Sangue per squali

Furono le ultime ferie innocenti
premessa di una morte a venire,
era ancora senza peso e misura
lo sguardo profondo sulla storia

è privo di un nome che metta pace
questo potente vuoto sconosciuto
dinanzi al baratro d’infinite scelte.

Saluti veloci dall’asfalto, un segno di croce
un bacio staccato dal volante in fuga
tornando da nuovi destini coraggiosi
verso notturne luminarie tra cipressi,
ti riconosco a momenti in voci sorelle
sprazzi ereditati che non colmano

è forte la presenza degli estinti
nelle case parallele dove li invoco
ma nessuno chiede elemosine
come fosse sangue per squali
dopo l’urlo muto della solitudine.

(ph M.Nigro©2026)

Nota a “Mantiche allo specchio” di Lidia Fraccari

Le arti divinatorie quando incontrano la parola poetica diventano “autopsie coscienti” su se stessi ma hanno bisogno di uno specchio, dinanzi al quale sedersi, non importa se “datato, tarlato, giunto da epoche diverse” e se ci “chiede in quante vite viviamo” mentre “sospira greve di tarli e aloni”. A un certo punto si avverte l’esigenza di un hic et nunc per ordinare il traffico di vite parallele, provenienti da infinite epoche, che assediano il presente. Forse a innescare questa esigenza riflettente è l’esperienza della morte o di una nuova vita nascente (“che spinge la vecchia”), l’indecenza dell’amore che rende forti, che fa scambiare destini o il potere catartico della nostalgia (“Era bello il tempo in cui ti tenevi / nei miei occhi aggrappato”). I calendari, che presto non basteranno, non perdonano: in questa ammissione c’è tutta l’umile impotenza dell’oracolo che come gli altri esseri umani è dominato dal tempo che scorre inesorabile (“imprecando a un tempo avvenire / di cui non conoscevo la solitudine”); anche perché “Il futuro è cosa d’imminente”. Ma nei versi della lucana Lidia Fraccari (Mantiche allo specchio, Fallone editore 2025) c’è la speranza predittiva di chi conosce la sapienza antica delle stagioni, del buio dicembre invitto che guarda “ai giorni di luglio / quando nel paese c’era la festa”; di chi sa che “la vita si conserva in botti di vino / come la luce che rinasce nel buio antro solstiziale”.

Sfugge il respiro all’aria di dicembre
che come sempre torna
nella tua presenza fredda e fugace
come la fine solare di un giro della terra
arriva e porta il buio, nel cuore di chi resta
mentre pensi ancora ai giorni di luglio
quando nel paese c’era la festa
e le luminarie rifatte nell’iride
del Santo che ora passa
arriva nel domani che provi a vivere
nel passo quotidiano
che il chiacchiericcio passeggero disturba.
Arriva come le fugaci brezze
o le raffiche autunnali
e stiamo impreparati
nelle azioni del sempre eterno Io.
Ma la vita si conserva in botti di vino
come la luce che rinasce nel buio antro solstiziale
come nel presente puro
del tuo Io Bambino.

L’amico degli asparagi

L’amico degli asparagi, appena colti
mostra i teneri germogli di stagione,
saper distinguere la timida pianta
dalla verde lancia che profuma l’urina
come sacre distanze tra l’idea di vita
e la realtà, raccogliendo cocci taglienti
dopo un incidente che risveglia dal sonno
rialzando corpi caduti bagnati di pianto
ricordando i mesi bui e le battaglie,
sulla pelle racconti da altre epoche
appaiono nell’oggi simili a leggende.

No, non resteremo soli a lungo!
all’indomani di questa piccola vittoria,
passeggiando tra rovi e ricordi
rughe e arti spezzati
tra un prima e la speranza
un saluto agli assenti e frutti in ritardo

ma devo ancora imparare
dall’amico degli asparagi
a distinguere il sogno dalla vita.

Johnny B. Goode

È un bizzarro Johnny B. Goode
mattutino e a ritmo di vento
sull’erba che dalla radio assonnata
m’accoglie ai lati di una quiete
benedetta e lettrice.
Non so ancora che ne farò
di tutto questo tempo assoldato,
forse finirò le parole di Forugh
o le Confessioni di Agostino,
quante inutili battaglie su questioni
dozzinali come orgogli sanremesi.
Un’amica riconosce in ritardo
la mia lungimiranza sul malvagio
ma la preghiera al sacro lavoro
mi allontana dall’odore di pelle.

