“Il fantasma dentro la macchina” di A. Koestler diventa audiolibro

maxresdefault

Grazie al lavoro meritorio di Rossana Marino, il saggio di Arthur Koestler “Il fantasma dentro la macchina” è diventato un comodo audiolibro gratuito e consultabile dal pubblico interessato: sul canale YouTube che ospita le letture, ogni capitolo del libro corrisponde a una “puntata” dell’audiolettura. Di seguito si propone il primo capitolo: i successivi, di diversa durata, sono elencati nel canale e facilmente riproducibili.

Nel ringraziare Rossana Marino per questa iniziativa che le fa onore, vi auguro buon ascolto… in attesa di una ri-edizione italiana di questo importantissimo scritto (attualmente ancora fuori catalogo e quindi non disponibile sul mercato editoriale!) che, oltre a essere fonte di complesse e inesauribili riflessioni biologico-filosofiche, è stato e sarà istigatore di altre idee e creazioni artistiche…

Le ostriche di Johannesburg

(tratto dalla raccolta di racconti “Esperimenti”)

102633523-cefb3260-b510-4a45-988e-198ec3cb42e9

“… Nessuno si preoccupava più del vertice saltato, perché tanto tra sei mesi ne avrebbero fatto un altro nel Burkina Faso dal titolo: “Le proteine digeribili nell’Africa del Nuovo Millennio: prospettive e speranze per un mondo migliore”.

Mentre il Presidente di turno dell’ U.P.S.P. succhiava senza tregua la polpa delle ostriche dal loro involucro grossolano aiutandosi con un cucchiaino d’argento, sentì qualcosa di duro e liscio sotto i denti e fece appena in tempo a sputare fuori il corpo estraneo che altrimenti avrebbe ingoiato insieme al premiato mollusco. Si trattava di una perla. Sul mercato dei gioielli avrebbe fruttato un bel po’ e la rarità della scoperta (i cuochi sono molto attenti a certe preziose sorprese mentre cucinano) causò interessi e ipocrite pacche sulla spalla da parte di chi aveva solo gustato la polpa senza la fortuna di masticare perle. I bottoni delle camicie erano messi a dura prova e i tailleur delle signore puzzavano di frittura…”

Avatar di Michele NigroN I G R I C A N T E

“Signor Presidente…! Fuori piove a dirotto e la città a quest’ora sarà piena di poveracci che vagano alla ricerca di un posto asciutto in cui ripararsi, dal momento che le loro bidonville avranno già imbarcato acqua e altre cose indefinibili…!” – disse il segretario affettato con un tono tra il divertito, pensando alle “cose indefinibili” su cui aveva a stento trattenuto la lingua e il preoccupato, pensando al doppiopetto del Presidente, firmato Ermenegildo Zegna. Il costoso abito non avrebbe reagito bene all’acqua piovana se per caso il Presidente, colto da un raptus di solidarietà popolare, avesse deciso di camminare a piedi tra le strade di Johannesburg fino al quasi vicino centro congressi in cui si teneva il “raduno” internazionale dell’Unione Presidenti Solidali e Preoccupati (sigla U.P.S.P. – che sembra più un richiamo usato da vecchi sporcaccioni quando vogliono attirare l’attenzione di giovani ragazze sugli autobus o all’uscita delle scuole!…

View original post 555 altre parole

Il giorno dei vivi

248340875_2418063231662912_1248657922144761987_n

La casa risuona di nuovo come allora
vapori ottobrini e ospiti inattesi
inviti contaminati d’altri evocano
risa dimenticate nel tempo, e le vicine campane
a scandire il desinare frettoloso dei nevrotici
zii mausolei, comiche cugine zitelle in trasferta
mobili tarlati, scampati alle bombe, bagnati di liquori
caduti per scosse di terra in moto
e lesioni alla natura dei lenti,

non più tavoli giovani
divisi dai grandi, buoni e cattivi
parenti frizzanti o muti,
riesumando echi stagionati tra le mura
succedono generazioni
accadono reunion smussando perdite

si riciclano i sopravvissuti
tra fritti e bolliti d’antan
pranzi sotto i ritratti austeri
degli estinti in qualche modo
nel vociare presenti
ai raduni di famiglia.

