
Nella silloge La milionesima notte di Carla Malerba è contenuto tutto lo stupore dell’esserci nonostante il vissuto, della casualità dell’esistenza come dono da non sperperare; la bellezza del destino che terrorizza alcuni, è accompagnata dai dolci ricordi di un tempo che il tempo ha reso mitici come sprazzi sessantottini; la stagionalità degli amori consumati non causa nostalgia ma è musica sapiente per il presente; la notte non isola il poeta ma lo accudisce (perché egli sa che è destinato “a effondere parabole di luce” e che scrive “parole / che la mente illumina”). A spaventare e deprimere, invece, è la città con i suoi confini e le sue regole; mentre a salvarci è la semplicità degli elementi naturali: il buio, il ritmo circadiano delle abitudini, i piccoli lumi da seguire nella notte fatta di attese, i pleniluni, il vento autunnale, le ali sicure degli uccelli, il ripetersi dell’estate che riporta a galla antichi ricordi di “smarrite stagioni”… Tutto contribuisce a far riscoprire, ogni giorno, la caducità del vivere (“in questo percorso vano e breve”), il suo veloce svolgersi nei confini dati dal destino, e ogni volta a meravigliarsi come se si fosse appena nati. Il riverbero causato dal confronto dei tempi può avvilire o produrre una poesia che salva: opporsi al disgregarsi della memoria è inutile. Ma c’è speranza (la stessa “che bucherà la pietra sepolcrale”); si pretende il “diritto al sogno dell’estate”, a possedere “il liquido universo”; anche lo smarrimento di un attimo si ricorda con piacere, perché “quello che resta in fondo / è la poesia”, “l’essenza inarrivabile” ma solo sfiorata e mai del tutto catturata neanche dopo un milione di notti.
Michele Nigro
