Il faretto illuminava le tenebre della sperduta landa in cui era collocata la postazione; il fatto che fosse regolarmente acceso, era il segnale del perfetto funzionamento delle cupole d’atterraggio. “Se mai dovesse spegnersi, allerta immediatamente l’ingegnere dell’interporto in servizio!” gli avevano intimato, come da routine, i suoi superiori alla fine del turno pomeridiano, prima di ritirarsi in riposo. La sentinella, rimasta sola dopo l’imbrunire, osservava ipnotizzata la brillante luce bianca del faretto: dal suo essere acceso dipendeva l’esito degli sbarchi di esseri umani catturati dalle pattuglie dei Guardiani sul confine delle colonie Extra-Lattee. Da secoli ormai gli abitanti del lontano pianeta chiamato Terra tentavano, quasi sempre invano, di raggiungere, con ogni mezzo a curvatura, i Paradisi Interni partendo dalle colonie Extra-Lattee, più facili da frequentare perché considerate zone franche intergalattiche in cui diluirsi tra le migliaia di specie aliene giunte fin lì ufficialmente per motivi “commerciali”.
Cosa cercavano i terrestri nei Paradisi Interni? Quali cambiamenti esistenziali pensavano di ottenere trasferendosi, dopo lunghi viaggi in criosonno, in terre considerate paradisiache, invece conosciute come tali solo per sentito dire e mai realmente visitate? Ma la sentinella sapeva che le risposte a queste naturali domande non sarebbero mai arrivate perché la sua categoria militare non era tenuta a conoscere i particolari di una complicata situazione politica interplanetaria, bensì a eseguire semplicemente gli ordini del Comando Interportuale da cui dipendeva.
Una notte, durante uno dei suoi turni, la sentinella sentì un pianto alieno provenire dalla base del pilone che sosteneva l’indispensabile faretto dell’interporto; non era il pianto di una donna o di un giovane uomo, ma di un fagottino terrestre probabilmente abbandonato dopo uno dei tanti disperanti sbarchi avvenuti nel pomeriggio. Prima di sollevarlo da terra con le sue braccia tentacolate, la sentinella si guardò intorno, assicurandosi di essere veramente solo: le morbide ventose dei suoi lunghi arti sembravano aver tranquillizzato l’esserino, che aveva smesso di emettere quei fastidiosi suoni con i quali, evidentemente, sul suo pianeta attirava l’attenzione dei portatori di cibo liquido.
E dunque riprendiamo il viaggio
interrotto un attimo prima del trapasso,
non per andare chissà dove
giusto a un palmo più in là
delle piccole gioie quotidiane
delle meschine rivalse tra corpi morenti
dello stupore per la solitudine,
è la prospettiva a latitare dagli orizzonti
la piccola luce vera in fondo al benessere.
Ma tu viaggia, viaggia lo stesso!
anima spezzata in cerca di senso,
straccia quest’oggi grasso e disperato
ritrova l’ingenua speranza che abitava gli occhi estinti.
Piega il metallo pazzo del mondo
con il tuo alito caldo di parole inutili,
addomestica le ore selvagge della ripetizione
al volere di un programma tutto umano,
e chiedi aiuto in preghiera allo sguardo muto degli avi
mentre spolveri la cornice intorno ai loro volti pazienti.
Calde sono ancora agli occhi viaggiatori
le eterne mura di Gerusalemme
e le note illuminate nei concerti rock,
quando forte ci sbatteva la follia dell’abbandono
su treni notturni di fortuna.
Ora che le ultime luci dei tramonti a lavoro
riportano memorie peripatetiche
a dimora tra ronde di quiete selvaggia,
non resta che il ricordo di glorie inconsapevoli
in qualche verso educato alla pazienza.
Forse torneranno a illuderci di nuovo
le fughe d’estate, gli entusiasmi a ogni ora
per partenze amorali, vivendo di rendita,
ci riavranno in pugno i miraggi
per il gusto di domani indefiniti,
lasceremo che le correnti dell’ultima avventura
riconducano alle origini del tempo
quel che sopravvive del sogno.
Ricevo dall’amica Ilaria Cino questo testo, e le foto ad esso abbinate, e con piacere pubblico…
A distanza di cinque anni dall’inizio della pandemia rispondo ad un presagio, partendo per Stromboli. La notte in cabina passa in fretta, dall’oblò della Siremar non si vede che buio pece, avvolge la nave per consegnarla al mare intatta. Sul fare dell’alba l’isola pare vinta da un insolito torpore, e il vulcano con essa; Iddu tace. Qualcosa ha toccato Stromboli, i suoi abitanti, la sua geografia, come le nostre vite. Dal porto si dipanano schizzi di storia strombolana, disegni colorati attraversano l’isola come tracce di discorsi lasciati al silenzio. Delle persone che conoscevo neanche l’ombra, ma la terra nera di Iddu avrà udito il mio arrivo?