Tempo al tempo

Da “Nessuno nasce pulito” (ed. nugae 2.0 – 2016)

Avatar di Michele NigroN I G R I C A N T E

il cimitero può attendere

Non lasci in pace nemmeno

le croste sulle ferite,

pretendi rapide guarigioni

vittima di inutili progressi.

Seppellitemi con la barba

non radete il mio viso

in preda a un’estetica della morte,

affinché persino i vermi

si stupiscano

dinanzi alla pazienza dei miei tempi.

View original post

Ora sesta

mirror

Come muta l’amicale consenso
in strabordante fiele d’odio
quando non più asta sei che sorregge
specchi in cui rimiravano presunte gesta
ma muro dolente nell’assenza
narrante solenni vacuità.

I monastici orari del desinare
il silenzio che avvolge il lieto pasto,
si sfaldano le rivalse
neve umana al sole della morte
sul mondo e sugli eventi.

Carceri

IMG_20211013_112900

Il vantaggio del mattino
sta in un’alba senza voci
pagine nel silenzio attendono
occhi nuovi e mani riposate,

è sulle foglie d’ulivo
che risplende il primo sole
lode alle carceri

scapestrati per strade in discesa
vagano come bande medievali, ignari
bottiglie rubate e palloni da calciare
tra di essi – forse – il poverello del secolo.
Di questi tempi, un anno fa
disagio mondiale e dolori privati

ormai vecchi, simili a ferite chiuse da sorrisi
li offriamo in preghiera al Re dei re,
non visita più i cuori la malinconia serale
in cambio forze fedeli al calare del mondo.

(ph M.Nigro©2021)

Alieno all’acqua

10622768_10152863789365934_4317865554740192901_n

Conati d’anima sulla non vita
muovono il passo fugace all’uscio,
come corde d’evasione calate sul mondo
sono i filacci salivari di rigurgito psico-
somatico mentre lavi la bocca traditrice
mangiapane da figliuol prodigo incallito

vibra ogni volta la cassa del torace pugnalato,
vorrebbe sputar fuori decenni di tossine esistenziali
le vicende accumulate, l’amaro del giorno
le sopportate genti e i tanti spilli nella carne

il fegato che morendo gode su poesie da tavola,

è una liberazione questo zaino domenicale
troppo nuovi i rari scarponi da limare
sulle strade del santo a fingerti eremita senza tosse.
Datemi vino, non acqua!
– miracoli come il Cristo non ne ho da fare –
per evitare gli spasmi del mio atavico alien
che spinge e spinge dall’interno del me allignato,

vuole uscire per la sua ora d’aria, squarciare l’equilibrio
e il petto dolente dalle ore sedate,
non trova pace tra la carta, nella quiete casalinga
dei conti già fatti senza speranza all’imbrunire.

Riguardo al film “Genius” e agli editor, su Pangea.news

jenius pangea

Il mio articolo “Due, tre cose sul (dal) film Genius di Michael Grandage” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

Nota a “Radici” di Antonietta Cianci

9788831249287_0_536_0_75

C’è tutto l’impeto tipico dell’opera prima nella raccolta “Radici” di Antonietta Cianci (Ed. Transeuropa; collana di poesia “Nuova poetica 3.0” – 2019): la voglia di raccontarsi e abbandonarsi a un troppo detto, troppo spiegato, a un accapismo che vorrebbe tenere a freno, invece, lo sviluppo di una dolce novella in prosa. Scrive bene il prefatore, Carmine Cimmino: “… A prima lettura, pare che i versi abbiano il ritmo della riflessione ad alta voce… […] … poi rileggi, e senti che sotto la durezza dell’ “andamento” prosastico c’è la delicatezza delle luci della memoria…”. Immagini sobrie e lapidarie gareggiano con ampi sfoghi amorosi, nostalgici, ripercorrenti ed autoanalizzanti. Spesso, forse troppo spesso, interviene un’anafora a rinforzare un’invocazione che diventa preghiera malinconica, rimpianto, resa dei conti con luoghi, esistenze, persone e città amate (“… pace / quella che sale dalle viscere della nostra Napoli / che parla di silenzi / con la lingua del rumore…”). Con sé stessa — l’autrice —, con un io e te incompleto, ormai sfumato, appartenente al passato, non funzionante, rotto ma agrodolcemente presente come un’ossessione che fa compagnia durante l’esilio.

