Libero arbitrio

(a Raymond Carver)

Quando dici “ma perché non te ne vai
in palestra?” – o al diavolo! È uguale –
mi fai sentire indesiderato e perfetto
come un uomo sposato, anzi
come un uomo libero, quale sono

infatti la gente, anime di città
scorre, dall’altro lato della vetrina di Casa Laciò
dove seduto con caffè sambuca osservo
e scrivo di un tramonto coperto dai palazzi,
libera, pioggia fredda sul vetro già freddo
di indifferenze trafficate e trafficanti – direbbe Leone,

qualcuno – peste lo colga! – continua ad aprire
la porta del locale sulla gelida strada dell’ora di cena,
fanno corrente d’ossigeno omicida che alimenta ustioni
gli avventori inquieti che non leggono libri
non scrivono, non cercano salvezze serali, un “cosa stai leggendo?”
come scusa per andare a letto e fare l’amore,
riprendono con assurdi apparecchi magici
incendi dal soffitto sulle loro teste acerbe, senza fuggire.

Una massa che gira a tutte le ore,
ecco perché non so niente dei cognomi illustri
della loro storia legata agli aneddoti di città,
bisogna stare di più in mezzo alla strada
diluirsi tra chiacchiere e volti, assorbire cultura locale,
non conosco neanche il nome delle vie – “non sono di qua!”
Ed è vero. Per questo faccio sempre lo stesso tragitto dal 1978,
per non perdermi.

“Ma perché non te ne vai in palestra?”
Mi confermi che sono un uomo colto
solo per farmi contento,
niente fiaccolate omeopatiche stasera per i morti di fiamma
accendimi di solitudine e ghiaccio
e dimmi che sono un animale colto anche se il mondo
distratto non lo sa. Dai, fallo, per piacere!

Riflessioni da sterrato

Braccia al cielo e gambe piantate in terra
non ricordo più il perché del nostro distacco
ma ho in mente le geometrie casalinghe
le cucine materne, incerate su cui fare compiti

mi dissocio da battaglie mondiali
sono troppo occupato a risorgere
ho un programma da onorare,
vorrei pregare ma mi distrae
la trasparenza di donne in chiese di luce

braccia lievi al cielo, gambe doloranti sulla strada
l’estate semplice è presto detta
mi inebria il peso di vite passate, ne farò poesia?
ho bisogno di lente riflessioni da sterrato
peripatetico sull’imbrunire penso al da farsi,

ho un programma da soggiogare al tempo
folto è l’elenco delle cose mancanti, ma
posseggo braccia svampite e gambe concrete.

(ph M.Nigro©2025; titolo: “Lo sterrato”)

Ferialità

E dunque riprendiamo il viaggio
interrotto un attimo prima del trapasso,
non per andare chissà dove
giusto a un palmo più in là
delle piccole gioie quotidiane
delle meschine rivalse tra corpi morenti
dello stupore per la solitudine,

è la prospettiva a latitare dagli orizzonti
la piccola luce vera in fondo al benessere.
Ma tu viaggia, viaggia lo stesso!
anima spezzata in cerca di senso,
straccia quest’oggi grasso e disperato
ritrova l’ingenua speranza che abitava gli occhi estinti.

Piega il metallo pazzo del mondo
con il tuo alito caldo di parole inutili,
addomestica le ore selvagge della ripetizione
al volere di un programma tutto umano,
e chiedi aiuto in preghiera allo sguardo muto degli avi
mentre spolveri la cornice intorno ai loro volti pazienti.

“On the Road Again” – Rockets

Una luce nel buio

ad Alfonso Gatto

“Vuole una luce per scrivere nel buio?” –
chiede con gentilezza la giovane cameriera,
testimone di luppolo e temperate poesie a matita
versi randagi nel vicolo birraio di Salerno
tra discorsi da tavoli vicini, curiosi a distanza
per la torcia telefonica in soccorso di parole
urgenti, fissate in fretta come inchiostri esposti all’aria.

È una barriera poetica d’antan
quella che isola il muto cucitore di impressioni
dal flusso cittadino che non conosce tregua,
simile ad acqua fluviale scivolano ai suoi fianchi
di pietra levigata dal tempo
la parlantina serale tra amiche
il tubare indeciso sul menù degli amanti
l’occhio curioso dei passanti sulla rarità
dello scrivere solitario, gesto antico
da evitare in pubblico, evoluzione dello scandalo,

la non socialità scardinata dall’offerta di un varco:
“Vuole una luce per scrivere nel buio?” –
no, solo dall’oscurità sorgono parole luminose…
… ma tu non lo sai!, speri ancora in lampi verdi nel cielo
primavera di ragazza che offre sorrisi a vecchi scrivani ciechi
assuefatti alla penombra di sconfitte buone per poetare
anonimi avventori di schiume pomeridiane
poggiati con la schiena assolta dagli anni su mura unte di miracoli.

