Nota a “Tempo assediato” di Titos Patrikios

Quand’è che la vita vissuta comincia a far sentire il proprio peso (inteso come valore consistente capitalizzato nel tempo e non come mera “fatica”)? A che punto del nostro cammino esistenziale riusciamo a trasformare il disincanto in poesia? Il non fatto che “mi tormenta di più” in “parola casuale” che rinfranca? Non esiste una regola comune, per fortuna, ma ognuno sceglie modalità e tempi, parole e verbi… C’è un passaggio nella poesia La porta dei leoni di Titos Patrikios (tratta dalla dozzina intitolata Tempo assediato, Fallone Editore – 2024) che sembrerebbe avere il potere taumaturgico di fornire un inizio di risposta a tali quesiti: “… Sempre intimorisce il nostro grave passato / spaventa la narrazione di quanto è avvenuto / quando la scrittura la incide sull’architrave / della porta che ogni giorno attraversiamo.” Il resoconto finale spaventa; affacciarsi sulla massa informe dei fatti esistenziali (e ciò accade sempre più frequentemente con l’avanzare dell’età), sulla scena dei mille personaggi indossati, delle numerose vite tentate, è un atto che richiede coraggio e approccio razionale. La narrazione mette in fila gli avvenimenti e l’enumerazione non lascia scampo; la scrittura è stata inventata per incidere la storia, per ricordare, per lasciare traccia, per dare importanza alle nostre cose, non per dimenticare o lasciar passare. E quella della memoria dettagliata è una porta che ci tocca attraversare ogni giorno o quasi. Ma per fortuna la scrittura non è solo narrazione, è anche poesia: ed è con la poesia che veniamo graziati; è per mezzo della parola poetica che riusciamo a perdonarci, perché attraverso la poesia raggiungiamo il midollo del vissuto senza giudicarlo, ripercorriamo le nostre gesta sospendendo il giudizio e traendo da esse solo il significato che conta in una visione dall’alto che troppo spesso manca all’uomo nella sua quotidianità. “… e il tempo tranquillo e impercettibile / chiuderà ogni ferita…”: ma non un tempo qualsiasi; il semplice trascorrere delle ore non fa rimarginare i tessuti: è solo con il tempo poetico che la ferita acquisisce un significato nuovo, un senso non più doloroso; che i fallimenti del passato si tramutano addirittura in mito. È così che “si trasformano in metallo le parole”; è con la poesia che noi, persone comuni e inaccessibili, raggiungiamo la vera indipendenza mentale e non abbiamo più bisogno di pareri e di perdoni, che superiamo il muro di un tempo assediato dalla caducità e precarietà dell’esistere.

Michele Nigro

Tempo assediato

Pensavamo di conoscerci bene.
Ma quando i nostri indumenti stanchi
[cominciarono a cadere
senza pretesti né scambievole irruenza
e rimasero i nostri corpi senza finzione
apparve chiaramente quanto fosse lunga
[la strada
quanto il nostro tempo fosse assediato, e noi
due persone comuni, quasi inaccessibili.

Parigi, Marzo 1962

Nota a “Un tempo minimo” di Selene Pascasi

Sembrerebbe che Selene Pascasi nell’ultima silloge “Un tempo minimo” (Eretica edizioni, 2024) sia riuscita ad asciugare ulteriormente i suoi versi per ottenere, o confermare, una poesia che “rasenta schiva le idee”, che si consegna al mistero della vita e quindi all’indicibile, per abbracciare la sintesi urgente di chi ha conosciuto il dolore della perdita, la morte, l’assenza costante che lacera e non dà tregua… Il ritmo ormai è quello sentenziale e in alcuni tratti lapidario dei salmi biblici; l’essenzialità del verso si rivolge a verità alte con passaggi che non ricordano più dinamiche terrene, pur prendendo spunto proprio da vicende umane, familiari, private; e andando a smentire l’allarme lanciato da alcuni critici per quanto riguarda la perdita di universalità da parte di una consistente porzione di poesia moderna troppo concentrata sull’ombelico dell’Io. Un'”asciugatura” del verso come se ci fosse il timore di perdere l’aggancio con l’infinito a causa di divagazioni non più richieste; il primo verso della raccolta è “Canto la cenere…”: ormai certi dolori, seppur presenti, hanno assunto la forma “incenerita”, compatta, mai rassegnata o spenta, di un caos calmo che solo il tempo e le fisiologiche metamorfosi interiori possono creare in chi scrive. I ricordi hanno finalmente conquistato un loro ordine nella piramide esistenziale: forse l’amore per la vita che continua può ancora mettere le cose al loro posto nonostante la memoria assillante e quotidiana di chi non c’è più; la speranza può sicuramente avere qualcosa da dirci e darci perché “Andare non è perdersi” ma è solo “nascondersi nel tempo”, e perché “l’amore è fatto di attimi / che vivono migliaia di anni”; forse si può alla fine fare pace con Dio, con se stessi… lasciandosi curare “con garze di eufonia”: la poesia – anche se spesso “inciampa / nelle vene del tempo” perché in fin dei conti è prodotto umano legato alla finitezza del tempo -, come la preghiera, è l’unica via per tornare all’indelebile che c’è in ogni esistenza. Solo così si può avere ragione sulla morte, e assolverla.