Ritorno sulla terra pensando
a un paesino che da tempo non vivo
alla bellezza del verde rifugio per cinghiali,
al tamburo di picchio dai boschi.
Ora ho capito cosa manca alle ore uguali,
gli oggetti ancestrali dell’elegia
divenuta libro testamento,
mancano il rumore dei passi nel silenzio di sempre
e le giornate senza cronometro
a rivedere foto di ponti ancora in piedi
a salutarti con lumini a raggi solari, finché c’è luce.
Un requiem prima di uscire,
ogni tanto annusare in armadi serrati
l’odore di un passato che non passa,
nulla da toccare, solo angoli necessari all’oggi
per celebrare un’assenza
e ritrovare antiche usanze.

 

Salvare le dediche

Salviamo per caso le dediche nascoste
sull’ultima pagina dimenticata
di libri infedeli, sfogliati prima del tramonto

frammenti di orizzonti sospesi
evadono da salvifiche routine,
quando le giornate erano aperte
e scherzavi sulla nullafacenza
sulle troppe ore a venire

adesso preghi in ginocchio il dio tempo
per un riconoscersi al di là della carne,
puntare sul non visto adatto ai vecchi
scampoli d’ebbrezza a salutare addii,

salvare almeno le dediche
quelle scritte credendoci, collezionarle
per posteri ignoranti dal rogo facile
dai libri ancora non letti dell’amore parallelo.

 

Impermanenza

Mi terrò stretti i ricordi, d’ora in poi
farò economia di memoria e di feste
scivolate via in compagnia degli ormai assenti,
spegneremo senza voglia
candeline agli ancora vivi, morti dentro.

Strano vedere accesa una luce lassù
al piano che rispondeva ad altri cognomi
mutata targhetta d’occupanti postumi,
non potrò più entrarvi – con quale scusa? –
io sopravvissuto che vago sazio e muto
con addosso anni non spesi
in mezzo a vecchie strade come fossero nuove.

(ph M.Nigro©2026)

La verità, il tempo e il fiato del romanziere: su “Angeli” di Massimo Ridolfi

versione pdf: La verità, il tempo e il fiato del romanziere: su “Angeli” di Massimo Ridolfi

Che cos’è la verità? È un insieme di certezze a cui ci abituiamo fin dall’infanzia e a cui ci aggrappiamo avidamente nel corso dell’esistenza per timore di cambiare, di conquistare un nuovo e inizialmente più scomodo punto di vista? Oppure è una rivelazione donata dall'”alto” o da imperscrutabili poteri terreni? Per i materialisti la verità è riassumibile in tutto ciò che i nostri sensi riescono a registrare: un oggetto tangibile, una trasformazione scientificamente riproducibile, un fatto che accade a pochi metri da noi; se avviene a beneficio dei nostri sensi allora è vero e la nostra esperienza diventa verità incontrovertibile. Oggi cominciamo a sapere, grazie a una serie di studi “esoterici” che si collocano tra la fisica e la metafisica, che neanche questa certezza è inattaccabile perché ciò che i nostri sensi registrano viene a sua volta rielaborato artificiosamente dal cervello e presentato al cospetto della nostra logica sotto forma di “convenzione”: quel che noi umani vediamo non è uguale a quello che vede una mosca o un gatto; la realtà vista da una mosca è diversa dalla nostra realtà. C’è addirittura chi parla di “universo olografico”: quella che noi chiamiamo “realtà” sarebbe una proiezione olografica, secondo le teorie di Bohm e Pribram… In poche parole noi ci accontentiamo di ciò che i nostri sensi e la nostra logica percepiscono e catalogano come esperienza vera. Tuttavia, dietro il “telo cinematografico” su cui vengono proiettate le immagini di una verità a cui siamo ormai affezionati, si svolgono altri fatti, si sviluppano ulteriori processi che sfuggono ai nostri sensi e alla critica: si tratta di sub-verità non meno importanti e determinanti alla formazione di una verità finale che in molti rifiutano di assimilare perché significherebbe ammettere una cecità esercitata ad oltranza.

