Sulla poesia-racconto di Raymond Carver

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Il primo impatto con la poesia-racconto di Carver non è stato dei migliori: non riuscivo a considerare poesia quel suo raccontarsi praticamente in prosa con frasi che andavano a capo (critica che i puristi della metrica muovono nei confronti della maggior parte dei poeti oggi in circolazione!). D’altronde Carver è conosciuto più per i suoi racconti e quindi questo suo estendersi come prosatore anche in ambito poetico mi sembrava più una forzatura degli schemi editoriali, per scrivere in altro modo, con un’altra forma, ciò che l’autore sapeva già dire benissimo in narrativa. Ma andando avanti nella lettura dei due corposi volumi di “Tutte le poesie” editi da minimum fax (2021), mi sono accorto di aver preso una leggendaria cantonata e che c’era più poesia in quei versi lunghi e caratterizzati da un linguaggio eccessivamente quotidiano che in molte altre poesie sintetiche, fulminee, metricamente ordinate e per questi motivi inaccessibili e inconcludenti nel riuscire a far sapere al lettore l’autentica esperienza vissuta dall’autore.

La domanda successiva, nel corso della lettura, è stata: può una tale poesia raccontata conservare ancora quell’indicibilità che è caratteristica fondamentale della ricerca poetica oppure svelando tutto e subito lascia il lettore soddisfatto e senza domande? La “poesia chiara” di Carver proprio perché soddisfa apparentemente, e nel momento stesso della lettura, tutte le curiosità del lettore, proprio perché “spiega” i fatti senza nascondersi dietro passaggi indecifrabili, dimostra di contenere e di proteggere un nucleo di “non detto”, non visibile nell’immediato e che è di non facile interpretazione. Versi del tipo: “Quasi tutti / se ne sono andati dalle nostre vite, ormai. / Mi volevi chiamare, così per un saluto. / Per dirmi che stavi pensando / a me e ai vecchi tempi. / Per dirmi che ti mancavo.” (I vecchi tempi, pag. 283 – Vol.I), descrivono tutto sommato un pensiero intriso di normale quotidianità e sarebbero potuti apparire riuniti in un’unica frase lineare, in ambito narrativo, senza “a capo” pseudo-poetici, conservando una indiscutibile forza evocativa. Chi pensa che la prosa sia priva di poeticità forse farebbe bene a smettere di leggere qualsiasi cosa!

Carver, presentandoci questo processo interiore piuttosto comune in forma “poetica”, è come se volesse dirci che la poesia è intorno a noi, è già nei nostri stessi pensieri banali e quotidiani, nelle frasi fatte; è nella normalità che troppo spesso è svalutata e depotenziata da una inutile ricerca di complessità; vuole dirci che tutto è poesia, anche il semplice e troppo scontato pensiero di una persona che ci manca: un tema considerato forse eccessivamente sdolcinato, inflazionato da migliaia di canzoni, non più attrattivo ormai… D’altronde è lo stesso Carver a dichiararlo: “Ho sempre sentito e sostenuto che la poesia, per gli effetti che ottiene e per il modo in cui è composta, sia più vicina al racconto di quanto il racconto lo sia a un romanzo. I racconti e le poesie si somigliano molto di più per lo scopo perseguito nel processo di scrittura, per la compressione del linguaggio e delle emozioni, e per la cura e il controllo necessari a raggiungere il loro obiettivo” (Nota dell’editore, pag. 9 – Vol.I, “Tutte le poesie”, ed. minimum fax).

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La sentinella

Il faretto illuminava le tenebre della sperduta landa in cui era collocata la postazione; il fatto che fosse regolarmente acceso, era il segnale del perfetto funzionamento delle cupole d’atterraggio. “Se mai dovesse spegnersi, allerta immediatamente l’ingegnere dell’interporto in servizio!” gli avevano intimato, come da routine, i suoi superiori alla fine del turno pomeridiano, prima di ritirarsi in riposo. La sentinella, rimasta sola dopo l’imbrunire, osservava ipnotizzata la brillante luce bianca del faretto: dal suo essere acceso dipendeva l’esito degli sbarchi di esseri umani catturati dalle pattuglie dei Guardiani sul confine delle colonie Extra-Lattee. Da secoli ormai gli abitanti del lontano pianeta chiamato Terra tentavano, quasi sempre invano, di raggiungere, con ogni mezzo a curvatura, i Paradisi Interni partendo dalle colonie Extra-Lattee, più facili da frequentare perché considerate zone franche intergalattiche in cui diluirsi tra le migliaia di specie aliene giunte fin lì ufficialmente per motivi “commerciali”.

Cosa cercavano i terrestri nei Paradisi Interni? Quali cambiamenti esistenziali pensavano di ottenere trasferendosi, dopo lunghi viaggi in criosonno, in terre considerate paradisiache, invece conosciute come tali solo per sentito dire e mai realmente visitate? Ma la sentinella sapeva che le risposte a queste naturali domande non sarebbero mai arrivate perché la sua categoria militare non era tenuta a conoscere i particolari di una complicata situazione politica interplanetaria, bensì a eseguire semplicemente gli ordini del Comando Interportuale da cui dipendeva.

Una notte, durante uno dei suoi turni, la sentinella sentì un pianto alieno provenire dalla base del pilone che sosteneva l’indispensabile faretto dell’interporto; non era il pianto di una donna o di un giovane uomo, ma di un fagottino terrestre probabilmente abbandonato dopo uno dei tanti disperanti sbarchi avvenuti nel pomeriggio. Prima di sollevarlo da terra con le sue braccia tentacolate, la sentinella si guardò intorno, assicurandosi di essere veramente solo: le morbide ventose dei suoi lunghi arti sembravano aver tranquillizzato l’esserino, che aveva smesso di emettere quei fastidiosi suoni con i quali, evidentemente, sul suo pianeta attirava l’attenzione dei portatori di cibo liquido.