Michele Nigro

UN TEMPO MINIMO

Sarà un tempo minimo
sfuggito all’universo
a dichiarare carità.
– mi credi?
Estranei di pelle
sapevamo amarci
come lettere inattese.
– ricordi?
Non rendermi ciò
che conservi di me.
Cedilo al respiro.

“Carte nel buio” (poesie / 2019-2024)

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“Carte nel buio” (poesie / 2019-2024), ed. nugae 2.0 – 1a edizione: maggio 2024; prefazione di Carla Malerba, postfazione di Emma Pretti.

Disponibile al seguente link:

https://www.amazon.it/dp/B0D37RYDT1

“Ma è soprattutto la profondità simbolica che caratterizza l’intera raccolta. Nell’autore poesia è bellezza, è amore, è musica, è silenzio, invocazione laica e sobria pazzia; e mentre si dissolvono nella memoria le note di Brassens, evocatrici di un dolce tempo che non torna, i versi di Carte nel buio ci accompagnano pervasi da una sottile malinconia per tutto ciò che vita dà e non restituisce, se non nel ricordo.” (dalla prefazione di Carla Malerba)

“La poesia di Michele Nigro, caratterizzata da componimenti di discreta ampiezza raccolti in sezioni – quasi una scansione in capitoli – non è una poesia narrativa ma è la poesia di un narratore, e non potrebbe essere altrimenti dal momento che Nigro nella sua produzione è anche narratore in prosa dai temi più diversi…” (dalla postfazione di Emma Pretti)

“Carte nel buio, come un’ingenua speranza poetica che avvolta dalle tenebre dell’epoca procede fiduciosa in direzione di luci lontane: che siano stelle o luci artificiali di città future non è dato saperlo; la speranza, tranne quella cristiana, non si basa su certezze di fede. Perché è solo stando al buio che si può intravedere l’uscita sperata, il varco luminoso sulle seconde vite…” (dalla Premessa dell’Autore)

