Resto al sud

a Rino Gaetano

Una mosca di campagna mi bussa al braccio
nervosa, mordente come sposa impaziente
non si adatta alla provincia, al suo laccio
vorrebbe un passaggio in città,
spera ancora in verdi fughe nell’altrove
il mito non americano al di qua dell’orizzonte,

non le bastano più la preghiera serale
le riflessioni camminanti al tramonto
il grido disperato delle volpi
lo struscio notturno dei cinghiali
la lenta decadenza delle cose riparate
i muscoli stanchi allenati in extremis
le ultime volontà letterarie lasciate in giro
il riconoscere nel buio le luci di paesi vicini
l’io resto al sud scoperto in vecchiaia
e la fortuna indeterminata del domani,

allergica alla parola stanzialità
sogna sempre figli meridionali
con l’accento del nord.

“Ad esempio a me piace il sud”, Rino Gaetano

La verità è semplice come una volpe di notte

Ho visto una volpe sotto casa l’altra notte
ormai si spingono spavalde tra gli umani,
ho visto una volpe annusare il cibo lasciato per i gatti
l’ho vista per caso aprendo la finestra insonne dell’uomo libero.

Ho visto una volpe da sola l’altra notte sotto casa
cercava come me l’inizio della storia degli estinti
il senso dell’esserci tra partenze e arrivi
la morte che ha ridato dignità alla vita
il ricordo da cui cominciare il racconto
il bandolo della matassa esistenziale,
confusa girava tentando il filo giusto da seguire,

non ne avevo mai vista una sotto casa prima dell’altra notte
eppure mi dicono che vengono qui spesso,
ero io distratto a guardare le stelle lassù in cieli notturni e quieti
mentre la verità passa sotto un lampione e ha la forma di una volpe.

“La volpe” – Ivano Fossati

Il gatto della pioggia

Il gatto della pioggia
è un’idea serale di passaggio
un volatile rendez-vous di coscienza,
distratto appare nell’ombra di giorni a finire
in cerca dell’amico umano che non porta armi

diffida per istinto delle masse, pericolose
esse conducono a folli moti. A guerre.
Puntare sull’uno, riconoscerlo, annusarlo
a distanza, nascosto nel buio intorno alle stelle,
senza dare cenno alcuno, presenza di spirito in muta attesa.

Il gatto rosso della pioggia
è un’intoccabile anima notturna di pelo furbo,
non aspettatelo col buon tempo!
comparirà dopo un temporale di parole
in compagnia di sagge lumache di terra
e svanirà senza ringraziare con passo di volpe.

Tedoforo dell’assenza

Tedoforo dell’assenza
mantieni viva la muta luce
nelle ore solitarie e notturne,

libero, fuggi nel lavoro sperduto
tra cuccioli orfani e anime uniche
al mondo, non sai più accudire
l’amore che graffia alla tua porta
con occhi di teneri giochi,

grassa è la pianta ideale
senza legami dolenti, morenti
amica di aridi balconi esposti
al sole indipendente del domani

non chiede, non geme, non coinvolge
non rischia ferite all’anima,
esige soltanto quel poco distratto
dei tuoi ritorni dall’intorno.

Notturno #1

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Un gallo insonne, prematuro
annuncia il non visto ad est,
è l’illuso nottambulo sospeso
tra il buio certo come la morte
e la gioia di probabili luci a venire.

Una veglia in bilico tra dolci tenebre
in attesa del prossimo chiarore
che ancora una volta illumina e spiega
all’uomo guardiano la strada verso casa,

coltiva strane nostalgie
del nero che avvolge e gli rapina l’anima,

solo la luna è testimone dell’indugio,
la sua bianca faccia piena e un muto custode
dei vostri capitali e di sogni sparsi,

come in un incantesimo
i suoi affiderà al nuovo dì, che acceca gatti e voglie
mentre il mondo ormai desto, indaffarato e scemo
li perderà nel vortice del fare.

Albeggiare pallido e assorto

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Nelle albe di lavoro
è una dolce spada
di luce e speranza, trafigge
il primo chiarore ad est il petto
e gli occhi assuefatti di gatti
al buio e attenti all’abigeato
di cavalli in ferro e argilla.

Ritornano lenti i contorni alle cime
perse nell’oscurità del trapasso,
l’erba gelata attende fedele
la nascita d’una carezza luminosa.

