Analogico

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Analogico

Una rinnovata
infanzia analogica
ho sognato,
racconti a corto raggio
sapienze locali
su panchine sconnesse,
un segnale scorticato
come acqua piovana
riscopre terreni ignoranti.

Parole dette in faccia
saliva schizzata e
contatti umani,
segugi fiutano fatti
domande da strada
e notizie lente
che vanno a vapore
metro dopo metro,
a rivivere
velocità preindustriali,
fantasie forzate
dal non visto luminoso
al di là della collina.

Ritornerà il mistero perduto
e avrà il sapore ingenuo
delle dolci sere di primavera
sprecate in provincia.

(tratta da “Pomeriggi perduti” – Ed. Kolibris, 2019 – Prefazione a cura di Stefano Serri)

– video correlato –

“Maya colpisce ancora”, Baustelle

Io ne ho viste cose che voi virologi non potreste immaginarvi…

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“Io ne ho viste cose che voi virologi non potreste immaginarvi:

carrelli per la spesa in fiamme al largo dei bastioni di Conad,
e ho visto la follia balenare tra le sbarre vicino alle porte di Rebibbia…
… Gente isterica uscire dalla zona rossa lombarda per entrare in quella campana, e urlare come Morgan: “Che succede?”;
treni affollati di coglioni B sferragliare di notte verso la stazione di Salerno;
e-mail di truffatori intasare le caselle postali per vendere mascherine e gel a prezzi disumani;
ho visto file infinite di clienti col numerino davanti alle farmacie e proprietari di pub col metro in mano;
ho rivisto il mio amico Vituccio che quando parla sputacchia a più di un metro… e ho girato a largo da lui;
ho visto preti benedire i fedeli e le salme a distanza con fucili caricati ad acqua santa;
Papi e impiegati statali lavorare in smart working;
pusher di tamponi agli angoli delle strade;
ho visto bozze di decreti sgattaiolare di notte per colpa di collaboratori incapaci;
ricette di amuchine improbabili diffuse in giro come se fossero quelle di Suor Germana;
ho visto web-santoni del XXI secolo smentire i Maya e annunciare una nuova data per la fine del mondo;
gente con la scusa del panico sfondarsi di Nutella Biscuits come se non ci fosse un domani;
ho visto orde di infedeli tornare alla preghiera che manco nell’Anno Mille;
palestrati in crisi d’astinenza da attrezzi piangere come ballerine davanti alle palestre chiuse;
strade deserte in paesi che già prima di covid non brillavano per “movid”;
ho visto analfabeti funzionali scoprire di avere una libreria in casa… E li ho visti addirittura mentre tornavano a leggere.

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come starnuti nella pioggia.
È tempo di restare a casa.”

 

Roy Batty-paglia

#iorestoacasa

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Gettare il cuore oltre lo Stato

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L’anarco-individualismo ai tempi del Covid-19

… Sbuffo pensando a serate tipo
Del tipo “Che facciamo?”
Io ho una Tipo di seconda mano
Che mi fa da pub, da disco e da divano,
sono qua, come un allodola questo è il mio ramo.
Io, immune al pattume della tv di costume,
In volo senza piume
In un volume di fumetti sotto il lume…

(dal brano “Fuori dal tunnel”, Caparezza)

Tutto è cominciato quando hanno annunciato che ci avrebbero connessi – così dicevano -, attraverso internet, unendoci in qualità di dati ma di fatto separandoci fisicamente, politicamente e spiritualmente (un tecnologico divide et impera), condensando la monade che è in noi, esponendola all’aria aperta, facendola vedere a tutti, ma da dietro un vetro spesso; i famosi sei gradi di separazione sono diventati dicerie, la distanza oggi consigliata per motivi epidemiologici è già stata realizzata a livello mentale molti anni fa, e non ce ne siamo accorti; oppure ce ne siamo accorti ma non ce n’è importato più di tanto. Ora la separazione è stata ufficializzata, è tangibile, resa necessaria da precauzioni sanitarie.

