“Invictus”, William Ernest Henley

“Dal profondo della notte che mi ricopre
Nera come la fossa da polo a polo
Ringrazio gli dei qualunque essi siano
Per la mia anima indomabile.
Nella stretta morsa delle avversità
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.
Oltre questo luogo di collera e lacrime
Incombe soltanto l’orrore delle ombre.
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.
Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.”

Il gatto della pioggia

Il gatto della pioggia
è un’idea serale di passaggio
un volatile rendez-vous di coscienza,
distratto appare nell’ombra di giorni a finire
in cerca dell’amico umano che non porta armi

diffida per istinto delle masse, pericolose
esse conducono a folli moti. A guerre.
Puntare sull’uno, riconoscerlo, annusarlo
a distanza, nascosto nel buio intorno alle stelle,
senza dare cenno alcuno, presenza di spirito in muta attesa.

Il gatto rosso della pioggia
è un’intoccabile anima notturna di pelo furbo,
non aspettatelo col buon tempo!
comparirà dopo un temporale di parole
in compagnia di sagge lumache di terra
e svanirà senza ringraziare con passo di volpe.

Nota a “Padre Nostro” di Massimo Ridolfi

Raccomanda Rainer Maria Rilke in Per scrivere poesia (da I quaderni di Malte Laurids Brigge): “… Ma anche accanto ai moribondi bisogna esser stati, bisogna essere rimasti vicino ai morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori a folate.” Se per alcuni potrebbe risultare inappropriato fissare su carta la cronistoria sotto forma di poesia di un’agonia e dell’assenza imminente di un proprio caro, per un poeta è atto naturale, è sperimentazione sulla propria pelle di quel che un poeta normalmente fa nel quotidiano: prima assorbe e in seguito traduce in versi la realtà, tutta, non solo quella riguardante gli altri  – comodamente a distanza – ma partendo dal proprio dolore, dalle perdite più intime, dagli abissi che la vita ci mostra in casa, dai deserti che avanzano intorno a noi.

In Padre Nostro (ed. Letterature Indipendenti, collana “In questa Semi Eternità”, 2020), il poeta teramano Massimo Ridolfi, soprattutto nelle sezioni Lettere a mia madre, Lettere per un ascolto e Lettere agli amici, fornisce un esempio vivo di cosa significa distillare un dolore privato in versi pubblici, tradurre in una poesia diretta e comprensibilissima una perdita che colpisce l’intimità e la storia personale di chi scrive: perché la poesia del dolore non è sfogo casalingo ma si collega alla politica, alla storia del mondo, all’attualità, alla società e alla critica sociale; i canali sensoriali spalancati dalla tragedia riescono a vedere sfumature inedite, e a denunciarle, tra le pieghe dell’ovvio, di ciò che in altri momenti è considerato scontato.

No, il poeta non si isola nel suo dolore ma sfrutta il dolore per darsi al mondo, per risorgere a vita pubblica, come dichiara nel sottotitolo della raccolta, pur partendo da una condizione di naturale solitudine: nessuno può aiutarci a portare e a sopportare una perdita; ci si indigna e si leva un grido di protesta per una società ingiusta e prigioniera della burocrazia, si riesce persino a ironizzare sulle cosiddette istituzioni e su uno stato assente, ma alla fine ogni uomo sa – il poeta in modo particolare – che deve salvarsi da solo e lottare – rifiutando ogni compromesso – contro nuove dittature e vecchi meccanismi incancreniti. Contro il potere ipocrita e che nasconde verità, il poeta contrappone le sue verità, quelle genuine e quotidiane, che nascono da sentimenti su cui è impossibile barare, ma “se volete sentir parlare / di verzure e di viole / dovete rivolgervi altrove”. Certo, la poesia è preghiera, anche quando potrebbe sembrare bestemmia o ribellione verso un dio che non aiuta; alla fine ci si aggrappa alle cose concrete, alle persone che ci sono, agli affetti che puoi vedere e toccare. La poesia come dichiarazione di un’antimetafisica urgente e necessaria; solo la parola può cristallizzare e forse nel tempo calmierare le crude verità di un dolore che sovrasta: prendere appunti mentre muore una madre non è dissacrazione della morte, anzi è sacralizzazione di quel fenomeno (riaprire e rileggere quelle pagine di diario estremo sarà ulteriore atto di coraggio necessario alla resurrezione); per chi ama la carnalità dell’esistenza, la morte, e ciò che la precede, è un insulto alla dignità della persona: la poesia ristabilisce l’ordine, fissa la tragicità del momento in versi che non osano abbellire l’attimo ma semplicemente sublimarlo, ricordarlo per onorarlo in eterno. Diventare cronisti di chi non può più esprimersi. La morte di un proprio caro risveglia da certi sopori; non può esserci primavera e quindi rinascita senza una morte aggiuntiva, la propria, quella dell’anima del poeta che assiste: il dolore smuove energie insospettate, dà il via a processi inimmaginabili e drammaticamente meravigliosi; il segreto è lasciar fare, vivere la trasformazione senza opporsi, ridarsi alla vita quando esistenza e dolore trovano un compromesso, un equilibrio.