Dieci inediti per “Frequenze Poetiche” n.39

Bel modo di cominciare Maggio!
Alcune mie poesie inedite sul n.39 della prestigiosa rivista “Frequenze Poetiche” curata dall’instancabile Giorgio Moio che sentitamente ringrazio!
Per ora, attendendo il cartaceo, in versione digitalmente sfogliabile: QUI!
FP 39
Sommario:
POETI – ARTISTI – PERSONAGGI DA RICORDARE
– Carmen Moscariello, Il profetico senso della vita nella poesia
di Amelia Rosselli; John Suiter, Last post/L’ultimo comunicato (tradotto dall’inglese da Alberto Rizzi).
FRESCHI DI STAMPA
– Marco Palladini, Creando Chaos.
POESIA ITALIANA CONTEMPORANEA
– Michele Nigro, Dieci poesie inedite.
POESIA STRANIERA
– Du Fu, Canto cinquecento caratteri e altre poesie (tradotto dal cinese da Giancarlo Locarno).
CRESTOMAZIA
-Testi verbovisuali di: Carlo Bugli, Valentina Casadei, Alfonsina Caterino, Maria Benedetta Cerro, Fernanda Fedi, Aleq Garrigóz, Anna Maria Giancarli, Gino Gini, Lucia Longo, Giorgio Moio, Alberto Rizzi, Gian Paolo Roffi, Pete Spence, Alberto Vitacchio.
POESIA VISUALE – SCRITTURE ASEMANTICHE – ARTI VISIVE
– Aa. Vv., “Risvolti”: 20 anni di linguaggi in movimento (con introduzione di Stefano Taccone e poesie visive esposte nella mostra curata da Carlo Bugli e Giorgio Moio nel mese di febbraio al “Movimento Aperto”, Napoli, di Ilia Tufano).
PROSA – AFORISMI – HAIKU
– Laura D’Angelo, Stagioni. Luciana Gravina, Elegia per Colonia; Giuliano Romano, Il fumatore scostumato.
DISCUSSIONI – INTERVISTE
– Aa. Vv., La poesia, nonostante una società avversa, è dispo-
sta a sperimentare forme sempre nuove di espressioni? Se sì,
come e perché? Se no, perché?
LETTURE – RILETTURE
– Carlo Bugli, Appunto interlocutorio per “L’@nticamera del
cervello di Antonio Vitolo; Maria Pina Ciancio, Leonardo Sinisgalli sulla poesia. La poesia non è un uovo o una perla e i poeti non sono figli del Sole; Mario M. Gabriele, “Finzioni. Interviste fantasma” di Giorgio Moio; Luciana Gravina, “La strategia del terrone” di Gianfranco Martuscelli.

“Poesie sospese”, silloge terza

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“… poesiole, ricordi, esortazioni, esibizionismi, scherzose invettive, di sicuro poesiacce, donate a chi non può permettersi di giocare con le parole, di pagarle in prima persona, di viverle sulla propria pelle. […] Questa terza e ultima silloge della serie sospesa, sottotitolata “nuovi materiali per un futuro incerto”, in omaggio alla prima serie, è divisa in quindici tempi, quindici momenti eterogenei e di diversa ispirazione che vanno a chiudere un’esperienza di necessaria gratuità non richiesta. Non abbiamo dati sicuri sul domani, e forse è proprio da questo costante stato di precarietà che nasce la parola più libera, a volte la poesia più vera anche se meno bella…” (dalla Premessa)

PER LEGGERLA: clicca QUI!

11 haiku per 11 scatti, raccolta prima

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“… Ma l’haiku ha bisogno di immagini? No, è esso stesso  ̶  in perfetta solitudine  ̶  immagine dell’attimo, del non detto che si annida negli angoli delle 17 sillabe. Un’isoletta di poche lettere nel mare di vuoto tutt’intorno che vuoto non è mai; disciplina contro l’ipertrofia dell’ego che vorrebbe dire e scrivere di più…” (dalla Premessa)

per leggere GRATUITAMENTE la raccolta: QUI

Continua a leggere “11 haiku per 11 scatti, raccolta prima”

Tre poesie su “LucaniArt Magazine”

Un grazie sincero a “LucaniArt Magazine” e a Maria Pina Ciancio per aver ospitato alcuni miei versi… (per leggerli clicca sul box qui sotto! 😉 )

Nota di Francesco Innella a “Poesie sospese, silloge seconda” di Michele Nigro

versione pdf: Nota a “Poesie sospese, silloge seconda – Di Morte e di Rinascite” di Michele Nigro

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Il dolore che colgo in questi versi, non si acquieta nei meandri dell’esistenza vissuta dal poeta, ma si estende in “sprazzi di estranea gioia / da tavolini di perse gioventù”. E il dolore si riacutizza nel ricordo di una vita, quella della madre ormai lontana, che suscita nostalgia. “Siamo fi(g)li spezzati, / ancora un altro tramonto / senza i suoni di casa / le litanie serali / i rituali in cucina.” E anche il ricordo si appanna e si traveste di malinconia e allo stesso tempo di rabbia: “Quando torni al paesello / ridiventi selvatica e nubile / come una liberta liberata / o uno schiavo raggiunto / dal colpo di vindicta del padrone / sul capo di nuove speranze”; ma Nigro vuole rinascere da questo dolore: “Ho confidato a un’impiegata del reale / di avere sete di luce quest’anno / di volere primavera addosso, / c’è un ghiaccio alle ossa da sciogliere / un odore di candele da disperdere”. Un voler in ogni caso esorcizzare l’angoscia, che tanto lo ha addolorato pur conservando il caro ricordo della madre: “due punti luminosi, occhi distanti tra loro / muti, fissi come nascita e morte / e noi sotto a sperare ancora nelle stelle.” 