Ma in tutta questa “ricerca filosofica” riguardante la verità, la letteratura che ruolo mai potrebbe svolgere? L’invenzione letteraria non ha mai avuto l’intenzione di trasmettere verità dogmatiche bensì di rappresentare artisticamente, di raccontare ai lettori – attraverso una serie di fatti affidati al tempo che sempre per convenzione definiremo “trama” – quel lento processo esistenziale che condurrà alcuni personaggi inventati alla scoperta di un’entità astratta (ma concreta nei suoi effetti sia positivi che negativi) a cui abbiamo dato il nome di “verità”.

Per realizzare tutto ciò un romanziere dovrebbe avere le idee chiare fin dall’inizio su come incanalare nel tempo le varie componenti che incasellandosi alla fine andranno a concretizzare la suddetta verità. E oltre alle idee chiare ci vuole fiato! Ovvero la capacità di “vivere” (anche correndo, se è il caso!), insieme ai propri personaggi, il tempo di realizzazione di quel processo filosofico-esistenziale che porta alla verità. Ed è quel che accade in “Angeli”, corposo romanzo dello scrittore teramano Massimo Ridolfi (ed. Letterature Indipendenti, 2025); un romanzo a “lunga gestazione” e soprattutto a lunghissima decantazione, come vuole una certa regola scritturale ormai in disuso in quest’epoca di “instant book” e di altre pubblicazioni “umorali” a impatto letterario effimero. Anche la decantazione applicata alla scrittura è a suo modo un processo di raggiungimento della verità: le parole, così come i fatti e le persone incontrate nel corso dell’esistenza, hanno bisogno di decantare, di starsene per conto loro attraverso gli anni, a macerare nel silenzio e nel distanziamento: è singolare notare come la gestazione/decantazione di questo romanzo da parte di Ridolfi coincida su per giù con lo stesso numero di anni – più di venti! – che occorreranno a uno dei protagonisti principali della storia – Matteo – per ricostruire lentamente e finalmente toccare la dolorosa verità a cui si accennava. Ovviamente non esiste un numero perfetto di anni, non c’è una regola fissa che vale in tutti i casi, ma una cosa è certa: uno dei protagonisti latenti più importanti di questo romanzo è senz’altro il tempo; questa dimensione imprendibile, appena appena quantificabile attraverso orologi e calendari, che tanto ci fa disperare per la sua irreversibile fuga verso la fine del nostro vissuto, è forse l’unica alleata onesta che possiamo sperare di avere al nostro fianco. Solo il tempo, infatti, è in grado di fornirci quella distanza necessaria per confrontare, dipanare, capire, selezionare, ricercare, e infine scegliere – tra le nebbie illusorie dell’educazione e delle autoconvinzioni – di vedere una verità che avevamo da sempre sotto gli occhi ma non riuscivamo a percepire, o non volevamo percepire. Perdersi la verità è facile ed è solo grazie a un costante allenamento al dubbio che possiamo raggiungere la luce autentica e ustionante del vero. Il romanziere con il suo fiato scava attraverso gli anni insieme ai suoi personaggi fino alla fine e partecipa alla loro trasformazione umana.

Continua a leggere “La verità, il tempo e il fiato del romanziere: su “Angeli” di Massimo Ridolfi”

Oblio

Annoto la data e il luogo
solo di pochi eventi,
un primo bacio davanti Esculapio
un libro comprato per alchimia
a ricordare il suo arrivo in casa
la morte imprevista d’un amico
o il buon ponte di qualche peloso,

è una mappa esistenziale
a ripercorrersi, studiarsi
quando la memoria tradisce
e il buio degli anni avanza,
c’è solo una flebile candela nel presente
fioca luce di accecante attualità.

Ho detto una bugia,
di tutti gli eventi segno data e luogo:
è che non mi fido di quel che ricordo
del setaccio deciso da economie neurali,
sono poco attendibile sulle lunghe distanze.
Meglio tracciare le tappe della piccola storia
rileggere la data sul frontespizio di un libro
con nostalgia, per sapere com’ero e dov’ero

sarebbe un numero come tanti
tra i mesi, gli anni ormai andati
ma è “il” giorno del fatto perduto
non uno degli altri vicini a far volume.

Perché proprio lì, da dove
provenivo quel dì, e per quale luogo
proseguii? Con quali intenzioni?
Non ho memoria dei troppi perché
eppure l’evento ci fu,
è appuntato nel mio libro di storia.

