
Nel firmamento di invendute nullità
brilla fulgido e sconosciuto
l’astro del “lei non sa chi sono io!”,
cosa imparammo dalla natura
dal suo anonimo silenzio?,
sui portoni del tempo
non leggo che etichette arrugginite
e senza gloria.
♦

Nel firmamento di invendute nullità
brilla fulgido e sconosciuto
l’astro del “lei non sa chi sono io!”,
cosa imparammo dalla natura
dal suo anonimo silenzio?,
sui portoni del tempo
non leggo che etichette arrugginite
e senza gloria.
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Il mio articolo “Logiche autunnali” (già pubblicato su “Nigricante”, qui, e in seguito ripreso anche su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangea, rivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.
Per leggere l’articolo: QUI!
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Da lontano, minuscoli e pietosi
nell’immobile aria della sera
i pesanti atti di future sfide
appaiono finalmente
ridicoli gli affanni umani
e le questioni pendenti
le parole ignoranti diventano
scherzi d’autunno.
Darete nomi antenati
agli inattesi frutti dei lombi
per sopravvivere al tempo disperato
all’estinzione forse meritata del cognome,
fino a quando dureranno
le scorte di fede racimolata
dall’ultimo banco dell’assemblea
e di poesia serale
a mitigare dolori ancestrali
rimpianti nuovi di zecca
e quella voglia d’oblio prima di cena.
♦
Ricevo e con piacere pubblico una nota della poetessa aretina Carla Malerba, che ringrazio, alla mia raccolta “Pomeriggi perduti”…

POMERIGGI PERDUTI
di Michele Nigro (Kolibris edizioni)
Lettura di Carla Malerba
Mai titolo potrebbe parere più incline ad una poesia di sentimento come Pomeriggi Perduti di Michele Nigro, ma fin dalle prime pagine l’autore ci conduce ad una lirica fortemente introspettiva la cui progettualità è introdotta da alcuni versi di Whitman indicativi per l’approccio ai temi centrali della raccolta.
Quella di Nigro è una scrittura che affascina anche per l’ironia con cui si guarda intorno e con cui affronta i temi esistenziali instaurando un forte legame tra la presa di coscienza della negatività e la fiducia nella poesia.
Si aggiungono nel corso della lettura poetica limpide immagini: “una preghiera involontaria/ diventa strada tra pietre/ antiche”, c’è l’amore che è stato e che riverbera con i richiami agli sguardi e ai ricordi, senza toni elegiaci, ma con ferma consapevolezza dei mutamenti che il tempo prepara.
Ci sono delle straordinarie fotografie liriche dove i minareti sono
illuminati come razzi/ a Cape Canaveral
I toni sono contenuti, ma alti: si maledice l’estate perché è stata quella dell’assenza. Per questo è necessario arricchirsi con tutto ciò che è vita come colori e vento, strade deserte mentre risuona la voce di una lei assente:
… faccio scorta/ di immagini e di vento/ di stelle sorgenti/ di colori e di ronzii/ nel silenzio dell’angolo, …
La raccolta va oltre, spazia e cita nei versi le affinità con gli autori amati, rievoca i luoghi di viaggi e di vita come nell’intensa lirica Caffè Albania. Versi che più si leggono e più colpiscono, allacciano il cuore a percorsi sconosciuti, raccontati con una lingua curata, ma mai artificiosa.
Percorrenze, immagini, amori, consapevolezze: al grande trambusto estivo che distorna talvolta i pensieri del poeta si sostituisce il desiderio del gelo che tutto acquieta/ che zittisce/… / i dolori infreddoliti del mondo.
La ricerca di Michele è ancorata anche ad uno sguardo pensoso sul dopo e i suoi versi riecheggiano nelle orecchie del lettore:
Esisteranno, un giorno che non chiameremo
più giorno
anche per noi
un tempo e uno spazio
(non più tempo, non più spazio)
in cui diluire la vita incompresa, la non riuscita
e quella non digerita, in cui disperdere
le questioni di principio e gli affanni
i quotidiani attriti dell’inutile fare […]

