliavano a frotte per non restare soli
[al tramonto.

L’ultima muta

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Non si è che panni appesi
senza corpo a motivare
a muovere i gesti di sempre,

negli armadi del tramonto
immobile, l’ultima muta
lasciata strusciando respiri
su lapidi senza nome
– eco ed ombra di giorni vissuti,
di un presente ancora caldo –

tessuti affezionati al mondo e alla storia
spoglie archiviate dell’umano coprirsi
emanano profumi di azioni terrene
come luce residua di stelle morte,

si spera, così, in crisalidi di tempo
schiuse negli altrove della fede
in assurdi ritorni di fantasia
tra il sogno e il risveglio
sull’alba di un nulla che non perdona.

(immagine tratta dalla copertina dell’album “Nudi” di Eduardo De Crescenzo)

“Nudi Nudi”, Eduardo De Crescenzo

Appunti rozzi di un lettore de “Il dottor Živago” di Pasternak su Pangea.news

Il mio articolo “Appunti rozzi di un lettore de Il dottor Živago di Pasternak” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!