Ivano Mugnaini intervista Michele Nigro

a tu per tu

Ho avuto il piacere di rispondere alle domande del poeta, romanziere, saggista, critico letterario, traduttore Ivano Mugnaini per un’intervista pubblicata sia sul blog “Dedalus” che sul suo sito personale.

Segue uno stralcio, ma per leggere l’intera intervista: QUI!

“… Fai parte degli autori cosiddetti “puristi”, coloro che scrivono solo poesia o solo prosa, o ti dedichi a entrambe? In caso affermativo, come interagiscono in te queste due differenti forme espressive?

Mi piacciono le contaminazioni (termine non molto amato in questo periodo!), non riuscirei a essere un purista coerente. In passato mi sono cimentato nella scrittura di racconti, anche di genere fantascientifico, e di tanto in tanto, come se mi assegnassi da solo un esercizio, li ri-edito, li rimastico, perché credo che la riscrittura, il rivedere con occhi evoluti le proprie parole, sia molto più importante che sfornare spasmodicamente nuovi testi. Lo stesso vale anche in poesia, ecco perché credo, sì, nella pubblicazione delle raccolte, senza per questo esasperarne gli obiettivi finali: spesso poesie di differenti sillogi convergono in un nuovo progetto che le accomuna, che le trasforma riassegnandole, donando al lettore attento un nuovo approccio, un rinnovato punto di vista sullo stesso componimento collocato in un contesto diverso.

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Quote di luce

“… Quote di luce vera
esige l’anima mia…”

(… risalendo verso la luce di primavera: dal solstizio all’equinozio)

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Asfalto palpitante traffico

maschera per vite cunicolari,

basalto respirante lavico

nacchera di gite funicolari.

Riemersi storpi lavoratori

da cilindriche tombe

dispersi corpi oratori.

Pagine bibliche, la fine incombe.

Quote di luce vera

esige l’anima mia,

gote di truce sera

effige di un’infima via.

(metro di Napoli, 5 febbraio 2005)

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A TU PER TU su “Dedalus” – Michele Nigro

Un sincero grazie al poeta, romanziere, critico e saggista Ivano Mugnaini​ per le domande stimolanti di questa intervista a cui ho avuto il piacere di rispondere… e per l’ospitalità su “DEDALUS”!

Avatar di Ivano MugnainiDEDALUS: corsi, testi e contesti di volo letterario

Leggendo le risposte di Michele Nigro alle domande di A TU PER TU mi sono venute in mente in particolare due considerazioni. La prima riguarda l’atteggiamento dell’autore nei confronti di ciò che scrive. E la considerazione ha sia una valore specifico che più ampio. Nigro si definisce “un artigiano”, scrive libri intitolati “Pomeriggi perduti” e “Poesie minori. Pensieri minimi” e ha diretto la rivista letteraria “Nugae”, che, tradotto, equivale all’incirca a inezie, bagatelle, cose da poco. Qualcuno in modo più esplicito userebbe una parola con due zeta. Ebbene, a differenza di molti che si autoincensano e in realtà scrivono cose “con due zeta”, Nigro, che si esercita da anni nell’arte dell’understatement, ha una cura meticolosa e appassionata per la parola, mai banale, mai incolore e indolore. E poi, beh, c’è motivo di consolazione se anche gente come Catullo, Orazio e Petrarca hanno definito “nugae” alcuni loro scritti.  La…

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Solstizio d’inverno

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Sol Invictus

Con silenzioso passo pagano
percorro l’orizzonte cittadino
immemore e avido di luce,
scavalco il tanto atteso messia
fino a riconquistare le origini
di seppelliti saperi a oriente.

Lunga sarà la notte dell’eterno ritorno,
speranze risalgono dalle tenebre.

Antenati senza orologio
andavano a pranzo
osservando
il sole nel cielo.