Volpe di giorno

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La volpe ha preso coraggio negli anni di fame
attraversa spavalda la strada asfaltata dell’uomo
a mezzogiorno, in piena luce, quasi in mezzo al traffico

conquista la collina lassù, promette cibo
ne ha lasciata una in basso, senza affari
segue la sua via, non teme più la morte in un mondo che muore

ferma le sue orecchie attente nell’aria nuova di sangue fraterno
resta immobile per la chitarra elettrica di un ragazzo senza guerra
da una casa del borgo in pace, vibrazioni di speranza.

“La volpe” – Ivano Fossati

Strade diverse

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Da tempo è finito il tempo,
– cari personaggi estinti! –
dei canti d’addio intorno al feretro
come un fuoco di carne antica
e di amicizie infartuate al passato,

vi ritrovate in tarde riunioni di lacrime luttuose
più per gli anni trascurati e imbiancati
dal non chiedere di noi oltre il sembrare,

degli aneddoti ormai riti noiosi, stantii
simili a pane chiuso in ridicole galere,
non più nutriti dal fresco presente.

Eppure risuona ancora la valle di tende
vicina al fiume dei verdi cammini
del saluto notturno sussurrato a lune piene
tenendoci per mano in preghiera
anticipo sui funerali dell’autunno,

risplende dei visi roventi di brace e canzoni
danzando in cerchi già imperfetti alla vita,
delle buone intenzioni su lunghe distanze
appassite sotto un sole distratto e cattivo.

Aspettando l’estate

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Attendo il tepore nell’andare lontano dal gelo
di morte, i primi veri respiri liberi su strade ferrate
verso la città che da sempre guarisce ferite
invernali, troppo aperte per non brillare al sole,

ma non dimentico le foglie cadute senza dolore
le lacrime che insegnano i modi della speranza
gli autunni amati e la pioggia di cieche parole.
Non lascio indietro quel che sono stato.

“Aspettando l’estate”, Franco Battiato

Elvis

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È forse un nuovo ’78
questo gelido inizio
di tarde libertà non richieste,
la strada da fare davanti agli occhi
e alle scarpe di ieri, sempre le stesse?

Inciampi al buio sui titoli di coda
dell’ennesimo Elvis redivivo,
presagio estivo alla fine del tuo mondo
e del nostro ormai privo di senso.
“Ma è il cinema muto?” sfotte sull’età
un bimbo seduto fin dalla nascita
su una morte che non vede.

Prendi il mio braccio! ancora per un po’
tra questa gente senza storia,
torniamo alla luce che conosci
e guarderai tutto non più come prima
attraverso la parte di te sopravvissuta in me.

Pompei (1971-2023)

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Guidato da passi sapienti, ripercorro strade rimosse
di una vita passata, un abbozzo sospeso
embrione di quello che non fu
ricordi inossidabili impolverati di tempo
frammenti di memorie
non del tutto seppellite
dagli attacchi del presente.
Ipotizzo per gioco esistenze parallele
potenziali, non espresse
un altro possibile me
cammina al fianco dell’uomo di oggi.

Vorrei salire le scale primordiali
bussare alla porta dell’imprinting
entrare in quella prima casa
abitata da generazioni estranee.

L’istinto incalza e mi lascio distrarre
da spensierati locali al neon,
lì dove acerbi mescitori
scimmiottano in abiti moderni
culinarie vestigia romane.

(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

(ph M.Nigro©2023, Pompei 4 gennaio)

Quando la benzina finirà, non ci resterà che un tocco umano…

versione pdf: Quando la benzina finirà, non ci resterà che un tocco umano…

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A te, giovane donna ingabbiata!
prigioniera nel caldo abbraccio
lussuoso metallo suvizzato
di un sultano ricco e veloce

accogliente vagina del potente
che osservi superba e distante
il mondo metropolitano di sotto
proteggi con un vetro i sensi
da fatiche, fetori urbani e precariati

sacerdotessa della velocità
voli verso i divertimentifici
di società in eterna crisi,
custode del focolare su gomma
difendi con sguardo sospettoso
il benessere luccicante al neon

emulatrice di maschi alfa
provi compassione dell’intorno
scrutando il girovago nulla,
non decostruisci, nauseata dei lenti
l’arrogante cilindrata dell’ego.

