Alcune considerazioni sul film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi

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È sicuramente meritato il successo cinematografico e televisivo del film della Cortellesi intitolato “C’è ancora domani” (2023) e alcune delle critiche lette in giro riguardanti certe scelte effettuate dagli sceneggiatori e dalla regista possono essere facilmente smontate: 1) accostare musica contemporanea, estranea al contesto storico di cui si occupa la pellicola, ad alcune scene non è un azzardo per sembrare originali e fuori dagli schemi ma è un modo per creare un ponte tra la condizione della donna italiana durante il secondo dopoguerra e quella della donna di oggi nel XXI secolo non solo in Italia ma in ogni parte del mondo. Il contrasto tra una scena ambientata negli anni ’40 dello scorso secolo e sonorità più vicine ai nostri gusti attuali, induce a una riflessione sul presente e non relega il problema nel passato. Come a voler chiedere allo spettatore e a se stessi: “siamo sicuri che la condizione esistenziale della protagonista sia solo un ricordo? Che non riguardi ancora molte donne della nostra epoca?”. 2) La scena della violenza da parte del marito Ivano trasformata in un balletto non è una rappresentazione irriverente del problema: il cinema non deve solo raccontare realisticamente – anzi non dovrebbe farlo quasi mai se è vero cinema d’arte – i fatti che costituiscono la trama ma deve essere anche in grado di reinterpretare, di rappresentare sotto altre forme, con altre modalità, ciò che lo spettatore già conosce e immagina. Riprodurre scene di violenza in maniera realistica cosa avrebbe aggiunto di nuovo ai fatti, alla cronaca anche dei giorni nostri, a quel che è già risaputo? Nulla.

La Cortellesi, e non mi riferisco solo alla scena del balletto violento tra Delia e Ivano, ha fatto la scelta vincente anche se non originalissima (basti pensare al film “La vita è bella” di Benigni) di unire il racconto storico a una narrazione ironica; d’altronde la Cortellesi nasce come attrice comica ed è chiaro che l’ironia (soprattutto quella amara) e la comicità surreale di alcune scene rappresentano suoi strumenti prediletti. Così come non originale, pur ottenendo un sicuro “effetto nostalgia”, è la scelta del bianco e nero che sembra voler scimmiottare il bianco e nero spielberghiano de “La lista di Schindler”.

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Poeti&Versi su “il Lucano” magazine

Sul n.172 (anno XXII) settembre/ottobre 2025 del magazine “il Lucano”, nella rubrica “Poeti&Versi”, la mia poesia intitolata “Tempi”.

“il Lucano” è una storica e corposa rivista diretta da Vito Arcasensa che si occupa da ventidue anni di politica, attualità, cultura, sport.

Ringrazio la Redazione e il curatore della rubrica Gian Carlo Lisi.

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“Viaggio a Tokyo” di Yasujirō Ozu e l’hic et nunc degli affetti

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Tra i film di Yasujirō Ozu, quello più toccante, malinconico e delicato è a mio avviso “Viaggio a Tokyo” del 1953; dietro una trama apparentemente semplice, lineare, che prende spunto dalla quotidianità della vita di persone ordinarie, si nasconde un vasto mondo di sentimenti, di dinamiche familiari comuni a tutte le culture, da oriente a occidente. È praticamente impossibile non riconoscersi in almeno una sequenza di questo film perché in esso sono contenuti tutti i temi principali riguardanti la vita umana, familiare e individuale: il rapporto tra genitori e figli e la sua evoluzione “fisiologica” nel tempo, le distanze generazionali e geografiche che spesso allontanano gli uni dagli altri, le gioie e le delusioni che i figli procurano ai propri cari, gli affetti dati per scontati e quelli inattesi e per questo più graditi, la morte che mette in evidenza – quando ormai è troppo tardi – la carenza di attenzioni verso chi immaginiamo essere eterno, la solitudine che insegue ogni essere umano…

Un film che diventa monito affinché non si sottovaluti il passare del tempo, la cura che impieghiamo nelle relazioni familiari e sociali, la fortuna di avere i propri genitori in vita… Una pellicola delicata, si diceva, perché impregnata dall’inizio alla fine di quel modo di fare rituale, ossequioso, educatissimo appartenente alla cultura nipponica; un tipico esempio di “caos calmo” anche in quei momenti in cui le emozioni avrebbero tutto il diritto di prendere il sopravvento. Eppure la compostezza dei personaggi, con i loro gesti calibrati e le frasi sussurrate con una sonorità monotona, nulla toglie all’intensità dei sentimenti che traspare con ancor più forza proprio grazie a un filtro culturale radicato nel tempo.