(tratta da “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

– video correlato –

“Jesce Sole”, da La Gatta Cenerentola di Roberto De Simone

“Diarismi…” su L’Ottavo

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Il mio “pezzo” Diarismi: da “1984” a “Seven” ripubblicato su “L’Ottavo”, e-magazine curato da Geraldine Meyer.

Per leggerlo: QUI!

Poeti e no

Alfred Kubin, Des Menschen Schicksal (The destiny of man), 1903.

Da quando la critica letteraria, quella austera che non concedeva il minimo spazio all’avanguardia e all’evoluzione poetica, diciamo così, s’è data, rintanandosi per nostra fortuna in qualche rigida e poco letta pubblicazione accademica, si assiste a un fenomeno piuttosto divertente e per certi versi intrigante per la periodicità con cui si manifesta e per l’omogeneità categoriale dei suoi iniziatori. Di tanto in tanto, sul web soprattutto, divenuto ormai luogo proficuo di conoscenza diretta dello scrittore e di costruttivo confronto letterario, appaiono “studi” critici sotto forma di agili post attraverso i quali i loro autori cristallizzano teorie su nuove poetiche affioranti e nuove correnti individuate nonostante il caos delle pubblicazioni, filtrano voci considerando solo alcuni rapidi frame, militano in maniera parziale (e incompleta per loro stessa ammissione), veicolano manifesti improbabili e non sottoscritti ufficialmente da nessuno, basati su impressioni stilisticamente e statisticamente irrilevanti, raggruppano – in base a parametri discutibili o a empatie effimere nate sull’onda goliardica di qualche festival della poesia, tra una birra e un reading  ̶  nomi di poeti che a loro dire rappresenterebbero le nuove leve letterarie, il nuovo sol dell’avvenire poetico, le speranze evoluzionistiche di un genere letterario così particolare come è quello poetico. Tutto molto incoraggiante e avventuroso.

Ma chi stabilisce cosa? Non tutto può essere letto, compreso, valorizzato, contestualizzato, è chiaro, e molti autori sono destinati  ̶  a volte anche giustamente  ̶  a restare nell’ombra per molto tempo o forse per sempre. Una domanda giusta da fare, tuttavia, potrebbe essere: proprio perché è impossibile tastare il polso poetico generale di un’epoca, è giusto e soprattutto è scientificamente onesto trarre conclusioni generalizzanti basandosi esclusivamente su un paniere di nomi a cui associamo alcune gradevoli letture che comunque non possono rappresentare l’intero andamento di un periodo storico? In base a quante e quali letture è possibile stabilire la linea evolutiva della poesia nel corso di una determinata epoca? Difficile da stabilire soprattutto se è in fieri, e quindi proprio perché difficile, alcuni articoli appaiono ancora più faziosi, superficiali, quando non del tutto inutili dal punto di vista critico, per non dire disonesti. Si tratta di isole oziose: come quella sorta dalle acque intorno al tema superfluo dell’omosessualità di Leopardi, e creata a tavolino per soddisfare i pruriti gender di chi utilizza la storia della letteratura pro domo sua. Lo stesso si può dire della maggior parte delle antologie-contenitori in circolazione: i loro curatori s’illudono di fare epoca, di deviare il corso della storia letteraria contemporanea, o forse sarebbe più corretto dire che illudono gli autori convocati, i quali vi partecipano sborsando denari e cullando il sogno di far parte di una corrente artistica nata intorno alla pubblicazione. Il mito dei manifesti e dei “gruppi” all’epoca dell’esposizione mediatica più fluida che la storia della comunicazione abbia mai conosciuto.

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“Diarismi…” su Gli Epicurei

Il mio “pezzo” Diarismi: da “1984” a “Seven” ripubblicato su “Gli Epicurei”, un manipolo di prodi dai diversificati interessi

Per leggerlo: QUI!

“Non vorrei crepare”, di Boris Vian

“Non vorrei crepare” (titolo originale: “Je voudrais pas crever”), poesia di Boris Vian letta da Michele Nigro.