Francesco Innella

versione pdf: Nota a “Poesie sospese, silloge seconda – Di Morte e di Rinascite” di Michele Nigro

Poesie sospese, silloge seconda: “Di morte e di rinascite”

“… Questa seconda silloge, sottotitolata “Di morte e di rinascite”, è divisa in sei tempi all’apparenza slegati, sei momenti di graduale passaggio dalla sconfitta della fine alla tenace possibilità di una risalita imparando nuove strategie dal dolore, preservando il ricordo degli estinti, coltivando la speranza nell’esserci ancora, aspettando tiepide primavere.” (dalla Premessa)

La vita si celebra con altra vita, non con le parole.
Ma una vita, senza le parole, non sa di essere celebrata.

Per leggere, clicca QUI: Poesie sospese – silloge seconda

Nota di Franco Innella a “Poesie sospese”

versione pdf: Nota di Franco Innella a “Poesie sospese”

Una nota alle mie recenti “Poesie sospese” contenente alcune domande scomode ma necessarie sullo stato attuale della poesia. Un grazie sincero all’amico Franco Innella… 

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“Poesie sospese” di Michele Nigro è un interessante e un po’ provocatorio esperimento poetico. Le poesie che il poeta dona a chi avrà voglia di prenderle, magari sono quelle che non sono entrate nelle sue raccolte; faccio un’ipotesi che solo l’autore potrà confermarci. Mi chiedo, ma chi le prenderà, chi accetterà questa generosa offerta? Oggi che la poesia è stata volutamente messa ai margini della cultura? Oggi che i poeti strombazzano rumorosamente sulla rete, tutti a santificare il proprio ego malato? Ci sarà certamente qualcuno che in sordina le accoglierà e che sarà contento del dono? Penso di sì e credo di tracciarne un breve profilo. È il poeta che non ha mai rinunciato alla sua vocazione, anche quando hanno cercato di distoglierlo dai suoi versi, magari dicendo che la poesia non serve a nulla. È il poeta che ha passato notti insonni per realizzare un verso, per rintracciare anche una sola parola, per lui significativa e importante. È il poeta che pubblica i suoi versi per quei pochi che li accettano. È il poeta che è stato vittima di editori senza scrupoli. È il poeta che è stato emarginato nei concorsi truffa. È il poeta che guarda con orrore a una possibile e definitiva débâcle della sua ispirazione. È il poeta solitario che si aggira spaesato nella vita. Mauriac nel suo libro “Cinque volti dell’angoscia”, scrive: “Ognuno scrive per superare la sua solitudine e il poeta è come colui che mette la sua poesia in una bottiglia e la getta nel mare, qualcuno la prenderà”.

Ringraziamo Nigro e anche io accetto la sua poesia sospesa e ne scelgo una che secondo me racchiude tutta la sua poetica: “L’aria stanca e lenta dell’inizio/ predispone a raccogliersi/ lungo silenziosi margini di parole,/ sembra che il mondo latiti/ non voglia tornare a giocare/ con la nuova matrice di sempre.”

 Francesco Innella

versione pdf: Nota di Franco Innella a “Poesie sospese”

Nota di Franca Canapini a “Pomeriggi perduti”

versione pdf: Nota di Franca Canapini a “Pomeriggi perduti”

Una gradita e ricca nota di lettura della poetessa toscana Franca Canapini alla mia raccolta “Pomeriggi perduti”

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… Arditi tizzoni ardenti schizzati dal braciere / di Poesia / ustionarono la pelle della dimenticanza…

Corposa, coinvolgente, con un risuono classico di fondo la raccolta di poesie Pomeriggi perduti del poeta campano Michele Nigro, convinto sostenitore del valore della poesia, parola-verbo d’anima che registra il tempo e i tempi, eternandone gli attimi comunque e nonostante, anche a sua insaputa.