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“La sentinella” su Navuss – luglio 2025

Sul numero di luglio di Navuss, periodico di attualità e di informazione, il mio racconto breve inedito intitolato “La sentinella” è stato pubblicato nella rubrica “Il Foglio Bianco” curata dallo scrittore teramano Massimo Ridolfi che ringrazio. Un grazie anche alla Redazione di Navuss…

Per leggere il racconto a pag.11: clicca QUI!

Nota di Rosaria Di Donato a “Elegia del confino” su “Lettere Migranti”

Un sentito ringraziamento a Rosaria Di Donato per questa sua accurata nota al mio prosimetro “Elegia del confino” e un grazie ad Anna Maria Curci per l’ospitalità su “Lettere Migranti”…

Per leggere la nota: QUI!

Per leggere il libro: QUI!

“Elegia del confino” sul litblog Les Fleurs du Mal

Ringrazio dal più profondo angolo del cuore la cara Barbara Anderson per questa recensione sentita e oserei dire “carnale”, e che già avevo percepito come lettrice attenta che si dà totalmente al testo e si sente, e si legge… 🙏 E ringrazio il litblog Les fleurs du mal” e Alessandra Micheli per l’accoglienza e l’attenzione…

Su “Elegia del confino” di Michele Nigro, intervista a cura di Davide Morelli

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Su “Elegia del confino” di Michele Nigro, intervista a cura di Davide Morelli

  • In cinese crisi significa sia problema che opportunità. A mio avviso tu hai scritto questo ottimo libro in pandemia, pur riconoscendo la tragicità del periodo ma cogliendo pienamente l’opportunità per poter meditare e creare. Che ne pensi?

Come ho specificato nella nota d’autore posta alla fine del volume, questo libro non è nato durante o in conseguenza della pandemia: è solo per una fortuita coincidenza cronologica se la stesura è cominciata a gennaio del 2021, subito dopo l’annus horribilis, ma il suo concepimento risale a tempi non sospetti, prima del distanziamento imposto da esigenze epidemiologiche. Pur rispettando chi in quel tragico periodo ha perso la vita, devo dire che il termine ‘opportunità’ è quello che meglio riassume lo spirito di questa mia pubblicazione: cogliere l’opportunità, in qualsiasi momento della nostra esistenza – anche ora che non siamo più in lockdown -, per meditare su alcuni aspetti dimenticati del vivere… Ma per farlo bisogna riconquistare la capacità di realizzare un certo “distanziamento naturale” da non confondere con la misantropia.  

  • Come è nata l’esigenza interiore di scrivere un prosimetro? 

Il prosimetro dal punto di vista formale ha reso possibile un’alternanza di voci e quindi di ritmi e di atmosfere che non avrei ottenuto se avessi scelto la sola prosa o pubblicando semplicemente una raccolta di poesie. Avevo a disposizione su dei taccuini alcuni anni di scritti diaristici in prosa (da “tradurre” in una forma pubblica partendo da considerazioni private tipiche di un diario) e una sostanziosa quantità di poesie ispirate al tema del libro che avevo in mente e al territorio in cui è stato concepito. Direi che il prosimetro non era tra le mie primissime intenzioni ma in seguito è stato quasi naturale scegliere quel genere letterario.

  • In letteratura sono scritti tanti prosimetri. Potresti spiegare in cosa il tuo prosimetro è simile ad altri e in cosa è differente? 

È vero, in letteratura il prosimetro, pur essendo un genere piuttosto raro, è abbastanza presente con esempi autorevoli, partendo dall’antichità fino ad autori relativamente recenti (penso a Campana, Tolkien…), ma non oso andare alla ricerca di differenze o analogie con i grandi del passato sia per pudore sia perché ne uscirei malconcio. Dico solo che l’amalgama tra narrazione e parte poetica è un fattore imprescindibile in qualsiasi periodo storico: sono figlio di quest’epoca, la mia prosa e i miei componimenti poetici sono frutto del linguaggio di questi tempi, ma nel passaggio formale tra prosa e poesia non si dovrebbe mai avvertire la presenza di un “gradino” che faccia inciampare il lettore; come hanno rilevato alcuni beta lettori prima della pubblicazione di “Elegia del confino”, nel mio prosimetro non c’è soluzione di continuità tra prosa e poesia. E questa valutazione, come è facile intuire, mi ha incoraggiato nel continuare la stesura del libro. Tuttavia, devo ammetterlo, non mi dispiacerebbe la definizione di “prosimetro postmoderno”, sia dal punto di vista stilistico che “filosofico”: riutilizzare un genere antico per parlare ai contemporanei.     

  • Come ti poni nei confronti del genere della poesia in prosa?

È un tipo di ibridazione che non mi ha mai convinto del tutto. Nel senso che a mio avviso quello della poesia in prosa è un campo minato, per attraversarlo occorrono strumenti sensibilissimi perché il margine in quel caso è sottile: ci sono prose che contengono più poesia di un componimento poetico, così come ho letto poesie che forse avrebbero dovuto avere fin dall’inizio la forma della narrazione. Nel caso di “Elegia del confino” avrei potuto scegliere una di queste forme ibride e invece ho voluto ribadire la separazione tra i due generi. Per la parte in prosa ho utilizzato una voce narrante impersonale (ho voluto annichilire l’io, come direbbero i poeti di ricerca), quasi come se lo sguardo che si è posato sui miei diari appartenesse a un’entità terza; invece le poesie sono quasi tutte in prima persona o comunque con una voce più intima: in quel caso sono proprio io a “parlare”, a intervenire. E mi è piaciuto realizzare questa alternanza.   