Continua a leggere ““Non vorrei crepare”, di Boris Vian”

Red zone

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Cambiano colori e sfumature
a quest’arcobaleno nazionale
prima della nascita dell’unto,
apocalittici e disintegrati
tra mancate reunion, vite a punti.

Non mi agito dinanzi al presepe deserto
resto immobile, ma più vivo di voi,
da eoni oramai cuore e mente
sono nella rossa zona dell’insondabile.

“In viaggio”, CSI (Ko de mondo, 1994)

“Diarismi…” su Poliscritture

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Il mio “pezzo” Diarismi: da “1984” a “Seven” ripubblicato su Poliscritture di Ennio Abate.

Per leggerlo: QUI!

Dribbling

Uscendo dal sepolcro

Sbaglia sempre meno l’involucro d’uomo
dato in affido alla mente acerba della prima ora,
agile è diventato il suo cammino vespertino
inciampa di rado in se stesso
negli altri e nel mondo.
Mette ordine nella tana e tra le date degli orrori

sono ormai storia, nell’ora dell’oblio li ripensa con tenerezza
anche se i tagli sui fianchi prestati bruciano col maltempo.
Vigile è l’uomo, potrebbe tornare a sbagliare
riapparire la sua ombra su passi già pestati e scordati,

ricorda il dolore, per non rifare la strada archiviata.
Errori nuovi di zecca l’attendono all’angolo del ritentare,
non si fida più della facile speranza donata dai tramonti.

(ph M. Nigro©2020; titolo: Uscendo dal sepolcro)

– video correlato –

“Who wants to live forever”, Queen

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Wrong Poet

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“M’avete preso dal verso sbagliato!” –
disse il poeta che era nel giusto.

Diarismi: da “1984” a “Seven”

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Comincerei affermando che la diaristica può essere anche un genere letterario; è bene specificarlo – sottolineando il “può essere anche” – perché non tutti i vostri “sfogatoi su carta” chiusi nei cassetti, ahimè, diventeranno opere letterarie da leggere o studiare. A meno che non vi chiamate Cesare Pavese (Il mestiere di vivere, 1935 – 1950) o Martin Heidegger (Quaderni neri, 1931 – 1969), temo che i taccuini che custodite gelosamente, preservandoli dagli occhi indiscreti di congiunti spioni, siano destinati al macero in vista di un trasloco draconiano (o perché testimoniano uno scomodo passato da cancellare) e quindi all’oblio, o nella migliore delle ipotesi alla conservazione post mortem da parte di qualche familiare mosso da curiosità o doveroso affetto, che forse un giorno li leggerà oppure no, trovandoli, dopo le prime pagine, tremendamente noiosi e autoreferenziali, quando non addirittura indecifrabili e illeggibili. Per poi essere eliminati definitivamente, e stavolta senza appello, nel corso di un successivo scarto compiuto da parenti più distratti e insensibili, o più ignoranti, come accaduto alle carte di Marcel Proust date alle fiamme dal fratello Robert e da sua moglie Marthe. La vita autonoma degli oggetti, a volte, rappresenta un po’ il lento prolungamento della morte dei loro proprietari: ma alla fine anche essi muoiono, si diluiscono nella Storia e spariscono, si disintegrano per ritornare nel ciclo inorganico della materia e in quello dell’energia che la teneva insieme. Le altre cose, per motivi “repertologici”, finiscono miracolosamente e in maniera anonima in musei pubblici o privati. Oppure accade il contrario, ovvero che gli oggetti durino meno dei loro padroni: se i due antichi pompeiani, recentemente rinvenuti e “ritornati in vita” grazie alla realizzazione di calchi, morti durante l’eruzione del Vesuvio, avessero per ipotesi tenuto un diario su tabulae scritto a suon di stilus, questo con molta probabilità non sarebbe giunto intatto fino ai nostri giorni. C’è il diario ma non il corpo o c’è il corpo ma non il diario. Non si può avere tutto dalla vita dopo la morte.