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Nota a “Elegia del confino”, a cura di Franco Innella

Nigro è un poeta che sempre mi ha sorpreso per la sua variegata attività letteraria. Con lui ho condiviso spazi culturali non banali, volti alla ricerca essenzialmente antropologica del vissuto urbano odierno. Ma ora al di là di tutto questo, mi trovo davanti ad un suo nuovo ponderoso lavoro dal titolo “Elegia del confino, un diario in prosimetro”. Il prosimetro è un genere letterario che unisce prosa e versi, alternando le due forme nella stessa opera. Questo tipo di composizione è caratterizzato dalla presenza di parti scritte in prosa, come racconti, diari, o commenti narrativi, e di parti scritte in versi, come poesie o liriche. Un esempio autorevole è la Vita Nuova di Dante Alighieri.

Ma che cosa è il Confino per Nigro? Questa è la prima domanda che si è affacciata alla mia mente. È, essenzialmente, abbandonare il mondo di fuori per ritrovare se stessi; è a mio giudizio una cura dell’anima. La pratica di coltivare e mantenere la salute e il benessere spirituale e mentale. In sostanza, si tratta di un’attività che punta a migliorare la qualità della vita attraverso la consapevolezza, la ricerca di significato e la gestione delle emozioni, e che richiede un certo tipo di isolamento, anche se quest’ultimo non deve però prevalere sull’equilibrio psichico. Operazioni che richiedono un distacco necessario dalla massa.

Ma il Confino coincide anche con un luogo fisico? Nel caso di Nigro esso si identifica – anche se mai espressamente dichiarato nel testo perché desiderio dell’autore è sempre stato quello di scrivere un’opera adattabile a qualsiasi latitudine e senza alcun vincolo geografico specifico – con l’amata Lucania e in particolare con il paese di Baragiano in provincia di Potenza, dove egli ha più facilmente incontrato la sua anima. Scrive Pavese nel suo romanzo La luna e i falò: “Un paese ci vuole a cui tornare prima di andare via”, e la cura che Nigro ha sostenuto nel restauro della casa paterna, l’aver resistito alla sua vendita denotano il suo amore per i luoghi dell’infanzia. E in questa dimensione emerge il passato, che assume ai suoi occhi una nuova nitidezza. Scrive Nigro:

“Persistono echi

rianimati da memorie

di vissute gesta,

vecchie mura impregnate

di lontane esistenze

non seguite da storie scritte

chitarre scordate

vapori di cucina…”

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Letteratura d’evasione


Durante il lungo letargo tappezzato di parole
non ho imparato né a nuotare, né a sciare

ora che riapriranno Alcatraz
imparerò almeno ad evadere da un io stantio,
non ci sarà conclave in grado di tenermi dentro.

“Io sono un istrione!” cantava Aznavour
datemi due sedie, un Vaticano e vi inscenerò la pace,
denazificare le terre rare
farle diventare rarissime prima di rivenderle ai fessi.
Ribattezzerò il Golfo di Napoli
in Golfo del Regno delle Due Sicilie,
vedo sorgere bunker di ghiaccio in Groenlandia
e trincee di dita medie sui confini del Canada.

Non ho ancora ritirato la cipolla di nonno dall’orologiaio,
si è stancato anche il tempo di temporeggiare.
Mi raderò la barba con parole affilate,
prima che questa terza guerra mondiale a pezzi
si frantumi in mille pezzi.

Andremo su Marte con astronavi a batteria
e lì imporremo dazi ad altre forme di vita.

(immagine: testa in cartapesta raffigurante il detenuto Frank Morris, dal film Fuga da Alcatraz)

“L’istrione”, Charles Aznavour

Una luce nel buio

ad Alfonso Gatto

“Vuole una luce per scrivere nel buio?” –
chiede con gentilezza la giovane cameriera,
testimone di luppolo e temperate poesie a matita
versi randagi nel vicolo birraio di Salerno
tra discorsi da tavoli vicini, curiosi a distanza
per la torcia telefonica in soccorso di parole
urgenti, fissate in fretta come inchiostri esposti all’aria.

È una barriera poetica d’antan
quella che isola il muto cucitore di impressioni
dal flusso cittadino che non conosce tregua,
simile ad acqua fluviale scivolano ai suoi fianchi
di pietra levigata dal tempo
la parlantina serale tra amiche
il tubare indeciso sul menù degli amanti
l’occhio curioso dei passanti sulla rarità
dello scrivere solitario, gesto antico
da evitare in pubblico, evoluzione dello scandalo,

la non socialità scardinata dall’offerta di un varco:
“Vuole una luce per scrivere nel buio?” –
no, solo dall’oscurità sorgono parole luminose…
… ma tu non lo sai!, speri ancora in lampi verdi nel cielo
primavera di ragazza che offre sorrisi a vecchi scrivani ciechi
assuefatti alla penombra di sconfitte buone per poetare
anonimi avventori di schiume pomeridiane
poggiati con la schiena assolta dagli anni su mura unte di miracoli.