“Non sarà ora che le vedrai / mentre ti chiedo di leggerle / ma in un giorno qualunque / venute fuori per caso…/ ritornerai su parole ignorate / come è normale che sia / da rimasticare / eppure sempre presenti / tra pazienze impolverate / e le cose da fare / senza pretese, a sperare di essere / se stesse, nient’altro che verbi d’anima / amate per quelle che sono / umili / silenziose / già eterne a loro insaputa”. (Poesia a sua insaputa)

“… la Natura / cattiva e giusta / inventò la Morte. / Ma l’uomo / condannato a finire come tutte le cose finite / scoprì il sacro fuoco della parola. / Arditi tizzoni ardenti schizzati dal braciere / di Poesia / ustionarono la pelle della dimenticanza.” (Fuoco eterno)

Invano si cerca un filo conduttore tra un testo e l’altro della raccolta. Ogni poesia si presenta in se stessa compiuta, con le sue argomentazioni e la sua forma, adattata al sentire del momento. Colpisce il discorso spesso serrato e ipotattico, colpiscono le numerose metafore, talvolta estreme. Il filo che potrebbe unire le singole opere può essere, come afferma lo stesso Nigro in un’intervista, la vita. La sua/nostra vita fatta di esperienze, emozioni, ricordi, pensieri, visioni critiche della società contemporanea, il tutto espresso con virile spietato realismo.

In Epitaffio, dedicata a Edgar Lee Masters, si presenta come un poeta “appartato”, proiettando se stesso in  Herman Coluccio, un personaggio di fantasia:

… “Qui Herman Coluccio,

seduto in quest’angolo

del West virginia

guardando le case

dei vivi, le cose dei morti

e la campagna dei padri

in ogni stagione voluta da Dio,

ha forse vissuto

le ore più serene

(non diciamo felici)

della sua apparente-

mente

inutile esistenza

in compagnia delle fredde stelle

e di un sigaro infinito

fumante parole”.

 

C’è miglior epitaffio

Per un poeta appartato?”

In effetti, scorrendo i vari testi, emerge la figura di un uomo che vive in un luogo che sente poco stimolante, ma che, nella sua ricercata solitudine, si tiene in costante dialogo con i vivi e con i morti, con la gente semplice e con i grandi della letteratura; e, come Herman Coluccio, si concede il piacere di trascorrere “pomeriggi perduti” in compagnia di un sigaro infinito, fumante parole.

Ci dà conto del suo approccio all’esistenza l’ex ergo con i versi di Walt Whitman che invitano ad accettare il potente dramma della vita solo per il semplice fatto di esserci e poter ad essa apportare un verso: una specie di nichilismo attivo, quindi, che gli permette di dedicarsi alla letteratura e alle cose del mondo, nonostante sappia che non c’è niente per cui davvero valga la pena muoversi.

E allora eccolo “apportare versi alla vita”.

Continua a leggere “Nota di Franca Canapini a “Pomeriggi perduti””

“Poesie sospese”, silloge prima

pdf scaricabile: “Poesie sospese”, silloge prima

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Poesie sospese, come i “caffè sospesi” a Napoli, offerte gratuitamente ai poveri in parole ma bisognosi istintivi di significanti, agli indigenti della città dell’anima, ai mendicanti del verbo che è balsamo scritto su carta effimera, ai cercatori inconsci di significato attraverso le poeticherie di altri avventori. Senza alcuna pretesa consolatoria o “farmacologica”, si tratta ancora una volta di poesie minori e pensieri minimi lasciati sul bancone di un “bar internautico” a chi è di passaggio e gradisce sorseggiare miscele inedite, a un lettore sconosciuto che va di fretta o che invece vuole concedersi qualche minuto di pausa per girare con il cucchiaino della riflessione i versi concepiti da altri; poesiole donate a chi non può permettersi di giocare con le parole, di pagarle in prima persona, di viverle sulla propria pelle. La filosofia, solidale e filantropica, dell’economia circolare applicata al poetare: continua l’avventura dei materiali di risulta riciclati in nome di una sostenibilità esistenziale.

