25 anni di “ODRZ”: intervista a Massimo Mascheroni

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25 anni di “ODRZ”: intervista a Massimo Mascheroni

a cura di Michele Nigro

Per festeggiare degnamente i loro primi 25 anni di attività, ben spesi tra registrazioni in studio e performance live, il collettivo musicale italiano ODRZ – composto da Massimo Mascheroni e Antonio Maione – ha pensato di uscirsene con un prodotto assolutamente originale (a partire dalla confezione, dal booklet-“lenzuolo” e dal pratico supporto scelto per l’occasione: non un CD ma una chiavetta USB in formato card) e rivoluzionario: una registrazione “ipertrofica” – etichetta TIBProd – contenente 100 tracks e ognuna di queste realizzata in collaborazione con un artista invitato dal duo di Osnago alcuni anni fa in vista dell’anniversario. Tra i 100 “prescelti” anche il sottoscritto (track n° 31) che ha intrecciato la propria voce preventivamente registrata – il testo letto è quello della poesia intitolata “Vestigia”, in seguito inclusa nella raccolta edita “Carte nel buio”) – con i suoni prodotti dagli ODRZ. Ma non tutti i brani del mega-album sono un mix di testo e musica: infatti le numerose collaborazioni che hanno dato vita al progetto si sono basate anche, se non prevalentemente, su incontri di tipo prettamente musicale.

Ma che musica fanno gli ODRZ? Post-industriale, noise e d’avanguardia, con un approccio corrosivo e fortemente sperimentale: a volte “disturbanti”, altre volte sorprendentemente melodici (come, per fare un esempio, nella traccia n°7 realizzata con Gerstein), gli ODRZ sono dal 2000 alla ricerca di un nuovo suono, di un nuovo concetto di ascolto che non si rifà a melodie o a una partizione tradizionale, bensì a uno sperimentalismo sonoro quasi sempre improvvisato. Una musica non-musica fatta di suoni (e rumori) industriali (industrial noise) con cui compiere una ricerca profonda nell’animo di chi la produce e di chi l’ascolta: un ascolto “scomodo”, non facile, non accogliente, volutamente respingente, che arriva quasi sempre a creare un’angosciante ambientazione post-apocalittica capace di mettere in evidenza le condizioni esistenziali dell’uomo contemporaneo. Perché questo è il mondo in cui viviamo: fatto di metallo, di elettricità, di disumanizzante produttività, di fabbriche rumorose, di suoni ancestrali ricavati da materiali moderni; tutto sta nel riconoscerli, nell’accoglierli come suoni “naturali”, di una natura artificiale che ormai fa parte della nostra carne e del nostro DNA. Ma tra questi suoni disumanamente umani ecco riaffiorare, come in un innesto transumanista, parole emesse da apparati vocali animali – i nostri -; frasi reiterate, giochi vocali che ricordano quelli dissacranti e anti-passatisti dei futuristi di Marinetti, ripetizioni ad oltranza di concetti poetici come se si trattasse dei movimenti ossessivamente ripetuti di un macchinario industriale: verrebbe da chiedersi, anche la creatività letteraria è dunque parte della produzione meccanica dell’uomo contemporaneo? Forse il rumorismo degli ODRZ vuole suggerirci che l’apocalisse è già realizzata, è hic et nunc e la viviamo quotidianamente, e che c’è solo bisogno di chi la concretizzi in arte sonora, che la reinterpreti musicalmente per chi fa finta di non sentire o è da troppo tempo immerso in un suono postumano divenuto familiare. 

Se con Burroughs abbiamo assistito, grazie alla tecnica del cut-up, all’interruzione della linearità scritturale e alla frammentazione del significante, con l’esperienza musicale industrial prima e in seguito con quella post-industriale vi è stato come una sorta di “spezzettamento” della classica narrazione musicale in favore di una ricerca che ha messo al primo posto una sonorità istintiva, rumoreggiante, frammentata, a volte brutale, testimone dei tempi: non più il legno dei violini ma tubi di ferro, lamiere, sbuffi di vapore, scariche elettriche, sirene di fabbriche, vetri infranti, urla disumane… 

Ho rivolto alcune domande a uno dei due fondatori degli ODRZ, Massimo Mascheroni, per cercare di sviscerare altri aspetti della loro ricerca e del loro modo di vedere le cose:

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La parola è immagine

words and pictures

In parziale risposta al film “Words and Pictures”.

Tenterò, nel mio piccolo, di sbrogliare la questione cardine contenuta nel lungometraggio di Fred Schepisi affermando laconicamente che non c’è “guerra!” tra parole e immagini, che LA PAROLA È IMMAGINE: facendo svanire apparentemente il problema della parola il cui potere, soprattutto in passato, sarebbe stato superiore a quello dell’immagine, oggi imperante, o al contrario dell’immagine che avrebbe talmente saturato la nostra infosfera da rendere di fatto obsoleti l’importanza e quindi l’uso della parola, soprattutto quella letteraria, quella legata a una funzione più articolata, che va oltre la mera funzione utilitaristica. Apparentemente, perché in effetti il problema resta ed è irrisolto. Dicendo che la parola è immagine andiamo temporaneamente a demolire la classifica esistente tra i due mezzi di comunicazione. O almeno credo.

Dunque l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, opera creata in un’epoca in cui “la parola era ancora importante”, sarebbe un’immagine minore, non prepotente, sarebbe per l’epoca un mezzo inferiore di comunicazione? Niente affatto. Riformuliamo, allora, la questione: il problema attuale è la parcellizzazione dell’immagine, un po’ come sta accadendo con le cosiddette microplastiche. Anni fa scrissi un articolo riguardante le immagini dell’11 settembre a New York in cui ipotizzavo un pericolo per nulla fantasioso ma reale, ovvero che l’immagine inflazionata (e ritrasmessa in loop) degli aerei mentre si schiantano nelle Torri Gemelle, in maniera ipnotica, potesse disattivare il significato delle parole, dei fatti, delle argomentazioni. Può essere?

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“Un’immagine vale davvero più di mille parole?” di Doriano Zurlo (29/05/2019) – Vita.it

Da un interessante articolo di Doriano Zurlo è nata questa mia breve riflessione, pubblicata dapprima sui social

Prima leggete il post di Zurlo, qui!

A seguire, il mio commento:

“Un articolo interessante di Doriano Zurlo​ che invito tutti a leggere e che mette sulla tavola tanti temi da poter/dover sviluppare in separata sede; tematiche riguardanti la linguistica, la fisiologia della percezione… Oserei dire persino la poesia. Avrei voluto commentare sul sito ma non si può, lo faccio qui.

Tenterò di sbrogliare la questione cardine dell’articolo dicendo laconicamente che LA PAROLA È IMMAGINE: facendo svanire apparentemente il problema della parola che avrebbe superato l’immagine. Dicendo che la parola è immagine andiamo a demolire la classifica esistente tra i due mezzi. O almeno credo.

Anni fa scrissi un articolo riguardante le immagini dell’11 settembre a New York in cui ipotizzavo un pericolo inverso, ovvero che l’immagine inflazionata (e ritrasmessa in loop) degli aerei mentre si schiantano nelle Torri Gemelle potesse disattivare il significato delle parole, dei fatti, delle argomentazioni. Può essere?

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