E mi chiedo, dopo quanto tempo
hai cominciato a leggerlo?
La data denuncia la tua lunga attesa
in ritardo su libri testimoni
di una sconfinata fiducia nel futuro.
E le note private scritte ai lati
negli spazi bianchi del già detto,
altra vita parallela alle cose lette
altri pensieri non d’autore ormai polvere
fissati nell’eternità
di carte sensibili al fuoco.

Una voce nuova

È oramai perso di ieri il verso?
senz’aria annaspa morente tra
ricordi di vite passate e azioni presenti

carte interiori da ordinare con sintassi scadute,
parole affollate in strettoie di anni veloci
cercano una voce nuova che le sappia dire
non per comando ma in lucente verità.

E non dispera, attende sulla rotta dell’oggi
il timoniere senza poesia lo sa!
all’orizzonte le rivedrà come bianche scogliere
di senso, su flutti salati, arrabbiati di ritmo

sembreranno rematori frustati, sudati di tristezza
dagli eventi del tempo e dalla piccola storia
su fin troppo pazienti galee solitarie.

(immagine: dal film “Ben-Hur”)

Alcune considerazioni sul film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi

versione pdf: Alcune considerazioni sul film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi

È sicuramente meritato il successo cinematografico e televisivo del film della Cortellesi intitolato “C’è ancora domani” (2023) e alcune delle critiche lette in giro riguardanti certe scelte effettuate dagli sceneggiatori e dalla regista possono essere facilmente smontate: 1) accostare musica contemporanea, estranea al contesto storico di cui si occupa la pellicola, ad alcune scene non è un azzardo per sembrare originali e fuori dagli schemi ma è un modo per creare un ponte tra la condizione della donna italiana durante il secondo dopoguerra e quella della donna di oggi nel XXI secolo non solo in Italia ma in ogni parte del mondo. Il contrasto tra una scena ambientata negli anni ’40 dello scorso secolo e sonorità più vicine ai nostri gusti attuali, induce a una riflessione sul presente e non relega il problema nel passato. Come a voler chiedere allo spettatore e a se stessi: “siamo sicuri che la condizione esistenziale della protagonista sia solo un ricordo? Che non riguardi ancora molte donne della nostra epoca?”. 2) La scena della violenza da parte del marito Ivano trasformata in un balletto non è una rappresentazione irriverente del problema: il cinema non deve solo raccontare realisticamente – anzi non dovrebbe farlo quasi mai se è vero cinema d’arte – i fatti che costituiscono la trama ma deve essere anche in grado di reinterpretare, di rappresentare sotto altre forme, con altre modalità, ciò che lo spettatore già conosce e immagina. Riprodurre scene di violenza in maniera realistica cosa avrebbe aggiunto di nuovo ai fatti, alla cronaca anche dei giorni nostri, a quel che è già risaputo? Nulla.

La Cortellesi, e non mi riferisco solo alla scena del balletto violento tra Delia e Ivano, ha fatto la scelta vincente anche se non originalissima (basti pensare al film “La vita è bella” di Benigni) di unire il racconto storico a una narrazione ironica; d’altronde la Cortellesi nasce come attrice comica ed è chiaro che l’ironia (soprattutto quella amara) e la comicità surreale di alcune scene rappresentano suoi strumenti prediletti. Così come non originale, pur ottenendo un sicuro “effetto nostalgia”, è la scelta del bianco e nero che sembra voler scimmiottare il bianco e nero spielberghiano de “La lista di Schindler”.

Continua a leggere “Alcune considerazioni sul film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi”

Lacci

La città folle dell’uomo
ci creò custodi al capitale,
eppure ancora il mio mondo
è popolato di stelle orfane.

Non buone per l’azione maschia
sono le scarpe senza lacci,
intravedo tra sprazzi di presente
mocassini a ricordo di epoche vili,

ho carte interiori da sistemare
bruciando incensi al cancro
mentre mi danno del “voi”
a margine di giorni perfetti.

(ph M.Nigro©2025)

Preservare il suono: dall’album “Nebraska” di Springsteen al film “Liberami dal nulla”…

versione PDF: Preservare il suono: dall’album “Nebraska” di Springsteen al film “Liberami dal nulla”…

Una lezione fondamentale permane nella mente e nel cuore dello spettatore dopo aver visto il film “Liberami dal nulla” di Scott Cooper in cui si descrive la travagliata ma originale gestazione dell’album acustico “Nebraska” (1982) di Bruce Springsteen: se vogliamo giungere alla radice di noi stessi, e definire i nostri fantasmi, dobbiamo preservare il suono originale, puro, della ricerca artistica con cui tentiamo di risalire alla fonte di quel che siamo o stiamo tentando di diventare. Ogni tipo di alterazione, di miglioramento del “prodotto” corrisponde a un tradimento di quella ricerca interiore istintiva che il vero artista, non interessato inizialmente a risultati commerciali, cerca di difendere dagli attacchi del sistema in questo caso discografico.