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Hanno detto di “Elegia del confino”…

Alcuni autorevoli “beta lettori”, dopo la prima stesura inviata tempo fa in lettura, hanno così valutato “Elegia del confino – un diario in prosimetro”, oggi pubblicato con le edizioni “Letterature Indipendenti” – Collezione Poesia Italiana Contemporanea – 2024, collana “Corale di voci altre” curata da Massimo Ridolfi..:

“… È interessante il percorso tra prosa e poesia che compie, già a livello strutturale. La sua prosa coinvolge e stravolge al contempo, è poetica e filosofica, implica rimandi a letture molteplici. A loro volta i versi non stridono mai nella forma con quanto segue o precede (un problema del prosimetro e di ciò che si avvicina ad esso, nonché le critiche che spesso si fanno al genere, consiste proprio nello scollamento tra le parti e la tenuta fittizia tra quel che si considera prosa e quel che si considera comunemente poesia). Nel suo caso si tratta di un testo ‘letterario’ di grande spessore…”.

Dott. Giuseppe Manitta (scrittore, poeta, saggista, critico letterario)

“… Ritengo che si tratti di un’opera veramente notevole, sia per originalità nell’approssimarsi ad un argomento certo non facile (il confino come esclusione ma anche come scelta, come “sguardo obliquo” sul mondo), sia per eleganza di scrittura. Esiliato è chi non si conforma e che dunque viene escluso dal sistema, ma esiliato è anche colui che, non conformandosi, volontariamente si pone ai margini del sistema. Si tratta di un libro di disvelamento e disincanto, potremmo anche dire di critica storico-sociale e di scavo interiore. Vi si riscontrano suggestioni “mitteleuropee” e quadri di vita quotidiana, nonché immagini di interiore idealità. Un libro comunque difficile, che richiede non indifferente attenzione intellettuale e “buona disposizione” d’animo…”.

Dott.ssa Annamaria Bigio (editor, scrittrice, saggista)

Per leggere “Elegia del confino”: QUI!

“Elegia del confino” su Certastampa.it

Ripropongo anche qui la nota di stampa preparata dal mio editore Massimo Ridolfi (Letterature Indipendenti) per Certastampa.it in occasione dell’uscita di “Elegia del confino”…

PER LEGGERE “ELEGIA DEL CONFINO”: qui!

EDITORIA: LETTERATURE INDIPENDENTI – CORALE DI VOCI ALTRE – MICHELE NIGRO – ELEGIA DEL CONFINO

Letterature Indipendenti, il progetto editoriale dello studioso teramano Massimo Ridolfi, apre ad altri autori e, facendo tesoro della sua personale ricerca sulla poesia italiana contemporanea titolata “Testo e Voce – Esperimenti di lettura poetica: dire poesia” (confluito su questa testata nella rubrica “CORALE: SETTIMANALE DI RICERCA SULLA POESIA ITALIANA CONTEMPORANEA”, sempre a cura di Massimo Ridolfi, Archivio: https://certastampa.it/191-rubriche/corale), iniziata il 29 ottobre 2019 e che troverà termine il 31 dicembre 2025, ricerca nata con l’intento di riportare la poesia alla musica di cui ogni parola che la compone è custode, inaugura la Collana “Corale di voci altre” – Collezione Poesia Italiana Contemporanea.

Massimo Ridolfi, ideatore e curatore della collana, dichiara:

«Nel gennaio scorso Michele Nigro, poeta campano ma di origini lucane, mi chiese se il mio progetto editoriale, Letterature Indipendenti, fosse aperto ad accogliere altri autori, essendo stato ideato esclusivamente per la pubblicazione, diffusione e promozione dei miei lavori. Invero, in passato altri autori prima di lui mi hanno posto lo stesso quesito.

Di primo acchito risposi appunto di no, che Letterature Indipendenti è solo il mio modo di liberarmi dalle grandi e piccole pastoie dell’editoria tradizionale, con la quale non ho proprio nulla da spartire in quanto il sottoscritto si occupa di Letterature Indipendenti dal mercato dal prodotto dal Capitale, in poche parole di ciò che non è facilmente vendibile – ma resta, soprattutto, sostanziale e strutturale esempio di una azione politica che invita tutti gli scrittori di valore a fare altrettanto con il fine di fare Letteratura e non più intrattenimento di massa o, peggio ancora, prestarsi al ruolo di burattino e marionetta in presuntuosi teatrini letterari tenuti da imbarazzanti personaggi nelle vesti di Mangiafuoco.

Poi, nel tempo di un secondo, mi si accese una lampadina: Ma, in realtà, mi sono sempre occupato principalmente del lavoro di altri autori, come critico, mi sono detto – tutto chiuso dentro lo spazio di una mente folle ma sempre desiderosa (la mia), con Testo e Voce, per esempio, studio che raccoglierò in volume nel 2026, al termine dei programmati cinque anni di ricerca.

E allora è a questo punto del mio sragionamento che ho deciso di dedicare una collana solo alla poesia italiana contemporanea: “Corale di voci altre”.

La collana prevede la pubblicazione di un solo volume l’anno perché, seriamente, non è possibile per nessun editore pubblicare più di un libro l’anno di poesia; vale a dire che non è possibile entrare e vivere nell’opera di un poeta per più di una volta l’anno, a meno che non ci si voglia ridurre a stampatori di libri invece che restare editori, soprattutto se si vuole proporre non semplicemente dei testi da leggere ma degli strumenti di studio, prerogativa principale di tutte le pubblicazioni liberate da Letterature Indipendenti sotto la mia severa e vincolante direzione; e gli autori che selezionerò saranno invitati da me personalmente a inviarmi la loro silloge, ai quali proporrò una bozza di contratto, che poi è quello che offro agli autori stranieri che scelgo di tradurre.