Dietro la poeticità bella a leggersi e la sicurezza dell’eloquio rappresentate nelle 12 poesie della silloge di Daniele Zanghi, intitolata “Lo scarto della retina”, si nascondono un milione di domande irrisolte e ataviche. C’è una domanda incombente sull’origine delle cose quotidiane apparentemente scontata e dei ricordi, sulla natura del presente visibile; una domanda — “Ma le linee dove furono stabilite?” — che non può non interessare il confine tra sogno e realtà, da sempre esplorato e mai del tutto (per fortuna!) definito. I conflitti umani nascono dall’ignoranza e da una visione limitata della realtà, ma il dolore reale non fa domande, è sincero: semplicemente è. L’umanità in generale — il poeta in particolare — vede oscillare gli eventi storici tra l’entusiasmo scientista per un impietoso progresso di fine ‘800 e un più ingannevole e micidiale benessere moderno ed estetizzante in cui, soddisfatti e acritici, siamo tutti immersi. Nessuno escluso. A salvarci, forse, è uno scarto della retina: quel non visto o visto appositamente male (offerto dalla poesia?) che ci assicura sopravvivenze tra terre inesistenti e vuoti su cui dover passare nonostante tutto. Quella di Zanghi è una poesia che s’interroga continuamente: sul perché dell’esserci (“Perché mi trovo a questo tavolo?”), sul mistero delle scelte umane (“è mai esistito qualcuno / che volesse qualcosa?”), sulla fatalità del trovarsi in un dato posto. L’abc di domande filosofiche formulate millenni fa, qui diluite in versi non facili ma impegnativi per il lettore nel tentativo di disinnescare un gioco ben riuscito tra gesto concreto e surrealismo. A volte una necessaria lontananza (“Sono così lontano da tutto”) offre le risposte più giuste; ci predispone a un salvifico distacco del pensiero dall’ovvietà del vivere quotidiano, per riscoprire il bambino che ritarda dietro il gruppo e che, per questo motivo, è ancora capace di difendere i propri sogni in evoluzione.
V *
Ad uno scarto della retina
affido la mia sopravvivenza,
il mio essere,
l’ho detto,
si schianta come un carro in piena corsa
dal quale mi butto.
O meglio, scivolo giù discretamente,
sapendo perfettamente la non-esistenza
della terra
e l’orrore più grande
di un’automatica passerella nel vuoto.
* (da “Lo scarto della retina”, silloge di Daniele Zanghi; Fallone Editore – 2019. Collana “Il leone alato”, diretta da Andrea Leone)
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leggi anche:

Non cadono per noia
del giallo in autunno
le foglie dagli alberi
smossi dai venti del ritorno,
non restano spente, deserte
per diletto le case a taverna
un tempo occupate da masse d’uomo
agitate da feste e teglie di risa
oggi svuotate di morti
– portati via nelle terre sante di collina –
uno ad uno
come in lenti appelli senz’alfabeto
dagli elenchi dell’eterno.
Ora la vedova di colori vestita
per mancanza di dolore
uguale a un ramo spoglio ma vivo
con la cera funebre sulle dita
ancora fresca chiude l’uscio la sera
dando libere mandate da signora assoluta
al resto del dì,
ninna nanne di voci care e perdute
l’accolgono al sonno notturno dell’ancora bambina
quando se ne sale al catodico richiamo
nelle stanze senza più famiglia.
♦
(ph M.Nigro©2021)
Ricevo e con piacere pubblico una nota del poeta palermitano Emilio Paolo Taormina, che ringrazio, alla mia raccolta “Pomeriggi perduti”…

Nota di lettura a
“Pomeriggi perduti” di Michele Nigro
La poesia di Michele Nigro è una poesia incisiva e colta, a partire dall’epigrafe tratta da una celebre lirica di Walt Whitman, alla dedica a Byron nella prima poesia.
Michele Nigro è un uomo che alle doti naturali, alla passione e curiosità, ha aggiunto il sudore dei gomiti. Possiede una poetica chiara e leggibile. Come un ulivo le sue radici si nutrono della vita, di tradizioni, della memoria, di sentimenti, amori e stupori di viaggiatore tra Istanbul, Palermo, Mondello; si rannicchia come un seme nella terra del presente per catturare la memoria degli attimi fuggenti, come un olio che trattiene le essenze del vissuto: il presente che già diventa memoria.
C’è uno scorrere nell’anima dei luoghi delle origini come un tatuaggio inciso sulla pelle che ti porti dentro, sono il fumo dei sigari fumati in balconi aperti al paesaggio collinoso, i baci come pennellate di acquerelli. I personaggi e i luoghi sono sbozzati nel marmo della memoria come apparenze di un sogno.
Continua a leggere “Emilio Paolo Taormina su “Pomeriggi perduti””