Rivedo i luoghi dell’infanzia con lo sdegno che ha preso mia madre prima di finire. Il bar di Frankie, ritrovo di isolani e turisti, è un buco di rovine; come di Gechi non è rimasta che l’anima del ristorante. Ho chiesto della paeglia, ma non se ne fa più, come ci fosse tra gli isolani un tacito divieto di prepararla. A metà settimana, in prossimità del mio compleanno si popola l’isola, incontro vecchi amici, e di nuovi ne compaiono all’orizzonte…
Strombolicchio, faro per naviganti, mi chiama in mare, nel fianco c’è uno scavo quanto una nuvola! Sulla barca di Frankie contemplo la rovina, a sorsi di Malvasia… A Stromboli sarei dovuta tornarci con mia madre, tra una sorpresa e l’altra ci sarebbe scappata una risata. Prima di partire hanno aperto la biblioteca, molti isolani hanno scritto negli anni di sé, e dell’isola; tra i libri è piantata una bandiera della pace, ma la pace con chi?
Testo e foto copyright Ilaria Cino, Stromboli, maggio 2024
Dopo alcuni anni di lavorazione, come annunciatomi in una mail del 2021 dalla curatrice Cristina Cangi, il mio diario odeporico “Viaggio in Israele” (rieditato nel 2020) risulta ufficialmente catalogato tra i diari accolti dall’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (AR) ideato dallo scrittore e giornalista Saverio Tutino. Online è presente solo la scheda relativa al diario donato alla Fondazione, in quanto il materiale è consultabile solo in sede; come specificato da Cristina Cangi nella summenzionata mail: <<… Online nel nostro sito e più precisamente nel nostro catalogo https://catalogo.archiviodiari.it/ sarà inserita la scheda. Il materiale dell’Archivio si può consultare solo in sede. L’Archivio diaristico sta realizzando una piattaforma online per ospitare tutti i 9000 diari che abbiamo raccolto in questi trentasette anni di attività […]. Ci teniamo a specificare che quando il progetto sarà ultimato i diari saranno fruibili online solo dietro consenso dei proprietari, i diari non autorizzati continueranno a essere fruibili solo in sede…>>
Recentemente è stata dedicata all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano anche una puntata del programma “Generazione bellezza”… Per rivederla, clicca QUI!
Nelle albe di lavoro è una dolce spada di luce e speranza, trafigge il primo chiarore ad est il petto e gli occhi assuefatti di gatti al buio e attenti all’abigeato di cavalli in ferro e argilla.
Ritornano lenti i contorni alle cime perse nell’oscurità del trapasso, l’erba gelata attende fedele la nascita d’una carezza luminosa.
Preghiera all’ultima stella sul confine, esordio al mattino senza domande di sbadigli e brina sull’anima
tra un candore di spazio celeste fanno male per troppa luce i vagiti del nuovo giorno,
consueti bagliori d’aurora scruta nella fredda notte e si rimette in strada con la solita fede il viandante assonnato.
L’antologia di poesie, ANIME CON VISTA, si presenta come un viaggio introspettivo, un’odissea nella quale i poeti esplorano il proprio mondo interiore con occhi attenti, scrutando e catturando emozioni, pensieri e ricordi profondi. Il titolo stesso, “Anime con Vista”, evoca l’immagine suggestiva di un’anima al balcone, una figura simbolica che si erge al di là della superficie della vita quotidiana per osservare il mondo con occhi penetranti. Questa immagine incarna il desiderio di andare oltre l’apparenza e di connettersi con l’essenza più profonda di sé stessi. È un invito a un viaggio interiore, a esplorare il proprio universo con curiosità e apertura. (il curatore)
CONTRIBUTI:
Diego Cocco, Stefania Giammillaro, Anna Martinenghi, Chiara Rantini, Jonathan Rizzo, Michele Nigro, Antonio Spagnuolo, Francesco Vitale, Nunzio Di Sarno, Francesco Randazzo, Stefano Tarquini, Nicola Galli, Matteo Piergigli, Ramona Paraiala, Ilaria Giovinazzo, Anna Rampini, Loredana Manciati, Alberto Barina, Maura Termite, Giuseppe Settanni, Alessandra Carnovale, Michele Piramide, Luca Ariano, Roberto Casati, Francesco Giovanni Bresciani, Cristiano Sormani Valli, Johanna Finocchiaro, Gennaro De Falco, Paola Puggioni, Gabriella Paci, Alessandro Barbato, Davide Uria, Laura Boscardin, Gianluca Ceccato, Andrea Ravazzini, Alberto Rizzi, Mariano Porru, Carolina Montuori, Mariangela Maio, Stefano Prandini, Manuela Cecchetti, Michele De Lucia, Sheila Moscatelli, Maria Teresa Zanca, Davide Cortese, Fabrizio Sani, Elisa Giusto, Claudia Olivero, Patrizia Masi, Ramona Oliviero, Giuseppe Carlo Airaghi, Valentina Pusceddu, Monica Fornelli, Gloria Frigerio, Antonietta Cianci, Michela Zanarella, Tiziana Aliffi, Alessandro Monticelli, Francesca Giustini, Simone Gastaldi, David Scarano, Lidia Novello, Francesco Farina.