Michele Nigro

pdf scaricabile: “Poesie sospese”, silloge prima

Recensioni ad “altre cose”…

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Recensioni ad “altre cose” scritte da Michele Nigro: sillogi inedite, racconti, saggi…

Delle eloquenti distopie 2 – racconto di Michele Nigro (Emma Pretti, Poliscritture)

Nota di Franco Innella a “Poesie sospese, silloge seconda”

Nota di Franco Innella a “Poesie sospese”

Alcuni inediti su “Cultura Oltre” (a cura di Maria Rosaria Teni)

“Poesie” raccolta poetica di Michele Nigro

Un grazie sincero alla rivista “Cultura Oltre” e in particolar modo a Maria Rosaria Teni per aver pubblicato e soprattutto VALUTATO (cosa rara oggi in questo egoico guazzabuglio ‘social’ di soliloqui incrociati) una mia silloge inedita

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Una poetica molto incisiva e vibrante è quella che si presenta con i versi di Michele Nigro che, con sapiente e nitido realismo, tratteggia vissuti di straordinaria drammaticità, nel momento in cui vengono scritti e danno vita a  liriche di intensa profondità emotiva. Nelle poesie che presenta, il poeta “vorrebbe cantare di mondi oscuri” con la consapevolezza, tuttavia, di perdere pezzi di umanità in un mondo dove prevale la logica del potere e della sopraffazione. Il poeta diventa, dunque, cantore di una storia fatta di ore buie, di disillusioni, di padri che non vedranno l’erba calpestata dai figli, perché persi tra solitudini vuote di memorie.   La breve raccolta che presentiamo, costituita da sei liriche, ha un forte valore intrinseco, soprattutto per la capacità di trattare tematiche universali e dolenti che vedono gli uomini percorrere “solitari ma uniti gli infiniti percorsi” di una vita sfuggente che lascia ferite…

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“Pomeriggi perduti” su Il Mangiaparole

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L’interessante recensione di Francesca Innocenzi alla raccolta “Pomeriggi perduti”, già pubblicata su questo blog, è stata riproposta sul cartaceo della rivista “Il Mangiaparole”, trimestrale di poesia, critica e contemporaneistica diretto da Matteo Picconi e Marco Limiti (Edizioni Progetto Cultura), e giunto al suo quinto anno di pubblicazione.

Nota a “Preghiera in Gennaio” di Rosaria Di Donato

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Non leggete questa raccolta se almeno una volta nella vita non vi siete abbandonati al flusso di coscienza della preghiera spontanea e non ufficiale, non leggetela se almeno una volta non avete assaporato le possibilità speranzose dei Salmi veterotestamentari. Caratterizzata da un ritmo poetico non costante e non omogeneo (nonostante l’indubbia delicatezza dei versi e l’evidente genuinità della ricerca spirituale intrapresa), l’incipit della silloge dedicato alle sciagure pandemiche (lockdown) va a inficiare il successivo slancio, in parte riuscito, verso il cielo, verso l’oggetto delle attenzioni di chi ha fede. Ed è uno slancio colloquiale, che utilizza un linguaggio semplice, quotidiano, confidenziale. A tratti si avverte la vera preghiera, la preghiera-non-preghiera, quella sorgiva, che cerca (senza mai riuscirci del tutto perché l’Autrice non intende farlo) di svincolarsi da riferimenti agiografici e rimaneggiamenti evangelici troppo marcati in molti altri punti.

Resta un mistero cosa spinga un poeta a scrivere poesie-preghiere dal momento che già la poesia è religione del non detto, del non visibile, ponte con il “laico divino” che è nell’umano, pur senza nominarlo o legarlo a figure bibliche già immortalate nei testi sacri. Forse il bisogno di invocazione che proviene dal difficile vivere quotidiano (oggi ancor più difficile a causa di pandemie e guerre a seguire…), di ripercorrere con parole non ufficialmente sacre il mistero di un cammino verso l’alto, di offrire al lettore un’omelia poetica non richiesta ma donata con gentilezza. Al di là dell’essere credenti o meno, in Preghiera in Gennaio di Rosaria Di Donato (Collana “Quaderni di Macabor”, edizioni Macabor – 2021) gli oggetti poetici coltivati – Dio, il suo mortale figlio Gesù Cristo, lo Spirito Santo, la Madonna, i Santi… ecc. – sono troppo presenti (come è giusto che sia nel sottogenere poesia religiosa) e di conseguenza troppo ingombranti agli occhi di chi alla poesia ha delegato percorsi più anonimi, terreni ma non per questo meno divini.