Sono arrivato in ritardo
al capezzale del Dottor Alzheimer
ma abbiamo evocato insieme
gli antenati e gli antieroi
dei suoi diari di vecchio medico immemore,
le poesie da tinello sapevano di lascito
i ricordi sparsi sul pavimento dello studio
l’ultimo saluto agli estinti intravisti in me
su dediche di lacrime e inchiostro
non lasciava spazio ad altre richieste
dai prigionieri del presente
bussando alla sua porta con ingenua fiducia
ho rotto il ghiaccio che gelava
le articolazioni della ricerca, e la speranza
di non negarsi alla tribolazione del reale.
Ritroverò come teatri di carta i libri stabili
da leggere solo qui,
e l’ombra di un uomo austero
col viso da mastino a guardia del potere
che da piccolo sembrava
una montagna inaccessibile.
♦
(immagine: John Atkinson Grimshaw, November Moonlight, 1886)

Ho firmato un armistizio
con il mondo che mi guarda
solo
quando si riapre l’urna non dei morti.
La chiamano resa incondizionata
questa fuga verso la quiete
dalle genti che sfiorano senza
sapermi
ma la pace e il vento all’imbrunire
il sentirsi tra la folla nel silenzio di foglie
non sanno di resa settembrina,
una dolce rivalsa è la sera
che la città non conosce
sugli autunni trascurati
sulle more non colte
su tutte le ferite
che ancora versano sangue di primavera.
♦


Bocca di Magra, agosto 1950
“Cara Pierina,
ho finito per darti questo dispiacere, o questa seccatura, ma credi non potevo far altro. Il motivo immediato è il disagio di questa rincorsa dove, non ballando e non guidando, resto sempre perdente, ma c’è una ragione più vera. Io sono, come si dice, alla fine della candela. Pierina, vorrei essere tuo fratello – prima di tutto perché così ci sarebbe tra noi un legame non futile, e poi perché tu mi potessi ascoltare e credere con fiducia. Se mi sono innamorato di te non è soltanto perché, come si dice, ti desiderassi, ma perché tu sei della mia stessa levatura, e ti muovi e parli come, da uomo, farei io se, invece d’imparare a scrivere, avessi avuto il tempo d’imparare a stare al mondo. Del resto, c’è la stessa eleganza e sicurezza in quello ch’io ho scritto e nelle tue giornate. So quindi a chi parlo.
Ma tu, per quanto inaridita e quasi cinica, non sei alla fine della candela come me. Tu sei giovane, incredibilmente giovane, sei quello ch’ero io a ventott’anni quando, risoluto di uccidermi per non so che delusione, non lo feci – ero curioso dell’indomani, curioso di me stesso – la vita mi era parsa orribile ma trovavo ancora interessante me stesso. Ora è inverso: so che la vita è stupenda ma che io ne son tagliato fuori, per merito tutto mio, e che questa è una futile tragedia, come avere il diabete o il cancro dei fumatori.
Posso dirti, amore, che non mi sono mai svegliato con una donna mia al fianco, che chi ho amato non mi ha mai preso sul serio, e che ignoro lo sguardo di riconoscenza che una donna rivolge a un uomo? E ricordarti che, per via del lavoro che ho fatto, ho avuto i nervi sempre tesi e la fantasia pronta e precisa, e il gusto delle confidenze altrui? E che sono al mondo da quarantadue anni? Non si può bruciare la candela dalle due parti – nel mio caso l’ho bruciata tutta da una parte sola e la cenere sono i libri che ho scritto. Tutto questo te lo dico non per impietosirti – so che cosa vale la pietà, in questi casi – ma per chiarezza, perché tu non creda che quando avevo il broncio lo facessi per sport o per rendermi interessante. Sono ormai aldilà della politica. L’amore è come la grazia di Dio – l’astuzia non serve.
Quanto a me, ti voglio bene, Pierina, ti voglio un falò di bene. Chiamiamolo l’ultimo guizzo della candela. Non so se ci vedremo ancora. Io lo vorrei – in fondo non voglio che questo – ma mi chiedo sovente che cosa ti consiglierei se fossi tuo fratello. Purtroppo non lo sono. Amore.”
Cesare Pavese
♦
lettura a cura di Michele Nigro
Continua a leggere “L’ultima lettera di Cesare Pavese a Romilda Bollati (Pierina)”