Ovviamente, sarò io a investire tempo studio e risorse sulle pubblicazioni nelle qualità di ideatore, curatore e titolare unico della collana “Corale di voci altre” e di Letterature Indipendenti, quindi non saranno richiesti agli autori, in alcuna forma, contributi di carattere economico.

L’unico obbligo cui dovranno rispondere gli autori che selezionerò, sarà quello di inviarmi un libro nel quale credono davvero.

E ritorno sempre alla poesia perché, delle arti, è la prima che salverei e porterei con me oltre la fine inevitabile di questo mondo: quando ci si avvicina alla poesia, che è una amante assai volubile perché richiede una assidua frequentazione, si ha come la sensazione che oltre non ci sia più nulla, che non ci sia nulla di più alto e misterioso di una poesia.»

La collana “Corale di voci altre”, che prevede appunto una sola pubblicazione l’anno, si inaugura quindi con “Elegia del confino – un diario in prosimetro” di Michele Nigro, già disponibile in esclusiva sulla piattaforma Amazon (link: https://amzn.eu/d/gy9lVl6).

Per la collana “Corale di voci altre”, seguiranno le seguenti pubblicazioni:
2025 “L’amuri nun avi tituli” di Gaetano Capuano;
2026 “I giardini di Cordova” di Dino Villatico.

In anteprima si pubblica di seguito la nota dell’autore contenuta in “Elegia del confino – un diario in prosimetro” di Michele Nigro, Letterature Indipendenti, Teramo, 2024, pp. 203-204.

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“La terra nera di Iddu”: diario brevissimo di un viaggio a Stromboli, a cura di Ilaria Cino

Ricevo dall’amica Ilaria Cino questo testo, e le foto ad esso abbinate, e con piacere pubblico…

A distanza di cinque anni dall’inizio della pandemia rispondo ad un presagio, partendo per Stromboli. La notte in cabina passa in fretta, dall’oblò della Siremar non si vede che buio pece, avvolge la nave per consegnarla al mare intatta. Sul fare dell’alba l’isola pare vinta da un insolito torpore, e il vulcano con essa; Iddu tace. Qualcosa ha toccato Stromboli, i suoi abitanti, la sua geografia, come le nostre vite. Dal porto si dipanano schizzi di storia strombolana, disegni colorati attraversano l’isola come tracce di discorsi lasciati al silenzio. Delle persone che conoscevo neanche l’ombra, ma la terra nera di Iddu avrà udito il mio arrivo?


Rivedo i luoghi dell’infanzia con lo sdegno che ha preso mia madre prima di finire. Il bar di Frankie, ritrovo di isolani e turisti, è un buco di rovine; come di Gechi non è rimasta che l’anima del ristorante. Ho chiesto della paeglia, ma non se ne fa più, come ci fosse tra gli isolani un tacito divieto di prepararla. A metà settimana, in prossimità del mio compleanno si popola l’isola, incontro vecchi amici, e di nuovi ne compaiono all’orizzonte…


Strombolicchio, faro per naviganti, mi chiama in mare, nel fianco c’è uno scavo quanto una nuvola! Sulla barca di Frankie contemplo la rovina, a sorsi di Malvasia…
A Stromboli sarei dovuta tornarci con mia madre, tra una sorpresa e l’altra ci sarebbe scappata una risata. Prima di partire hanno aperto la biblioteca, molti isolani hanno scritto negli anni di sé, e dell’isola; tra i libri è piantata una bandiera della pace, ma la pace con chi?

Testo e foto copyright
Ilaria Cino, Stromboli, maggio 2024

Ilaria Cino©2024

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Nota a “La comunità dei viventi” di Idolo Hoxhvogli

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È una prosa intransigente quella adoperata da Idolo Hoxhvogli ne La comunità dei viventi (Clinamen ed., 2023); una sorta di piccola “bibbia” apocrifa e moderna concepita per la liberazione dei viventi contemporanei dalla matrix che li tiene prigionieri. Una “bibbia” laica che descrive un’apocalisse già in atto e non profetizzata.

È importante ricordare che l’umanità è costituita di viventi e che vivere non significa solo respirare, riprodursi, nutrirsi, produrre ricchezza, pagare le tasse a Cesare, ma è o dovrebbe essere soprattutto coltivare un più intimo rapporto con il trascendente, con quell’invisibile in cui l’essenza, e quindi il significato intangibile del nostro esserci, è da sempre diluita. Una scrittura dotta fatta di affermazioni lapidarie, di verità scolpite, che non pone domande dirette, ma rivela senza chiedere o fornire spiegazioni alternative.

Forte è la critica al modus vivendi dell’uomo contemporaneo, alle sue convinzioni false e superficiali, al suo pavido adattamento al sistema; altrettanto deciso è l’invito a ritornare a un ipotetico punto zero della creazione, quando le cose e gli esseri animati non avevano nomi o recinti fatti di significanti (o codificazioni). Paragrafi autonomi che scavano in tutti gli aspetti indagabili dell’umano vivere, criticando la presuntuosa testardaggine del nostro disobbedire a Dio ignorandone le leggi che hanno un fondamento eterno e non adattabile alle epoche. C’è bisogno di una nuova radicalità spirituale che liberi Dio dalla comoda antropizzazione a cui è stato sottoposto nei secoli, di eviscerare i meccanismi più intimi di strutture ormai date per scontate, di denudare il potere e i suoi personaggi; c’è necessità di scardinare le false sicurezze della tecnologia che tutto livella e svilisce in nome di finte democrazie, di smascherare il protezionismo dei governi che è anticamera di un controllo sulle varie fasi del vivere (nascita, morte, sessualità, fede, impiego del tempo, movimento nello spazio…).