ruth

da velo nero di precoce vedovanza
avvolto il corpo custodisce pensieri
germogli di spighe nuove al sole
ondeggianti lungo corsi d’acqua

in questo deserto che fare senza
più legami sola nell’oblio dei giorni
muti scanditi da silenzio assordante
cerbiatta inchiodata al vuoto esistere

un vortice un’idea di grazia m’inebria
ecco già l’orizzonte compare altrove
in terra straniera coltiva il futuro
lontano da qui nel paese di abramo

che patria non è dove nasciamo l’approdo
piuttosto a un vivere giusto naomi verrò
con te la legge del tuo popolo sarà la mia
il dio dei patriarchi provvederà

leggi anche:

Recensisco

Scambiamoci i libri!

Dodecalogo del recensore (di poesia)

Maria Teresa Infante su “POMERIGGI PERDUTI” di MICHELE NIGRO

versione pdf: Maria Teresa Infante su “Pomeriggi perduti” di Michele Nigro

Una ricca e sentita recensione della poetessa Maria Teresa Infante, che ringrazio, alla mia raccolta “Pomeriggi perduti”

Avatar di Maria Teresa InfanteMaria Teresa Infante

Pomeriggi perduti, Kolibris edizioni, 2019

// Era bella, sì / era bella la mia poesia / e non la ricordo. /
(da Onirica, pag. 75)

La ricercata poetica di Michele Nigro esula da una qualunque omologazione, uguale solo a sé stessa è inscritta nella latitanza dell’ovvio – svincolata dalle gabbie modaiole o artificiose – in cui i dettagli diventano espanso interiore di solida grammatura intellettuale sorretta da un’interiorità potente e insieme disarmante, sofferente ma pronta a resistere, graffiante a tratti, significante di un’anamnesi esistenziale che passa dalle strade del quotidiano fino ad “ascendere per discendere” nell’animo umano.
Tra le centootto pagine del volume vi è la commistione degli elementi esperienziali umani e la mimesi elettiva, rigenerante, indispensabile al poeta che ne ha assorbito il carico e avverte il gemito fratturale del bacino emotivo:

Ora che so di questa
eredità di parole sparse
più dolce m’appare
all’orizzonte la morte
che…

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Nota a “I vivi. Un tremore” di Andrea Donaera

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La morte e i morti sono faccende troppo delicate, personali, familiari, per rappresentarle in una lingua comune, nazionale: l’intimità del vernacolo permette di fissare meglio cose misteriose, che riguardano l’animo dell’individuo ma al tempo stesso appartengono a tutti. Il dialetto salentino è sì un chiaro collegamento al Canzoniere della morte di Salvatore Toma — che era di Maglie (LE) come Andrea Donaera, autore della silloge I vivi. Un tremore, Fallone editore (2022) — ma l’epigrafe metal “Forever they are in the hills…”, da un brano degli Emperor, denuncia un’impronta mastersiana che travalica la provincia: le colline, dall’Antologia della lontana Spoon River passando per De André fino al Salento, quali luoghi d’elezione per l’eterna custodia dei feretri ma anche per la persistenza spirituale dei trapassati.

La parola “morte” è il tag presente nelle 12 poesie. C’è il disagevole connubio tra sensualità e morte come in un quadro del catanese Calcedonio Reina; l’onnipresenza delle anime (“Addu stane moi li morti ci stane qquai a tutte ‘e vande? – Dove sono ora i morti se sono qui in ogni dove?”); il saggio consiglio popolare a temere più i vivi (causa, loro sì, di tremore!) che i morti: “Li morti nu’lli timìre ma li cristiani… – I morti non li temere ma gli umani…”; l’impermanenza dell’io mentre l’essenza diventa qualcos’altro che si ricicla; la voce dei morti che si nutre della vita vissuta; l’eccessiva fiducia data a un corpo destinato a tradirci; il fardello dell’ego fallace da cui salvarsi; il timore per il tempo che fugge e l’incognita su quando sarà l’ultimo Natale in questa terra… Ma non ci è dato sapere oltre. Non resta che fidarsi della morte e dei morti, accettare la prima e accoccolarsi ai secondi (diventando lo spirito della loro esistenza, l’ “I am them” ancora dall’epigrafe), sorridere con loro della vita. Tanto il ricordo dei cari estinti, a volte unico e genuino punto di riferimento, nessuno può sottrarcelo: “Te le nonne ricòrdete / ‘e mani te farina… – Delle nonne ricorda / le mani di farina…”.