“saremo versi sciolti fino a morte” (pag. 79)
Straordinaria è la ricchezza di immagini che la poesia di Maria Teresa Infante offre al lettore. Si avverte la sensazione costante di stare in bilico tra il quotidiano e l’infinito; i versi, congegni meccanici le cui componenti piacevolmente stridono a causa di accostamenti catartici e quindi liberatori: bisogna attendere la fine della lirica per sapere a quale insegnamento condurranno. Nulla è spiegato perché “dico di cose / che plasmo a mente / a mente vorrei tenerle / dico cose che non comprendo / mentre vorrei saperle”, ma la poesia non sa, ‘semplicemente’ capta e tenta archiviazioni: in questi versi s’intravede una dichiarazione di poetica. Fare poesia, pur essendo una funzione vitale (“si dà di matto / se rimani a terra”), non sempre è sufficiente: “un po’ d’inchiostro non è mai abbastanza”. La poesia, in questo caso altamente simbolica, è anche invocazione a chiedere presenze, ritorni e risposte, che quasi mai arrivano a completare il sapere ma allargano ulteriormente l’area della ricerca oltre le possibilità della ragione. Nonostante i dolori della vita e il tempo trascorso in maniera inesorabile, si resta fermi al proprio posto, per passione o caparbietà, in attesa che il peggio passi. Ci si consola osservando la foglia accartocciata di montaliana memoria e cogliendo il suo muto messaggio, perché “Anche le foglie hanno le ossa rotte”.
Immagini da un processo di evoluzione interiore non facile o scontato, e da un “elogio della fuga”: solo al ritorno si riconoscono le funzioni dei luoghi, il valore delle persone e dei personaggi, la necessità di una poetica dell’abbandono. Condizioni personali che hanno radici maledettamente salde nel passato: “i piani di fuga fanno cerchio / imprigionano cose vecchie”. Si diceva all’inizio, si passa dal quotidiano all’infinito in un attimo che stupisce e lascia senza fiato, soprattutto grazie a un’inventiva linguistica che in molti punti positivamente spiazza per le acrobazie mentali proposte e le immagini surreali prodotte: mentre crediamo di seguire un fatto minimo, casalingo, che riguarda il corpo finito, ecco aprirsi sotto i piedi del lettore un varco sull’abisso, una botola su un maelstrom psicologico e mnemonico, drastico e fantastico al contempo. E tutto diventa instabile, insicuro, da rivalutare…
Continua a leggere “Nota a “Extrema ratio” di Maria Teresa Infante”

(lamentazione per gli assenti in noi)
Si perdono, strada facendo, brandelli d’ingenuità
esperienza dopo esperienza
ferita dopo ferita
cicatrice dopo cicatrice
morti dopo morti
ricordando i passi falsi di ieri
tra il malaugurio d’anni bisestili.
Nel frattempo, fatto di annunci e silenzi
non è stata esclusa una qualche crescita.
“Domani, 3 settembre 2021
avrò l’età che avevi nell’ora del trapasso:
50 anni, 3 mesi, 13 giorni!”
se i calcoli non sono errati
contando gli stessi attimi d’orologio
sovrapposti tumori di stomaco e spirito
ma con cammini diversi per dislivello e trama,
a partire da domani
ogni giorno sarà un giorno in più per te, attraverso me
rubato al tuo tempo non vissuto, come se fosse tuo
anche se solo mio, gabbare l’altrui destino è impresa ardua.
Sarà simile a un affacciarsi con occhi non tuoi
da finestre d’eredi su cieli dallo stesso cognome.
Tenterò altre sterzate verso la vita matura
forse generando solo figli di carta straccia
segnando sui lenti fogli del confino
lettere imponenti di privati balsami,
ma tu resta accanto a questo figlio incompleto
seguilo in questo tuo tempo in più
regalato ai suoi progetti fumosi,
alla celebrazione fedele dell’altare lucano
agli autunni di parole da scrivere
in tuo onore e per distratte genie a venire.
♦
versione pdf: L’età del trapasso
♦
versione pdf: Due, tre cose sul (dal) film Genius di Michael Grandage