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Difendo i confini

Difendo i confini del mio sacro confino,

è immateriale come parole d’aria, non scritte
l’umore grigio toccando panni dismessi
effimero come il calore del nostro corpo
lasciando le dimore ereditate
un’idea sul margine della strada
come un cancello sospeso nel verde
senza fili spinati a chiudere un discorso
il passaggio di vite senza cronaca.

Difendo i confini del mio mondo
dai pronostici dell’ovvio
dalle scadenze del senso comune
dai cronometri dell’ansia,

fuggo di sera su cammini ignoti,
un ultimo respiro sconosciuto
prima del ritorno verso casa.

(ph M.Nigro©ottobre2024)

“Il bardo che attraversa il Bardo”, postfazione alla silloge “Ossa” di Francesco Innella

versione pdf: “Il bardo che attraversa il Bardo” – Postfazione a “Ossa” di Francesco Innella

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Il bardo che attraversa il Bardo

Mi ha sempre incuriosito il duplice significato del termine “bardo”, almeno nella lingua italiana: se da una parte viene definito bardo il poeta che per mezzo dei suoi versi canta antiche imprese epiche, secondo la dottrina buddista il Bardo è uno stadio intermedio, di transizione, tra la morte e la rinascita, perfettamente descritto nel Libro tibetano dei morti (Bardo Thodol). Mi piacerebbe leggere, in questa convivenza forzata tra etimologie, una comune chiave esegetica: la poesia, che per sua natura esplora l’indicibile, tentando di percepire quell’insondabile che sfiora l’umana vita terrena, è l’unico strumento che l’essere pensante ha a sua disposizione per lambire l’invisibile, avvicinarsi all’inspiegabile, all’inconoscibilità tipica della morte. Solo la poesia può riempire i buchi conoscitivi della scienza; solo la parola  –  e non i dati – può colmare, se pure limitatamente, la distanza tra noi e il mistero della vita oltre la vita.

Dopo aver letto la breve silloge intitolata “Ossa” del poeta Francesco Innella, ho voluto rivedere, in preparazione a questa mia nota in postfazione, il documentario Attraversando il bardo” (Sguardi sull’aldilà), del cantautore e in questo caso regista siciliano Franco Battiato, nel quale viene descritto da diversi punti di vista il fenomeno della morte che un certo materialismo edonistico di stampo prevalentemente occidentale ci ha insegnato a temere e a cancellare dalla nostra vita in quanto argomento scomodo, intristente, malaugurante. Un tema da evitare anziché accogliere, abbracciare, fare proprio.

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“Anarcometaverso”, videointervista a Michele Nigro…

Franco Innella rivolge alcune domande a Michele Nigro, autore del racconto post-cyberpunk intitolato “Anarcometaverso” e incluso nella mini-antologia “Delle Eloquenti Distopie” vol.2 (Delos Digital, 2023) curata e introdotta dallo scrittore romano Sandro Battisti

Per acquistare l’e-book di “Delle Eloquenti Distopie”: QUI!

“Anime con vista”, intervista #2 a Michele Nigro

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Un’intervista rilasciata per l’uscita dell’antologia “Anime con vista”…!
Per leggerla: QUI!
Segue uno stralcio da una mia risposta:
“… Nella poesia che ho presentato per “Anime con vista” — Si sfaldano le genti passate — descrivo l’osservazione da parte del poeta non solo di ciò che vede passare nel suo tempo presente, ma soprattutto di un’umanità che è già passata, è scomparsa da tempo o sta scomparendo. A che serve vivere, dunque, se tutte le nostre gesta si polverizzano nel tempo? Solo la poesia (e l’anima del poeta al balcone che registra i movimenti interiori, gli unici che contano veramente alla fine di un percorso) è in grado di cristallizzare un’esistenza, di fissarne il valore anche se lo fa in maniera anonima, generalizzata. Forse è “felice” solo chi non pensa a tutto questo e lascia che la storia passi così come passa per gli altri appartenenti al mondo animale ma non dotati di coscienza di sé, del tempo, della morte. La resa è solo apparente perché l’uomo, che è un essere senziente e autocosciente, non può non cantare il suo stesso estinguersi, la dispersione delle memorie, il rischio dell’oblio. Tutti siamo destinati a sfaldarci, a disgregarci: è nella natura delle cose. Solo la poesia può a volte elevarci al di sopra di questo destino naturale. Alla fine si resta soli perché, per quanto ci si impegni in attività socializzanti, “mancano le densità sperate”, le presenze che abbiamo pregustato in epoche giovanili e speranzose. Invece al termine dell’esistenza si va quasi sempre in perdita, in passivo. Ma chi osserva “il mondo con occhi penetranti” possiede un’arma in più: non avverte la solitudine nella storia perché vive in tutti i tempi e in tutte le epoche senza muoversi dal suo spazio limitato…”

Brodo primordiale

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I vecchi odori congelati
– eredità del professore –
diventano brodo d’autunno,
nell’acqua calda di dado
borbottano aneddoti colati
attendono pastine serali
riso al dente o tortellini

anche le farine scadute
invidiose del sedano a mollo
si fanno largo senza lievito madre
negli antri infernali del nero forno,
aspirano a essere panini poco cresciuti
molliche di tempo e speranza
per ritrovare la dimora del senso.

Si inciampa in rimasugli
di vite passate, resti di noi
di cibi per l’anima dei ricordi
stanchi riverberi casalinghi
di presenze ormai eterne.