Tempo fa risposi alle domande di un questionario proposto a più persone da una studentessa (il cui nome per questioni di privacy ovviamente non mi è possibile rivelare) in procinto di preparare una tesi di laurea sul periodo sperimentale del cantautore Franco Battiato e sul mio rapporto con lo stesso in qualità di ascoltatore/estimatore di lungo corso. Il titolo dell’intervista sopra riportato, parafrasi di un verso di un brano di Battiato, è di mia invenzione e non riguarda la tesi di laurea dell’intervistatrice e tesista.
Esperienza con Franco Battiato
(Intervistatrice/tesista)Da quanto tempo ascolti la musica di Franco Battiato?
(Michele Nigro) Dalla fine degli anni ’70. Ma più consapevolmente dall’inizio degli ’80.
Qual è il tuo album o periodo preferito di Franco Battiato tra quelli che spaziano dall’avanguardia elettronica al pop e alla musica classica? (Se ne hai uno)
Premesso che secondo me ‘tutta’ la produzione artistica di Battiato è stata sperimentale se confrontata con il cantautorato “standard” dell’epoca, e anche dopo, posso affermare che ho amato e amo in particolare il periodo pop ovvero quello durante il quale Battiato veicolò tematiche lontane dalla cultura di massa grazie a una musicalità non più d’avanguardia, di nicchia, ma accessibile a quasi tutti gli ascoltatori.
Come hai vissuto il passaggio di Franco Battiato da un genere all’altro durante la sua carriera? Hai preferenze per uno stile musicale specifico tra quelli sperimentati dall’artista?
Non mi sono mai lasciato influenzare dai cambi di rotta del Maestro: ho ancora oggi difficoltà a collocare i singoli brani nei vari album, anche cronologicamente, perché seguo una lettura trasversale di tipo tematico e non in base al genere o al periodo, pur distinguendone ovviamente le diversità. Torno a ripetere: il pop, anche quello più tendente allo sperimentalismo, ha rappresentato a mio avviso lo stile più vincente dal punto di vista comunicativo.
Qual è la canzone di Franco Battiato che senti rappresenti meglio il suo sperimentalismo musicale? Perché?
Credo che “L’era del cinghiale bianco” (che dà il nome anche all’album che lo contiene) sia il brano da cui tutto è scaturito, il primum movens. Non solo perché segna il passaggio discografico dallo sperimentalismo al pop, ma per gli accostamenti strumentali (ad es. violino con batteria e chitarra elettrica) che caratterizzeranno in seguito una convivenza tra diversità anche su altri livelli…
Personaggio: FRANCO BATTIATO
Hai mai assistito ad un concerto di Franco Battiato? Se sì puoi elencare quali.
Sì, a molti. Il primissimo fu subito dopo il terremoto dell’80 in Irpinia: venne a suonare in provincia di Potenza, a Ruoti per essere precisi, con la formazione dell’epoca (Pio, Destrieri, ecc.). Ero piccolo: fu una rivelazione che tuttavia “esplose” in seguito, nella maturità. Dopo c’è stato un certo periodo di lontananza: mancai ad alcuni suoi tour, per poi riprendere a seguirlo fino alla fine. Di concerti ne ricordo uno in particolare di piazza – gratuito – ad Anagni per i 700 anni dallo schiaffo di Anagni, il 7 settembre 2003. Fu memorabile… Poi c’è stato (vado in ordine sparso spulciando tra i biglietti conservati) l’Apriti Sesamo Live (Auditorium Conciliazione Roma 2013), a Ercolano nel 2011, all’Arena del mare a Salerno nel 2013, Franco Battiato e Alice nel 2016 a Roma (Auditorium Conciliazione), all’Ippodromo delle Capannelle Roma 2011, Fleurs Tour a Napoli nel 2002… Impossibile ricordarli tutti; molti furono anche concerti di piazza o di fine anno sempre in piazza (uno tra tutti un 31 dicembre a Salerno); sempre tra quelli di piazza ne ricordo uno ad Avellino (non ricordo l’anno) in cui, stando sotto il palco, ammirai un Battiato in piena forma che suonava la sua chitarra elettrica (come poi non avrebbe più fatto rientrando in una veste più classica e sobria: per capirci, il Battiato che cantava seduto tranquillo sul tappeto)… L’ultimo a cui ho assistito, prima di quelli in cui cadde rovinosamente, è stato a Napoli in piazza Plebiscito: era già un Battiato “distratto”, disinteressato a ricordare i testi, direi “etereo”, dalla voce insicura e debole, diretto ormai verso un suo mondo interiore da cui non sarebbe più riemerso.