Chi è un autore, generalmente? È un essere scrivente e in pena, in attesa (almeno era così fino all’avvento del self-publishing e del “apriamo le gabbie” di molte case editrici che hanno pubblicato di tutto e di più, pur di vendere e sopravvivere al calo di qualità della domanda) di un “verdetto” editoriale che potrebbe cambiargli, in positivo o in negativo non è dato sempre saperlo, la vita. Chi è un editor, generalmente? È un incrocio tra un alchimista, un chirurgo, un amichevole padre spirituale e un venditore di enciclopedie porta a porta (almeno era così fino all’avvento… rileggere il contenuto della precedente parentesi): gli obiettivi dell’editor sono 1) individuare, se e quando entra nel suo raggio d’intercettazione, un potenziale o già espresso talento; 2) valutare la vendibilità del talento (tenendo d’occhio il tipo di mercato già sondato con altri autori che hanno “funzionato”) 3) la vendibilità dipende, ma non sempre, dal tipo di lavoro più o meno chirurgico e approfondito che si riesce a fare (a volte anche nel corso di anni) sul testo presentato dall’autore e, forse questa è la parte più difficile del lavoro di editor, sul “carattere” dell’autore. Le capacità alchemiche (e veggenti, perché deve riuscire a “vedere”, al posto dell’autore, come sarà il testo una volta che avrà subito le dovute correzioni-corruzioni e soprattutto riduzioni: queste ultime non solo per una questione di “carta” da risparmiare ma soprattutto per una funzionalità del testo che deve “informare” senza tergiversare o addirittura perdersi in compagnia del lettore che abbandonerà quel libro e i prossimi di quell’autore) dell’editor devono prima di tutto convincere l’autore che non sempre è disposto a mettere mano alla propria creatura che, in quanto tale, considera già perfetta.
Quella tra autore ed editor è una lotta feroce: il primo deve assecondare (pena la non pubblicazione) l’irriverente intromissione nelle “proprie cose intime” di un perfetto estraneo che ha ricevuto il compito “imprenditoriale” (anche se non dichiaratamente) di ridurre drasticamente le esuberanze descrittive, e quindi spaziali in termini di carta da stampare, di un altro perfetto estraneo scrivente il cui obiettivo è quello di farsi stampare e distribuire gratuitamente (prima dell’EAP l’editore era uno che “investiva” in senso lato: verbo pressoché impopolare, oggi, tra le medie e piccole case editrici, ma pensandoci bene anche tra le grandi) tra le librerie del paese in cui vive e se gli va bene, previa traduzione, anche nelle librerie di altre nazioni.
Se l’autore arriva a convincersi della necessità di determinati tagli alla propria fatica, al contrario, non sempre (e il dubbio umanissimo assale anche il talent scout del film “Genius”) l’editor è pienamente convinto del fatto che il suo intervento non abbia in alcun modo alterato la genuinità e quindi il valore più intimo dell’opera originaria (si chiede infatti Maxwell Perkins: “miglioriamo questi libri o li rendiamo soltanto diversi?”); ed è un dubbio con cui non è facile convivere se si cominciano a considerare le possibili varianti dell’opera “abortite” a causa dell’azione di “mammara” in fase di editing. Beato l’editor che ha le idee chiare fin dall’inizio e sa a quale prodotto finale vuole andare a parare: per farlo deve entrare in simbiosi con l’autore, certo, senza però lasciarsi influenzare dal suo prolifico entusiasmo; calmierare (come nel caso del Thomas Wolfe raccontato nel film) l’articolata “poeticità” di un autore che tuttavia ha scelto la forma romanzo per presentarsi al suo pubblico; domare la genialità in favore di una funzionalità più lineare; smorzare la tentazione di aggiungere paragrafi a un lavoro già oceanico; entrare in sintonia con le intenzioni dell’autore ma proponendogli più sintetiche forme espressive, nuove strade narrative, scorciatoie che non alterino il senso del percorso pensato dall’autore. Ragionare insieme all’autore sui perché di una scelta formale e sui perché delle proposte alternative che andrebbero, se accettate, ad alterare irreversibilmente il paesaggio pensato dall’autore (e questo lo sanno entrambi) o almeno il percorso che costeggia quel panorama: l’editor dovrà essere al tempo stesso “profeta”, co-autore empatico e futuro lettore, come in un eterno incrocio trafficato. Arrivare allo stesso punto ma facendo qualche chilometro in meno o camminando su una strada parallela a quella originaria che non privi l’autore del panorama di cui godeva percorrendo in privato il proprio canovaccio. Un godimento che l’editor tenta di far diventare pubblico, universale, attraverso un lavoro di ridimensionamento compiuto in tandem.
Continua a leggere “Due, tre cose sul (dal) film “Genius” di Michael Grandage”