Preghiera all’ultima stella sul confine,
esordio al mattino senza domande
di sbadigli e brina sull’anima

tra un candore di spazio celeste
fanno male per troppa luce
i vagiti del nuovo giorno,

consueti bagliori d’aurora
scruta nella fredda notte
e si rimette in strada
con la solita fede
il viandante assonnato.

(ph M.Nigro©2024; titolo: Squarcio d’alba)

“Jesce juorno” – Pino Daniele

Nota a “La veglia dei corpi” di Valerio Ragazzini

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Intorno a due caratteristiche principali sembrerebbe ruotare l’impianto narrativo de “La veglia dei corpi”, raccolta di racconti di Valerio Ragazzini (ed. Tracce e Ombre, 2023; collana “Icari involati” diretta da Claudia Maschio e Franco Ceradini): la contrapposizione luce/buio e l’uso che l’autore fa del corpo, o meglio, dei corpi. È nella luce che, in base alla vulgata, risiederebbe la verità, la versione più autentica dell’animo umano. Ma è sempre così? È soprattutto tra le pieghe del buio, nel luogo in cui dominano l’oscurità e l’ignoto, che si celano segreti interiori, lati indicibili della nostra volontà, aspetti non considerati del desiderio, forze ancestrali di cui avevamo perso le tracce; lì dove l’uomo è più vero, nudo perché non visto, non esposto al giudizio della luce, in netto contrasto con quei dogmi religiosi che esaltano la luminosità che avvolge chi vive nella grazia di Dio. Cantava Battiato: “La notte, non mi piace tanto, l’oscurità è ostile a chi ama la luce.” E il buio, prima o poi, raggiunge tutti per dare una lezione, come ricordato nell’epigrafe pasoliniana della raccolta. “Era il buio a farsi denso e molta gente temeva di diventare parte di quell’oscurità” (pag.16): nel film “Vanishing on 7th Street” questo timore diventa pericolo concreto; il buio inghiotte letteralmente le persone, simbolismo horror che descrive perfettamente le paure antichissime di un’umanità drogata di luce elettrica, di comodità tecnologiche dipendenti da un onnipresente efficientismo luminoso.

Continua a leggere “Nota a “La veglia dei corpi” di Valerio Ragazzini”

Carte nel buio

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Ora, se vuoi, ignora pure
l’invenzione della carta
le memorie affidate all’attrito
nei secoli dei secoli,
nel giorno in cui il buio ritornerà
la cercherai come un tempo l’oro
per continuare a dire i segreti
delle anime estinte,
quando prima dell’elettricità
sapevano dirigere i passi
verso il cuore degli uomini.

Dal mio posto di vedetta che legge
tra spiragli di tende e palpebre
intravedo una croce di ferro
arrossata da mille tramonti,
è la stessa muta compagna
dell’ultimo viaggio dell’anima più cara,
la bussola serale dei rosari sgranati.

Lontano, lassù
sulla collina tratteggiata
da file di luci confortanti
persiste ancora, indelebile
la scia fumosa dell’estremo rogo
cremazione di tutti gli atti terreni
a rendere polvere in anticipo
il lento logorio del tempo.

Tramonta, dunque
falso bagliore d’umanità notturna!
ridammi le sacre tenebre
primordiali delle origini,
voglio ritornare agli esordi
ai vagiti e al primo respiro
al senso eterno delle cose
al tremore nel donarsi alla storia
alla vita in ritardo
che fedele attende l’alba,
quella giusta.

Tout est pardonné

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Tramonto alla fine del mondo, clemente è l’imbrunire
balsamo serale per animi piagati
tutto è perdonato, le idee archiviate in ordine
nei cassetti profumati di naftalina alcolica
e facili promesse con cui prendere sonno.

Si accendono, luminose lacrime di città lontane
le tenui luci di speranze nutrite nel nuovo buio
che non esige risposte,
la feroce illuminazione solare
cede il posto a dolci illusioni
notturne come danze sensuali
intorno a fuochi d’agape
intese di pelle e sguardi intimi.

Istinti avvolti dall’oscurità
ballano su morbidi cuscini ancestrali
puntellati di stelle,

si addormenta tra sospiri carnali
l’affanno di un vissuto
che ancora scotta sulla pelle raminga.