Ma non tutti i diarismi non letterari sono inutili, anzi.

1984-1954

Per Winston Smith, protagonista del romanzo “1984” di George Orwell, il diario rappresenta un atto rivoluzionario, una sfida aperta – non riportata in cronaca – al sistema “fraterno” del Big Brother; è un modo privato per difendere e conservare il proprio privato, l’umanità residua, l’indicibile protesta, il desiderio inconfessabile di intimità con se stesso e con l’altra; persino la paranoia, quand’è riportata su carta, può fare compagnia e diventare un caro argomento a cui tornare. È l’ebbrezza fornita da una decisione personale e per una volta non collettiva, coltivata sapendo di essere controcorrente, solitario e disperatamente originale; è il sano terrore provato nel sapere di essere, agli occhi di una società inconsapevole, uno psicocriminale che ancora gode dell’anonimato e di un’euforica clandestinità scritturale. Il diario è l’onanismo del pensatore che non dovrebbe pensare; è il momento tutto per sé; è l’embrione di una criticità riesumata; è lo strumento con cui programmare le varie fasi della propria liberazione interiore; è l’alter ego con cui confrontarsi; è il “pallone marca Wilson” del naufrago di “Cast Away”; è lo specchio che non riflette ma fa riflettere; è l’inebriante entusiasmo che scaturisce dall’aver fregato il sistema; è la convinzione di poter lasciare qualche traccia di sé a un eventuale lettore del futuro: come accade con la lettera dal carcere di Valerie Page, in “V per Vendetta”, scritta sulla carta igienica e lasciata in un buco del muro, nella speranza che qualche persona degna la possa trovare, leggere e condividerne emozionalmente il contenuto.

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La penna è complice del diario.

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La scatola di Skinner

(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

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Soluzioni casuali

rinforzano l’ego fallace

tra i metri quadri di un’invisibile prigionia.

Il desiderio creativo naufraga

su scogli sorridenti di gioie primitive.

Assuefatti a verità controllate

viviamo di riflessi profetizzati

dalle statistiche di sistema.

Topi anarchici e difettosi

interrompono l’esperimento

con cambi repentini di gusto,

l’immaginazione suggerisce ai reclusi

di osservarsi dall’alto.

Nuove speranze evolutive nascono

dalla non partecipazione al gioco.

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Nel silenzio della città

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È un incrocio di traffico mentale
il mondo pensato tutto in una volta,
solitari ma uniti gli infiniti percorsi
come solchi di canali asciutti su lontani pianeti
graffi di gatti che giocano a tris
sulla pelle del tempo fuggente.

Riecheggiano storie di campioni caduti
tra le strade deserte della fine,
un humus di vite dimenticate
nutre il grande racconto.

S’incontrano, s’intersecano, s’ignorano
ma si salutano con garbo in tempo di pace
le trame sconosciute l’une alle altre,
non confondono le battute sui copioni
i personaggi della commedia mondiale
mentre sfrecciano incoscienti e morenti
nella corsia assegnata all’alba di una gara.

È un formicaio multilivello il nostro esserci
un gomitolo di veloci carreggiate
è un parlarsi addosso, e nella folla capirsi
è un miracolo d’orchestra senza direttore
ognuno seguendo la partitura assegnata,
è un capitare nella stessa classe da bambini
annusarsi tra generazioni di timidi perdenti
che lasciano andare esempi tra un r.i.p. e un riff.
Ma sai che non morirai giovane,
il cuore abbandona sul più bello
chi troppo se ne serve con coraggio.

Nel silenzio della città – dimmi, insonne rimorso! –
è più reale la storia raccontata e deformata
o quella ignorata?

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Acidità di cervello

(Tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

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Non tace dentro di te il capriccio del possesso

troppo forte è lo scellerato grido liberatorio

di una falsa vendetta che lascia intatta la sete.