L’individualismo, quello deleterio e che crolla alla prima occasione, ha conquistato il potere. Ma su cosa? Sul nulla direi; ci è stata fornita l’illusione di un potere, come in una Matrix commerciale e pubblicitaria: il potere d’acquisto sulle cose che non è vero potere ma è inganno legalizzato e da tutti accettato; basta un’epidemia per troncare di netto questa rete di domanda e offerta, di apparente libertà. Tutto si ferma, tutto è congelato a data da destinarsi: anche l’unico brandello di potere in nostro possesso è costretto ad andare in stand by e ad attendere la riapertura dei negozi e dei luoghi di aggregazione che in realtà disgregano. Grazie a questa condizione di isolamento consigliato, tuttavia, riusciamo a vedere chi siamo diventati veramente, le cose che potremmo riscoprire, fare, inventare, rivalutare, costruire o smontare. Ma è una finestra che presto si chiuderà nuovamente e tutto ritornerà a una presunta normalità. Eravamo già soli, ma per mezzo di un’entità invisibile ad occhio nudo che ci costringe in casa e altera le nostre abitudini, riusciamo a toccarla questa solitudine, a verificarla perché sono stati strappati i veli illusori dietro i quali si nascondeva la verità sulla nostra reale condizione interiore e sociale.

Abbracciamola questa solitudine, facciamo in modo che diventi una regola non imposta dai Ministeri ma integrata nella nostra esistenza, accettata, compresa, sfruttata, vissuta con intelligenza; che diventi stile di vita in grado di interrompere il segnale proveniente dalla direzione commerciale anche quando tutto va bene e si torna con una docilità ovina alla consueta serenità quotidiana. C’è infatti un individualismo sano, necessario, costruttivo, non isolante ma paradossalmente unificante: un anarco-individualismo che decostruendo il messaggio proveniente dal Potere, quello che scavalca addirittura le decisioni effimere e di facciata dei nostri governanti confusi e spaventati quanto noi, ci rende di fatto liberi, senza adoperare la violenza, senza portare a rivoltose devastazioni di strada che al contrario rinforzano i potenti, saldandoli alle loro poltrone. Ecco perché l’anarco-individualista non nota alcuna differenza tra il prima, il durante e il dopo l’interruzione (per gli altri) della cosiddetta normalità. Per lui è sempre pandemia! Lui non sarà mai solidale con chi si taglia le vene perché durante “i beati giorni del castigo” – parafrasando Fleur Jaeggy – ha dovuto rinunciare al suo stupido apericena.

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Poesia senza mecenati

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Poesia senza mecenati

 

“… Clamori nel mondo moribondo…”

(Franco Battiato)

Esistono, forse da sempre, due tipi di poesia: c’è una poesia famosa, sostenuta e promossa dalle masse (anche da quelle che non l’hanno mai letta e non sanno nulla di poesia), che motiva i mecenati e attira i “fan”, acclamata e distribuita per inerzia, spinta più da clamori sociali e da partiti presi che da un’effettiva validità letteraria; una poesia cosiddetta “civile” – figlia anch’essa del “pensiero unico” applicato alla letteratura? -, incentivata dalle vicende personali dell’autore e dal presenzialismo che ne consegue, il cui testo passa in secondo piano perché il primo piano è occupato dalla figura del personaggio, dalla sua immagine eclatante che rappresenta la novità, lo scandalo, lo strappo alla normalità, il gap epocale, il politicamente corretto in cerca di consensi attraverso i versi di una poesia.

Molteplici i fattori che possono corroborare una poetica famosa: una diversità generica, un percorso di riassegnazione sessuale (transgenderismo), un handicap fisico o mentale, un diverso orientamento sessuale, un’ingiustizia sociale subita, una disabilità relazionale, un qualcosa che prima di assestarsi in ambito poetico sia in grado di circolare tra la gente per mezzo dell’informazione generalista. È il fatto in sé che lo richiede, non è il poeta che ricerca (almeno non inizialmente) un certo clamore mediatico. A passare, a bucare lo schermo poetico, è la mancata accettazione della diversità divenuta – ahinoi! – tema principale di una ricerca disoggettivizzata, attraverso il racconto poetico della discriminazione vissuta o del percorso psicofisico personale, e non la poesia. La poesia, quella vera, è stata già uccisa molto tempo prima della pubblicazione del libro famoso.

