Una voce nuova

È oramai perso di ieri il verso?
senz’aria annaspa morente tra
ricordi di vite passate e azioni presenti

carte interiori da ordinare con sintassi scadute,
parole affollate in strettoie di anni veloci
cercano una voce nuova che le sappia dire
non per comando ma in lucente verità.

E non dispera, attende sulla rotta dell’oggi
il timoniere senza poesia lo sa!
all’orizzonte le rivedrà come bianche scogliere
di senso, su flutti salati, arrabbiati di ritmo

sembreranno rematori frustati, sudati di tristezza
dagli eventi del tempo e dalla piccola storia
su fin troppo pazienti galee solitarie.

(immagine: dal film “Ben-Hur”)

“Invictus”, William Ernest Henley

“Dal profondo della notte che mi ricopre
Nera come la fossa da polo a polo
Ringrazio gli dei qualunque essi siano
Per la mia anima indomabile.
Nella stretta morsa delle avversità
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.
Oltre questo luogo di collera e lacrime
Incombe soltanto l’orrore delle ombre.
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.
Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.”

Giacevi così mi parve…

La casa del custode
con la sua luce tenue
da una vita privata
veglia ancora oggi
su quello che fummo,
in epoche che sembravano
clementi come un ultimo giorno
di scuola e di speranze.

Hai avuto la tua occasione
esanime dalle zampe verdi
che giaci sulla banchina
della mia partenza a tratti,
in attesa dell’aruspice passante
per leggere in te
ardui futuri da sovvertire.

Tentenni ancora
nei pressi della stazione,
non hai dimenticato
quella possibilità di andare.

(tratta dalla raccolta “Pomeriggi perduti”, ed. Kolibris – 2019)

(immagine: quadro di Renato Guttuso, Sera a Velate – 1980)

Espiazione

Non gettare tempo al nulla
all’algoritmo che non legge,
non più messaggi in bottiglie
rotte dal flusso di acque elettriche,

sfiora le mani della donna infedele
rifiuta la musica solitaria di ieri
prega come se vedessi dio, e chiedi
bussa, progetta, strappa con coraggio
il pronostico crudele sul destino
viaggia non per noia da perdigiorno
lungo i nuovi sentieri della grazia,
ma per espiazione
sia l’intento dei giorni a venire.

Dal quartiere bruciato d’agosto
grida di madre ferita negli ultimi inverni
si levano insieme all’arsura di guerre lontane,
è già dolce in bocca e sulla pelle l’autunno alle porte
una sicura promessa che non prevede la morte dell’anima.

(ph M.Nigro©2024; titolo: me stesso)

Le cose che siamo stati

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(Cedi la strada all’orogenesi)*

Camperò di rendita
su parole già spese,
non sarà docile
il confronto tra personaggi,
quelli indossati negli anni sospesi
e i dimenticati per sopravvivere.

Quante cose siamo stati
quante tentato di essere
e che peso ha oggi la piccola storia
la stratigrafia dei fatti preziosi
il bagaglio del viaggiatore
l’orogenesi da antiche esperienze
come rocce affilate in autunno,
tagliano nastri al traguardo
di seconde giovinezze inedite.

Le maschere indossate per copione
diventano una all’imbrunire,
è clemente la sera in provincia
non fa più domande scomode
sui cadaveri lasciati dietro il passo
sui luoghi visitati per errore
sui ritorni senza vittoria
sul giudizio degli estinti
seppellito dall’incuria del presente.

* sottotitolo “scherzoso” e ironico nato dall’interazione con i primi commentatori sui social… parafrasando il noto titolo di una fortuita raccolta.

(foto dal web)

Rinascere è un lavoro da incoscienti…

“Rinascere / è un lavoro da incoscienti…!”

“Rinascere

è un lavoro da incoscienti.”

da “Nessuno nasce pulito”

Albeggiare pallido e assorto

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Nelle albe di lavoro
è una dolce spada
di luce e speranza, trafigge
il primo chiarore ad est il petto
e gli occhi assuefatti di gatti
al buio e attenti all’abigeato
di cavalli in ferro e argilla.