Il “nulla” citato nel titolo è il vuoto che succede al falso “pieno” derivante dal successo, l’assenza di risposte su eventi passati, la mancanza di senso che prevale ogni volta che un artista non riesce a catturare e a difendere la sua voce primordiale; ma anche quando riesce in questo difficile e raro processo genuino di estrapolazione, si accorge che in realtà è solo all’inizio del suo cammino interiore: la creazione di una canzone o di una poesia rappresenta la scarificazione di un tratto di pelle su cui devono ancora cadere le brucianti gocce di limone della definizione di emozioni e sentimenti. Dare un nome alla “merda” (termine utilizzato nel film) che c’è nella vita di ognuno, affrontarla per sconfiggerla invece di fuggire: questa fase è forse più difficile della entusiasmante ed elettrizzante fase creativa cantautoriale. Proprio quando si raggiunge il cosiddetto “successo” e tutti ti riconoscono per strada dandoti del “mito”, proprio allora c’è bisogno di una fuga solitaria, di dare un senso alle cose che riemergono dal passato utilizzando uno strumento antitetico a quello musicale: il silenzio. All’inizio l’adrenalina e il desiderio di riuscire tengono in piedi un castello fragile destinato a vacillare quando l’effetto miracoloso della precarietà, che ci sprona inizialmente a combattere, tende a svanire. Dare un nome e un senso a ciò che si ha tra le mani in maniera confusa: se non si affronta questa fase non si è in grado nemmeno di accogliere l’amore di chi tenta di amarci.

Continua a leggere “Preservare il suono: dall’album “Nebraska” di Springsteen al film “Liberami dal nulla”…”

C’è un prima e un dopo

Appare chiaro un prima e un dopo
di te, fossato di senso tra epoche
ogni cosa testimonia il duro passaggio
il sapore che ancora oggi hanno gli eventi
al tuo semplice esserci stata, faro silente.

Rimasugli d’anni ottanta
trafiggono dolci le afose solitudini,
un walkman appeso alla cintura del tempo
una canzone sempreverde,
il giovane volto di chi la cantò
è già annegato tra onde di memoria.

Ma restami accanto nell’ora buia!
come in quella luminosa e in ritardo,
c’è un prima e un dopo, un divario
insolubile e crudele che sa di morte e speranza

sono un naufrago nel presente
e tu faro eterno, seme che morendo
indica la strada giusta al crocicchio
di restanti giorni.

Già pubblicata QUI!

“Limelight” – The Alan Parsons Project

Non pensare, scrivi…!

Resto ancora un po’ qui
in tua eterna compagnia
nell’angolo dell’ultimo respiro
tra piogge indecise d’ottobre
e battaglie a calare tra sepolti vivi
con bocche sporche di cemento
natanti per propagande sgamate
enumerazioni da politici fissati di confine,

ma altra cosa è il confino, amore assente
sono troppe le parole nella parte stretta
dell’imbuto di idee che bussano ogni giorno.
Stanchezza e mancanza d’ossigeno
aiutano a non pensare parole,
gettito poetico allora saremo
curve di ipotesi sgangherate
malanni combattuti nel tempo libero,

il lumino in silenzio attende fotoni di fede
una carica solare per chi ama il buio.
Ma tu sei fiamma e cenere nell’aria!
urna discreta tra molteplici ricordi,
pressante è il passato, ignoto il futuro
appiglio vincitore è questo presente
che ho sotto i piedi dalla scorsa notte
prendendo appunti sulla tua morte
respirando i tuoi “che peccato!”
completando una collana di libri mai letti.

Sposando cause

Valgono forse più di ieri
i perfetti giorni semplici?, quando
sposando cause nell’altrove
a darsi un senso eterno
convinta brillava l’anima acerba
idealizzando un tempo
infinito per il poco vissuto,

ora non restano che attimi da candela
sprazzi di un’ultima luce
brandelli canuti e grinzosi
di antichi successi morenti,
attori in disuso e zoppicanti dive
lasciano con un sospiro nel sonno
questo folle mondo in bilico.