Hai mai avuto la possibilità di interagire con Franco Battiato? Se sì racconta l’esperienza.
Non l’ho mai inseguito per un selfie, per costringerlo a un dialogo, per esprimergli pensieri profondi, come molti suoi estimatori più coraggiosi e sfacciati di me hanno fatto nel corso degli anni… L’ho avvicinato solo una volta per avere un suo autografo sul libro “Attraversando il bardo” abbinato all’omonimo documentario in dvd. L’occasione si presentò in Cilento (Campania) nel 2015 durante un pubblico dialogo tra lui e Ruggero Cappuccio; ti allego il link all’evento.
Cosa rappresenta per te Franco Battiato? Quali emozioni o pensieri evoca nella tua mente?
Pur essendo stata una presenza virtuale, distante, per i motivi che ho già illustrato nella risposta precedente (non ho mai amato “pedinare” i personaggi famosi, amo di più la casualità degli incontri), Battiato è stato per me una guida spirituale, un Maestro, un “padre”, un ricercatore puro, ma prim’ancora è stato un colto indicatore di percorsi geografici e interiori, un istigatore a ricerche “altre”… In alcuni periodi della mia vita è stato anche un ottimo “antidepressivo” perché mi ha offerto un punto di vista alternativo, sollevandomi da certi “sbalzi d’umore”…
Perché secondo te è importante parlare di Franco Battiato oggi?
Perché, senza preoccuparmi di esagerare, posso dire che Battiato farà parte della “musica classica” del futuro; non è importante parlarne perché scomparso e quindi per tenere accesa la luce sul suo operato: non ha bisogno di questo tipo di agevolazioni perché a volte mi capita di sorprendere giovanissimi ascoltarlo in piena autonomia. Quindi c’è speranza per il domani. Credo sia importante parlare di lui oggi affinché le tematiche culturali, spirituali, veicolate dalla sua musica, restino sempre tra le priorità di chi compie un certo tipo di ricerca su se stesso e sul mondo.
Nello scenario italiano chi era Battiato per te e per l’opinione pubblica? C’era già una consapevolezza, diffusa o individuale, che si stava assistendo ad una vera e propria avanguardia musicale?
I più attenti musicalmente hanno subito captato il cambio di passo e l’hanno continuato a seguire in quel senso. Lego i suoi primi brani pop a epoche fanciullesche della mia vita, quindi Battiato è entrato a far parte di un substrato culturale di stampo popolare e oggi mi è difficile scindere quell’esordio dal mio vissuto: la consapevolezza su “basi scientifiche”, almeno per me, è giunta forse dopo, leggendo libri su di lui, andando a spulciare sue indicazioni al di là dei motivi musicali ma “analizzando” direttamente i testi. Temo che per altri, invece, questa consapevolezza non sia mai arrivata: Battiato per alcuni resta inaccessibile e indecifrabile, quindi ci si limita a citarlo decontestualizzando alcuni stralci dei suoi testi solo per far vedere di conoscere qualche suo ritornello. Questa consapevolezza è stata ritardata appositamente dallo stesso Battiato, credo, proprio perché scelse di utilizzare un veicolo pop: solo chi si è soffermato sulla sua opera andando al di là dei ritornelli ballabili, è riuscito forse a cogliere l’intento avanguardistico di Battiato anche da un punto di vista filosofico e spirituale.
Adesso prova delle sensazioni diverse quando ascolta i dischi di Battiato rispetto alla prima volta?
No, devo dire che alcuni brani che avrò ascoltato forse migliaia di volte non mi stancano mai e conservano una “freschezza rinnovabile” che non ho saputo riscontrare in altri cantautori. Anzi, il riascolto serve a scoprire nuove angolazioni sonore che erano state trascurate. Se invece vogliamo riferirci al riascolto all’indomani della sua dipartita da questo pianeta, allora tiriamo in ballo sensazioni che non si limitano alla nostalgia e alla malinconia, ma si caricano di una responsabilità maggiore perché si è consapevoli di riascoltare un cantautore che non vedremo mai più dal vivo e che non uscirà mai più con un suo nuovo album di inediti (nonostante l’intelligenza artificiale ci aiuti a sfornare ancora oggi brani dei Beatles raschiati da fondi discografici!)