Pur inciampando, a volte, in “romanticherie” ostili alla poesia e in passaggi prevedibili, i versi di Antonietta Cianci rappresentano un bel viaggio, passionale e appassionato, ben descritto e sentito anche da chi legge, nell’animo (e fuori da questo) di una persona che ricerca sé stessa e ama raccontare ciò che vede o ricorda. Tutti i sensi sono coinvolti (“… nell’aria assolata / che profuma di oleandri… […] … ogni cosa / cambia colore… […] … ogni cosa / mutando forma / si bagna di luce…” e ancora: “mentre immergete / i piedi nell’acqua salata…”); tutte le angosce, le speranze e le dolcezze sono coraggiosamente esposte al sole della parola (“… E adesso sto a viso scoperto / nessun velo sopra il mio volto”). A scrivere è un’anima in eterna partenza, sospesa ma in movimento, in bilico tra i binari di un’imprecisa andata e di un ritorno quasi sempre di cuore, e in attesa di conoscere la meta definitiva (“Solo la mia valigia rumoreggia / sul breve percorso verso la stazione…”; “… e la zingara alla stazione / mi dice che ho gli occhi tristi…”; “… un ordine per fermarmi. / E stare.”).

Continua a leggere “Nota a “Radici” di Antonietta Cianci”

Nota a “Ore piccole” di Emilio Paolo Taormina

9788866446064_0_536_0_75

Eleganti e arcaici sono i versi di questa nuova raccolta del poeta palermitano Emilio Paolo Taormina intitolata “Ore piccole” (Giuliano Ladolfi Editore, 2021; collana “Perle poesia” diretta da Roberto Carnero) e caratterizzati da uno stile taorminiano inconfondibile. Versi, la cui genesi è affidata alla spontaneità dei sensi e a null’altro, non ossessionati dall’ordine di maiuscole e punteggiature — quasi una scelta controcorrente in salsa beat di decostruzione della forma metrica classica per assecondare un flusso di coscienza poetica che non ammette interruzioni o inutili abbellimenti — e che ripropongono un’interessante verticalità ungarettiana: il lettore è coinvolto in un tuffo senza soste verso il mare accogliente ma profondissimo del ricordo e della bellezza vissuta.

Come nella precedente raccolta di Taormina, non mancano gli elementi naturali e “casalinghi”: la Natura è testimone di ritorni e di epifanie, è fedele accompagnatrice nei processi mnemonici e nelle scoperte del poeta, nel rispolverare un sé stesso “antico”, primordiale, dimenticato sembrerebbe a causa del tempo ma non rimosso, anzi ancor più vivido in una ricostruzione che sostiene tutto il peso di un lungo vissuto e che ritorna avvolto tra le braccia sapienti della poesia che rende eterno anche il momento più scontato: momenti d’amore, di affetto familiare, di sperimentazione giovanile…; le cose di casa, gli “oggetti” naturali, il forte simbolismo che collega il tutto armonicamente, collaborano alla stesura di verità solo all’apparenza dissepolte al momento, ma in realtà sempre presenti nel cuore del poeta: solo i comuni mortali non le vedono; solo chi vuole veramente dimenticare non chiede aiuto alla poesia.

Continua a leggere “Nota a “Ore piccole” di Emilio Paolo Taormina”

Intervista a Michele Nigro, a cura di Roberto Guerra

Ho avuto il piacere di rispondere alle domande di Roberto Guerra per un’intervista pubblicata su NeofuturismoAsino Rosso Ferrara. Segue uno stralcio…

intervista asino rosso

[…] Più in generale, come vedi oggi la poetica/cultura contemporanea? 

È meno audace, più uniformata a standard che, forse per ragioni generazionali, non comprendo e con cui non sono assolutamente in sintonia: dalla musica all’editoria, tranne rari casi, vige la regola per cui se esci da una scuola omologante o sei un autore affermato che ha già portato introiti, anche se in seguito scrivi boiate continui a usufruire di un certo “pompaggio” del marketing. In sintesi, viene portato avanti il personaggio che vende e non l’opera o, appunto, la poetica di un autore. Quindi, anche se lo scenario non è del tutto disastrato e irrecuperabile come potrebbe sembrare da questa mia risposta, in un sistema del genere di quale poetica si può mai parlare?