I detrattori come i colombi
hanno una psiche semplice,
inutile e dispendiosa è la costruzione
di barriere tra stati, muri e reti elettrificate.
Occupare gli spazi – direbbe Occam
è la soluzione più naturale
– la ricerca della sintesi
e della via corta -,
occuparsi del proprio cammino
restare sul pezzo presente
dell’esistente
coltivare obiettivi come se fossero
orchidee rare,
trovando occupato
e il vostro sguardo rivolto altrove
nidificheranno lì dove il vuoto pensiero è
in astinenza da consensi e folle di chiunque.
Coveranno uova nate marce nei liberi anfratti
di chi non ha ancora imparato a stare
solo.
♦

“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”,
di Cesare Pavese
(9/9/1908 – 27/8/1950)
tratta dall’omonima raccolta
lettura: Michele Nigro
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Continua a leggere ““Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Cesare Pavese”

Stasera ho visto al cinema “Frammenti dal passato – Reminiscence”, un film con ambientazione distopica: io adoro i film (e i romanzi) distopici… Ma ne ho visti di migliori.
Ritmo lento (soporifero?), narrazione noiosa che vorrebbe aspirare a un tono epico… ma proprio nun gnà fà, trama che si salva solo verso la fine, ma manco tanto; il “pippone” sulla “fisiologia” del passato vuole istruire a tutti i costi gli spettatori… Interessante, ma retorico, il riferimento a una società che rivaluta il passato perché teme di non avere un futuro verso cui dirigersi con speranza.
Il quartiere “all’asciutto” dei Baroni ricorda quello in orbita dei ricchi privilegiati di “Elysium”; la tipa (guarda caso anche in questa occasione è di colore) che fa da braccio destro al protagonista ricorda la guardia del corpo del Lenny Nero di “Strange Days” (solo che in “Frammenti…” i personaggi ‘zigoviaggiano’ – termine molto “amato” da Nanni Moretti nel film “Aprile” – nel loro stesso passato).
Un po’ “Sin City” ma luminoso e con molta acqua: rispettato il cliché della bella al bar che solo cantando fa raggiungere l’orgasmo ai presenti (l’attrice Rebecca Ferguson è veramente bella!), e del tipo maledetto con un passato (paradossalmente) da dimenticare; un po’ “Waterworld” ma senza le branchie al protagonista; un po’ “Inception” (ma per fortuna non si parla di sogni multilivello); un po’ “Blade Runner” ma con la barchetta a motore che fa tanto gita al lago per pescare.
Chissà perché quest’ossessione per le vasche (i Precog di “Minority Report” stanno in una vasca; il mostro e la ragazza muta di “La forma dell’acqua” flirtano in vasca… A mollo le storie sono più “liquide”? Perché non dare una particina a Federica Pellegrini?): la macchina per scavare nei ricordi, del film in questione, funziona per mezzo di una vasca…
Film sicuramente amato da Greta Thunberg perché narra di un mondo futuro le cui coste saranno sommerse dall’acqua a causa del tanto temuto riscaldamento globale che scioglierà i ghiacci. Tutti: anche quello che avete nel bicchiere.
Chi ha letto il romanzo “Il mondo sommerso” di J. Ballard apprezzerà il tentativo (rachitico e malriuscito) di spiegare in questo film una certa involuzione psichica dell’umanità in seguito agli eventi climatici di cui sopra. L’elemento acqua, per ovvie ragioni onnipresente in una Miami del 2030 (ci siamo quasi dunque! Prepariamo le pinne…) diventata Venezia obtorto collo, che poteva aprire a notevoli contenuti archetipici, al di là dei ricordi, è stato sacrificato per una “trametta” sciapita.
Film non spiacevole ma non tra i dvd da avere in casa per rivederlo a Natale.
P.S.: un consiglio, se avete una casa in montagna, non vendetela. Il film è fesso ma purtroppo la previsione è scientificamente reale. Ahinoi!
♦