Il gatto della pioggia

Il gatto della pioggia
è un’idea serale di passaggio
un volatile rendez-vous di coscienza,
distratto appare nell’ombra di giorni a finire
in cerca dell’amico umano che non porta armi

diffida per istinto delle masse, pericolose
esse conducono a folli moti. A guerre.
Puntare sull’uno, riconoscerlo, annusarlo
a distanza, nascosto nel buio intorno alle stelle,
senza dare cenno alcuno, presenza di spirito in muta attesa.

Il gatto rosso della pioggia
è un’intoccabile anima notturna di pelo furbo,
non aspettatelo col buon tempo!
comparirà dopo un temporale di parole
in compagnia di sagge lumache di terra
e svanirà senza ringraziare con passo di volpe.

Su “Elegia del confino” di Michele Nigro, intervista a cura di Davide Morelli

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Su “Elegia del confino” di Michele Nigro, intervista a cura di Davide Morelli

  • In cinese crisi significa sia problema che opportunità. A mio avviso tu hai scritto questo ottimo libro in pandemia, pur riconoscendo la tragicità del periodo ma cogliendo pienamente l’opportunità per poter meditare e creare. Che ne pensi?

Come ho specificato nella nota d’autore posta alla fine del volume, questo libro non è nato durante o in conseguenza della pandemia: è solo per una fortuita coincidenza cronologica se la stesura è cominciata a gennaio del 2021, subito dopo l’annus horribilis, ma il suo concepimento risale a tempi non sospetti, prima del distanziamento imposto da esigenze epidemiologiche. Pur rispettando chi in quel tragico periodo ha perso la vita, devo dire che il termine ‘opportunità’ è quello che meglio riassume lo spirito di questa mia pubblicazione: cogliere l’opportunità, in qualsiasi momento della nostra esistenza – anche ora che non siamo più in lockdown -, per meditare su alcuni aspetti dimenticati del vivere… Ma per farlo bisogna riconquistare la capacità di realizzare un certo “distanziamento naturale” da non confondere con la misantropia.  

  • Come è nata l’esigenza interiore di scrivere un prosimetro? 

Il prosimetro dal punto di vista formale ha reso possibile un’alternanza di voci e quindi di ritmi e di atmosfere che non avrei ottenuto se avessi scelto la sola prosa o pubblicando semplicemente una raccolta di poesie. Avevo a disposizione su dei taccuini alcuni anni di scritti diaristici in prosa (da “tradurre” in una forma pubblica partendo da considerazioni private tipiche di un diario) e una sostanziosa quantità di poesie ispirate al tema del libro che avevo in mente e al territorio in cui è stato concepito. Direi che il prosimetro non era tra le mie primissime intenzioni ma in seguito è stato quasi naturale scegliere quel genere letterario.

  • In letteratura sono scritti tanti prosimetri. Potresti spiegare in cosa il tuo prosimetro è simile ad altri e in cosa è differente? 

È vero, in letteratura il prosimetro, pur essendo un genere piuttosto raro, è abbastanza presente con esempi autorevoli, partendo dall’antichità fino ad autori relativamente recenti (penso a Campana, Tolkien…), ma non oso andare alla ricerca di differenze o analogie con i grandi del passato sia per pudore sia perché ne uscirei malconcio. Dico solo che l’amalgama tra narrazione e parte poetica è un fattore imprescindibile in qualsiasi periodo storico: sono figlio di quest’epoca, la mia prosa e i miei componimenti poetici sono frutto del linguaggio di questi tempi, ma nel passaggio formale tra prosa e poesia non si dovrebbe mai avvertire la presenza di un “gradino” che faccia inciampare il lettore; come hanno rilevato alcuni beta lettori prima della pubblicazione di “Elegia del confino”, nel mio prosimetro non c’è soluzione di continuità tra prosa e poesia. E questa valutazione, come è facile intuire, mi ha incoraggiato nel continuare la stesura del libro. Tuttavia, devo ammetterlo, non mi dispiacerebbe la definizione di “prosimetro postmoderno”, sia dal punto di vista stilistico che “filosofico”: riutilizzare un genere antico per parlare ai contemporanei.     

  • Come ti poni nei confronti del genere della poesia in prosa?