È un riciclo di cose umane
quotidiane, sparpagliate in giro,
sussurrano usi differenziati
riesumazioni d’ufficio
per sentirsi ancora utili
alla causa della resurrezione.

Nota a “A un ricordo da te” di Selene Pascasi

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Nel capitolo intitolato “Il cervello di mio padre” (dalla raccolta di saggi “Come stare soli”, Einaudi 2003), lo scrittore americano Jonathan Franzen scrive: “… riesco a vedere la mia riluttanza ad applicare il termine ‘Alzheimer’ a mio padre come un modo per proteggere la specificità di Earl Franzen dalla genericità di una malattia nominabile. […] E, laddove dovrei riconoscere che, sì, il cervello è un pezzo di carne, sembro invece conservare un punto cieco nel quale inserisco storie che enfatizzano gli aspetti dell’io legati all’anima.” Le nostre personalità non sono degli “insiemi circoscritti di coordinate neurochimiche. Chi vorrebbe vedere la storia della propria vita in questo modo?”. Eppure di questo mondo senza memoria e in preda alla cancel culture, in cui sono i social a ricordarci sulle loro timeline cosa abbiamo fatto o detto cinque anni fa o frange di negazionisti mettono in discussione fatti storici innegabili, l’Alzheimer sembrerebbe rappresentarne la sarcastica nemesi.

Ribellandosi alla convinzione di essere fatti di sola biologia, Franzen, affidandosi a Platone, rispolvera con urgenza il concetto di scrittura come la “stampella della memoria”, esaltando la solidità e attendibilità delle parole sulla carta, confermando il desiderio di registrare le storie in maniera indelebile, di annotarle con parole permanenti. Può la poesia svolgere questa funzione anche se in maniera diversa?

Nella silloge A un ricordo da te (Scrivere Poesia Edizioni di Pietro Fratta, 2022), Selene Pascasi non persegue obiettivi storici o biografici; con versi delicati e lapidari, congela preziosi sprazzi di vita privata, deposita attimi irripetibili e drammatici, prepara le carte per annotare “i racconti che svaniranno” o salvare il salvabile, importante per l’anima, “prima che l’infinito / ci avvolga”, costruisce ponti tibetani tra il passato della persona cara assistita durante il declino (la “stagione lenta d’oblio”) e il suo doloroso presente che tanto somiglia a quello di un’anima mai nata (“Analfabeti di storie. / Andiamo via restando.”). Si sobbarca “fardelli di passato”, esamina la bizzarra sospensione di chi pur morendo interiormente continua a vivere in “ergastoli coscienti”, e al contempo esamina se stessa mentre attende “invano un cenno”, le proprie reazioni all’involuzione di chi ama; la scrittura poetica è cronaca privata, sussurrata e mai debordante, che in un certo modo vendica l’assenza neurologica dell’altro fissando per entrambi (per “quell’ultimo noi”) frammenti esistenziali che altrimenti andrebbero perduti.

Continua a leggere “Nota a “A un ricordo da te” di Selene Pascasi”

Vecchia guardia

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Semplice come la tua acqua tonica,
dietro un cortese sorriso offerto a tutti
le rughe interne di mille dolori e silenziose fatiche
tra untuose e ruspanti cucine in ristoranti d’amore
organetti odoranti di prosciutto e vino
le bande di paese e i nipoti da allevare.
Le passeggiate nelle sere d’agosto
e i maglioncini per le spalle se rinfresca
immense le insalate verdi, che fanno bene.

Hai lasciato il posto di guardia, liberi tutti.
Ma per andare dove?
Ti sei reincarnata – lo so! – nel legno stagionato ed eterno
di un vecchio portone strappato all’incuria
inspiegabile e puntuale alchimia tra anime e oggetti
il nostro cognome sulla lucente targhetta nuova
per un ricordo gettato nel traffico
da donare a quel che resta del piccolo mondo antico
dimenticato, diluito, sbiadito,
e la prima distratta estate senza te.

(ph M.Nigro©2023)

(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

Intervista a Francesco Innella sulla raccolta “Kimera – Poesie dell’Io”

versione pdf: Intervista a Francesco Innella sulla raccolta “Kimera – Poesie dell’Io”

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Intervista a Francesco Innella sulla raccolta “Kimera – Poesie dell’Io”

a cura di Michele Nigro

 

Michele Nigro. Perché il titolo “Kimera – Poesie dell’Io”?

Francesco Innella. Prima di scrivere questa raccolta ho pensato di trovare il filo conduttore delle mie poesie e sono arrivato alla conclusione che il mio poetare è stato sempre una ricerca dell’Io. Nella mia poesia ho sempre investigato il ruolo del poeta nel vivere quotidiano. In base a questo principio ho selezionato le poesie contenute in Kimera, che è una aporia: nell’antica filosofia greca con questo termine si indicava l’impossibilità di dare una risposta precisa a un problema, poiché ci si trovava di fronte a due soluzioni che, per quanto opposte, sembravano entrambe valide, ossia – nel nostro caso specifico  ̶  senza soluzione dei conflitti dell’Io.

Che cos’è l’ego per l’uomo-poeta Innella? Bisogna conoscerlo per domarlo, educarlo o semplicemente assecondarlo?