Non ricordiamo più
di quando, sposando cause
credevamo di cambiare la storia,
non più che l’equazione è facile
svegliarsi veri è già miracolo
che per spostare monti e fiumi
basta una preghiera, un verso, un suono di lira
briciole di pane guadagnato in umile attesa
a volte anche solo un canto muto dal ventre
o una lacrima anonima dedicata all’imbrunire.

Tempi

Un vento fresco già insiste
tra stanche foglie di gioire
mentre virano dal verde al giallo,
presto si lasceranno andare
a destini in gravità, puntuali
come il presente che ci salva
da un passato che preme, tra nebbie
sull’osso esposto del futuro.

Potere d’acquisto

È spavento d’estate
questa immensa libertà
tempesta di umori grigi
bussa il peso del vissuto
alla porta quesiti dal futuro,

e il potere d’acquisto
apre dolci varchi sull’ignoto
baratri solitari di possibilità
offerti al timoniere di spazi nuovi
e di tempi a venire.

C’è troppa aria aperta in agosto
troppi boschi con echi d’infanzia,
movimenti in saldo, privi di attrito
e pensieri pensati per l’io.
Spalle scoperte, senza più origini
e vuoto sotto i piedi, è mancante
la terra madre degli anni scontati.

Lasciarsi andare al caso, muti
rassegnarsi a essere ascoltatori
di monologhi da cicale egoiste,
liberarsi dal definirsi qui e ora
infine affidarsi al respiro supremo
che conosce strade misteriose,

attendere la gioia come si attende
la parola che diverrà verso
forse poesia per alleviare
questo passaggio terreno
senza nome e ragione.

Ferialità

E dunque riprendiamo il viaggio
interrotto un attimo prima del trapasso,
non per andare chissà dove
giusto a un palmo più in là
delle piccole gioie quotidiane
delle meschine rivalse tra corpi morenti
dello stupore per la solitudine,

è la prospettiva a latitare dagli orizzonti
la piccola luce vera in fondo al benessere.
Ma tu viaggia, viaggia lo stesso!
anima spezzata in cerca di senso,
straccia quest’oggi grasso e disperato
ritrova l’ingenua speranza che abitava gli occhi estinti.

Piega il metallo pazzo del mondo
con il tuo alito caldo di parole inutili,
addomestica le ore selvagge della ripetizione
al volere di un programma tutto umano,
e chiedi aiuto in preghiera allo sguardo muto degli avi
mentre spolveri la cornice intorno ai loro volti pazienti.

“On the Road Again” – Rockets

La verità è semplice come una volpe di notte

Ho visto una volpe sotto casa l’altra notte
ormai si spingono spavalde tra gli umani,
ho visto una volpe annusare il cibo lasciato per i gatti
l’ho vista per caso aprendo la finestra insonne dell’uomo libero.

Ho visto una volpe da sola l’altra notte sotto casa
cercava come me l’inizio della storia degli estinti
il senso dell’esserci tra partenze e arrivi
la morte che ha ridato dignità alla vita
il ricordo da cui cominciare il racconto
il bandolo della matassa esistenziale,
confusa girava tentando il filo giusto da seguire,

non ne avevo mai vista una sotto casa prima dell’altra notte
eppure mi dicono che vengono qui spesso,
ero io distratto a guardare le stelle lassù in cieli notturni e quieti
mentre la verità passa sotto un lampione e ha la forma di una volpe.

“La volpe” – Ivano Fossati

Peripatetico

Calde sono ancora agli occhi viaggiatori
le eterne mura di Gerusalemme
e le note illuminate nei concerti rock,
quando forte ci sbatteva la follia dell’abbandono
su treni notturni di fortuna.
Ora che le ultime luci dei tramonti a lavoro
riportano memorie peripatetiche
a dimora tra ronde di quiete selvaggia,
non resta che il ricordo di glorie inconsapevoli
in qualche verso educato alla pazienza.

Forse torneranno a illuderci di nuovo
le fughe d’estate, gli entusiasmi a ogni ora
per partenze amorali, vivendo di rendita,
ci riavranno in pugno i miraggi
per il gusto di domani indefiniti,

lasceremo che le correnti dell’ultima avventura
riconducano alle origini del tempo
quel che sopravvive del sogno.