È un tipo di ibridazione che non mi ha mai convinto del tutto. Nel senso che a mio avviso quello della poesia in prosa è un campo minato, per attraversarlo occorrono strumenti sensibilissimi perché il margine in quel caso è sottile: ci sono prose che contengono più poesia di un componimento poetico, così come ho letto poesie che forse avrebbero dovuto avere fin dall’inizio la forma della narrazione. Nel caso di “Elegia del confino” avrei potuto scegliere una di queste forme ibride e invece ho voluto ribadire la separazione tra i due generi. Per la parte in prosa ho utilizzato una voce narrante impersonale (ho voluto annichilire l’io, come direbbero i poeti di ricerca), quasi come se lo sguardo che si è posato sui miei diari appartenesse a un’entità terza; invece le poesie sono quasi tutte in prima persona o comunque con una voce più intima: in quel caso sono proprio io a “parlare”, a intervenire. E mi è piaciuto realizzare questa alternanza.   

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Espiazione

Non gettare tempo al nulla
all’algoritmo che non legge,
non più messaggi in bottiglie
rotte dal flusso di acque elettriche,

sfiora le mani della donna infedele
rifiuta la musica solitaria di ieri
prega come se vedessi dio, e chiedi
bussa, progetta, strappa con coraggio
il pronostico crudele sul destino
viaggia non per noia da perdigiorno
lungo i nuovi sentieri della grazia,
ma per espiazione
sia l’intento dei giorni a venire.

Dal quartiere bruciato d’agosto
grida di madre ferita negli ultimi inverni
si levano insieme all’arsura di guerre lontane,
è già dolce in bocca e sulla pelle l’autunno alle porte
una sicura promessa che non prevede la morte dell’anima.

(ph M.Nigro©2024; titolo: me stesso)

Pelle non scritta

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Quando tutti saremo tatuati con gli stessi disegni
daremo la caccia ai glabri non marchiati
alle pelli vergini di chi ancora si racconta su carta,

lontano dalla moda degli uguali originali e senza parola.

Tornerà in uso la favella che descrive
contro la muta semiotica dei corpi inchiostrati
cartelli mobili di carne e sangue,

ho sognato di essere stato adottato:
madre! Assicurami alla storia,
dammi un segno che appartengo
anch’io a questo mondo di gabbie aperte.

Libero zoo in libero stato.

(ph M.Nigro©2024, titolo: polso di Michele Nigro, pelle su tela fotografica)

ANARCHIA E FUTURO NEL METAVERSO, INTERVISTA A MICHELE NIGRO a cura di Roberto Guerra

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“… Noi tutti siamo legati ai piaceri che il corpo ci dona in questa vita, oltre alle inevitabili sofferenze che fanno parte del “pacchetto” esistenziale. Nel mio racconto non mi riferisco indirettamente a una liberazione attraverso improbabili vie ascetiche, ma auspicherei almeno a una presa di coscienza della nostra condizione di consumatori: “abbandonare” ogni tanto il corpo per tornare a intercettare altre priorità “superiori”. Forse oggi essere “anarchici” significa acquisire questa consapevolezza? E l’”eversione” è tutto ciò che ci distrae dal progetto che un certo capitalismo ha pensato su di noi? Chissà… E l’”immersione nel virtuale” è la metafora laica di una sempre più urgente riscoperta spirituale da parte di un’umanità allo sbando?…”

PER LEGGERE L’INTERA INTERVISTA: clicca QUI!

oppure

versione pdf: “Anarcometaverso”, intervista a Michele Nigro a cura di Roberto Guerra

vedi anche:

“Anarcometaverso”, videointervista a Michele Nigro, a cura di Franco Innella

“Perfect days” e l’hic et nunc di Wenders

versione pdf: “Perfect days” e l’hic et nunc di Wenders

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Quand’è che una vita può essere considerata “perfetta”? Quando soddisfa i parametri valutativi di un sistema videocratico-consumistico basati sull’arrivismo, sul potere dell’influencing e sul successo mediatico o quando rispetta un ecosistema interiore costruito lentamente e con pazienza negli anni? Questo film di Wenders, da più parti e a ragione considerato “poetico”, pone al centro di tutto la contrapposizione tra l’affanno di chi programma la vita futura e il carpe diem di chi sceglie di cogliere l’attimo offerto dal “qui e adesso”, senza preoccuparsi di quel che si dovrà fare domani.