A te, dico:
scendi con me, andiamo in giro
a piedi, straniati e sovversivi
scapestrati e rivoluzionari
verso i dimenticati percorsi
della città psicogeografica d’autunno,

riconquista le strade buie e vere
le terre incognite ai margini
i vicoli inconsueti dell’anima
che esorcizzi di gas accelerando.

Continua a leggere “Quando la benzina finirà, non ci resterà che un tocco umano…”

Dylan

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Si trasformerà prima o poi
l’amore non dato e ricevuto
in strada da percorrere a piedi
verso quel mondo di sogni resi reali

dalla sorridente disperazione
di chi non si arrende

vagabondo che cerchi di cancellare
il suo volto dagli archivi del dolore.

Incroci deserti e polverosi, binari roventi
fontane poco generose, indicazioni sbiadite dal sole
fedele zaino macchiato di voglia d’andare, senza chitarra
la musica è già in te
ne hai fatto scorta
prima di staccare la spina dalla mortale routine,

quanti chilometri per lenire
le ferite non viste
quanti volti nuovi
per capire cosa farne di te.

(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

“Maggie’s Farm”, Bob Dylan

“L’uomo che cammina” per la Pace!

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Scrive Christian Bobin, riferendosi alla resurrezione del Cristo senza peraltro mai nominarlo, in L’uomo che cammina: <<L’uomo che cammina è quel folle che pensa che si possa assaporare una vita così abbondante da inghiottire perfino la morte. Coloro che ne seguono le orme e credono che si possa restare eternamente vivi nella trasparenza di una parola d’amore, senza mai smarrire il respiro, costoro, nella misura in cui sentono quel che dicono, sono forzatamente considerati matti. Quello che sostengono è inaccettabile.>> Cosa c’entra il Gesù camminante di Bobin con la 60ª edizione della Marcia per la Pace Perugia-Assisi  ̶  organizzata per la prima volta nel 1961 da Aldo Capitini  ̶  svoltasi lo scorso 10 ottobre? Apparentemente nulla, dal momento che si tratta di una marcia laica, aconfessionale, inclusiva, apartitica, anche se mai apolitica perché tutto è “politico”, nel senso nobile del termine: anche i granelli di sabbia sollevati dai piedi dei marciatori sono politici. La vera politica è azione senza colore ma di valori, è scelta di movimento, di fede folle, di cammino verso un obiettivo ideale ma concretizzabile passo dopo passo, pacificamente, senza assaltare sedi di sindacati o di partiti. C’entra perché i matti, credendo, avendo fede nella realizzazione di un mondo migliore, non attendono immobili l’arrivo del cambiamento ma si fanno movimento, camminano, pur nella limitatezza dello spostamento (“solo” 24 km per i partecipanti alla Marcia). Ancora Bobin: <<Il movimento è dare tutto se stesso>>; il marciatore per la pace consegna simbolicamente per poche ore il proprio corpo, non solo i propri ideali e il proprio tempo, nel tragitto tra Perugia e Assisi (città in guerra tra loro nel medioevo), alla causa. Una consegna che non si esaurisce con il raggiungimento del traguardo sportivo perché <<dio è un uomo che cammina ben oltre il tramonto del giorno>>; la marcia interiore continua ritornando a casa, all’indomani della confortante e colorata marea umana, nei propri luoghi d’esistenza, tra le pieghe di abitudini da scardinare in nome di un’autentica evoluzione dell’umanità ma a partire da se stessi e non pretendendola solo dagli altri: l’“I Care” milaniano  ̶  tema di questa storica edizione  ̶  è un prendersi cura, un interessarsi in prima persona e non più delegato, una responsabilità diretta dell’individuo a partire dal microecosistema del vissuto quotidiano.

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Marciare per la Pace, sulla rivista “Essere” di Arezzo…

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Capita proprio a fagiolo, in questi freddi e preoccupanti giorni di guerra in Ucraina non solo sbandierata ma purtroppo anche molto probabile, l’uscita sulla rivista “Essere” (periodico del centro di solidarietà di Arezzo, n.3 – anno XXXIII, diretto da Vittorio Gepponi) di un mio articolo sulla “Marcia per la Pace Perugia-Assisi” del 2021 (60ª edizione) a cui ho avuto il piacere di partecipare in qualità di “libero camminatore”.