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Nota a “Suture” di Jessica Servidio

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Freud descriveva la vita umana come una successione di tagli (dalla placenta, dal seno, dalla madre…), di separazioni da una precedente condizione, da uno “stadio” esistenziale; strappi fisiologici, naturali, necessari, a cui associare altri provocati dal nostro modo di essere al mondo, dalle nostre scelte, tendenze, esperienze compiute in maniera più o meno cosciente. A volte questi tagli si susseguono repentinamente e non riusciamo a collocarli in un piano, in un disegno generale che sfugge al nostro sguardo contemporaneo. Allora bisogna fermarsi, ripercorrersi ripercorrendo le diverse età, riviversi con un piglio poeticamente scientifico. Riuscire a suturare un taglio, antico o recente che sia, significa facilitare e avviarsi verso una possibile guarigione. Le cicatrici rappresenteranno la simbolizzazione del vissuto, la testimonianza di un processo auto-riparatorio avvenuto, si presume, con successo. Non c’è un tempo preciso per cominciare la terapia del ricucire: tutto ha inizio quando il corpo e la mente decidono che è giunto il momento di salvare il salvabile, di fissare le cause delle varie ferite, di fare la conoscenza di se stessi al di là degli eventi e della personalità degli altri. La penna può essere l’ago di una non semplice arte sartoriale o chirurgica – quella dell’anima -; le parole scelte con cura o istintive, catartiche, ne costituiscono il filo che avvicinerà i lembi della ferita, in vista di una auspicata guarigione. La scrittura, “ossessione e meraviglia”, è la terapia; a volte l’unica a disposizione.

In Suture, opera prima di Jessica Servidio, una prosa poetica ripercorre il vissuto dell’autrice – che è in fin dei conti il percorso esistenziale di ognuno di noi -, dà un nome e una forma alle vicende segnanti, ai ricordi mai catalogati, trascurati, rimossi ma non seppelliti; ricostruisce i processi relazionali, le evoluzioni interiori, i progressi auto-conoscitivi del sé, le morti in vitam di chi ci sfiora senza conoscerci, i distanziamenti fisiologici, gli amori, la tragica sensualità dell’esistere: dalle origini private, familiari, fino alla storia di tutti. Una prosa che non è un incontrollato e insensato “flusso di coscienza”, perché la riparazione dei tessuti deve avvenire rispettando le fasi della guarigione, ma non è neanche assoggettata al soddisfacimento delle esigenze narrative di una certa categoria di lettori abituata al racconto lineare, facile, predigerito. Da qui il carattere terapeutico di una tipologia scritturale fatta di sprazzi esistenziali, di istinti non accompagnati da pedanti descrizioni, di confessioni non didascaliche ma al limite del non pubblicabile, intime, introspettive, caratterizzate da una specie di riservatezza nonostante la palese esposizione, mai autoassolutorie, quasi ad uso e consumo della sola autrice. Guardarsi indietro e dentro per trovare il coraggio di dare finalmente un nome alle cose, ai fatti accaduti, ai lutti non risolti, alla vita: “Inchiostro nero come cicatrice sul tempo che passa: tutto resterà eterno, di noi. In silenzio ne scriverò, aspetterò le ombre.” La scrittura squarcia il silenzio intorno ai dolori legati al passato ma mai scaduti e suggella una sorta di tregua nel presente: ma non esiste un farmaco ad azione immediata; solo il tempo prepara le carte al segno, solo stando all’ombra è possibile riconoscersi. Nel frattempo “nelle soffitte stipiamo il passato”, conserviamo il materiale doloroso ma vivente che diventerà “carburante della mia poesia”. “I nostri giorni diventeranno parole” ma per concretizzare una simile profezia bisogna raggiungere una consapevolezza che solo il tempo e i processi di una mente in via di guarigione possono donare a chi sa cogliere tale opportunità attraverso l’arte della parola, del non detto che dice tutto, della poesia.

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Le ragioni del confino

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Che significato ha l’espressione “spedirsi al confino” nel XXI secolo? In quest’epoca di libertà apparenti e priva di palesi dittature, ai non vedenti di alcune democrature anestetizzanti potrebbe sembrare blasfemo il solo nominare gratuitamente una pratica poliziesca e ideologica utilizzata durante periodi seppelliti, da cert’altri addirittura negati o minimizzati, nei meandri della memoria storica di questo pianeta. Non c’entra del tutto la moda post-pandemica del borgo da riscoprire, del piccolo agglomerato umano presso cui riappropriarsi di una qualità esistenziale ed enogastronomica in via d’estinzione. Non si tratta di una “filosofia localistica” forzata, di un gesto “politico” anticonsumistico e anticapitalistico. Il distanziamento non è qui concepito come “moda sanitaria” bensì come esigenza spirituale in un’epoca abitata da persone fintamente connesse e già di fatto isolate: è un distanziarsi fisico e mentale per riscoprirsi uniti al creato e alla Storia. Isolarsi, prendere le distanze dall’umanità senza essere disumani, per ritornare a far parte del mondo in maniera autentica, purificata, consapevole: la casa del “confinato”, la natura circostante, i personaggi incrociati, sono solo elementi scenici utili alla ricerca interiore. Non è un mero isolamento prigioniero del presente, cieco e irrazionale, ma è un’occasione, vissuta con coraggio e in controtendenza, per viaggiare nel tempo, universale e personale, e in spazi ormai trasformati, se non addirittura estinti.