In riferimento al tema della politicizzazione: com’era considerato Battiato rispetto agli altri cantautori dell’epoca?
La politicizzazione della ricerca musicale di Battiato è stato sempre un fenomeno che mi ha divertito; Battiato è stato “strattonato” dalla destra e dalla sinistra, un po’ come è successo a Tolkien, conteso dai neofascisti dei campi Hobbit e dal panecologismo hippie… Battiato ha sempre volato al di sopra di ogni catalogazione politica e si è occupato di cose alte e altre, nonostante si dica sempre che “tutto è politico!”. Chiaramente alcune prese di posizione, durante certi periodi storico-politici del paese, lo hanno collocato automaticamente in una precisa fascia: basti pensare a brani come “Povera patria” e ad alcune accuse certamente non velate contenute nell’album “Inneres auge”. Se c’è stata politicizzazione, è stata indiretta; a differenza di altri cantautori ̶ come De Gregori, Venditti, De André, Claudio Lolli, Guccini… ̶ schierati politicamente in maniera più evidente, Battiato ha cercato, prim’ancora di accodarsi a un’ideologia partitica interessata a proporre un sistema politico in grado di cambiare la società, di modificare il proprio mondo, quello individuale, interiore. Battiato non giudicava la politica in sé ma le variegate (e molto spesso discutibili) tipologie umane che vi si affacciavano per coltivare interessi privati. Durante la sua unica esperienza politica presso la Regione Sicilia, qualcuno scherzosamente lo definì “assessore alle meccaniche celesti”: epiteto che a lui piacque moltissimo e che trovò divertente. Non esitò un solo istante a lasciare l’incarico quando si accorse (come forse aveva già previsto) che stava diventando un “gioco” estraneo alle sue corde.
Quando ti sei reso conto della potenza della musica di Franco Battiato?
Quando sono stato male e ho sentito che la sua musica mi ha risollevato indicandomi percorsi interiori alternativi…
Considerando la lunga carriera del cantautore, considerando la variegatura nei temi e nei modi, come si è evoluto il tuo rapporto con l’artista?
La parte iniziale e centrale della sua carriera è stata, ma non solo per me, sicuramente la più interessante; anche i suoi ultimi lavori sono stati degni di nota ma già rappresentavano un “testamento” (citando il titolo di un suo brano), una exit strategy non solo esistenziale ma anche artistica… Spesso ho criticato l’eccesso di antologie sfornate dai suoi produttori per battere cassa: ho apprezzato di più il Battiato di quando aveva il pieno controllo della sua produzione. Salvo questi particolari ininfluenti posso dire che il mio rapporto con Battiato è stato sempre di forte curiosità e di affetto: ogni uscita di inediti era una sfida, uno studio, un confronto con altri estimatori… L’uscita di un suo album non lo vivevo come un appuntamento discografico e basta: era la voce di un amico che mi raggiungeva con parole nuove, di una guida che mi proponeva nuove vie da percorrere, che mi dava nuovi impliciti consigli di vita…
Ora, se vuoi, ignora pure
l’invenzione della carta
le memorie affidate all’attrito
nei secoli dei secoli,
nel giorno in cui il buio ritornerà
la cercherai come un tempo l’oro
per continuare a dire i segreti
delle anime estinte,
quando prima dell’elettricità
sapevano dirigere i passi
verso il cuore degli uomini.
Dal mio posto di vedetta che legge
tra spiragli di tende e palpebre
intravedo una croce di ferro
arrossata da mille tramonti,
è la stessa muta compagna
dell’ultimo viaggio dell’anima più cara,
la bussola serale dei rosari sgranati.
Lontano, lassù
sulla collina tratteggiata
da file di luci confortanti
persiste ancora, indelebile
la scia fumosa dell’estremo rogo
cremazione di tutti gli atti terreni
a rendere polvere in anticipo
il lento logorio del tempo.
Tramonta, dunque
falso bagliore d’umanità notturna!
ridammi le sacre tenebre
primordiali delle origini,
voglio ritornare agli esordi
ai vagiti e al primo respiro
al senso eterno delle cose
al tremore nel donarsi alla storia
alla vita in ritardo
che fedele attende l’alba,
quella giusta.
Tramonto alla fine del mondo, clemente è l’imbrunire
balsamo serale per animi piagati
tutto è perdonato, le idee archiviate in ordine
nei cassetti profumati di naftalina alcolica
e facili promesse con cui prendere sonno.