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Doppia presenza per me (e quindi doppio onore) in questo numero: nella rubrica “Profili d’autore” è stata pubblicata la bella recensione alla mia raccolta “Pomeriggi perduti” (già apparsa su questo blog, qui!) a firma della poetessa Carla Malerba (redattrice della rivista “Essere”) che ringrazio anche per avermi invitato a scrivere il “pezzo” sulla Marcia…

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Rodolfo Lettore legge “Passo di sera”

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Rodolfo Lettore legge “Passo di sera”, tratta dalla raccolta “Pomeriggi perduti”.

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Carceri

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Il vantaggio del mattino
sta in un’alba senza voci
pagine nel silenzio attendono
occhi nuovi e mani riposate,

è sulle foglie d’ulivo
che risplende il primo sole
lode alle carceri

scapestrati per strade in discesa
vagano come bande medievali, ignari
bottiglie rubate e palloni da calciare
tra di essi – forse – il poverello del secolo.
Di questi tempi, un anno fa
disagio mondiale e dolori privati

ormai vecchi, simili a ferite chiuse da sorrisi
li offriamo in preghiera al Re dei re,
non visita più i cuori la malinconia serale
in cambio forze fedeli al calare del mondo.

(ph M.Nigro©2021)

Alieno all’acqua

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Conati d’anima sulla non vita
muovono il passo fugace all’uscio,
come corde d’evasione calate sul mondo
sono i filacci salivari di rigurgito psico-
somatico mentre lavi la bocca traditrice
mangiapane da figliuol prodigo incallito

vibra ogni volta la cassa del torace pugnalato,
vorrebbe sputar fuori decenni di tossine esistenziali
le vicende accumulate, l’amaro del giorno
le sopportate genti e i tanti spilli nella carne

il fegato che morendo gode su poesie da tavola,

è una liberazione questo zaino domenicale
troppo nuovi i rari scarponi da limare
sulle strade del santo a fingerti eremita senza tosse.
Datemi vino, non acqua!
– miracoli come il Cristo non ne ho da fare –
per evitare gli spasmi del mio atavico alien
che spinge e spinge dall’interno del me allignato,

vuole uscire per la sua ora d’aria, squarciare l’equilibrio
e il petto dolente dalle ore sedate,
non trova pace tra la carta, nella quiete casalinga
dei conti già fatti senza speranza all’imbrunire.

“Volevo che voi lo sapeste”, Jack Hirschman

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“Volevo che voi lo sapeste” (1993), di

Jack Hirschman

(New York, 13 dicembre 1933 – San Francisco, 22 agosto 2021)

tratta dall’omonima raccolta (Collana Altre Americhe, Multimedia Edizioni – 2004).

Lettura a cura di Michele Nigro

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Voli imprevedibili

Good News di Pawel Kuczynski

Un improbabile odore cittadino
di salsedine e benzina
come su ponti di navi giovanili

e tornano timidi sprazzi
di un antico coraggio di strada,

ma le linee notturne e silenti
del sagrato illuminato
mi suggeriscono, ancora
il bisogno di Te, raccolto
nella Parola della sera.

(immagine: “Good News” di Pawel Kuczynski)

Volpe d’argento

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Braccata dovrà essere
la vita che non attende,
come preziosa volpe d’argento
lungo percorsi autunnali
scruta i tesori nascosti all’umano.

La gioia spremuta da radici
dimenticate a essiccare al sole in ritardo,
la compagna non promessa
e fuori tempo, perché possente è
ancora il respiro di chi abita la terra
cocciuto il passo che desidera vivere
contraria alla tristezza la sua voce in strada
quando richiama i figli degli altri.

È un fantasma d’esistenza
quest’alito di speranza,
e di poco s’accontenta la verità del mondo

ma non conosce l’indigeno
la forza del sentiero all’imbrunire
non sa niente della preghiera serale
del ceppo che arde nel buio della notte.

(ph M.Nigro©2021)

“La volpe” – Ivano Fossati

La strada del ritorno è più facile

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Un dolce pessimismo mattutino
sale nel cuore insieme al primo caffè,
il bagaglio perfetto
non lascia spazio agli imprevisti del cammino.
La partenza esamina ogni volta
una volontà arrugginita ma ancora viva.
Diamo fiducia a un orizzonte puntellato di incognite
compiendo il primo inesorabile passo, quello che svezza
unica terapia alla paura.

Curva dopo curva, caduta dopo caduta
la gioia della vetta raggiunta, il miracolo di esserci
di poterlo raccontare all’eternità.
Appesantiti da quell’esperienza in più
spavaldi e vaccinati, stanchi e inebriati
scivoliamo sudati e coraggiosi verso casa
(il corpo conosce già la strada)
per tramandare i trucchi della sopravvivenza
assaporando la gloria effimera del ritorno.

(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)