Ritornano lenti i contorni alle cime
perse nell’oscurità del trapasso,
l’erba gelata attende fedele
la nascita d’una carezza luminosa.

Preghiera all’ultima stella sul confine,
esordio al mattino senza domande
di sbadigli e brina sull’anima

tra un candore di spazio celeste
fanno male per troppa luce
i vagiti del nuovo giorno,

consueti bagliori d’aurora
scruta nella fredda notte
e si rimette in strada
con la solita fede
il viandante assonnato.

(ph M.Nigro©2024; titolo: Squarcio d’alba)

“Jesce juorno” – Pino Daniele

Nostalgia del futuro

versione pdf: Nostalgia del futuro

Inizialmente pubblicato come inedito sul sito letterario “La poesia e lo spirito” fondato e curato da Fabrizio Centofanti, e precisamente nella rubrica “La parola ai poeti”, questo “pezzo” nasce, anzi sgorga prepotentemente — perché masticato da tanto, troppo tempo — da una “riflessione di strada” appartenente a un Michele sospeso tra due differenti epoche esistenziali: prima di inviarlo a Lpels, il Michele che lo ha scritto viveva una fase di transizione non pienamente realizzata; il Michele, invece, che lo ripropone oggi sul proprio blog ha un po’ meno nostalgia del futuro e vive con una forza diversa una nuova fase storica personale. È incredibile come uno stesso scritto possa essere letto e interpretato dal suo autore in maniera differente a distanza di pochi giorni. Gli stati d’animo mutano, l’umanità è impermanente, le condizioni virano, le energie si rimescolano; solo la Poesia resta ferma nella sua funzione millenaria di Motore Immobile dell’umana interiorità.

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“… Italiani impauriti e inerti come sonnambuli…”

(dal Rapporto Censis 2023)

Che cos’è la “nostalgia del futuro”? Più facile è descrivere la nostalgia per un passato che non tornerà; più fattibile è il provare nostalgia per ciò che è irreversibile ma che abbiamo comunque toccato, conosciuto, vissuto… Che razza di nostalgia si può mai provare, allora, per qualcosa che ancora deve accadere e che forse non accadrà mai? Sarebbe più corretto parlare di desiderio dell’irrealizzato; tirando in ballo, invece, la nostalgia si presume una quasi certezza per quel che andremo a realizzare a breve e a vivere in prima persona, al punto che possiamo permetterci di trattare il non realizzato come qualcosa che non c’è ancora ma che sicuramente ci sarà e di cui cominciare addirittura ad avere nostalgia. Proiettarsi in una vita che ancora non esiste, ci rende nostalgici di ciò che è potenziale, ovvero ci rende nostalgici di noi stessi perché le potenzialità sono contenute in noi, non giungono dall’esterno, non sono instillate miracolosamente da un’entità metafisica… In quel caso sarebbe più corretto parlare, appunto, di desiderio perché il termine desiderio, etimologicamente, descrive la condizione di chi “vive in assenza di stelle” (“de”, particella privativa, e “sidus, sideris” = stella; plurale “sidera”) ed è in attesa di ricevere qualcosa “dall’alto”, di rivedere comparire nuovamente le stelle che sono assenti, la loro luce che dona speranza. Chi ha nostalgia del futuro, invece, ha solo nostalgia di se stesso (di un altro se stesso), di quel se stesso che è già lì, presente, che non deve discendere dal cielo sotto forma di stella, ma che ancora non brilla in qualità di essere umano pienamente realizzato. Si ha nostalgia del futuro perché avendo pregustato le premesse, sappiamo già o possiamo concretamente prevedere come sarà il seguito della storia. Non si tratta di una storia di fantasia ma di un racconto realizzabile, realistico, di cui già conosciamo l’incipit. Praticando la nostalgia del futuro “amiamo” un noi che sta per arrivare, che è dietro l’angolo e quindi ancora non visibile, ma sappiamo che esiste, c’è. Potrebbe trattarsi di un atto di fede, ma la concretezza della possibilità ci allontana dal mistero, dall’ignoto.