La trasfigurazione renderà l’oggetto

incondivisibile e unico in eterno.

Intercetto il tuo odio malato, l’ho vissuto

assomiglia alla frustrazione del mondo.

Il non detto che sembrava amore

scava gallerie dolorose e inguaribili in una dignità precaria.

Come aerei primordiali incapaci di prendere quota

restiamo a terra senza confronto, a nutrirci di ipotesi e paranoie

impotenti e orgogliosi, inferiori per convinzione.

La speranza è nel decadimento naturale

di un ossessionante io,

nel riscoprire la voglia di ridere di se.

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Diego Ghisleni su “Pomeriggi perduti”, per “Intermezzo” rivista

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Una lunga, analitica, interessante e ricca recensione riguardante la raccolta “Pomeriggi perduti”, a firma del critico letterario Diego Ghisleni, è stata pubblicata sulla giovane rivista “Intermezzo” fondata e diretta da Alessandra Familiari, Greta Sala e Nicola Vavassori. (In seguito a “evoluzioni redazionali”, la recensione di Diego Ghisleni è stata spostata su Aratea Cultura; vedi link sottostante – 17/10/2021). 

Per leggere la recensione: QUI!

“… Risponde a un’eco classica il dettato poetico che l’autore modula su filatrici moderne, poiché la rigida presa di posizione nei confronti di una realtà che veste stretta si giustifica in parallelo a un insistito scorgere la vacuità di una vita che il tempo scandisce inesorabilmente verso l’unica certezza che possiede. Nella raccolta, un ticchettio angosciosamente insistito torna in numerosi componimenti per ribadire la sua immanenza e rendersi palpabile, palesandosi a tutti gli effetti nelle poesie in cui gli enjambement restituiscono l’idea di un verso messo in fuga dall’incombere del destino di morte, come nel brano Eternity“Colpevoli di fiducia / nell’infinito / infilzate da lancette crudeli / giocano con l’effimero presente / le nostre morenti carni”…”

“Il professore e il pazzo…” su L’Ottavo

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Il mio pezzo “Il professore e il pazzo, passando per De André” pubblicato su L’Ottavo.it

“… La parola rende liberi, sia gli uomini già liberi ma prigionieri di schemi accademici e di pregiudizi classisti, sia gli uomini realmente prigionieri delle sbarre invalicabili di un manicomio criminale e dei propri fantasmi. La parola non ha pregiudizi, è democratica, non si nega a nessuno: si lascia plasmare, ricombinare e rielaborare da ogni mente degna di compiere nuove acrobazie in nome della bellezza e della libertà interiore. Al punto che, alla fine della storia, diventa difficile capire fino in fondo chi è l’uomo incatenato e chi l’uomo libero di andarsene…”

Per leggerlo: QUI!

L’eclissi

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L’eclissi 

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“Buongiorno a tutti gli amici ascoltatori sintonizzati sulle frequenze di Radio Halley che vi trasmette il meglio della musica dalla caldissima Napoli… Oggi è l’11 Agosto 1999… mi dispiace per quelli che sono rimasti in città, ma questa temperatura tropicale non scenderà fino al prossimo martedì…!” – informava sadicamente lo speaker nell’introdurre il suo programma musicale, mentre un condizionatore d’aria puntato dritto in faccia lo predisponeva a sinusiti invernali.

Già da un’ora Niccolò era salito sul campanile della chiesa di San Sebastiano al Vesuvio e, dopo aver sintonizzato la radiolina, si diede da fare per allestire una base d’appoggio per la sua videocamera. La batteria era carica e il quadratino di lastra radiografica, ritagliato per l’occasione da un vecchio rx toracico della nonna, era stato fissato con del nastro adesivo sull’obiettivo. Una precauzione necessaria perché questa volta non si trattava della solita “prima comunione” o di un tipico matrimonio estivo al Sud, ma Niccolò stava preparando la ripresa di uno degli eventi astronomici più interessanti di quel “fin de siècle” tanto atteso da programmatori di computer e astrologi catastrofisti.