Il protagonista Hirayama (Kōji Yakusho) ha rinunciato a “un altro mondo”, solo accennato nel film, per onorare quotidianamente — nel proprio mondo — la meraviglia dell’esserci, lo stupore per le piccole cose, il primo respiro profondo appena svegli (a svegliarlo non è lo stridore di una sveglia ma il fruscio di una scopa di saggina), attraverso un ritualismo routinario fatto di gesti ripetuti, di abitudini puntuali, di “piccole gioie quotidiane” come innaffiare piantine, sorridere al cielo uscendo di casa, ascoltare musicassette fuori moda, frequentare luoghi pubblici ormai familiari, rifarsi il letto con movimenti collaudati, dedicarsi meticolosamente al proprio lavoro…

Qualcuno potrebbe, con una punta di malizia, ipotizzare che in realtà Wenders si sia reso la vita facile scegliendo una società, una cultura, una tradizione comportamentale come quella giapponese per proporre la sua personale visione di una filosofia esistenziale tendente alla perfezione, dal momento che il modus vivendi del popolo nipponico (al netto delle deviazioni causate dalle influenze occidentali veicolate dalla globalizzazione) è già per sua natura meticoloso, rispettoso del bene comune al limite dell’autolesionismo e affetto da precisione maniacale non solo nei luoghi pubblici e di lavoro ma anche nella vita privata. Tuttavia il protagonista del film aggiunge a queste caratteristiche diffuse un proprio tocco personale: la ricerca della bellezza nelle piccole cose non può essere offuscata dalla routine di un lavoro che da molti potrebbe essere definito “umile” (e umiliante), non all’altezza di chi avrebbe potuto aspirare ad attività più “alte”. Hirayama ci insegna che non esistono lavori umili o non all’altezza di qualcuno, ma solo lavori che nobilitano chi li svolge se eseguiti con dignità e meticolosità, da contrapporre ai lavori fatti per tirare a campare, per sopravvivere e racimolare qualche banconota per uscire con la propria ragazza il sabato sera… Spetta al singolo individuo scegliere se trasformare la propria esistenza in un haiku di equilibrio e di perfezione, capace di congelare l’attimo in tutta la sua bellezza, o vivere una vita in modalità inerziale, senza meraviglia, senza una filigrana che può intravedersi solo in controluce…

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Nostalgia del futuro

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Inizialmente pubblicato come inedito sul sito letterario “La poesia e lo spirito” fondato e curato da Fabrizio Centofanti, e precisamente nella rubrica “La parola ai poeti”, questo “pezzo” nasce, anzi sgorga prepotentemente — perché masticato da tanto, troppo tempo — da una “riflessione di strada” appartenente a un Michele sospeso tra due differenti epoche esistenziali: prima di inviarlo a Lpels, il Michele che lo ha scritto viveva una fase di transizione non pienamente realizzata; il Michele, invece, che lo ripropone oggi sul proprio blog ha un po’ meno nostalgia del futuro e vive con una forza diversa una nuova fase storica personale. È incredibile come uno stesso scritto possa essere letto e interpretato dal suo autore in maniera differente a distanza di pochi giorni. Gli stati d’animo mutano, l’umanità è impermanente, le condizioni virano, le energie si rimescolano; solo la Poesia resta ferma nella sua funzione millenaria di Motore Immobile dell’umana interiorità.

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“… Italiani impauriti e inerti come sonnambuli…”

(dal Rapporto Censis 2023)

Che cos’è la “nostalgia del futuro”? Più facile è descrivere la nostalgia per un passato che non tornerà; più fattibile è il provare nostalgia per ciò che è irreversibile ma che abbiamo comunque toccato, conosciuto, vissuto… Che razza di nostalgia si può mai provare, allora, per qualcosa che ancora deve accadere e che forse non accadrà mai? Sarebbe più corretto parlare di desiderio dell’irrealizzato; tirando in ballo, invece, la nostalgia si presume una quasi certezza per quel che andremo a realizzare a breve e a vivere in prima persona, al punto che possiamo permetterci di trattare il non realizzato come qualcosa che non c’è ancora ma che sicuramente ci sarà e di cui cominciare addirittura ad avere nostalgia. Proiettarsi in una vita che ancora non esiste, ci rende nostalgici di ciò che è potenziale, ovvero ci rende nostalgici di noi stessi perché le potenzialità sono contenute in noi, non giungono dall’esterno, non sono instillate miracolosamente da un’entità metafisica… In quel caso sarebbe più corretto parlare, appunto, di desiderio perché il termine desiderio, etimologicamente, descrive la condizione di chi “vive in assenza di stelle” (“de”, particella privativa, e “sidus, sideris” = stella; plurale “sidera”) ed è in attesa di ricevere qualcosa “dall’alto”, di rivedere comparire nuovamente le stelle che sono assenti, la loro luce che dona speranza. Chi ha nostalgia del futuro, invece, ha solo nostalgia di se stesso (di un altro se stesso), di quel se stesso che è già lì, presente, che non deve discendere dal cielo sotto forma di stella, ma che ancora non brilla in qualità di essere umano pienamente realizzato. Si ha nostalgia del futuro perché avendo pregustato le premesse, sappiamo già o possiamo concretamente prevedere come sarà il seguito della storia. Non si tratta di una storia di fantasia ma di un racconto realizzabile, realistico, di cui già conosciamo l’incipit. Praticando la nostalgia del futuro “amiamo” un noi che sta per arrivare, che è dietro l’angolo e quindi ancora non visibile, ma sappiamo che esiste, c’è. Potrebbe trattarsi di un atto di fede, ma la concretezza della possibilità ci allontana dal mistero, dall’ignoto.