Ci sarebbe anche un’altra teoria intorno al fenomeno della “nostalgia del futuro”: tutti noi sappiamo che parallelamente all’esistenza che viviamo ce ne sono altre decine o centinaia: si tratta delle “vite potenziali”, ovvero di quelle vite che avremmo potuto vivere ma che per una serie infinita di motivazioni, di scelte o di casualità non abbiamo cominciato a vivere. È un po’ la teoria delle “sliding doors”: basta perdere una metro, un aereo, un’amicizia, un’opportunità irripetibile; basta trovarsi nel punto B anziché nel punto A, nell’ora X anziché nell’ora Y, per provocare o condizionare una sequenza a cascata di eventi. La volontà non c’entra niente perché per applicarla c’è bisogno di un piano, di un progetto: quando crediamo di usare la nostra forza di volontà per piegare il destino al nostro piano, in realtà stiamo anche in quel caso assecondando un piano casuale, un piano che era destinato a capitarci sotto il naso. Questo significa che siamo foglie al vento? No di certo, ma dobbiamo accettare il fatto che anche quelle che noi crediamo essere delle nostre scelte illibate e incondizionate, in realtà sono il frutto di una serie di influenze di cui non siamo sempre, anzi quasi mai, consapevoli. Si ha nostalgia quindi di vite parallele che intravediamo dall’altra parte del vetro, come quando siamo fermi in una stazione e vediamo attraverso i vetri del nostro treno, e quelli del treno sul binario parallelo al nostro, altre persone simili a noi ma che viaggiano in direzione opposta oppure nella nostra stessa direzione, solo che a un certo punto i binari inizialmente paralleli divergono portando i due treni in direzioni diverse. Per un attimo ci siamo immedesimati nelle persone dell’altro treno, abbiamo colto qualche loro gesto che ce li ha resi anonimamente simpatici, ma non si tratta di noi riflessi, bensì di altri individui, diversi da noi, diretti in un’altra stazione di arrivo. Si può avere nostalgia di quella vita vissuta da persone che però non siamo noi; saremmo potuti essere noi, ma non lo siamo. Noi restiamo noi, nel bene e nel male.

Continua a leggere “Nostalgia del futuro”

Nota di Francesco Innella a “Poesie sospese, silloge seconda” di Michele Nigro

versione pdf: Nota a “Poesie sospese, silloge seconda – Di Morte e di Rinascite” di Michele Nigro

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Il dolore che colgo in questi versi, non si acquieta nei meandri dell’esistenza vissuta dal poeta, ma si estende in “sprazzi di estranea gioia / da tavolini di perse gioventù”. E il dolore si riacutizza nel ricordo di una vita, quella della madre ormai lontana, che suscita nostalgia. “Siamo fi(g)li spezzati, / ancora un altro tramonto / senza i suoni di casa / le litanie serali / i rituali in cucina.” E anche il ricordo si appanna e si traveste di malinconia e allo stesso tempo di rabbia: “Quando torni al paesello / ridiventi selvatica e nubile / come una liberta liberata / o uno schiavo raggiunto / dal colpo di vindicta del padrone / sul capo di nuove speranze”; ma Nigro vuole rinascere da questo dolore: “Ho confidato a un’impiegata del reale / di avere sete di luce quest’anno / di volere primavera addosso, / c’è un ghiaccio alle ossa da sciogliere / un odore di candele da disperdere”. Un voler in ogni caso esorcizzare l’angoscia, che tanto lo ha addolorato pur conservando il caro ricordo della madre: “due punti luminosi, occhi distanti tra loro / muti, fissi come nascita e morte / e noi sotto a sperare ancora nelle stelle.” 

Francesco Innella

versione pdf: Nota a “Poesie sospese, silloge seconda – Di Morte e di Rinascite” di Michele Nigro

Sete di luce

The dark side of the walk...

Ho confidato a un’impiegata del reale
di avere sete di luce quest’anno
di volere primavera addosso,
c’è un ghiaccio alle ossa da sciogliere
un odore di candele da disperdere.