Si accendono, luminose lacrime di città lontane
le tenui luci di speranze nutrite nel nuovo buio
che non esige risposte,
la feroce illuminazione solare
cede il posto a dolci illusioni
notturne come danze sensuali
intorno a fuochi d’agape
intese di pelle e sguardi intimi.
Istinti avvolti dall’oscurità
ballano su morbidi cuscini ancestrali
puntellati di stelle,
si addormenta tra sospiri carnali
l’affanno di un vissuto
che ancora scotta sulla pelle raminga.
Prefazione a Studio realtà di Rodrigo Garcia Lopes (ed. Kolibris)
Il poeta è un detective senza padrone
L’intento è dichiarato in Appendice: <<indagare come avviene il processo di trasferimento dal mondo “reale” al mondo “poetico”>>. Fare in modo che la poesia continui a essere l’unica degna testimone di uno stupore nel vivere, nel registrare il valore del tutto attraverso la celebrazione dei particolari. Il come, non tanto il perché che è materia filosofica, distante dalla semplice meraviglia dell’osservatore. Non è uno studio pedissequo della realtà, ma è un imparare sulla pelle il sapere antico che sfiora ogni giorno l’essere umano, è scoprirsi moltitudine: solo con il poetare che capta le singolarità si può risalire a una “ragione”, che razionale non è, di ciò che siamo e vediamo; perché “il significato è quello che conta meno”. Cogliere i particolari (“L’azione era concentrata sull’individuazione dei dettagli”), i segni scontati, i dolori antichi diluiti nel presente, per un’indagine, priva di un fine preciso, sul reale: bleffa chi propone obiettivi tangibili, “efficienza aziendale”, programmi sensati, etimologie sicure: “la frase è una frode” e, per come ci viene raccontato, “il mondo è un parco giochi di bugie”. Amare non serve a niente se non si è in grado di lasciare un solo verso sulla pelle dell’amata: perché la poesia è scottatura inattesa, che corona l’esistenza del poeta e di chi gli sta accanto; è impossessarsi della profondità del vivere per un “adesso conquistato”: morire, in fin dei conti, è la parte più facile del cammino. È tenere in conto tutto con un linguaggio lento.
Studio realtà di Rodrigo Garcia Lopes è anche un imprendibile manuale di scrittura poetica per “innamorarsi di questi frutti della parola”, mai schiavi ma “istanti portatili”, liberi, nomadi nei nostri deserti quotidiani; mai prigionieri di convenzioni e convinzioni, avere fede nell’evoluzione (“la poesia è una / strategia di soprav- / vivenza”), nel Todo Cambia cantato da Mercedes Sosa, nel cambiamento non previsto e non riassumibile in una rima. La poesia è essere dove non si è, non dove è logico pensare di dover essere, anche se la vita a cui si è legati è una e una sola: è raggiungere l’insondabile con la fantasia (fare Fabula rasa del reale!) – travolgendo la razionalità di spazio e tempo, e quindi della Storia –, fissando sfumature nei versi ispirati da sensazioni vissute; è “sapere cosa ci dice ogni oggetto”, è baciare il momentaneo. È lo strumento che “scava l’inafferrabile”.
Fischietti sotto l’ombrello rasta Buffalo Soldier di Marley,
è una sfida ai tropici piangenti
e alle nostre piovose primavere, solitario
timoniere di te stesso non ancora in rotta
la musica scivolata tra i libri del negozio deserto
era la sigla a libertà di fiele, gabbiani obesi dal volo basso
ora che tutto è nuovo, tristi scenari aperti verso l’ignoto
inebrianti orizzonti schivando ricordi e lampi in mare
le cose mai chieste in tempo, figli distratti e perdonati
quelle lasciate in eredità o per sempre sfuggite,
sogni la Route 66 da fare in autostop, ma non sai che It was a Buffalo Soldier in the heart of America!?
L’epigramma, per la sua vocazione alla brevità (non per la metrica), ricorda una sorta di haiku occidentale; per il resto non è certamente caratterizzato dall’impersonalità di quella particolare forma poetica orientale, anzi la sua sintetica efficacia tende a fissare i fatti personali, a sottolineare le vicende dei personaggi a cui è dedicato, a celebrare la persona e i passaggi cardinali della sua esistenza.