Ci sarebbe anche un’altra teoria intorno al fenomeno della “nostalgia del futuro”: tutti noi sappiamo che parallelamente all’esistenza che viviamo ce ne sono altre decine o centinaia: si tratta delle “vite potenziali”, ovvero di quelle vite che avremmo potuto vivere ma che per una serie infinita di motivazioni, di scelte o di casualità non abbiamo cominciato a vivere. È un po’ la teoria delle “sliding doors”: basta perdere una metro, un aereo, un’amicizia, un’opportunità irripetibile; basta trovarsi nel punto B anziché nel punto A, nell’ora X anziché nell’ora Y, per provocare o condizionare una sequenza a cascata di eventi. La volontà non c’entra niente perché per applicarla c’è bisogno di un piano, di un progetto: quando crediamo di usare la nostra forza di volontà per piegare il destino al nostro piano, in realtà stiamo anche in quel caso assecondando un piano casuale, un piano che era destinato a capitarci sotto il naso. Questo significa che siamo foglie al vento? No di certo, ma dobbiamo accettare il fatto che anche quelle che noi crediamo essere delle nostre scelte illibate e incondizionate, in realtà sono il frutto di una serie di influenze di cui non siamo sempre, anzi quasi mai, consapevoli. Si ha nostalgia quindi di vite parallele che intravediamo dall’altra parte del vetro, come quando siamo fermi in una stazione e vediamo attraverso i vetri del nostro treno, e quelli del treno sul binario parallelo al nostro, altre persone simili a noi ma che viaggiano in direzione opposta oppure nella nostra stessa direzione, solo che a un certo punto i binari inizialmente paralleli divergono portando i due treni in direzioni diverse. Per un attimo ci siamo immedesimati nelle persone dell’altro treno, abbiamo colto qualche loro gesto che ce li ha resi anonimamente simpatici, ma non si tratta di noi riflessi, bensì di altri individui, diversi da noi, diretti in un’altra stazione di arrivo. Si può avere nostalgia di quella vita vissuta da persone che però non siamo noi; saremmo potuti essere noi, ma non lo siamo. Noi restiamo noi, nel bene e nel male.

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Nota a “La comunità dei viventi” di Idolo Hoxhvogli

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È una prosa intransigente quella adoperata da Idolo Hoxhvogli ne La comunità dei viventi (Clinamen ed., 2023); una sorta di piccola “bibbia” apocrifa e moderna concepita per la liberazione dei viventi contemporanei dalla matrix che li tiene prigionieri. Una “bibbia” laica che descrive un’apocalisse già in atto e non profetizzata.

È importante ricordare che l’umanità è costituita di viventi e che vivere non significa solo respirare, riprodursi, nutrirsi, produrre ricchezza, pagare le tasse a Cesare, ma è o dovrebbe essere soprattutto coltivare un più intimo rapporto con il trascendente, con quell’invisibile in cui l’essenza, e quindi il significato intangibile del nostro esserci, è da sempre diluita. Una scrittura dotta fatta di affermazioni lapidarie, di verità scolpite, che non pone domande dirette, ma rivela senza chiedere o fornire spiegazioni alternative.

Forte è la critica al modus vivendi dell’uomo contemporaneo, alle sue convinzioni false e superficiali, al suo pavido adattamento al sistema; altrettanto deciso è l’invito a ritornare a un ipotetico punto zero della creazione, quando le cose e gli esseri animati non avevano nomi o recinti fatti di significanti (o codificazioni). Paragrafi autonomi che scavano in tutti gli aspetti indagabili dell’umano vivere, criticando la presuntuosa testardaggine del nostro disobbedire a Dio ignorandone le leggi che hanno un fondamento eterno e non adattabile alle epoche. C’è bisogno di una nuova radicalità spirituale che liberi Dio dalla comoda antropizzazione a cui è stato sottoposto nei secoli, di eviscerare i meccanismi più intimi di strutture ormai date per scontate, di denudare il potere e i suoi personaggi; c’è necessità di scardinare le false sicurezze della tecnologia che tutto livella e svilisce in nome di finte democrazie, di smascherare il protezionismo dei governi che è anticamera di un controllo sulle varie fasi del vivere (nascita, morte, sessualità, fede, impiego del tempo, movimento nello spazio…).