(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

(ph M.Nigro)

Dite il mio nome

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Siamo fi(g)li spezzati,
ancora un altro tramonto
senza i suoni di casa
le litanie serali
i rituali in cucina.

Quando non c’era nulla da comprare
per quale motivo c’incrociavamo
tra le strade della città invernale?

Qualcuno dica il mio nome
prima che il buio prevalga!,
qualcuno sciolga quest’assurdo incantesimo
battendo le mani al ritmo di respiri assenti

e all’alba riapparirò
nel corpo di sempre.

(ph M.Nigro©2023)

Sul non dormire soli

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al mio daimon

Il felino di casa
abbandona notturno
le vecchie ossa
di madre adottiva,
forse già avverte
il freddo dell’aldilà
la malattia e la morte
accampate sull’uscio
dell’umano declino.

La porta socchiusa sul mondo
per andare e venire
a caccia di cibi sicuri,
dormire tra le gambe
di futuri padroni
eredi della solitudine,
il calore di un incerto domani
da preservare.

E sul petto insonne
quel ronfante non lasciarmi solo
nella notte senza lei,
per credere ancora
in scomodi amori a seguire.

(tratta dalla raccolta “Pomeriggi perduti”)

Gli insonni

Morning. by Guillermo Lorca.

Gli insonni vivono silenti
fasce privilegiate di tempo,
s’incontrano carbonari
lungo i margini del giorno a venire

affilano lancette crudeli
aspettando albe e caffè.

(immagine: “Morning”, by Guillermo Lorca)

Grado Celsius

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Con l’arrivo dei primi caldi
di notte
dalla finestra aperta
mi raggiungono psicosi da strada.
Uno che vagando tra i vicoli
geme un lamento “mamma! mamma!”
crisi d’astinenza dalla vita
una sirena insonne tra i miei sogni
colpi disperati di campana
schiamazzi da calura
e coltelli facili.

Amo il gelo che tutto acquieta
sotto un velo immobile
molecole indecenti si placano,
cerco l’inverno che zittisce
come severo maestro
i dolori infreddoliti del mondo.

(tratta da “Pomeriggi perduti”, 2019)

È un’apparizione laica

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È un’apparizione laica
serale il punto di luce fissa
congegno umano veloce per caduta,
commuove quest’avanzata fede primitiva
nel passaggio di metalli spaziali
puntuali e dispersi come pensieri al tramonto

si prepara il pianeta in bilico
al dolce sonno terreno
dettato dal suo giro d’asse
è il sacrificio a Morfeo,

la stella cometa dell’uomo in orbita
saluta l’ultimo sole prima del buio.

E brilla la corsa verso l’oscurità,
tornerà ancora, ma tra le tenebre
dell’ormai tardi notturno
quando il distratto uomo digitale
non baderà più alla gravità dei suoi gesti quotidiani.

L’imbrunire è quell’ora indecisa

Hansruedi Ramsauer

L’imbrunire è quell’ora indecisa
tra la luce non rassegnata a perire
e il buio senza coraggio per sorgere,
odo tralci di vite selvaggia
rampicarsi lungo la schiena
della luna piena di giugno

e la cecità serale
prendermi gli occhi ormai freschi
non più arsi di città, dove caldi mattoni
conservano i raggi del meriggio

come batterie pensate per corpi pentiti
fino allo sgocciolio di mezzanotte
e oltre, pensiero insonne che tortura
l’anima indigesta e reflussa
si sveglia senz’aria, affogata
dagli acidi della vita di giorno.

Ho fede nei tralci, arriveranno
un giorno, senza pretenderlo
a donarmi grappoli d’uva fragola
progenie di quella rubata all’infanzia

a essere finalmente domata
anno dopo anno
stupore dopo stupore per le rinnovate foglie
s’allunga la speranza
verso il sole dell’attesa
paziente stagione dell’essere,
incontro tra mani sistine
tra dio e l’uomo in questo inferno.

(immagine by Hansruedi Ramsauer)

Memento mori

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Il risveglio da se stessi dura poco,
una morte improvvisa sfiora il giorno
un falso dolore al petto insenziente
nascosto dietro strani enzimi serali
e si torna felici, vivi, ignoranti
verso casa, una volta ancora
 
la luna immensa nel cielo pulito
non sa niente di guerre a venire
brilla incurante sul nosocomio che ci libera,
ma fasulla è la promessa del viversi meglio
quella voglia di fuga nell’aria buia,
 
ridarsi al mondo più di ieri,
condannare rabbiosi
il sonno precedente il lampo d’inverno.
Un attimo prima di morire
si mordono i gomiti, lì la pelle è troppo morbida
per il non aver fatto, per la fortuna non braccata
come volpe d’argento e d’America
il mancato coraggio sul più bello
l’avventura senza fede,
 
non si riavvolge
l’indole inseguita sui cammini errati.
 