VI
Tutte le ‘uci te li morti tènene nu parcé,
te te pensi ca si’ te ‘u parcé ma
lu parcé te tutte le ‘uci te li
morti ete ‘a vita, ‘a vita prima
t’a morte ca, pare, nu’ gghié mai
ci sape cc’ite ‘a vita.

Tutte le voci dei morti hanno un perché,
tu pensi d’essere te il perché ma
il perché di tutte le voci dei
morti è la vita, la vita prima
della morte che, pare, non è mai
granché la vita.

Continua a leggere “Nota a “I vivi. Un tremore” di Andrea Donaera”

“Raccontare il silenzio”. Francesca Innocenzi su “Pomeriggi perduti”

RACCONTARE IL SILENZIO. SU POMERIGGI PERDUTI DI MICHELE NIGRO

Del titolo di questa silloge di versi di Michele Nigro colpisce il rinvio diretto ad un evento di perdita, che evoca tanto l’idea di spreco, di dispendio, quanto una nostalgica mancanza. I due significati non si escludono affatto a vicenda, essendo metonimicamente correlati, potendo cioè legarsi in una relazione di causa-effetto; ciò contribuisce a costruire un orizzonte di attesa, spia di una poetica incline ad oltrepassare il mero dato realistico e le sue pretese di univocità. Sviscerando i nuclei tematici che emergono dalla lettura dei testi si coglie, non a caso, il binomio materialità/immaterialità: da un lato la conservazione, la collezione, l’accumulo, con un’attenzione al dettaglio numericamente quantificabile; dall’altro l’incessante fluire, la familiarità con il caos, la fuga dall’ordine dell’incasellamento. La conciliazione degli opposti si concreta in un’«estetica del caos», segnale che mappa il percorso e scardina i paraventi con i quali l’individuo si autoinganna.

Si insinua tra le pagine una continua riflessione sull’essenza della poesia e sul suo possibile ruolo nel mondo. La poesia si configura come dimensione altra, che sussiste in parallelo ad una quotidianità consumistica. Nell’antitesi tra quiete e follia, tra suoni assordanti e silenzio, è attitudine che consente il distanziamento dal frastuono. Nel ciclo inarrestabile del tempo, la parola tenta di fissare bagliori di Assoluto, condizione ignota, di là da venire, intrinsecamente connessa con la dimenticanza di ciò che si è stati. «… compagno di strada / mi è il verso forte e ignoto/ ai salotti laureati/ nato da quel vivere/ che per altri vita non è»: questi versi possono considerarsi una dichiarazione di poetica, nella coscienza di uno scrivere nutrito dalla vita vissuta, voce sincera e controcorrente.

Ancora, la poesia disvela il senso di persone e cose che ci hanno preceduti, canale che raccorda il passato ad un oggi di eredità incerte; come l’amore, è epifania e sostanza sulla frontiera dell’indicibile, antidoto contro l’effimero, rimedio all’immanenza. E – quasi una poetica del vago e dell’indefinito – sono le percezioni sensoriali a fare da ponte verso l’invisibile, nel superamento delle facciate ingannevoli, raccontando il silenzio («sete di silenzio parlato»). Così accompagnano il poeta opere letterarie, come la celebre Spoon River, in grado di gettare luce sul reale, di polverizzare le illusioni dell’uomo che si crede immortale. I versi di Spoon («il credersi invidiati/ o invidiabili, immemori/ dei vermi in attesa») mi portano alla mente i crudi ammonimenti di Leonida di Taranto, epigrammista greco del IV-III secolo a.C.: «… con una simile struttura d’ossa/ tenti di sollevarti fra le nubi nell’aria!/ Tu vedi, uomo, come tutto è vano:/ all’estremo del filo c’è un verme/ sulla trama non tessuta della spola».

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Ringrazio “Fara Poesia” e Alessandro Ramberti per l’ospitalità…

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