L’autore Gaetano Ricco, di Albanella (Sa) — professore, filosofo, storico, poeta, promotore culturale e territoriale… — con la raccolta “I 100 e più epigrammi” (edizioni Magna Graecia, 2023), sceglie un modo decisamente originale per celebrare i 150 anni della morte del grande Alessandro Manzoni (7/3/1785 – 22/5/1873); originale e volutamente in controtendenza: infatti alla lunghezza dei capitoli di cui — come ricordato anche nella prefazione di questa pubblicazione celebrativa — è composta l’opera principale del Manzoni, ovvero “I Promessi Sposi”, Ricco contrappone la brevità dell’epigramma che, come raccomandato all’inizio della raccolta dal poeta Cirillo dell’Antologia Palatina, “non deve superare i tre versi” (meglio ancora se un distico!), altrimenti si esonda nel poema e non si scrive più un epigramma.
Una sorta di “risarcimento post-scolastico” che forse risolve l’annosa diatriba tra insegnanti di lettere e studenti annoiati, tra conservatori e progressisti, tra difensori del romanzo storico e poeti ribelli, fautori di forme poetiche agili e fulminee. Un omaggio in vista della data fatidica del prossimo 22 maggio e “un viaggio attraverso i personaggi de I Promessi Sposi“, ma parallelamente un modo per ripercorrere anche le tappe esistenziali, storiche e letterarie del celebre autore milanese: dalla nascita (“… in Milano nascevi e non furono le stelle ma / Dio ad illuminare il tuo cammino!…”) fino agli epitaffi (“… Trascorsi cento più cinquant’anni dalla sua morte / l’alma sua Madre Italia / Pose…”), passando per la “rappresentazione epigrammatica” dei personaggi che hanno animato la sua vita culturale, familiare (“… Ti divertirono i tuoi figli e tutti ad uno ad uno insieme / in fila, in filastrocca, ti piaceva di cantarli!”), patriottica (suggestivo, soprattutto alla luce degli esiti storici, l’epigramma per la poesia Marzo 1821: “E ti prese “piacer sì forte” che tutta l’Italia in sorte in / coorte la stringesti alla tua ode!”) e dei protagonisti del romanzo che lo ha reso famoso in tutto il mondo (uno tra i tanti, l’epigramma dedicato a Fra Cristoforo: “Guerrier col saio al secolo, peccator senza peccato, alzasti / l’indice e fu allo scellerato monito solenne il tuo / : “verrà un giorno”!”). Questa commistione tra personaggi reali e personaggi creati per fini narrativi, sottolinea ancora una volta l’importanza dell’influenza biografica di un autore nella sua opera, l’imprescindibilità del vissuto dall’invenzione romanzata.
L’età verde, per sua natura
conserva testarde speranze,
anche nel cadere più rotto
mai del tutto si sbuccia l’anima
e il suo ideale vive di rendita,
non latita l’abbraccio di un progetto
umano, divino, casuale ispirazione.
Sguarniti dell’essenza, prima del tramonto
le mani graffiate guardiamo attoniti
nel rialzarci sì, ma senza crederci,
date una nuova ragione per andare
all’uomo orfano dei passi di ieri,
quell’incosciente forza
nel cominciare viaggi cosmici
perché un faro muto l’attendeva
nell’oscurità del suo vivo ritorno.
Non mancò il buio
negli anni dell’esilio,
ti scrivi con la biro
sulla punta delle dita di rughe
per sentirti giovane come a scuola
ancora una volta,
all’inizio di un’altra lezione.
In questo nuovo video del canale YouTube DIALOGHI DA BAR, Franco Innella e Michele Nigro presentano il libro “Attraverso il Cilento – Il viaggio di C. T. Ramage da Paestum a Policastro nel 1828”. Introduzione, traduzione e note di Raffaele Riccio; postfazione di Roberto Ritondale. Edizioni dell’Ippogrifo (2014).
… Arditi tizzoni ardenti schizzati dal braciere / di Poesia / ustionarono la pelle della dimenticanza…
Corposa, coinvolgente, con un risuono classico di fondo la raccolta di poesie Pomeriggi perduti del poeta campano Michele Nigro, convinto sostenitore del valore della poesia, parola-verbo d’anima che registra il tempo e i tempi, eternandone gli attimi comunque e nonostante, anche a sua insaputa.
“Non sarà ora che le vedrai / mentre ti chiedo di leggerle / ma in un giorno qualunque / venute fuori per caso…/ ritornerai su parole ignorate / come è normale che sia / da rimasticare / eppure sempre presenti / tra pazienze impolverate / e le cose da fare / senza pretese, a sperare di essere / se stesse, nient’altro che verbi d’anima / amate per quelle che sono / umili / silenziose / già eterne a loro insaputa”. (Poesia a sua insaputa)
“… la Natura / cattiva e giusta / inventò la Morte. / Ma l’uomo / condannato a finire come tutte le cose finite / scoprì il sacro fuoco della parola. / Arditi tizzoni ardenti schizzati dal braciere / di Poesia / ustionarono la pelle della dimenticanza.” (Fuoco eterno)
Invano si cerca un filo conduttore tra un testo e l’altro della raccolta. Ogni poesia si presenta in se stessa compiuta, con le sue argomentazioni e la sua forma, adattata al sentire del momento. Colpisce il discorso spesso serrato e ipotattico, colpiscono le numerose metafore, talvolta estreme. Il filo che potrebbe unire le singole opere può essere, come afferma lo stesso Nigro in un’intervista, la vita. La sua/nostra vita fatta di esperienze, emozioni, ricordi, pensieri, visioni critiche della società contemporanea, il tutto espresso con virile spietato realismo.
