
A molti potrà sembrare scontato e facilmente conseguenziale, e per certi versi lo è, perché negarlo, approdare a questa raccolta poetica di Orwell dopo aver terminato la lettura del suo romanzo “Fiorirà l’aspidistra”, in cui si narrano proprio le vicissitudini esistenziali e i tormentati processi interiori di un trentenne poeta inglese – il protagonista Gordon Comstock – alle prese con un’impari battaglia anticapitalistica nei confronti del sistema socio-economico dominante e dei maledetti “quattrini” la cui cronica assenza nelle tasche del poeta è causa di innumerevoli impedimenti sociali e di insopportabili privazioni materiali. Alla fine Comstock capitolerà, accettando obtorto collo un “buon posto” e mettendo da parte la sua avventura da bohemien squattrinato, dinanzi all’amore per Rosemary e all’arrivo di un figlio inatteso… Tanti i temi toccati in questo romanzo: quello riguardante i falsi socialisti che vivono di rendita anche se predicano il marxismo; l’eterna diatriba tra idealismo e pragmatismo: l’autore sembra voler ricordare al lettore (ancora?) che “carmina non dant panem” e che molto spesso, per sopravvivere, la creatività dev’essere messa al servizio anche di ciò che non gradiamo fare…
È, nello specifico, un interessante romanzo di formazione soprattutto per chi fa o ha fatto esperienza editoriale con i propri scritti: le difficoltà legate all’atto creativo, le cadute d’umore causate dai numerosi rifiuti, la crescente consapevolezza di non essere tagliati per il mondo letterario… È più facile scrivere poesie quando si è poveri ma liberi o inquadrati nel sistema e con la pancia piena? La vita entra, quasi sempre senza bussare, nelle stanze delle nostre convinzioni con il chiaro intento di sbaragliarle, a volte salvandoci, altre volte sconvolgendoci e cambiando i nostri piani. Quanti scrittori hanno cominciato pensandosi “poeti” ma di fatto divenendo immortali grazie ai loro lavori in prosa? Orwell è stato uno di questi… Ma non pensate neanche per un istante che le poesie di Orwell siano disgiunte dal suo operato narrativo, dall’ideologia che ha animato in seguito i suoi romanzi più “famosi”. Non pensate che siano state solo un incidente.
Buona lettura!

Non tra i romanzi più noti dell’autore britannico Eric Blair (meglio conosciuto con il suo pseudonimo: George Orwell), in realtà “Fiorirà l’aspidistra” contiene già alcuni elementi prodromici che troveranno pieno sviluppo nei suoi titoli più celebri: la coltivazione del sogno individualistico quale unico strumento per salvarsi dallo schematismo di una vita borghese caratterizzata da basse aspirazioni e “piccole gioie quotidiane”; la lotta al conformismo dominante; la realtà come un muro di gomma che riporta il sognatore a una dimensione meno ambiziosa, più rinunciataria e per questo più solida se considerata dal punto di vista del buon senso comune…
Prima ancora di giungere al controllo asfissiante di un Grande Fratello distopico, Orwell sembra volerci suggerire che già esiste qui tra noi, nel nostro presente, un “controllore” dei nostri desideri che si chiama “conformismo”. Un’esistenza semplice non ha bisogno di grandi obiettivi per essere considerata degna di essere vissuta: proprio come la pianta dell’aspidistra, non necessita di particolari cure. Eppure, forse è proprio dalle piante semplici che nascono fiori e frutti inattesi…
Dirà Winston, il protagonista di “1984”: <<se c’era speranza, la speranza doveva trovarsi tra i prolet!>>. La stessa speranza che Gordon Comstock, protagonista di “Fiorirà l’aspidistra”, riscoprirà nella propria inattesa paternità (l’unico bene posseduto dal proletariato è appunto la prole): cedere alle piccole ma solide soddisfazioni di un’esistenza borghese può salvare dal vortice dei sogni insoddisfatti. I bisogni elementari e primordiali dell’uomo quali antidoti alla deviazione causata dai grandi obiettivi irrealizzabili…
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