È un respiro nuovo di speranza
questo tornare alla strada,
il messaggio dell’amico lontano
non prevede il suo prossimo aldilà.
 
Avverte sete di esistenza
nella notte dell’alba
il graziato ramingo delle vene,
dura poco il risveglio
 
ché già reclama Morfeo
le ore negate all’inerzia.
versione pdf: Memento mori

“Rock di sera…” in spagnolo

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Sprazzi tratti dal componimento “Rock di sera… buon tempo si spera!” (pubblicato nella raccolta “Nessuno nasce pulito”), e utilizzati come flashforwards intercalati nel testo del racconto lungo “Call Center, reloaded”, sono stati gentilmente tradotti in spagnolo dalla speaker radiofonica barcellonese Maria-Rosa Monferrer… che ringrazio di cuore!

Se pone el sol triste
de comienzo de Septiembre
en los grises aparcamientos periféricos
vacíos de humanidad errante,
entre relucientes vidrios de botella
y calmos retazos de juventud.
Al fondo, paisaje de autopistas
para eléctricas notas de prueba.
Las grúas en el cielo róseo-azul
como púas dolorosas
sobre almas solitarias
esperan el rock nocturno.

Tramonta il sole triste
d’inizio settembre
sui grigi parcheggi periferici
vuoti d’umanità vagante
tra lucenti vetri di bottiglia
e calme schegge di gioventù.
Sottofondo autostradale
per elettriche note di prova.
Le gru nel cielo rossazzurro
come plettri dolorosi
su anime solitarie
attendono il rock notturno.

Dejo a mis espaldas
engaños y medias verdades
mientras piso
el acelerador melancólico
de sangre y basura.
Rincón sórdido de negra alegría
y vacías pancartas blancas
a la espera de colores y ojos.
Cuando incluso la última
flecha doliente de sol
desaparezca tras nuevas tierras,
le prenderemos fuego al escenario.
¡Ponte sol, ponte!

Mi lascio alle spalle
inganni e mezze verità
mentre spingo
sull’acceleratore malinconico
di sangue e spazzatura.
Angolo squallido di gioia nera
e vuoti cartelloni bianchi
in attesa di colori e occhi.
Quando anche l’ultima
freccia dolente di sole
scomparirà dietro nuove terre,
daremo fuoco al palcoscenico.
Tramonta sole, tramonta!

Espontáneos aglomerados humanos
en busca de energía sonora
me recuerdan soledades
o viajes para un solo pasajero.
Imaginamos ser el centro
pero siempre estamos en la periferia
de nosotros mismos
y de nuestros sueños.

Spontanei agglomerati umani
in cerca di energia sonora
mi ricordano solitudini
e viaggi per un solo passeggero.
Ci illudiamo di essere centro
ma siamo sempre alla periferia
di noi stessi
e dei nostri sogni.

Continua a leggere ““Rock di sera…” in spagnolo”

Mal’ore

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Sono le mal’ore notturne
quelle d’inverno cattive e cieche,
strappano virgulti d’anni
alle amicizie sfiorate
con folate di morte
gelate dai rami del futuro

non avvisano dall’uscio
una voce che prepari,
battute lasciate a metà
tra rossi calici ancora pieni
sotto ruderi di cielo

l’età fermata, nel buio cristiano
della pietra inattesa
mentre s’illudono di respiri
e di nuvole impigliate
in finestre di chiesa
come incensi sul mondo

i tristi sopravvissuti
al giorno in più.

(immagine: Alfred Kubin – The Way to Hell, 1904)

Angelo Branduardi – Ballo in Fa# Minore

versione pdf: Mal’ore

“Logiche autunnali”, su Pangea.news

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Il mio articolo “Logiche autunnali” (già pubblicato su “Nigricante”qui, e in seguito ripreso anche su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

Quarta di copertina

Dalla quarta di copertina di “Pomeriggi perduti”

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