La lente della videopostazione casereccia era stata puntata verso il dio Ra, meglio conosciuto come la stella Sole, e Niccolò attendeva fedele l’inizio delle danze cosmiche. Stava per assistere all’ultima eclissi solare del ventesimo secolo e la prossima sarebbe stata troppo lontana nel tempo per fare ottimistiche previsioni mediche su di una sua futura presenza fisica.

“Non è possibile perdere un autobus che ripassa dopo ottant’anni!” – pensò Niccolò sarcasticamente. Di tanto in tanto, affacciandosi dal campanile sulle strade calde e vuote, Niccolò contemplava la desertica solitudine in cui si era andato a impelagare quella mattina a causa dei suoi folli interessi astronomici. Mentre il novantanove per cento della popolazione si trovava al mare, lui cercava di puntare la sua insignificante videocamerina verso uno dei reattori nucleari più potenti dell’universo.

“Non sto bene mentalmente!” – pensava con ironia di se stesso in quei momenti. E l’insolazione che di lì a poco si sarebbe procurato, avrebbe peggiorato le sue condizioni psicologiche già precarie. Ma era felice così. Non aveva mai rifiutato un “impegno scientifico” in nome della mondanità e preferiva le notti stellate trascorse su un plaid alle discoteche rumorose delle località turistiche. Queste scelte radicali forse avevano intaccato la sua elasticità sociale ed era in nome di un coltivato “orgoglio culturale” che si trovava appollaiato su un campanile nel mese più caldo dell’anno. E da lì poteva ammirare anche un altro storico esponente della fenomenologia naturalistica: il Vesuvio, lo Sterminator Vesevo immortalato anche da Leopardi.

Ma non era la settimana dedicata alla vulcanologia e così riprese a guardare attraverso l’oculare della videocamera sperando che la debole protezione posta dinanzi all’obiettivo proteggesse i circuiti interni dalla fusione. L’immagine era perfetta nella sua monotonia e al centro del video il protagonista insolito di quel lungometraggio appariva come un cerchio lucente la cui antica potenza era domata da un irriverente pezzetto di radiografia. Intorno al cerchio di fuoco, a perimetrarlo, si delineava la “corona solare” come quella di un re seduto sul trono, alla vigilia dello spodestamento. Ogni tanto un gruppo di nuvole dispettose si divertiva a passare dinanzi al “set cinematografico” come per ricreare la scena fumosa di un incendio cosmico.

“Che secolo il Novecento!” – rimuginava Niccolò – “… guerre, invenzioni, rapidi mutamenti su scala mondiale, scoperte sensazionali, energie spaventose, viaggi impossibili, tecnologie inconcepibili… E tutto questo mentre l’immutabile gioco celeste di eclissi e stelle morenti si consumava sulla fredda landa di una lente telescopica.”

La luce solare impiega 8 minuti e 18 secondi per raggiungere la Terra e Niccolò pensava che durante quel breve intervallo di tempo si può nascere e si può morire.

Improvvisamente il primo timido lembo di Luna si interpose tra la nostra casa – il pianeta Terra – e la “fornace della vita”, il Sole.

Un’unghiata lunare. Era un momento emozionante. Ma non lo era stato sempre per tutti.

In altre epoche ci sarebbero state reazioni diverse: flagellazioni espiatorie, pentimenti d’urgenza, confessioni pubbliche, sacrifici umani e terrori superstiziosi. Dalla radio del presente, invece, i cronisti raccontavano a caldo, dalle varie città d’Italia e del mondo, le sensazioni della gente: a Sofia ci si aspettava un’improbabile crollo del Capitalismo in concomitanza con l’eclissi, mentre dalla pragmatica Germania giungevano consigli a non abbassare la guardia nei confronti dei borseggiatori che avrebbero approfittato del buio anomalo.