Nel frattempo Venere e Giove, in prima serata
danno repliche di dio, gratis
nel cielo terso dell’attesa

due punti luminosi, occhi distanti tra loro
muti, fissi come nascita e morte
e noi sotto a sperare ancora nelle stelle.

(ph M.Nigro©2023; titolo: “The dark side of the walk”)

L’età dell’ironia

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Naftaline evaporano sotto forma d’insetti al naso,
il sorriso di una ritrovata donna, la ricerca della felicità
un libro già masticato da troppi inverni editati
mandarlo al macero visivo di lettori distratti,

farine di grilli per saltare la vecchiaia
altro che polvere di stelle da favole illuse!
Abbiamo avuto mille occasioni per sparire
ma insiste il dito opponibile sotto la lampada di Ritsos
lasciare almeno un verso animale,
una pensione di sincere intenzioni, un poetico rutto
nella notte indigesta delle parole in guerra.

(ph M.Nigro©2023; titolo: “Santo per caso!”)

La forza che non ricordi

L’età verde, per sua natura
conserva testarde speranze,
anche nel cadere più rotto
mai del tutto si sbuccia l’anima
e il suo ideale vive di rendita,

non latita l’abbraccio di un progetto
umano, divino, casuale ispirazione.

Sguarniti dell’essenza, prima del tramonto
le mani graffiate guardiamo attoniti
nel rialzarci sì, ma senza crederci,

date una nuova ragione per andare
all’uomo orfano dei passi di ieri,
quell’incosciente forza
nel cominciare viaggi cosmici
perché un faro muto l’attendeva
nell’oscurità del suo vivo ritorno.

Non mancò il buio
negli anni dell’esilio,

ti scrivi con la biro
sulla punta delle dita di rughe
per sentirti giovane come a scuola
ancora una volta,
all’inizio di un’altra lezione.

“Desiderata” di Max Ehrmann (1927)

“Desiderata” di Max Ehrmann (1927)

“Passa tranquillamente tra il rumore e la fretta, e ricorda quanta pace può esserci nel silenzio. Finché è possibile, senza doverti abbassare, sii in buoni rapporti con tutte le persone. Di’ la verità con calma e chiarezza; e ascolta gli altri, anche i noiosi e gli ignoranti; anche loro hanno una storia da raccontare. Evita le persone volgari e aggressive; esse opprimono lo spirito. Se ti paragoni agli altri, corri il rischio di far crescere in te orgoglio e acredine, perché sempre ci saranno persone più in basso o più in alto di te. Gioisci dei tuoi risultati così come dei tuoi progetti. Conserva l’interesse per il tuo lavoro, per quanto umile; è ciò che realmente possiedi per cambiare le sorti del tempo. Sii prudente nei tuoi affari, perché il mondo è pieno di tranelli. Ma ciò non accechi la tua capacità di distinguere la virtù; molte persone lottano per grandi ideali, e dovunque la vita è piena di eroismo. Sii te stesso. Soprattutto non fingere negli affetti, e neppure sii cinico riguardo all’amore; poiché a dispetto di tutte le aridità e disillusioni esso è perenne come l’erba. Accetta benevolmente gli ammaestramenti che derivano dall’età, lasciando con un sorriso sereno le cose della giovinezza. Coltiva la forza dello spirito per difenderti contro l’improvvisa sfortuna, ma non tormentarti con l’immaginazione. Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine. Al di là di una disciplina morale, sii tranquillo con te stesso. Tu sei un figlio dell’universo, non meno degli alberi e delle stelle; tu hai il diritto di essere qui. E che ti sia chiaro o no, non v’è dubbio che l’universo ti si stia schiudendo come dovrebbe. Perciò sii in pace con Dio, comunque tu Lo concepisca, e qualunque siano le tue lotte e le tue aspirazioni, conserva la pace con la tua anima pur nella rumorosa confusione della vita. Con tutti i suoi inganni, i lavori ingrati e i sogni infranti, è ancora un mondo stupendo. Fai attenzione. Cerca di essere felice.”

Lettore: Michele Nigro

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L’uomo del vetro

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Sono l’uomo del vetro al mattino
nel silenzio d’alba fracasso sogni reali
e incubi di buio, esami da non fare
ancora oggi mi svegliano sudato.