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Terra di mezzo

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Dall’eremo, desiderato
ho nostalgia dei lungomare
del bagno di folla che diluisce dolori,

da vie tappezzate d’umani
ho nostalgia degli alti silenzi
di vuoti che abbracciano il tutto.

Indeciso e avido, nella terra di mezzo
temporeggio sulla strada tra l’altura
e il mare.

3 domande a Ilaria Cino

versione pdf: 3 domande a Ilaria Cino

©ilariacinopage.blogspot.it

a cura di Michele Nigro, per il litblog “Pomeriggi perduti”

Sei ritornata sulla scena “social”, dopo un periodo di quiescenza, con un tuo sito intitolato “Ilaria Cino – literature influencer”, di poesia e altre cose, in contrapposizione – ipotizzerei io – a un altro tipo di “influencing” che va di moda, ben più inconsistente e di cui troppo si parla. Ti racconti non solo con dei versi inediti ma anche attraverso sprazzi di prosa “sincera”, che non fa sconti innanzitutto a te stessa. Nella tua nota biografica affermi: “la poesia è stata quel mistero di silenzi che non mi ha lasciata sola davanti alle offese della vita…”. Quindi la Poesia può ancora avere – in maniera quasi “esoterica”, direi privata – una funzione salvifica in un mondo che non solo non legge, ma non considera quasi più i poeti se non quelli che fanno “spettacolo” per vendere più copie?

Come epoca, faccio parte di un novecento assente, di un “grido unanime” citando Ungaretti, spento con troppa semplicità. Di questo tempo buio molti ne portano i segni, le contraddizioni che non possono non accendere un poeta. Dobbiamo rassegnarci al “pianger l’aer et la terra e ‘l mar devrebbe l’uman legnaggio” di Petrarca o riconsiderare il fallimento? Come figlia del novecento assente, tento la risposta. Il fenomeno di “influencing”, da te citato, sociologicamente lo valuto. Comunque è un prodotto mediatico dal basso che ha avuto un senso per molti, durante i picchi della pandemia. La poesia ha sempre avuto un ruolo, non salvifico, ma che risponde ad un intimo agire delle Muse, come ribadito da Rilke nelle “lettere a un giovane poeta”, o se vuoi solo per l’Inno a Satana del Carducci, e del verso “e corre un fremito/d’imene arcano”. È stato utile? lo si conosce?

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Torneranno i duelli all’alba

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Torneranno i duelli all’alba
i racconti per fuochi che scottano
le cortine, sì, ma di plastica
le fredde guerre da riscaldare
le crociate per liberare Hollywood dall’A.I.
i selgiuchidi alle porte di Vienna,
[solo per fotografarla.

Torneranno gli imperi e le spie
i sicari da stiletto e i sigari cubani
le crisi dei missili sulla Luna indiana
il Generale Inverno, quello percepito
i dagherrotipi su lastre di rame rubato dai rumeni
i D’Annunzio a declamar poesie nei sexy shop
gli Anni Venti ma senza ruggire
le campagne elettorali porta a porta
la moda delle epidemie e delle epifanie.

Torneremo noi, morti di lavoro e sul lavoro
di Domenica in pasticceria dopo la messa
sotto mentite sfoglie surgelate
a rivangare gli anni ottanta
Rocky, Rambo e Reagan a recitare accordi di pace
e la mummia di Ho Chi Minh sul treno di Kim Jong-un
[per un tour tra le dittature più in voga,

tornerete voi, camminando distratti
seguendo bianche luci di smartphone
come lucciole povere del petrolio
come tortore sull’antenna tivvú
a disturbare derby e film osé,

si rifaranno vivi i ducetti e le patrie
la space opera e le ricette di Tognazzi,
ritorneremo sul nostro satellite in diretta social
e lasceremo lì a morire di scienza un negazionista
per rappresaglia contro la cancel culture.

Dalle foto nel sacrario gli estinti
ci guardano attoniti, ma in bianco e nero.
Saremo come voi, siamo già voi, a colori
fotocopie testarde, affezionate al ciclo degli errori
preghiamo stanchi dèi del crepuscolo
sull’orlo del solito dirupo.