Nessuna atmosfera da “anno mille”. La calda consapevolezza assicurata dalla scienza aveva assopito gli istinti magici ormai da tempo. Per fortuna. Anche se, sotto la cenere delle sovrastrutture culturali, l’uomo continuava ad alimentare una brace irrazionale.

Gli astrofili erano già armati fino ai denti per assistere all’evento: pezzi di vetro scuro, schermi da saldatore, buste nere della spazzatura. Ma qualcuno avrebbe perso la vista perché non istruito a dovere sulle conseguenze della visione diretta del dio Ra.

“Non si può guardare direttamente il volto di una divinità senza pagare un prezzo alto!” – pensò cinicamente Niccolò in un attimo di delirio religioso.

L’irregolarità del vento solare disturbava le frequenze radio e così, di tanto in tanto, Niccolò doveva cercare nuove stazioni e nuove canzoni per quella insolita colonna sonora: l’unica libertà che si era concesso quella mattina. Alla severità dell’evento cosmologico aveva contrapposto un leitmotiv da spiaggia californiana per rammentare a se stesso che, nonostante il rigore scientifico dedicato all’eclissi, faceva sempre parte di quell’effimero formicaio chiamato “umanità” caratterizzato da frivolezze e canzoncine.

Il silenzio cosmico non lo avrebbe accusato di vilipendio.

La Luna, impercettibilmente, completava la sua opera di interposizione, come una donna gelosa che cerca di distrarre il suo uomo caloroso da una rivale lussureggiante. Ma solo in alcune parti del mondo avrebbero sperimentato gli effetti dell’eclissi totale.

“La strana notte”, affievolendo le ombre, induceva i colombi torraioli a gonfiare le penne e a riunirsi in gruppo per l’inatteso imbrunire, ignorando che dopo pochi minuti avrebbero ricevuto l’ennesima sveglia dal sole nascosto.

Intanto dalla radio una sfida a onde medie – “La canzone del secolo” – presentava i suoi candidati per un altro inutile scettro. Quale sarebbe stata la canzone del secolo? Quale motivetto avrebbero votato i fedelissimi radioascoltatori? A Niccolò non importava nulla. Ascoltava e basta.

E mentre saltellava sul campanile infuocato, tra una canzone e l’altra, rileggeva mentalmente i suoi appunti di astrofisica:

“… ogni volta che due masse qualsiasi si trovano presenti nello spazio, si manifesta tra di esse una forza attrattiva direttamente proporzionale alle masse stesse e inversamente proporzionale al quadrato della distanza tra i rispettivi baricentri. Tale forza è detta gravitazione universale. La sua espressione matematica assume la forma seguente:

f = k  m 1 m 2 / ( r )²

dove m1 e m2 sono le masse, r la distanza e k una costante universale…”.

La precisione e, al tempo stesso, la presunzione racchiuse in quella formula lo entusiasmavano e lo deprimevano. Sapeva bene che molti cervelli e molti secoli erano stati necessari per definire, correggere e rafforzare la Legge della Gravitazione Universale, ma l’evento a cui stava assistendo confortava la sua personale convinzione che l’errore facesse parte di un Piano Superiore e che l’eclissi, solo all’apparenza anomala, rappresentava la conferma di una precisione calcolata.

Sempre dagli appunti:

“… il piano dell’eclittica e il piano su cui è situata l’orbita percorsa dalla Luna attorno alla Terra, formano un angolo di 6° e, a ogni lunazione, la Luna incontra il piano dell’eclittica in due punti detti nodi… il fenomeno dell’eclissi si verifica soltanto se tali nodi vengono a trovarsi esattamente sulla retta che congiunge la Terra col Sole… si è osservato che il fenomeno dell’eclissi si rinnova quasi regolarmente per ogni 223 lunazioni…”.

Nulla è lasciato al caso nella “routine” universale: nemmeno l’errore. E quasi tutto può essere calcolato.