È un dolce ricordo la mano sfregiata,
ora pezzi di bottiglie feriscono la città
minacce d’atomo sull’autunno amato
giorni neri e senza sangue dalle prime luci

darsi una spinta con i piedi non è sport
toccando il fondo conosciuto di ieri,
è disperata salvezza in risalita
verso riflessi colorati sul pelo d’acqua.

(immagine: opera di Simon Berger)

“Pezzi di vetro” – Francesco De Gregori

Allenamento

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Dopo la prima prova girando per il mondo
dolgono i muscoli, la pelle bruciata
dal sole che più non ricordava, sfrigola di stupore

la seconda, con il corpo in ripresa tra unguenti di buio
il fascio frollato di carne e idee occidentali
si rimette in viaggio verso una Lhasa dei motivi

la terza e la quarta, le ferite guarite presso oasi di noia
reclamano nuovi cammini, balzi più audaci all’alba
il vento caldo carezza le ossa già saldate e pronte

la quinta prova è un tripudio di passi che baciano terra
la speranza instancabile brama l’incontro
con la fatica divenuta pensiero profondo, vero
finalmente una filosofia di vita itinerante.

(ph M.Nigro©2022)

Memento mori

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Il risveglio da se stessi dura poco,
una morte improvvisa sfiora il giorno
un falso dolore al petto insenziente
nascosto dietro strani enzimi serali
e si torna felici, vivi, ignoranti
verso casa, una volta ancora
 
la luna immensa nel cielo pulito
non sa niente di guerre a venire
brilla incurante sul nosocomio che ci libera,
ma fasulla è la promessa del viversi meglio
quella voglia di fuga nell’aria buia,
 
ridarsi al mondo più di ieri,
condannare rabbiosi
il sonno precedente il lampo d’inverno.
Un attimo prima di morire
si mordono i gomiti, lì la pelle è troppo morbida
per il non aver fatto, per la fortuna non braccata
come volpe d’argento e d’America
il mancato coraggio sul più bello
l’avventura senza fede,
 
non si riavvolge
l’indole inseguita sui cammini errati.
 
È un respiro nuovo di speranza
questo tornare alla strada,
il messaggio dell’amico lontano
non prevede il suo prossimo aldilà.
 
Avverte sete di esistenza
nella notte dell’alba
il graziato ramingo delle vene,
dura poco il risveglio
 
ché già reclama Morfeo
le ore negate all’inerzia.
versione pdf: Memento mori

Giorni a venire

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Un varco celeste
tra nubi rosa all’alba
e grigie residue minacce
s’apre su città dormienti
illuminate a notte
come uno speranzoso iato.

Lavora la luce
su un nuovo giro di giostra,
ma lento ancora
è il giorno a venire
prigioniero di sogni funesti
e torpori esistenziali.

(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

immagine: dal film “Codice Genesi (The Book of Eli)”

Arenaria

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è arenaria di maleficii nel tempo
l’azione sul mio altrove,
in silenzio e lontano dai consensi
ne faccio gradini di pietra, per salire
e toccare cieli che non vedrete

La linea sei tu

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Non c’è più valido seme
per future illusioni d’amore
eppure

al sentirsi inadeguati
come testi gettati al mondo
segue parallela e timida
la boriosa scintilla del creare.

Non riesci ancora a vedere
una linea che separi
il prima dal dopo
la sciagura virale
perché quella linea
sei tu. E sei in corso.

Respira e crea
in questa notte cieca
senza un piano da seguire,

percorri te stesso
raccogliti in preghiera
e non farti domande.

“Perfect day” – Lou Reed

Ora sesta

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Come muta l’amicale consenso
in strabordante fiele d’odio
quando non più asta sei che sorregge
specchi in cui rimiravano presunte gesta
ma muro dolente nell’assenza
narrante solenni vacuità.

I monastici orari del desinare
il silenzio che avvolge il lieto pasto,
si sfaldano le rivalse
neve umana al sole della morte
sul mondo e sugli eventi.