La cultura è una “cultura di piazzamento” e bisognerebbe parlare di “ranking poetico”. La colpa non è solo delle case editrici o  ̶  per dirla alla Battiato  ̶  degli “addetti alla cultura”, ma soprattutto di un abbattimento della qualità della domanda da parte di un pubblico impreparato e che ama volare in superficie, a pelo d’acqua, per mancanza di tempo e di un autentico interesse: a una poetica di ricerca, non subitanea e quindi poco accattivante, si preferisce il guitto che fa cantare il suo pubblico durante i reading, che va in tv tre volte a settimana, che riempie le sale credendo così di diffondere la poesia, che litiga sui social, che innesca polemiche politiche e alza polveroni mediatici per vendere meglio e di più… Parlerei di una “poetica mediatica” che è l’unica, oggi, a contare.

La cultura è la risposta che la parte pensante di una società dà ai problemi del tempo attraverso le sue opere: se la risposta è quella attualmente in circolazione nel mainstream, è evidente che sono mutate le esigenze culturali e, arrivo a dire, spirituali del pubblico che alla fine acquista una tipologia di prodotti. Non c’è soluzione, deve andare così. È la caratteristica dell’epoca. L’importante è essere coerenti con sé stessi e con la propria poetica. […]

Per leggere l’intervista completa:

Neofuturismo

Asino Rosso Ferrara

Roby Guerra Futurista

Per leggere la “versione small”:

CorrierePL.it

versione integrale pdf: Intervista a Michele Nigro, a cura di Roberto Guerra

intervista neofuturismo

Stelle di terra

notte stellata

Nel firmamento di invendute nullità
brilla fulgido e sconosciuto
l’astro del “lei non sa chi sono io!”,

cosa imparammo dalla natura
dal suo anonimo silenzio?,
sui portoni del tempo
non leggo che etichette arrugginite
e senza gloria.

“Logiche autunnali”, su Pangea.news

logiche autunnali pangea

Il mio articolo “Logiche autunnali” (già pubblicato su “Nigricante”qui, e in seguito ripreso anche su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

Fede e Poesia

82245767_10221162252428453_4855387453554425856_n

Da lontano, minuscoli e pietosi
nell’immobile aria della sera
i pesanti atti di future sfide
appaiono finalmente
ridicoli gli affanni umani
e le questioni pendenti

le parole ignoranti diventano
scherzi d’autunno.
Darete nomi antenati
agli inattesi frutti dei lombi
per sopravvivere al tempo disperato
all’estinzione forse meritata del cognome,

fino a quando dureranno
le scorte di fede racimolata
dall’ultimo banco dell’assemblea
e di poesia serale
a mitigare dolori ancestrali
rimpianti nuovi di zecca
e quella voglia d’oblio prima di cena.

Carla Malerba su “Pomeriggi perduti”

Ricevo e con piacere pubblico una nota della poetessa aretina Carla Malerba, che ringrazio, alla mia raccolta “Pomeriggi perduti”

POMERIGGI PERDUTI

di Michele Nigro (Kolibris edizioni)

Lettura di Carla Malerba

Mai titolo potrebbe parere più incline ad una poesia di sentimento come Pomeriggi Perduti di Michele Nigro, ma fin dalle prime pagine l’autore ci conduce ad una lirica fortemente introspettiva la cui progettualità è introdotta da alcuni versi di Whitman indicativi per l’approccio ai temi centrali della raccolta.

Quella di Nigro è una scrittura che affascina anche per l’ironia con cui si guarda intorno e con cui affronta i temi esistenziali instaurando un forte legame tra la presa di coscienza della negatività e la fiducia nella poesia.

Si aggiungono nel corso della lettura poetica limpide immagini: “una preghiera involontaria/ diventa strada tra pietre/ antiche”, c’è l’amore che è stato e che riverbera con i richiami agli sguardi e ai ricordi, senza toni elegiaci, ma con ferma consapevolezza dei mutamenti che il tempo prepara.