Sulla mia concezione dell’ego ti rispondo con un aforisma di Cioran: “Avremmo dovuto essere dispensati dal trascinare un corpo. Bastava il fardello dell’io.” Ma che cosa è l’ego? È la lotta per mantenere un equilibrio precario tra noi e gli altri. È, in effetti, un conflitto. Conoscerlo è impossibile perché tende sempre a cambiare negli atteggiamenti quotidiani. Quindi non si può domare una cosa che muta. Dobbiamo rassegnarci, e ritornando ancora a Cioran: “Siamo costretti all’io, al veleno dell’ego”.

La tua ricerca sull’Io ha origini “antiche”. Non è la prima volta che con la tua poetica esplori e cerchi di ridimensionare l’ipertrofia dell’Io (anche adottando uno stile sobrio per dare l’esempio!), però scegli comunque la parola, strumento di quell’”effimera verbosità” che citi nella poesia Egoità, per comunicare i risultati della tua ricerca a noi lettori. Può la poesia diventare un valido esercizio di auto-eclissamento?

No, assolutamente: oggi si scrive tanto. Il fenomeno è ben evidente sulla rete perché c’è un grande bisogno di “glorificare” l’ego. Si può raggiungere una distanza dall’ego con la poesia impersonale  ̶  vedi l’haiku  ̶  ma nulla di più.

La Natura ci mette a tacere con i suoi fenomeni, ci rende umili. Perché in seguito dimentichiamo la nostra caducità e ritorniamo a essere arroganti?

Secondo me è tutta colpa dell’antropocentrismo. Concezione secondo cui tutto ciò che è nell’universo è stato creato per l’uomo e per i suoi bisogni, per cui l’uomo si viene a trovare al centro dell’universo e può considerarsi misura di tutte le cose.

La necessità dell’oblio mentre siamo ancora vivi. Perché questo bisogno di annientarsi, di eclissarsi, di perdersi, ritorna spesso nei tuoi versi?

La quiete assoluta è del mondo inorganico, di cui appunto la vita è alterazione. Allora in me prende corpo il principio del nirvana, ossia il ritorno alla quiete, quello che è in fondo il messaggio buddista, ma escludo l’autodistruzione. Il suicidio, secondo Arthur Schopenhauer, è un modo sbagliato di rispondere alle sofferenze della vita.

In Lenimento parli di “antiche presenze” che mormorano: sono ricordi personali dal passato o si tratta di catene interiori tipiche della condizione umana e quindi innate?

Sì, da una parte ci sono i ricordi personali che mi hanno segnato in maniera molto rilevante. Luca Canali, nell’antologia “I poeti della ginestra”, mi descrive come una persona che ha l’animo vulnerato per l’assedio dei suoi simili; dall’altra parte non riesco a superare le catene interiori tipiche della condizione umana, e tutte e due queste situazioni sono evidenti nel mio poetare; mi sento toccato da un’angoscia che ha origini antiche, che ho sempre avvertito e che non si dilegua ma continua nel tempo a sussistere; è una ferita interiore che non guarisce.

Il dolore è solo un’esperienza che causa tristezza o può rivelarsi fonte di energie preziose inutilizzate e da rimettere in gioco per costruire il bene?

Oggi si usa molto la parola resilienza che in psicologia indica la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. Io credo che il dolore favorisca la crescita: Aldo Carotenuto, psicoanalista junghiano, ha sempre parlato della ferita interiore come di una feritoia dalla quale osservare il dolore e iniziare il suo superamento e trasformarlo in bene dal momento in cui si è giunti alla consapevolezza della propria dolorosa  condizione.

In La luna “uomini in torri d’avorio / sognano illusioni”; forse sono gli stessi esseri umani che come noi percorrono “le strade del nulla” citate nella poesia I gatti. Quali sono queste illusioni e cosa potrebbe contribuire alla nostra liberazione da esse?

Carlo Michelstaedter sostiene che ognuno di noi non riesce a uscire dal cerchio illusorio della vita, ci rinchiudiamo nelle nostre torri d’avorio e scriviamo poesie, siamo noi stessi che coltiviamo la poesia come rimedio al vuoto: io sono poeta perché ho sperimentato il nulla e le sue numerose strade. Difficile definire le illusioni, sono molteplici: ogni essere umano ha le proprie ed è difficile liberarsi da esse; forse, come dice Krishnamurti, dovremmo avere il coraggio di eliminarle e avvertire il vuoto che si nasconde dietro di loro, ma poi si ha il coraggio di affrontare il vuoto? O ci spaventiamo e ci facciamo catturare dalle illusioni che permettono a tutti noi di vivere?

“Il canto si spegne / tra i fatui bagliori / di una esistenza mancata” (Il camino). Quale esistenza abbiamo già mancato o stiamo per mancare? 

Tutta la nostra esistenza è una mancanza: se non lo fosse, non avremmo voglia di completarci attraverso la scrittura, o altre esperienze più significative; quando si sperimenta la privazione e si sente il bisogno di esplorare, di tuffarsi nell’indefinito, allora la mancanza viene assorbita dal fare e forse in quel momento si può toccare l’essere, o sfiorarlo almeno.

“… nel mistico silenzio / l’ego si appanna / e tace” (La Via interiore). Come può l’uomo contemporaneo tornare a ricercare, ammesso che voglia ricercarlo, questo mistico silenzio?