L’errore è la pausa dalla regola, la distrazione dal Piano, l’aritmia sinusale, la poesia inedita di Dio, il filo di lana che sfugge alla maglia, il vizio del Creatore, la sbavatura d’inchiostro sulla rivista patinata, le gambe storte del campione, il graffio sul disco, la sordità del compositore… L’errore è la compassione che si prova per il magnifico, è l’aberrazione che sfida la Noia, è la fuga dello Spirito dall’impegno del Materialismo, è il piccolo mammifero che sopravvive all’estinzione, è “la pietra scartata dai costruttori, divenuta testata d’angolo”, è l’amico dimenticato, è la prima cellula tumorale, è la madre che uccide il neonato, è la nave inaffondabile che affonda, è il grattacielo che crolla, è l’eroe che muore per un raffreddore, è la pioggia col Sole, è il fiore che spacca l’asfalto, è le “Tredici variazioni sul tema” di Jill Sprecher… È la vita.

“L’idea è morta… L’Errore ha annunciato i nomi del Governo Rivoluzionario… Lutto in famiglia!” – urlò come un dannato Niccolò dal campanile verso un vecchietto seduto sotto un albero il quale, mentre si asciugava il sudore con un fazzoletto bianco, lo sventolò verso l’astrofilo pazzo come per dire: “… Hai ragione! … Mi arrendo!”.

“Il Cambio-di-Idea è consultabile alla pagina 33 del capitolo Difetti, paragrafo Falliti…!” – disse poi a se stesso rientrando nel campanile.

Il caldo sortiva già i suoi primi effetti, quando improvvisamente sprazzi di biografie di personaggi famosi si affacciarono nella memoria del ragazzo:

“… abbandonò presto la professione di ingegnere per dedicarsi al jazz e alla letteratura…”; “… Condannato a morte nel 1849 con l’accusa di attività sovversiva, si vide commutare, ormai davanti al plotone di esecuzione, la pena a 4 anni di lavori forzati…”; “… Dopo aver studiato medicina, si unì al gruppo di giovani intellettuali riuniti attorno a Pietro Gobetti. Dedicatosi alla pittura, fece parte dei Sei pittori di Torino che si dichiararono avversi ad ogni forma di accademismo…”.

“Viviamo di abitudini e aborriamo l’ignoto…” – continuava Niccolò – “… senza il coraggio della retrocessione, senza colpi di coda, evitando quelle periodiche sconfitte che ci fanno crescere e ci fanno più belli e maturi!” – e ripensava agli studi di astrofisica da poco abbandonati per noia.

Anche nella tanto amata sinfonia numero 40 in Sol minore k.550 di Mozart c’erano degli “errori”, ma era proprio grazie a essi che l’anima del giovane misantropo veniva toccata in profondità. Errori di lunghe riflessioni dopo ritmi serrati e decisi e di tonalità incalzanti che nascondevano tensioni spirituali infinite e suddivise, per motivi di burocrazia musicale, in “molto allegro”, “andante”, “minuetto: allegretto”, “allegro assai”.

“Siamo tutti schiavi della forma e c’è sempre un ricco e grasso vescovo da cui farsi commissionare un lavoro…” – concluse beffardo.

Niccolò si sentiva confortato dai suoi stessi pensieri perché nella sua brevissima vita aveva commesso già molti errori e pur trattandosi di errori “umani” sapeva in cuor suo che facevano parte di un Piano.

Anzi, di una Legge.

Continua a leggere “L’eclissi”

Dies irae

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I figli concepiti nella rabbia
tra false preghiere serali
diverranno fiumi in piena
nell’ora che dimentica,
pensieri malsani coltivati
all’imbrunire, come tempeste
da energie assiepate d’estate
tra la terra e l’alto dei cieli.

Restarono a casa, immobili
le membra scatenate
ora che libere, simili a molle
schizzano ribelli e pazze
nei giorni dell’evasione.

(ph M. Nigro©2020)