Andare al “confino volontario”, oggi, significa realizzare un “ritorno” in se stessi, in luoghi dell’anima, in tempi perduti, in dimensioni che non interessa quasi più a nessuno esplorare. Significa prendere nota su un diario dei vari movimenti, esteriori e soprattutto interiori, che caratterizzano questo ritorno non imposto ma naturale e spontaneo. Il confino non è solo un luogo speciale che predispone alla ricerca; è soprattutto un tempo – il proprio e non quello produttivistico della società – appartenente al singolo individuo, che ne sceglie il ritmo, e non condivisibile. È il tempo presente che si riscopre legato a un tempo passato che non ritorna, che non può e forse non deve ritornare, ma che custodisce ricordi, verità e saperi preziosi. Un tempo “lento” non misurabile dagli altri ma solo da noi stessi se lo desideriamo. Una ricerca fatta di riflessioni e pensieri, voluta e non casuale, che oscilla tra prosa e poesia, o tra prosa poetica e poesia prosastica: il confine, anche in questo caso, è indefinibile. Ed è un bene che lo sia.

(Incipit di “Elegia del confino”, titolo provvisorio per un diario tra prosa e poesia di Michele Nigro, di prossima pubblicazione…)

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(ph M.Nigro©2023; titolo: “Ho levato la suoneria del telefono più di vent’anni fa!”)

“La neolingua della politica” di George Orwell

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Dopo aver letto il pamphlet “La politica e la lingua inglese” di George Orwell, nella traduzione per Garzanti di Massimo Birattari e Bianca Bernardi, molti, troppi sarebbero i passaggi da voler citare (rischiando così, nell’enfasi citazionista, di disarticolare la tesi che anima lo scritto), e molte sono di fatto le domande e le riflessioni suscitate dalla lettura di questo breve saggio dell’autore di “1984”. Sintetizzando in maniera brutale: se il pensiero influenza il linguaggio, il linguaggio adottato da un popolo influenza il suo pensiero, e quindi la sua anima, le sue aspirazioni, le sue idee. Un’influenza “circolare” difficile da costruire – il limite temporale immaginato da Orwell per il completamento del “passaggio” era, e forse è ancora, il 2050! – e altrettanto difficile da scardinare, se non attraverso consistenti traumi storici e culturali. Da qui, per invertire il trend negativo, l’esigenza pratica di nutrire il linguaggio, e quindi il pensiero, con letture che arricchiscano il proprio “paniere idiomatico”. Senza dare la colpa alle “condizioni sociali presenti”.

Se nell’appendice a “1984”I principi della neolingua – compare tra i primi obiettivi il conseguimento di una semplificazione del lessico che rasenta l’umorismo (le parole inventate da Orwell per il “Dizionario di neolingua” sono ridicole e fanno ridere perché lontanissime dalle nostre consolidate abitudini linguistiche: sbuono, sessoreato, nutriprolet, sbuio… Integrare un’intera lingua in pochi termini) allo scopo di bloccare sul nascere lo sviluppo del pensiero per mancanza di “materia” con cui elaborarlo e ampliarlo, nel nostro tempo presente con il cosiddetto “politichese” (volendo restare nell’ambito politico-ideologico) si vuole raggiungere lo stesso obiettivo distopico ma con un linguaggio non più “asciugato” dalle direttive di un partito dittatoriale come nel romanzo di Orwell, bensì reso disarticolato da una vacua complessità: in questo caso il pensiero viene letteralmente “affogato” non già dalla mancanza di lessico ma dal suo disordinato eccesso. E Orwell riporta dalla sua epoca, con tanto di riferimenti, ben 5 autorevoli esempi di “cattiva lingua” utilizzata in pubblico e per il pubblico.

La prosa moderna si allontana dalla concretezza: ha eliminato i verbi semplici, abusa di cliché e di formule vuote per “stordire” l’interlocutore. Ma oggi, in paesi liberi come l’Italia, a chi conviene, lì dove sono assenti palesi dittature, mantenere e alimentare un linguaggio che allontana la popolazione dalla realtà delle cose? Oserei dire, anche se non riportato nel pamphlet di Orwell, che conviene alla finanza, alla macchina consumistica in cui siamo coinvolti. Non c’è un chiaro pericolo Socing – come nel romanzo “1984” -: la politica (persino quella dittatoriale, divenuta anacronistica e poco “comoda”) si è ormai da decenni consegnata mani e piedi ai meno evidenti e più proficui meccanismi della finanza mondiale che tutto condiziona e influenza. Perché affannarsi a ottenere il controllo di un popolo con la violenza o addirittura con l’invenzione di una neolingua che ne renda rachitico il pensiero, quando si può ottenere lo stesso risultato confondendo il linguaggio e “anestetizzando” quel popolo con discorsi vacui e insinceri? Perché imporre l’onnipresenza di un Grande Fratello quando siamo noi stessi che – pur conservando intatto il nostro vocabolario – ci consegniamo spontaneamente al controllo del “Grande Fratello Social“?

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Nota a “Radici” di Antonietta Cianci

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C’è tutto l’impeto tipico dell’opera prima nella raccolta “Radici” di Antonietta Cianci (Ed. Transeuropa; collana di poesia “Nuova poetica 3.0” – 2019): la voglia di raccontarsi e abbandonarsi a un troppo detto, troppo spiegato, a un accapismo che vorrebbe tenere a freno, invece, lo sviluppo di una dolce novella in prosa. Scrive bene il prefatore, Carmine Cimmino: “… A prima lettura, pare che i versi abbiano il ritmo della riflessione ad alta voce… […] … poi rileggi, e senti che sotto la durezza dell’ “andamento” prosastico c’è la delicatezza delle luci della memoria…”. Immagini sobrie e lapidarie gareggiano con ampi sfoghi amorosi, nostalgici, ripercorrenti ed autoanalizzanti. Spesso, forse troppo spesso, interviene un’anafora a rinforzare un’invocazione che diventa preghiera malinconica, rimpianto, resa dei conti con luoghi, esistenze, persone e città amate (“… pace / quella che sale dalle viscere della nostra Napoli / che parla di silenzi / con la lingua del rumore…”). Con sé stessa — l’autrice —, con un io e te incompleto, ormai sfumato, appartenente al passato, non funzionante, rotto ma agrodolcemente presente come un’ossessione che fa compagnia durante l’esilio.