L’uomo contemporaneo, tranne poche eccezioni, è assorbito dal frastuono della vita e ascolta i nuovi imbonitori che lo distraggono dalla cosa più essenziale: la conoscenza di sé; quindi parlare di mistico silenzio è una cosa ardua per l’uomo di oggi, se non impossibile. Io ho raggiunto il silenzio in poche occasioni, generalmente dopo la recitazione di un mantra, ma ti posso assicurare che è una cosa difficile e rara da realizzare, e ti dico questo perché non sono un mistico, ma comunque ci ho provato. E l’esperienza del silenzio interiore è totalizzante, ti senti assorbito nel Tutto.

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Le case sono guardiani

il corridoio

Le case sono guardiani
di aliti impermanenti,
testimoni muti e fedeli
come i vuoti corridoi di Scola
le sue famiglie e i passaggi
di generazione in estinzione,

lì sopravvivono antiche passioni
per dirsi ancora vivi negli anni
e foto che non rispondono
al matto saluto di ritorno da fughe.

Vegliate, anime non liberate!
sui rimorsi per uno stolto esistere
sulle stanze silenti di vite passate
sul ricordo di voci, le vostre, che non tornano
sul nostro andare sconsolato e testardo.

(immagine tratta dal film “La famiglia” di Ettore Scola – 1987)

“Desiderata” di Max Ehrmann (1927)

“Desiderata” di Max Ehrmann (1927)

“Passa tranquillamente tra il rumore e la fretta, e ricorda quanta pace può esserci nel silenzio. Finché è possibile, senza doverti abbassare, sii in buoni rapporti con tutte le persone. Di’ la verità con calma e chiarezza; e ascolta gli altri, anche i noiosi e gli ignoranti; anche loro hanno una storia da raccontare. Evita le persone volgari e aggressive; esse opprimono lo spirito. Se ti paragoni agli altri, corri il rischio di far crescere in te orgoglio e acredine, perché sempre ci saranno persone più in basso o più in alto di te. Gioisci dei tuoi risultati così come dei tuoi progetti. Conserva l’interesse per il tuo lavoro, per quanto umile; è ciò che realmente possiedi per cambiare le sorti del tempo. Sii prudente nei tuoi affari, perché il mondo è pieno di tranelli. Ma ciò non accechi la tua capacità di distinguere la virtù; molte persone lottano per grandi ideali, e dovunque la vita è piena di eroismo. Sii te stesso. Soprattutto non fingere negli affetti, e neppure sii cinico riguardo all’amore; poiché a dispetto di tutte le aridità e disillusioni esso è perenne come l’erba. Accetta benevolmente gli ammaestramenti che derivano dall’età, lasciando con un sorriso sereno le cose della giovinezza. Coltiva la forza dello spirito per difenderti contro l’improvvisa sfortuna, ma non tormentarti con l’immaginazione. Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine. Al di là di una disciplina morale, sii tranquillo con te stesso. Tu sei un figlio dell’universo, non meno degli alberi e delle stelle; tu hai il diritto di essere qui. E che ti sia chiaro o no, non v’è dubbio che l’universo ti si stia schiudendo come dovrebbe. Perciò sii in pace con Dio, comunque tu Lo concepisca, e qualunque siano le tue lotte e le tue aspirazioni, conserva la pace con la tua anima pur nella rumorosa confusione della vita. Con tutti i suoi inganni, i lavori ingrati e i sogni infranti, è ancora un mondo stupendo. Fai attenzione. Cerca di essere felice.”

Lettore: Michele Nigro

Continua a leggere ““Desiderata” di Max Ehrmann (1927)”

Nota di Franca Canapini a “Pomeriggi perduti”

versione pdf: Nota di Franca Canapini a “Pomeriggi perduti”

Una gradita e ricca nota di lettura della poetessa toscana Franca Canapini alla mia raccolta “Pomeriggi perduti”

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… Arditi tizzoni ardenti schizzati dal braciere / di Poesia / ustionarono la pelle della dimenticanza…

Corposa, coinvolgente, con un risuono classico di fondo la raccolta di poesie Pomeriggi perduti del poeta campano Michele Nigro, convinto sostenitore del valore della poesia, parola-verbo d’anima che registra il tempo e i tempi, eternandone gli attimi comunque e nonostante, anche a sua insaputa.

“Non sarà ora che le vedrai / mentre ti chiedo di leggerle / ma in un giorno qualunque / venute fuori per caso…/ ritornerai su parole ignorate / come è normale che sia / da rimasticare / eppure sempre presenti / tra pazienze impolverate / e le cose da fare / senza pretese, a sperare di essere / se stesse, nient’altro che verbi d’anima / amate per quelle che sono / umili / silenziose / già eterne a loro insaputa”. (Poesia a sua insaputa)

“… la Natura / cattiva e giusta / inventò la Morte. / Ma l’uomo / condannato a finire come tutte le cose finite / scoprì il sacro fuoco della parola. / Arditi tizzoni ardenti schizzati dal braciere / di Poesia / ustionarono la pelle della dimenticanza.” (Fuoco eterno)

Invano si cerca un filo conduttore tra un testo e l’altro della raccolta. Ogni poesia si presenta in se stessa compiuta, con le sue argomentazioni e la sua forma, adattata al sentire del momento. Colpisce il discorso spesso serrato e ipotattico, colpiscono le numerose metafore, talvolta estreme. Il filo che potrebbe unire le singole opere può essere, come afferma lo stesso Nigro in un’intervista, la vita. La sua/nostra vita fatta di esperienze, emozioni, ricordi, pensieri, visioni critiche della società contemporanea, il tutto espresso con virile spietato realismo.