Il “successo poetico” che ne consegue è effimero, anche se quantitativamente consistente dal punto di vista editoriale; si tratta di un successo studiato a tavolino e fortemente voluto da potenti mecenati già affermati in ambito letterario, decisi a lanciare un nuovo “prodotto” in linea con i tempi: si potrebbe infatti parlare di instant poetry; è una poesia che ammira se stessa, è fine a se stessa e insegue se stessa, come nel simbolo dell’Uroboro o nel quadro intitolato “Noi, Vittorio Sgarbi” del pittore Rocco Normanno; una poesia buona per il divano della D’Urso o per la piazza de “I Fatti Vostri”, che non può occupare un tempo di senso sulle lunghe distanze ma che soddisfa l’esigenza del momento (del poeta e di altre persone che hanno vissuto un’esperienza simile o di lettori politicamente solidali ad essi), che segue la moda travestita da battaglia civile, descrivendo l’evento soggettivamente, senza donargli la necessaria universalità che trasforma una poesia in Poesia.

La poesia, è vero, nasce (anche) dall’esperienza esistenziale dell’autore ma di questa non ne dovrebbe mai diventare la schiava, almeno non apertamente, (così come non ne dovrebbero diventare schiavi i suoi lettori o il poeta stesso!), cercando sempre una rielaborazione più faticosa, spalmata nel tempo, resa impersonale e che non conduce a una comprensione facilitata delle istanze del poeta immediatamente riconoscibili nel verso o a un successo istantaneo ottenuto stimolando la “pancia” di un certo bacino di utenza.

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20/02/2020

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Si viaggiava in gruppo
nei deserti elettrici
per timore di
morire da soli, al buio
senza il conforto della folla
accorti nel lasciare
memorie ai vicini
numeri dell’aldiqua
combinazioni tra zero e due
salvavita a compagni
fedeli nell’ora dannata
della partenza estrema.

Era col passare degli anni
la paura di uscire da sé
treni afferrati sul finire degli
inverni con riso scaramantico
e amuleti da strada,
un lento spogliarsi
lungo il tardo cammino
accompagna ora la danza
a labbra serrate, sacra
del nudo solitario.

– video correlato –

“Segnali di vita”, Franco Battiato

Sul “darwinismo romantico” de L’Amica Geniale

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Sarebbe un errore madornale liquidare le vicende interpersonali vissute dalle due protagoniste della fiction “L’Amica Geniale” come “invidiosa competizione” di quartiere travestita da amicizia. Così come sarebbe sbagliato ridurre il tutto a una risultante vettoriale tra trascinatrice trascinata, tra presunta forte e altrettanto presunta debole. In realtà alla base di questa storia italiana, e non solo napoletana, c’è di più, molto di più: vi è un’atavica separazione sociologica che affonda le radici nei secoli, e si è fatta genetica, carne e pensiero, e quindi tratto somatico, gestualità, linguaggio dialettale, reazione diversificata all’esistenza, modi differenti di salvarsi o di non salvarsi dal destino. Anche la diatriba tra quartiere bene e quartiere popolare (chi ha vissuto in una grande città come Napoli conosce e ha provato almeno una volta sulla propria pelle questa contrapposizione) passa in secondo piano, quasi accompagnata da una sorta di giustificazione primordiale, assecondata da tutti con un fatalismo irreversibile, se scegliamo di affidarci a strumenti d’indagine di tipo storico. Rischiando, però, di cadere nel tranello di una spiegazione meramente intellettualistica: e un po’ già appare nella fiction questa “accusa” che nasce da un inevitabile confronto sociale, da un dialogo tra classi sociali che per alcuni sembrerebbe non poter esistere e di fatto non funziona per mancanza di convinzione.

C’è chi cerca di salvarsi dalla morsa del quartiere, dalle battaglie quotidiane tra “sottogruppi antropologici”, fuggendo in una lotta intellettuale, nella lettura “matta e disperatissima”, nell’auto-elevazione culturale, nell’impeccabile percorso scolastico che redime, lontano dagli errori familiari, dalla miseria interiore prima ancora che economica, da insopportabili e retrograde caratteristiche genitoriali, da un’ingiustizia sociale locale proiettata verso proteste lontane, contro guerre di cui si è solo letto sui giornali. E c’è chi da quella morsa non riesce proprio a liberarsi, nonostante la genialità, le idee non istruite che fanno “friggere” il cervello per trovare il modo di riuscire a campare, a emergere dalla miseria; e qui ritorna il concetto quasi ineffabile di “destino storico”, radicato in alcune persone, “che sta per sempre nelle cose” direbbe Carlo Levi, che resta attaccato alla pelle anche se i movimenti sono violenti nel tentativo di liberarsene.