“Rocky, Rambo e Sting” – Antonello Venditti

(ph M.Nigro©2023)

versione pdf: Torneranno i duelli all’alba

Appunti rozzi di un lettore de “Il dottor Živago” di Pasternàk

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“Così tutto quello che era in lui ancora ferita viva e bruciante veniva estromesso dalle poesie e, in luogo di quella sofferenza che sanguinava e doleva, vi compariva una pacata apertura che innalzava il caso particolare a esperienza universale, a tutti partecipabile.”

(Parte seconda, cap. XIV)

È difficile uscire indenni da un romanzo come Il dottor Živago di Borìs Pasternàk, dopo averlo letto. È difficile staccarsi da quel testo, riporlo in libreria tra gli altri come se niente fosse. Ma niente non è stato. Perché? La risposta è complessa. È una storia immensa, infinita, umana ma al tempo stesso soprannaturale, terrena ma divina, storica ma universale e senza tempo. Una storia dell’umanità ma che appartiene all’infinito.

Che esistenze! Che amori! Che passioni viscerali! Che epopee esistenziali…! E che tristezza, pur nella forza che la vita dona ai suoi protagonisti. Un racconto che cresce piano piano, dall’infanzia all’età adulta, da un determinismo che tutto sembrerebbe aver stabilito al vortice dell’esistenza che ogni cosa stravolge: due classi sociali, un uomo e una donna, vanno incontro al loro destino, al fatto che la guerra e la rivoluzione li farà incontrare e darà loro l’opportunità di amarsi al di là della Storia e delle loro vicende personali. È questo il grande messaggio del Živago di Pasternàk: rispettare la propria natura individuale, la propria storia interiore e sentimentale anche se il mondo intorno va in un’altra direzione, spinto da altre esigenze verso il baratro o il rinnovamento. La critica alle intenzioni rivoluzionarie da parte di Pasternàk sono evidenti e forti, anche se narrativizzate: da qui il suo essere osteggiato in patria e la nascita del conseguente “Caso Pasternàk” intorno alla rinuncia da parte dell’autore al Premio Nobel per la letteratura e all’avventurosa storia editoriale del romanzo.

La storia tra Jurij Živago e Lara Antipova fa tornare alla mente le tante vicende clandestine di amori impossibili eppure reali, vissuti, ma inesistenti agli occhi di una visione “ufficiale” della vita. Donne e uomini, impegnati su “altri fronti”, che seguono il loro cuore e la loro riscoperta natura su campi di battaglia collaterali, condannati dalla società per eccesso di individualismo, ritenuti “fuori dalla Storia”. Lo strazio per un amore impossibile o comunque difficile da preservare (e sintetizzato nel “come faremo!” sussurrato a Jurij dalla Lara del film di David Lean). Anche Jurij, come Lara Antipova, è sposato, con prole: una doppia impossibilità, un doppio nodo su corde diverse e separate. Il senso di sospensione e di precarietà di un amore difficile ma vissuto, nascosto nelle intercapedini delle altre storie private, protetto da occhi indiscreti. Eppure quanta forza e speranza possono effondersi da storie in salita come questa descritta da Pasternàk: il viverla comunque, pur sapendo di non avere un futuro; si attinge dalla complessità di simili incontri una forza incredibile, strana, quasi crudele, ma grazie a essi si vivono sensazioni e si carpiscono segreti esistenziali che non sarebbe possibile conoscere attraverso una storia ordinaria. Forse il vero amore è quello che nasce nel dolore, tra gli attriti del reale, quello nato “mutilato”, e che insegna più cose.

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Ci sono più scrittori che lettori…

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Circola ormai da anni il mantra litanico “ci sono più scrittori che lettori!” (che viaggia in coppia con “oggi tutti scrivono!”), non lontano dalla realtà dei fatti, ma che andrebbe analizzato con più attenzione perché l’esperienza storica ci insegna che spesso gli slogan, quando sono inflazionati da un uso improprio, rischiano di perdere il loro potenziale comunicativo ed “educativo”, se ne hanno uno. Nell’analizzare tale slogan, cercheremo parallelamente possibili soluzioni al problema evidenziato dallo stesso e formuleremo riflessioni, a volte ironiche, che ci aiutino a capire un po’ di più l’articolato universo dei libri e dei loro fruitori.

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“Pomeriggi perduti” a Sant’Andrea di Conza

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Chi si trova in zona e ha piacere… “intervenghi”! 😁
Il “Salotto letterario”, iniziato ad Agosto, continua anche a Settembre… 😎
Una presentazione “in tandem” con l’autrice Milena Nigro, esperienza (almeno per me) insolita ma simpatica e originale, anche perché chi coordina l’evento – la scrittrice Maria Laura Amendola – sa il fatto suo!

Grazie al Comune, alla comunità e alla Pro Loco di Sant’Andrea di Conza… E grazie a Rossana Tobia-Vallario