In Epitaffio, dedicata a Edgar Lee Masters, si presenta come un poeta “appartato”, proiettando se stesso in  Herman Coluccio, un personaggio di fantasia:

… “Qui Herman Coluccio,

seduto in quest’angolo

del West virginia

guardando le case

dei vivi, le cose dei morti

e la campagna dei padri

in ogni stagione voluta da Dio,

ha forse vissuto

le ore più serene

(non diciamo felici)

della sua apparente-

mente

inutile esistenza

in compagnia delle fredde stelle

e di un sigaro infinito

fumante parole”.

 

C’è miglior epitaffio

Per un poeta appartato?”

In effetti, scorrendo i vari testi, emerge la figura di un uomo che vive in un luogo che sente poco stimolante, ma che, nella sua ricercata solitudine, si tiene in costante dialogo con i vivi e con i morti, con la gente semplice e con i grandi della letteratura; e, come Herman Coluccio, si concede il piacere di trascorrere “pomeriggi perduti” in compagnia di un sigaro infinito, fumante parole.

Ci dà conto del suo approccio all’esistenza l’ex ergo con i versi di Walt Whitman che invitano ad accettare il potente dramma della vita solo per il semplice fatto di esserci e poter ad essa apportare un verso: una specie di nichilismo attivo, quindi, che gli permette di dedicarsi alla letteratura e alle cose del mondo, nonostante sappia che non c’è niente per cui davvero valga la pena muoversi.

E allora eccolo “apportare versi alla vita”.

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Sul non dormire soli

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al mio daimon

Il felino di casa
abbandona notturno
le vecchie ossa
di madre adottiva,
forse già avverte
il freddo dell’aldilà
la malattia e la morte
accampate sull’uscio
dell’umano declino.

La porta socchiusa sul mondo
per andare e venire
a caccia di cibi sicuri,
dormire tra le gambe
di futuri padroni
eredi della solitudine,
il calore di un incerto domani
da preservare.

E sul petto insonne
quel ronfante non lasciarmi solo
nella notte senza lei,
per credere ancora
in scomodi amori a seguire.

(tratta dalla raccolta “Pomeriggi perduti”)

“Avrai tempo per finirlo!” mi dicevi

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“Avrai tempo per finirlo!” mi dicevi
prima che l’ora di mezzo prendesse corsa
sui libri già letti in barba alla morte.
Ma ne erano sempre troppi, gli amati
facevano capolino dallo scaffale rotto
sotto il peso di presunte eternità

e la finta censura sugli acquisti
la gara per l’ultima pagina in ritardo
le occasioni perdute come titoli intonsi
le lancette inclementi, che di sera affilate
fanno più male delle frecce di San Sebastiano.
“Portarseli tutti dietro!” anche all’inferno
si godrebbe una vista migliore sui gironi,
e quelli pessimi per ravvivare i fuochi
all’ospite demonio.