Ci sono delle straordinarie fotografie liriche dove i minareti sono

 illuminati come razzi/ a Cape Canaveral

I toni sono contenuti, ma alti: si maledice l’estate perché è stata quella dell’assenza. Per questo è necessario arricchirsi con tutto ciò che è vita come colori e vento, strade deserte mentre risuona la voce di una lei assente:

… faccio scorta/ di immagini e di vento/ di stelle sorgenti/ di colori e di ronzii/ nel silenzio dell’angolo, …

La raccolta va oltre, spazia e cita nei versi le affinità con gli autori amati, rievoca i luoghi di viaggi e di vita come nell’intensa lirica Caffè Albania. Versi che più si leggono e più colpiscono, allacciano il cuore a percorsi sconosciuti, raccontati con una lingua curata, ma mai artificiosa.

Percorrenze, immagini, amori, consapevolezze: al grande trambusto estivo che distorna talvolta i pensieri del poeta si sostituisce il desiderio del gelo che tutto acquieta/ che zittisce/… / i dolori infreddoliti del mondo.

La ricerca di Michele è ancorata anche ad uno sguardo pensoso sul dopo e i suoi versi riecheggiano nelle orecchie del lettore:

Esisteranno, un giorno che non chiameremo
più giorno
anche per noi
un tempo e uno spazio
(non più tempo, non più spazio)
in cui diluire la vita incompresa, la non riuscita
e quella non digerita, in cui disperdere
le questioni di principio e gli affanni
i quotidiani attriti dell’inutile fare […]

Continua a leggere “Carla Malerba su “Pomeriggi perduti””

Nota a “Lo scarto della retina” di Daniele Zanghi

IMG_20210921_165455

Dietro la poeticità bella a leggersi e la sicurezza dell’eloquio rappresentate nelle 12 poesie della silloge di Daniele Zanghi, intitolata “Lo scarto della retina”, si nascondono un milione di domande irrisolte e ataviche. C’è una domanda incombente sull’origine delle cose quotidiane apparentemente scontata e dei ricordi, sulla natura del presente visibile; una domanda — “Ma le linee dove furono stabilite?” — che non può non interessare il confine tra sogno e realtà, da sempre esplorato e mai del tutto (per fortuna!) definito. I conflitti umani nascono dall’ignoranza e da una visione limitata della realtà, ma il dolore reale non fa domande, è sincero: semplicemente è. L’umanità in generale — il poeta in particolare — vede oscillare gli eventi storici tra l’entusiasmo scientista per un impietoso progresso di fine ‘800 e un più ingannevole e micidiale benessere moderno ed estetizzante in cui, soddisfatti e acritici, siamo tutti immersi. Nessuno escluso. A salvarci, forse, è uno scarto della retina: quel non visto o visto appositamente male (offerto dalla poesia?) che ci assicura sopravvivenze tra terre inesistenti e vuoti su cui dover passare nonostante tutto. Quella di Zanghi è una poesia che s’interroga continuamente: sul perché dell’esserci (“Perché mi trovo a questo tavolo?”), sul mistero delle scelte umane (“è mai esistito qualcuno / che volesse qualcosa?”), sulla fatalità del trovarsi in un dato posto. L’abc di domande filosofiche formulate millenni fa, qui diluite in versi non facili ma impegnativi per il lettore nel tentativo di disinnescare un gioco ben riuscito tra gesto concreto e surrealismo. A volte una necessaria lontananza (“Sono così lontano da tutto”) offre le risposte più giuste; ci predispone a un salvifico distacco del pensiero dall’ovvietà del vivere quotidiano, per riscoprire il bambino che ritarda dietro il gruppo e che, per questo motivo, è ancora capace di difendere i propri sogni in evoluzione.

V *

Ad uno scarto della retina
affido la mia sopravvivenza,
il mio essere,
l’ho detto,
si schianta come un carro in piena corsa
dal quale mi butto.
O meglio, scivolo giù discretamente,
sapendo perfettamente la non-esistenza
della terra
e l’orrore più grande
di un’automatica passerella nel vuoto.