“Attendi il giorno autunnale” di Adam Zagajewski (1945 – 2021)
tratta dalla raccolta “Guarire dal silenzio” (Lo Specchio, Mondadori)
sottofondo: “Autumn Leaves”, Eva Cassidy
lettura: Michele Nigro
Continua a leggere ““Attendi il giorno autunnale”, Adam Zagajewski”

“Volevo che voi lo sapeste” (1993), di
Jack Hirschman
(New York, 13 dicembre 1933 – San Francisco, 22 agosto 2021)
tratta dall’omonima raccolta (Collana Altre Americhe, Multimedia Edizioni – 2004).
Lettura a cura di Michele Nigro
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Continua a leggere ““Volevo che voi lo sapeste”, Jack Hirschman”

Quella di Carla Malerba è una poesia delicata e lineare, ma possente come un fiore di roccia, che nasconde con semplicità dolori (e gioie) addolciti dal tempo e dalla scelta di un linguaggio chiaro. È una poesia in viaggio e che si nutre di viaggio: si muove dal passato per andare incontro a futuri ritorni o a quelli già vissuti e in corso. Viaggiare significa anche provare un necessario straniamento (e sperimentare l’irraggiungibilità dell'”essenza dell’anima mia”) che servirà al poeta per trovare le parole più profonde e intime; il mare, forse più del verso libero, rende liberi da perversioni rimate: la vita deve essere descritta così come appare sullo schermo del nostro andare puro. Il non sentirsi parte di alcun luogo è il vantaggio travestito da disagio di chi ha ricevuto un imprinting esistenziale che noi, seduti da quest’altra parte, potremmo definire “originale” (“… Carla Malerba è nata in Africa Settentrionale, a Tripoli, e dal 1970 risiede in Italia…”). A farci comprendere certe originalità interverranno una solitudine fatta di luce, “aria senza vento”, spazi aperti… al punto da imparare a coltivare una speranza persino in tempi aridi; senza mai perdere di vista la condizione “privilegiata” dell’essere sospesi: che è uno stato dolce e piacevole anche se apre, forse, a domande dolorose e infinite, a volte senza risposta. L’esperienza, che induce a vedere il vero nudo e crudo anche in momenti genuinamente romantici, osserva con un disincanto mai definitivo le verdi convinzioni degli amori giovanili (“Pensano che sappia di panna / la luna”).
È una poesia delicata e schietta ma che difende – come ogni poeta autentico sa di dover fare – un salvifico non detto: questo prezioso balsamo poetico che non serve a creare un inutile mistero, ma molto più semplicemente è necessario a trasportare verso altre dimensioni sensazioni non svendibili sul bancone dell’ovvio e del dicibile (“… e cerco / la parola che non dica”). Così come da difendere sono i segni della presenza nell’assenza che ferisce, le orme di una vita oltre la morte, quella che non vediamo ma sappiamo esserci seguendo le tracce lasciate lungo il cammino, e che diventano doni.
Continua a leggere “Nota a “Poesie future” di Carla Malerba”
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