La Fortezza Bastiani e la “filosofia” del confino

versione pdf: La Fortezza Bastiani e la “filosofia” del confino

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Il confino è come la Fortezza Bastiani de Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati. Inizialmente spaventa, respinge, predispone l’animo a un rapido e risolutivo allontanamento per fare ritorno a quella – così definita dal senso comune – “vita civile” e colorata che solo la città saprebbe offrire. In un secondo fatale momento il confino comincia a legare a sé i suoi frequentatori, li affascina, insidia il loro passo cittadino con nostalgie semplici, con richiami mai espliciti o invadenti, facendo leva su elementi naturali, primordiali, che parlano alla parte ancestrale del visitatore. Ogni confinato ha la sua Fortezza Bastiani (luogo geografico indefinito) che droga la volontà lentamente, nel corso degli anni del bisogno più urgente, a piccole dosi, fino a renderlo dipendente; dolcemente, inesorabilmente, in alcuni momenti ossessivamente dipendente dalle sue forme, dai suoi colori e odori, dalle visioni notturne, dai suoni che non avverte in altri luoghi, un misto tra rumori casalinghi, familiari e musiche naturali ricche di silenzio, lì dove la natura ancora abbraccia le costruzioni umane, sul valico di un delicato compromesso. Il passaggio è graduale, avvertito dal profondo delle ossa; il trascorrere del tempo è lieve ma senza inganni, senza disillusioni; i gesti ordinari, impossibili da coltivare in altri contesti caotici, diventano azioni sacre, confortanti, geometriche, rituali, senza mai risultare insensate. L’ordine che regna al confino è di tipo monastico-militaresco ma è necessario per giungere a un’origine pura e cristallina del pensiero, per salvarlo dalla confusione annebbiante dei restanti giorni, quelli lontani vissuti in città. Anche per il confinato in tempo di pace, come per il Giovanni Drogo della Fortezza Bastiani di Buzzati, l’orizzonte è gravido di avvenimenti, di novità mai definite ma auspicate, che la pace campestre – così come il deserto – ignora perché già realizzate in se stessa; di guerre culturali nell’altrove, ma che vengono a prendere forza e a procurarsi armamenti interiori nella quiete bucolica di un paesaggio elementare, esempio particellare di più ampi, complessi e rumorosi schemi metropolitani. Il dubbio se il tempo speso al confino sia un tempo sprecato, e che fugga in quanto è un tempo dolce, appagante un ordine interiore, resta fino alla fine dei giorni; ma è un tormento addomesticato dalla benevolenza dei traguardi raggiunti dall’anima, da ciò che si riporta in città sotto forma di nuova energia. Ci si innamora del confino come della Fortezza Bastiani che tutto sorveglia e in teoria protegge nella semplice e rassicurante ripetizione di una regola non scritta, ma naturale, spontanea, primitiva, non riproducibile altrove. Quando si ritorna in città, niente è come prima della partenza perché il confino Bastiani ha già modificato il DNA del confinato, ha alterato nel profondo la classifica delle priorità, quelle “false”, che non sapevamo essere false prima di abbandonarci fiduciosi alle dolcezze dell’autoesilio. Perché è dai deserti – ma questo lo si apprende in seguito, dopo anni di esercitazioni – che arrivano le migliori speranze, le glorie attese, i finali che fanno storia (“Avete tutti la smania della città, e non capite che è proprio nei presidi lontani che si impara a fare i soldati”). Dalle città luminose e ricche di vetrine che mostrano occasioni sentimentali a buon prezzo, non giungono che saldi per l’anima, effimeri sconti esistenziali. All’inizio l’assuefazione culturale è potente e la città richiama all’ordine i suoi figli dispersi su confini anonimi, in cerca di verità trasversali che inizialmente essi stessi ignorano e perché estranei a una solitudine non ancora richiesta o cercata. Scrive Buzzati: “… una forza sconosciuta lavorava contro il suo ritorno in città, forse scaturiva dalla sua stessa anima, senza ch’egli se ne accorgesse.”

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I primi 50 anni de “I giardini di marzo”

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Io e questo brano dell’immortale Lucio Battisti siamo quasi coetanei — la differenza è di un anno — ma entrambi ci sentiamo ancora “giovani” e in gara: ciò accade perché, come nel caso de “I giardini di marzo” scritta insieme al grande Mogol, le tematiche che la animano sono attuali, inossidabili, riguardanti l’umano e quindi non sorpassabili. Ho sempre pensato che il testo di questa canzone fosse un chiaro manifesto poetico non nel senso prettamente musicale — sulle differenze strutturali tra poesia e canzone si è già discusso ampiamente, anche se la poesia o “lirica” deriva proprio dal canto che nell’antica Grecia era accompagnato dal suono della lira — bensì da un punto di vista intimistico, psicologico.

Il carretto passava e quell’uomo gridava “gelati!”
Al ventuno del mese i nostri soldi erano già finiti
Io pensavo a mia madre e rivedevo i suoi vestiti
Il più bello era nero coi fiori non ancora appassiti

Il carretto è l’elemento iniziale che squarcia il velo della memoria: un ricordo giovanile — quello di un uomo che grida “gelati!” — irrompe nel presente a sottolineare una condizione passata, una precarietà economica che non precludeva a una sorta di felicità semplice, essenziale; la visione di un abito materno, tra i tanti affioranti dall’archivio-armadio, che conserva ancora una freschezza intatta, legata a un’epoca di giovinezza non ancora appassita. A volte è strano pensare che anche un genitore, oggi invecchiato, stanco, fisicamente in declino, abbia vissuto un’età verde, rigogliosa, splendente, proprio come quella vissuta da noi cosiddetti giovani. La cosa ci fa indirettamente male perché è la prova che tale ciclo, terminante si spera con un bel tramonto, toccherà a tutti, indistintamente: il genitore è solo la testimonianza più evidente che abbiamo a portata di mano.

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All’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri
Io restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli
Poi, sconfitto, tornavo a giocar con la mente i suoi tarli
E la sera al telefono tu mi chiedevi “perché non parli?”