* (da “Lo scarto della retina”, silloge di Daniele Zanghi; Fallone Editore – 2019. Collana “Il leone alato”, diretta da Andrea Leone)

leggi anche:

Recensisco

Scambiamoci i libri!

Dodecalogo del recensore (di poesia)

Anime foglie

242284685_6259954730713655_2868789711926343094_n

Non cadono per noia
del giallo in autunno
le foglie dagli alberi
smossi dai venti del ritorno,

non restano spente, deserte
per diletto le case a taverna
un tempo occupate da masse d’uomo
agitate da feste e teglie di risa
oggi svuotate di morti
– portati via nelle terre sante di collina –
uno ad uno
come in lenti appelli senz’alfabeto
dagli elenchi dell’eterno.

Ora la vedova di colori vestita
per mancanza di dolore
uguale a un ramo spoglio ma vivo
con la cera funebre sulle dita
ancora fresca chiude l’uscio la sera
dando libere mandate da signora assoluta
al resto del dì,

ninna nanne di voci care e perdute
l’accolgono al sonno notturno dell’ancora bambina
quando se ne sale al catodico richiamo
nelle stanze senza più famiglia.

(ph M.Nigro©2021)

Emilio Paolo Taormina su “Pomeriggi perduti”

Ricevo e con piacere pubblico una nota del poeta palermitano Emilio Paolo Taormina, che ringrazio, alla mia raccolta “Pomeriggi perduti”

Nota di lettura a
“Pomeriggi perduti” di Michele Nigro

La poesia di Michele Nigro è una poesia incisiva e colta, a partire dall’epigrafe tratta da una celebre lirica di Walt Whitman, alla dedica a Byron nella prima poesia.
Michele Nigro è un uomo che alle doti naturali, alla passione e curiosità, ha aggiunto il sudore dei gomiti. Possiede una poetica chiara e leggibile. Come un ulivo le sue radici si nutrono della vita, di tradizioni, della memoria, di sentimenti, amori e stupori di viaggiatore tra Istanbul, Palermo, Mondello; si rannicchia come un seme nella terra del presente per catturare la memoria degli attimi fuggenti, come un olio che trattiene le essenze del vissuto: il presente che già diventa memoria.
C’è uno scorrere nell’anima dei luoghi delle origini come un tatuaggio inciso sulla pelle che ti porti dentro, sono il fumo dei sigari fumati in balconi aperti al paesaggio collinoso, i baci come pennellate di acquerelli. I personaggi e i luoghi sono sbozzati nel marmo della memoria come apparenze di un sogno.

Continua a leggere “Emilio Paolo Taormina su “Pomeriggi perduti””

Dottor Alzheimer

John Atkinson Grimshaw, November Moonlight, 1886

Sono arrivato in ritardo
al capezzale del Dottor Alzheimer
ma abbiamo evocato insieme
gli antenati e gli antieroi
dei suoi diari di vecchio medico immemore,

le poesie da tinello sapevano di lascito
i ricordi sparsi sul pavimento dello studio
l’ultimo saluto agli estinti intravisti in me
su dediche di lacrime e inchiostro
non lasciava spazio ad altre richieste
dai prigionieri del presente

bussando alla sua porta con ingenua fiducia
ho rotto il ghiaccio che gelava
le articolazioni della ricerca, e la speranza
di non negarsi alla tribolazione del reale.

Ritroverò come teatri di carta i libri stabili
da leggere solo qui,
e l’ombra di un uomo austero
col viso da mastino a guardia del potere
che da piccolo sembrava
una montagna inaccessibile.

(immagine: John Atkinson Grimshaw, November Moonlight, 1886)

otto settembre

unnamed (1)

Ho firmato un armistizio
con il mondo che mi guarda
solo
quando si riapre l’urna non dei morti.
La chiamano resa incondizionata
questa fuga verso la quiete
dalle genti che sfiorano senza
sapermi

ma la pace e il vento all’imbrunire
il sentirsi tra la folla nel silenzio di foglie
non sanno di resa settembrina,
una dolce rivalsa è la sera
che la città non conosce
sugli autunni trascurati
sulle more non colte
su tutte le ferite
che ancora versano sangue di primavera.