Pur inciampando, a volte, in “romanticherie” ostili alla poesia e in passaggi prevedibili, i versi di Antonietta Cianci rappresentano un bel viaggio, passionale e appassionato, ben descritto e sentito anche da chi legge, nell’animo (e fuori da questo) di una persona che ricerca sé stessa e ama raccontare ciò che vede o ricorda. Tutti i sensi sono coinvolti (“… nell’aria assolata / che profuma di oleandri… […] … ogni cosa / cambia colore… […] … ogni cosa / mutando forma / si bagna di luce…” e ancora: “mentre immergete / i piedi nell’acqua salata…”); tutte le angosce, le speranze e le dolcezze sono coraggiosamente esposte al sole della parola (“… E adesso sto a viso scoperto / nessun velo sopra il mio volto”). A scrivere è un’anima in eterna partenza, sospesa ma in movimento, in bilico tra i binari di un’imprecisa andata e di un ritorno quasi sempre di cuore, e in attesa di conoscere la meta definitiva (“Solo la mia valigia rumoreggia / sul breve percorso verso la stazione…”; “… e la zingara alla stazione / mi dice che ho gli occhi tristi…”; “… un ordine per fermarmi. / E stare.”).

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Nota a “Poesie scritte sul retro di scontrini” di Alessandro Salvi

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In quest’epoca di poesie minori, pensieri minimi, di poeti “spacciatori di farmaci” sotto forma di versi, vendutissimi e richiestissimi sul territorio nazionale a suon di reading perché (dicono i maliziosi) facilmente assimilabili da un pubblico poco esigente e (dicono sempre i maliziosi) poco preparato in ambito poetico, uscirsene con una raccolta di “Poesie scritte sul retro di scontrini” potrebbe sembrare l’ennesima operazione ruffianesca per strizzare l’occhio ai lettori sempliciotti di cui sopra. Alessandro Salvi sa benissimo (infatti già a pag.3 decreta: “La differenza tra prosa e poesia? / La prosa dice, la poesia seduce.”) che la brevità in poesia può scadere facilmente in aforisma inutilmente lapidario o addirittura in prosa banale che nulla insegna; ma avvertiva – rivolgendosi a un suo studente furbetto – il buon Prof. Keating del film L’attimo fuggente: “Non importa la semplicità della poesia […] La poesia nasce da tutto ciò che ha una scintilla di rivelazione. Cerchi solo che la sua poesia non sia banale…”. E di rivelazioni, nella silloge di Salvi, nonostante il tempo di lettura da eiaculazione precoce, ve ne sono disseminate in gran quantità tra le pieghe di tematiche quotidiane e non sempre profondissime. E poi – vuoi mettere? – l’opportunità di imparare un termine come “miosotide”! La silloge inizia e termina in maniera leggera, con al centro un corpus di poesie “più articolate” e metricamente impegnate (accompagnate, a volte, da suoni intriganti come: “L’alterna assurda arsura alla mia gola”, pag.9). Ci piace pensare che siano state scritte non solo simbolicamente ma anche ideologicamente sul retro di scontrini come a voler dichiarare l’antagonismo dell’Autore alla messa in vendita di ciò che – ovvero la libertà del pensiero poetico – non può essere svenduto o ridimensionato a seconda dell’andamento dei mercati editoriali o del “likesimo feisbucchiano”. Stare sul lato opposto del commercio, quello “in bianco” del retro, sul lato non “scontrinabile” dell’anima: dove altro volete che dimori un poeta?

XII *

È una farfalla?
Dal bancone svolazza
uno scontrino.

* (da “Poesie scritte sul retro di scontrini”, silloge di Alessandro Salvi; Fallone Editore – 2018. Collana “Il leone alato”, diretta da Andrea Leone)

Leggi qui: Recensisco

Sette quadri da “La Prigioniera”, Aa. Vv.

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Onorato di essere tra gli Autori selezionati per l’antologia proustiana di LaRecherche.it, curata da Giuliano Brenna e Roberto Maggiani, intitolata Sette quadri da “La Prigioniera”.

Per leggere e/o scaricare l’ebook: QUI!

“… in occasione dei 150 anni dalla nascita di Marcel Proust facciamo festa pubblicando la consueta antologia proustiana di LaRecherche.it. Hanno contribuito alla sua realizzazione ben 86 autori con opere di narrativa, di poesia o visive…”

 

“Quarantena” su Kairos 3/2021

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La mia poesia inedita intitolata “Quarantena” è stata pubblicata sul fascicolo 3/2021 (digitale e cartaceo) della rivista culturale trimestrale Kairos.

Per leggerla sul pdf del numero: QUI! Oppure direttamente sul sito di Kairos: QUI!

Grazie alla Redazione per l’attenzione e la scelta!

Kairos è una rivista culturale fondata e creata da una comunità di giovani artisti e intellettuali, che accoglie voci di altre esperienze. Attraverso la scrittura, Kairos interpreta la realtà come un prisma, da prospettive molteplici. Kairos è una testimonianza, di resistenza e di alterità, un ritorno e un tentativo di oltrepassamento. La rivista ha cadenza trimestrale ed esce il primo del mese, in formato digitale e cartaceo. Propone scritti di letteratura, filosofia, arte e creazioni multimediali. Kairos è una riflessione sul tempo dell’opportunità.” (dal sito)

