Breve nota a “La milionesima notte” di Carla Malerba

Milioncover

Nella silloge La milionesima notte di Carla Malerba è contenuto tutto lo stupore dell’esserci nonostante il vissuto, della casualità dell’esistenza come dono da non sperperare; la bellezza del destino che terrorizza alcuni, è accompagnata dai dolci ricordi di un tempo che il tempo ha reso mitici come sprazzi sessantottini; la stagionalità degli amori consumati non causa nostalgia ma è musica sapiente per il presente; la notte non isola il poeta ma lo accudisce (perché egli sa che è destinato “a effondere parabole di luce” e che scrive “parole / che la mente illumina”). A spaventare e deprimere, invece, è la città con i suoi confini e le sue regole; mentre a salvarci è la semplicità degli elementi naturali: il buio, il ritmo circadiano delle abitudini, i piccoli lumi da seguire nella notte fatta di attese, i pleniluni, il vento autunnale, le ali sicure degli uccelli, il ripetersi dell’estate che riporta a galla antichi ricordi di “smarrite stagioni”… Tutto contribuisce a far riscoprire, ogni giorno, la caducità del vivere (“in questo percorso vano e breve”), il suo veloce svolgersi nei confini dati dal destino, e ogni volta a meravigliarsi come se si fosse appena nati. Il riverbero causato dal confronto dei tempi può avvilire o produrre una poesia che salva: opporsi al disgregarsi della memoria è inutile. Ma c’è speranza (la stessa “che bucherà la pietra sepolcrale”); si pretende il “diritto al sogno dell’estate”, a possedere “il liquido universo”; anche lo smarrimento di un attimo si ricorda con piacere, perché “quello che resta in fondo / è la poesia”, “l’essenza inarrivabile” ma solo sfiorata e mai del tutto catturata neanche dopo un milione di notti.

Michele Nigro

Nota a “Suture” di Jessica Servidio

1693325434724

Freud descriveva la vita umana come una successione di tagli (dalla placenta, dal seno, dalla madre…), di separazioni da una precedente condizione, da uno “stadio” esistenziale; strappi fisiologici, naturali, necessari, a cui associare altri provocati dal nostro modo di essere al mondo, dalle nostre scelte, tendenze, esperienze compiute in maniera più o meno cosciente. A volte questi tagli si susseguono repentinamente e non riusciamo a collocarli in un piano, in un disegno generale che sfugge al nostro sguardo contemporaneo. Allora bisogna fermarsi, ripercorrersi ripercorrendo le diverse età, riviversi con un piglio poeticamente scientifico. Riuscire a suturare un taglio, antico o recente che sia, significa facilitare e avviarsi verso una possibile guarigione. Le cicatrici rappresenteranno la simbolizzazione del vissuto, la testimonianza di un processo auto-riparatorio avvenuto, si presume, con successo. Non c’è un tempo preciso per cominciare la terapia del ricucire: tutto ha inizio quando il corpo e la mente decidono che è giunto il momento di salvare il salvabile, di fissare le cause delle varie ferite, di fare la conoscenza di se stessi al di là degli eventi e della personalità degli altri. La penna può essere l’ago di una non semplice arte sartoriale o chirurgica – quella dell’anima -; le parole scelte con cura o istintive, catartiche, ne costituiscono il filo che avvicinerà i lembi della ferita, in vista di una auspicata guarigione. La scrittura, “ossessione e meraviglia”, è la terapia; a volte l’unica a disposizione.