In Epitaffio, dedicata a Edgar Lee Masters, si presenta come un poeta “appartato”, proiettando se stesso in Herman Coluccio, un personaggio di fantasia:
… “Qui Herman Coluccio,
seduto in quest’angolo
del West virginia
guardando le case
dei vivi, le cose dei morti
e la campagna dei padri
in ogni stagione voluta da Dio,
ha forse vissuto
le ore più serene
(non diciamo felici)
della sua apparente-
mente
inutile esistenza
in compagnia delle fredde stelle
e di un sigaro infinito
fumante parole”.
C’è miglior epitaffio
Per un poeta appartato?”
In effetti, scorrendo i vari testi, emerge la figura di un uomo che vive in un luogo che sente poco stimolante, ma che, nella sua ricercata solitudine, si tiene in costante dialogo con i vivi e con i morti, con la gente semplice e con i grandi della letteratura; e, come Herman Coluccio, si concede il piacere di trascorrere “pomeriggi perduti” in compagnia di un sigaro infinito, fumante parole.
Ci dà conto del suo approccio all’esistenza l’ex ergo con i versi di Walt Whitman che invitano ad accettare il potente dramma della vita solo per il semplice fatto di esserci e poter ad essa apportare un verso: una specie di nichilismo attivo, quindi, che gli permette di dedicarsi alla letteratura e alle cose del mondo, nonostante sappia che non c’è niente per cui davvero valga la pena muoversi.
Dopo la prima prova girando per il mondo
dolgono i muscoli, la pelle bruciata
dal sole che più non ricordava, sfrigola di stupore
la seconda, con il corpo in ripresa tra unguenti di buio
il fascio frollato di carne e idee occidentali
si rimette in viaggio verso una Lhasa dei motivi
la terza e la quarta, le ferite guarite presso oasi di noia
reclamano nuovi cammini, balzi più audaci all’alba
il vento caldo carezza le ossa già saldate e pronte
la quinta prova è un tripudio di passi che baciano terra
la speranza instancabile brama l’incontro
con la fatica divenuta pensiero profondo, vero
finalmente una filosofia di vita itinerante.
È un’apparizione laica
serale il punto di luce fissa
congegno umano veloce per caduta,
commuove quest’avanzata fede primitiva
nel passaggio di metalli spaziali
puntuali e dispersi come pensieri al tramonto
si prepara il pianeta in bilico
al dolce sonno terreno
dettato dal suo giro d’asse
è il sacrificio a Morfeo,
la stella cometa dell’uomo in orbita
saluta l’ultimo sole prima del buio.
E brilla la corsa verso l’oscurità,
tornerà ancora, ma tra le tenebre
dell’ormai tardi notturno
quando il distratto uomo digitale
non baderà più alla gravità dei suoi gesti quotidiani.
Si trasformerà prima o poi
l’amore non dato e ricevuto
in strada da percorrere a piedi
verso quel mondo di sogni resi reali
dalla sorridente disperazione
di chi non si arrende
vagabondo che cerchi di cancellare
il suo volto dagli archivi del dolore.
Incroci deserti e polverosi, binari roventi
fontane poco generose, indicazioni sbiadite dal sole
fedele zaino macchiato di voglia d’andare, senza chitarra
la musica è già in te
ne hai fatto scorta
prima di staccare la spina dalla mortale routine,
quanti chilometri per lenire
le ferite non viste
quanti volti nuovi
per capire cosa farne di te.
Non ti sbracci più dalla finestra dell’alveare
per salutare quella promessa
donata al mondo, masticata e sputata
da lontano cara minuscola figura, alle partenze
mi accompagnavi con lo sguardo, pregando
fino all’angolo della fiducia.
Ricambiavo,
poi l’ebbrezza della libera autonomia.
A quei tempi le speranze
erano reali e i sogni ancora vividi.
Ora, solo uno stanco controllare
se si è giunti vivi al giorno dopo,
il disincanto apre con rassegnazione la porta
a una prodiga presenza inflazionata.