Anche il ricordo di una certa “precarietà esistenziale” torna nel presente con tutta la forza di cui dispone: non bisogna mai dimenticare come si è stati, cosa siamo stati, l’impreparazione all’esistenza, il timore di confrontarsi con chi appariva più determinato, con i coetanei che sapevano vendere e vendersi senza esitazione sul mercato delle opportunità; ci sono epoche della nostra vita in cui possiamo solo osservare gli altri, registrare i loro movimenti “vincenti”, studiarne le capacità per poi, forse, riprodurle in un possibile futuro ricco di coraggio e di autodeterminazione. Quando si è giovani la mancanza di slancio può essere interpretata, da se stessi e dagli altri, come una sconfitta sul campo perché non si posseggono ancora gli strumenti per accettare la propria diversità, la propria unicità, per riciclarla verso campi applicativi più soggettivi e meno standardizzati: se in un primo momento l’imitazione (e non l’emulazione che rappresenterebbe già uno stadio evolutivo più auspicabile) sembra essere l’unica strada percorribile per non farsi notare e giudicare, e soprattutto per sopravvivere in un mondo che va veloce e non aspetta nessuno, in seguito — non da un giorno all’altro ma coltivando pazientemente la propria personalità e non quella di qualcun’altro visto in tv o sui social — viene a maturare l’idea che l’imitazione è inutile e dannosa, e che l’unica cosa saggia da fare è diventare se stessi. Nel frattempo si torna a “giocare” — così come da giovani di gioca con altri giochi — con la mente che propone fantasie autodistruttive, ipotesi paranoiche, tarli prodotti dalla disistima che scavano nella direzione sbagliata… Ma sono “giochi” da assecondare, che fanno parte di un gioco ancor più grande, incomprensibile durante certe epoche della vita. Bisogna solo giocare e basta! Ci sarà tempo per rivalutare gli “idoli” imitati, per decostruire l’impatto emotivo di certi “tarli”. Nel frattempo, dinanzi alla nostra presunta mancanza di determinazione e organizzazione, quelli che ci amano e sono in apprensione per noi, non possono non domandarci “perché non parli?” ovvero perché non vivi, non ti getti a capofitto nel mondo e nella vita, perché non rischi, non ti racconti, non ti esprimi con i tuoi mezzi linguistici, non importa se acerbi, spuntati, zoppicanti. Insomma “parla cazzo!”, dici qualcosa… Sembra di assistere alla bellissima scena “maieutica” tratta dal film di Sorrentino “È stata la mano di Dio”, quando Antonio Capuano dice a Fabietto: “‘A tiene ‘na cos’ a raccuntà? Forza, curaggio. A tiene o no ‘na cos’ a raccuntà? Tien’ ‘o curaggio ro ddicere. E te vuo’ movere o no?”. Il silenzio è sì importante, soprattutto quando prevale l’esigenza di dover raccogliere le idee e le forze prima di esordire con la propria espressività: non è il silenzio dello sconfitto dalla vita (come troppo facilmente pensano certi detrattori), ma è la pausa — per alcuni lunga, per altri breve — che precede il canto (quello libero!), l’espressione sentita e non casuale del proprio mondo interiore.

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Che anno è, che giorno è?
Questo è il tempo di vivere con te
Le mie mani come vedi non tremano più
E ho nell’anima
In fondo all’anima cieli immensi
E immenso amore
E poi ancora, ancora amore, amor per te
Fiumi azzurri e colline e praterie
Dove corrono dolcissime le mie malinconie
L’universo trova spazio dentro me
Ma il coraggio di vivere quello ancora non c’è

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Nota a “I vivi. Un tremore” di Andrea Donaera

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La morte e i morti sono faccende troppo delicate, personali, familiari, per rappresentarle in una lingua comune, nazionale: l’intimità del vernacolo permette di fissare meglio cose misteriose, che riguardano l’animo dell’individuo ma al tempo stesso appartengono a tutti. Il dialetto salentino è sì un chiaro collegamento al Canzoniere della morte di Salvatore Toma — che era di Maglie (LE) come Andrea Donaera, autore della silloge I vivi. Un tremore, Fallone editore (2022) — ma l’epigrafe metal “Forever they are in the hills…”, da un brano degli Emperor, denuncia un’impronta mastersiana che travalica la provincia: le colline, dall’Antologia della lontana Spoon River passando per De André fino al Salento, quali luoghi d’elezione per l’eterna custodia dei feretri ma anche per la persistenza spirituale dei trapassati.

La parola “morte” è il tag presente nelle 12 poesie. C’è il disagevole connubio tra sensualità e morte come in un quadro del catanese Calcedonio Reina; l’onnipresenza delle anime (“Addu stane moi li morti ci stane qquai a tutte ‘e vande? – Dove sono ora i morti se sono qui in ogni dove?”); il saggio consiglio popolare a temere più i vivi (causa, loro sì, di tremore!) che i morti: “Li morti nu’lli timìre ma li cristiani… – I morti non li temere ma gli umani…”; l’impermanenza dell’io mentre l’essenza diventa qualcos’altro che si ricicla; la voce dei morti che si nutre della vita vissuta; l’eccessiva fiducia data a un corpo destinato a tradirci; il fardello dell’ego fallace da cui salvarsi; il timore per il tempo che fugge e l’incognita su quando sarà l’ultimo Natale in questa terra… Ma non ci è dato sapere oltre. Non resta che fidarsi della morte e dei morti, accettare la prima e accoccolarsi ai secondi (diventando lo spirito della loro esistenza, l’ “I am them” ancora dall’epigrafe), sorridere con loro della vita. Tanto il ricordo dei cari estinti, a volte unico e genuino punto di riferimento, nessuno può sottrarcelo: “Te le nonne ricòrdete / ‘e mani te farina… – Delle nonne ricorda / le mani di farina…”.

VI
Tutte le ‘uci te li morti tènene nu parcé,
te te pensi ca si’ te ‘u parcé ma
lu parcé te tutte le ‘uci te li
morti ete ‘a vita, ‘a vita prima
t’a morte ca, pare, nu’ gghié mai
ci sape cc’ite ‘a vita.

Tutte le voci dei morti hanno un perché,
tu pensi d’essere te il perché ma
il perché di tutte le voci dei
morti è la vita, la vita prima
della morte che, pare, non è mai
granché la vita.

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“Un anno senza Franco Battiato”, su Pangea.news

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Il mio articolo “La presenza nell’assenza: un anno senza Franco Battiato” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!