“Noi credevamo” di Anna Banti: romanzo sul disincanto catartico

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In quest’epoca di politica twittata e di appiattimento ideologico, leggere Noi credevamo di Anna Banti è come fare un viaggio salutare alle origini dell’idealismo, per vivisezionarne le cause, i propositi, forse comprenderne i fallimenti. Il Risorgimento è solo un pretesto, uno scenario storico facilmente sostituibile benché caro a ogni italiano degno di essere definito tale e amante della propria storia: la formazione dell’uomo rivoluzionario, tuttavia, resta un mistero; solo verso la fine del romanzo l’autrice avanza ipotesi da ripescare nell’adolescenza di Domenico Lopresti – il protagonista del romanzo –, nelle “favole risorgimentali” ascoltate per bocca dei protagonisti di altre vicende duosiciliane perdute nel tempo, nell’impronunciabile ombra di un padre carbonaro scomparso troppo presto, nella scoperta dell’amore platonico che è il carburante non dichiarato dell’idealismo politico. Il risultato di un coacervo di ideali, puri e non inquinati dall’informazione lenta di un’epoca lontana dalla nostra ma che ne determina gli esiti, destinati a schiantarsi contro le mura inesorabili della Storia decisa da chi è più potente e veloce. Quello che desideriamo, e che giudichiamo giusto per tutti, contro quello che è materialmente necessario per altri, per pochi, per forze in campo capaci di sfruttare gli idealismi.

A cosa sono serviti i sacrifici, le morti, le inimicizie, le lotte clandestine, l’azione eversiva, i rischi corsi, i “maestri” idealizzati, le delusioni causate dai tradimenti di chi consideravamo compagni e fratelli, le sofferenze del carcere borbonico, se alla fine la società ottenuta, partorita da patriottiche unità scritte a tavolino da chi non è realmente interessato a una vera Unità, è deludente forse più di quella che si va a sostituire? Si sostituisce un re con un altro re solo per accorgersi che il problema risiede nella natura (quella sì, difficilmente sostituibile) dell’uomo, nella sua ancestrale immutabilità dinanzi agli eventi storici e ai nobili ideali rivoluzionari, nel suo scoraggiante e rassegnato immobilismo che è terreno fertile per i conquistatori di turno. Allora non resta che riesumare in vecchiaia, scrivendoli su carta, i ricordi di un insieme che non ha prodotto i cambiamenti sperati, di un noi laicamente credente presso cui riscaldarsi come davanti a un fuoco interiore resistente al tempo e al disincanto. Ogni epoca avrebbe bisogno di un “Garibaldi ideale” da attendere, di una nazione migliore da costruire, di un sistema politico che non sia solo la successione del precedente, di una “Città del Sole” di campanelliana memoria sul cui modello costruire la repubblica sognata, idealizzata, desiderata per sé e gli altri: e invece ci si adatta a un’unità malriuscita, a una sgangherata annessione che è ben lontana dall’ideale italico coltivato dalla cultura classica. Il Dante letto e riletto da Lopresti in carcere ne è la traccia letteraria.

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Fravecare e sfravecare in scrittura

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Devo ammettere che non mi è capitato quasi mai, anzi sicuramente mai, di utilizzare il “colorito locale”, certe espressioni dialettali della regione in cui sono nato e vivo, nei miei scritti qui sul blog o altrove. Non per una questione di snobismo linguistico, di pudore antiprovincialistico, anche perché considero la lingua napoletana ricca, interessante e “internazionale”, ma più per una semplice mancanza di occasioni.

C’è un bellissimo detto della mia terra che recita così: “Chi fraveca e sfraveca, nun perde maje tiempo” ovvero “Chi fa e disfa, non perde mai tempo”. Chi si dà da fare, anche rifacendo percorsi per ricominciare daccapo, per ridarsi un nuovo inizio dal punto di vista esistenziale (Koestler parlava, dal punto di vista evoluzionistico, di un “rinculare per saltare”, di involvere per cambiare), vuole dimostrare che il proprio impegno è serio, autocritico, profondo, strutturato; che si intende giungere al termine dell’opera (qualunque essa sia) nel migliore dei modi, non raffazzonando una forma a caso ma esigendo da sé stessi un prodotto finale all’altezza della domanda (propria o di altri). Occorre molta pazienza sia per fravecare che per sfravecare, anzi direi di più nella fase altamente critica della sfravecatura, quando è richiesta una decostruzione ragionata del proprio operato, quando sarebbe fin troppo facile deprimersi, gettare la famigerata spugna, mandare al diavolo l’idea che inizialmente ci era sembrata favolosa e agevole da realizzare.

Si potrebbe applicare lo stesso aforisma anche alla scrittura? Direi che l’attività scritturale si presta, o dovrebbe prestarsi, in maniera naturale, fisiologica, al concetto dinamico di fravecatura e sfravecatura: bisogna nutrire fortissimi dubbi − e a volte si nota già la sua debolezza durante la lettura, senza dover compiere ulteriori indagini – dinanzi a uno scritto che non ha subìto un’azione, anche violenta e destrutturante, di sfravecatura, soprattutto quando ciò non avviene in itinere ovvero quando sembrerebbe che si sia giunti a un buon punto e che l’opera sia ormai in discesa verso un’ipotetica fine. È proprio quando ci si rilassa, quando lasciamo fare tutto il lavoro alla gravità, pensando che il testo sia compiuto e pronto per la pubblicazione, che il dubbio sfravecante dovrebbe insinuarsi in maniera proficua nella mente dello scrivente. Ma l’autocritica, lo sappiamo, è una pratica difficile da applicare: occorre sviluppare un “terzo occhio critico” capace, anche a distanza di tempo (la decantazione è uno dei più importanti “fattori sfravecanti”), di individuare i punti deboli di un testo, i suoi errori, le incongruenze, le parti da disfare, da sfravecare appunto, da migliorare, da eliminare, da aggiungere, da smontare per vedere come sono fatte dentro, come quando da bambini smontavamo i giocattoli per vedere come erano organizzati al loro interno, come funzionavano, quali segreti nascondevano, quali deludenti retroscena meccanici erano occultati nelle loro viscere…

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