In Suture, opera prima di Jessica Servidio, una prosa poetica ripercorre il vissuto dell’autrice – che è in fin dei conti il percorso esistenziale di ognuno di noi -, dà un nome e una forma alle vicende segnanti, ai ricordi mai catalogati, trascurati, rimossi ma non seppelliti; ricostruisce i processi relazionali, le evoluzioni interiori, i progressi auto-conoscitivi del sé, le morti in vitam di chi ci sfiora senza conoscerci, i distanziamenti fisiologici, gli amori, la tragica sensualità dell’esistere: dalle origini private, familiari, fino alla storia di tutti. Una prosa che non è un incontrollato e insensato “flusso di coscienza”, perché la riparazione dei tessuti deve avvenire rispettando le fasi della guarigione, ma non è neanche assoggettata al soddisfacimento delle esigenze narrative di una certa categoria di lettori abituata al racconto lineare, facile, predigerito. Da qui il carattere terapeutico di una tipologia scritturale fatta di sprazzi esistenziali, di istinti non accompagnati da pedanti descrizioni, di confessioni non didascaliche ma al limite del non pubblicabile, intime, introspettive, caratterizzate da una specie di riservatezza nonostante la palese esposizione, mai autoassolutorie, quasi ad uso e consumo della sola autrice. Guardarsi indietro e dentro per trovare il coraggio di dare finalmente un nome alle cose, ai fatti accaduti, ai lutti non risolti, alla vita: “Inchiostro nero come cicatrice sul tempo che passa: tutto resterà eterno, di noi. In silenzio ne scriverò, aspetterò le ombre.” La scrittura squarcia il silenzio intorno ai dolori legati al passato ma mai scaduti e suggella una sorta di tregua nel presente: ma non esiste un farmaco ad azione immediata; solo il tempo prepara le carte al segno, solo stando all’ombra è possibile riconoscersi. Nel frattempo “nelle soffitte stipiamo il passato”, conserviamo il materiale doloroso ma vivente che diventerà “carburante della mia poesia”. “I nostri giorni diventeranno parole” ma per concretizzare una simile profezia bisogna raggiungere una consapevolezza che solo il tempo e i processi di una mente in via di guarigione possono donare a chi sa cogliere tale opportunità attraverso l’arte della parola, del non detto che dice tutto, della poesia.

Continua a leggere “Nota a “Suture” di Jessica Servidio”

“Pomeriggi perduti” a Sant’Andrea di Conza

WhatsApp Image 2023-08-28 at 13.59.29

Chi si trova in zona e ha piacere… “intervenghi”! 😁
Il “Salotto letterario”, iniziato ad Agosto, continua anche a Settembre… 😎
Una presentazione “in tandem” con l’autrice Milena Nigro, esperienza (almeno per me) insolita ma simpatica e originale, anche perché chi coordina l’evento – la scrittrice Maria Laura Amendola – sa il fatto suo!

Grazie al Comune, alla comunità e alla Pro Loco di Sant’Andrea di Conza… E grazie a Rossana Tobia-Vallario

Ricordati di me

Pelle-degli-anziani

Vegliardi avvizziti
senz’acqua in corpo
gridano memorie appese
a foto racimolate,
ci lasciano ogni volta
così, slegati tra noi
ignote identità agostane
seduti a pranzi assenti
ritorni vacanti di senso
prigionieri dell’oggi.

Dimentichi chi sono
chi siamo stati,
sbracciami ripetute frasi d’ufficio
ricordami che sono solo me stesso
e basta, un giorno dietro l’altro
aggiungiamo al tempo finale
rimasugli di storie umane
illusi di poter combattere
e vincere contro l’ultima vita.

Gechi

Gechi aggrappati alla facciata
di chiese cotte dal sole
si rincorrono in giochi verticali
senza tema di cascare sul sagrato
durante la transustanziazione.
E lungo i campanili all’imbrunire
si inerpica sicuro il geco campanaro,
cerca la giusta nota nel battere serale
dell’umano metallo al borgo intorno.
Essere uno di loro, un equilibrio di code
agile avventato e con ventose infallibili
scalatore di alture cittadine non comprese
prima di gloriose morti
trascurate dall’universo.

C’è un odore nella casa, si perde nel tempo,
rintraccia nei blandi ricordi
dimenticate essenze in disuso
storie mai del tutto scomparse,

è odore di quel che sei
da sempre, impregnate mura
da chi non ritorna
per futuri da lasciare liberi.

Sono quieti i movimenti
di chi vive nella contea,
come i pensieri della sera
rimasticati all’infinito.
Le urgenze del mondo
i suoi soliti guai con cambi di forma
non raggiungono il gesto abituale
dell’uomo calmo che torna dalla terra.
È questione di dove sono posizionati
gli elettroni intorno al nucleo,

quelli periferici sono lenti,
solo spostandoli verso il centro dell’inutile esserci
si agitano, velocizzano la rotazione
inseguono come falene le luci dei bar
per dimenticarsi della fine.