Ci si aggrappa a una appariscente ricchezza esteriore, alla “posizione” conquistata tra l’infelicità per le aspirazioni mancate, all’alibi di essere comunque sposati che si contrappone alla “fallimentare” libertà di chi sceglie la cultura, i libri, lo studio che raccoglie frutti nella distanza, la dipendenza genitoriale, l’attesa nel “sistemarsi”, il prendere tempo per sperimentare il vero (o un presunto) amore.

A chi sembra forte, pur restando prigioniero di un destino deciso dagli altri a tavolino, dalla cultura predominante dell’epoca, non resta che la genialità quotidiana, sublimata nell’arte di arrangiarsi o di imbrogliare: l’inganno e lo scatto vincente per sbocconcellare pezzetti di vita dagli altrui piatti esistenziali, o deviando i propri introiti verso cause giuste, diventando giudici di se stessi e giustizieri; strumenti poveri ed effimeri per considerarsi ancora in gara, non ancora schiacciati da pressioni familiari o dal confronto sociale che diventa quasi sempre scontro, sfida, insanabile contrasto paranoico affrontato con un disprezzo che si tramuta in sadico sberleffo persino verso una persona cara.

Anche la trasformazione di una foto in un originale collage artistico diventa occasione per dimostrare la propria superiorità mentale in un contesto bidimensionale, che non prevede profondità, decostruzione del proprio destino, deviazione dalla semplice realizzazione di un’apparenza di quartiere. Qualcuno intuisce le potenzialità del genio, dà corda all’estro, ma solo in funzione di un meccanismo ristretto, commerciale, assecondando un impulso mai compreso pienamente: si può possedere la vita di una persona ma non la sua immagine, quella no; la decostruzione artistica dell’io voluto da altri è l’unica scappatoia possibile.

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“Il momento perfetto”, da Pomeriggi perduti

Arnold Böcklin; Die Toteninsel (Erste Fassung); 1880

Esisteranno, un giorno che non chiameremo
più giorno
anche per noi
un tempo e uno spazio
(non più tempo, non più spazio)
in cui diluire la vita incompresa, la non riuscita
e quella non digerita, in cui disperdere
le questioni di principio e gli affanni
i quotidiani attriti dell’inutile fare
gli orgogli della carne e le posizioni in classifica.
Dove tutto sarà quasi pace, ingiudicato e incolore
o colorato a piacere, con le mani e i piedi della notte camminata
di stelle e vino, sospesi
solo una musica lieve e ricordi blandi di
una certa vita lasciata indietro, laggiù o lassù
da qualche parte, insomma… Senza nomi di città,
o di strade, o cognomi strani, o numeri civici e di telefono.
Ignoti, ignoranti e ignorati
in eterno.

Non c’importerà più di niente
perché niente saremo.
Forse vivi, forse no
in ogni caso non lo scopriremo.

Finalmente
sorridendo, senza sapere come
ci dimenticheremo
sui marciapiedi dell’universo.

(tratta da “Pomeriggi perduti”, edizioni Kolibris – 2019)

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immagine: L’isola dei morti (Die Toteninsel), Arnold Böcklin

– video correlato –

“Where the Streets Have No Name”, U2

Dieta social

“Mangia. Mangia piccolo Michel, mangia.

Se non mangi non puoi morire.”

(dal film “La grande abbuffata” di Marco Ferreri)

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Brevi considerazioni quasi evangeliche su due tipi di diete

Dalla seconda lettera (la prima s’è persa)

di San Michele Apocrifo ai webeti

Fratelli e, perché no,… Sorelle!

Che relazione intercorre tra la dieta da cibo e la dieta da ‘social’? Apparentemente nessuna, almeno dal punto di vista formale: in entrambi i casi, però, ci si priva di qualcosa che desideriamo o pensiamo di desiderare. Viviamo in una società che ci ha convinti – tutti, nessuno escluso – di aver bisogno del surplus come se fosse una cosa normale: surplus di informazioni, o meglio, vedi i social, di presunte informazioni; nella maggior parte dei casi, tranne rari esempi e in presenza di utilizzi pensati del mezzo, sono di più i dati rilasciati in giro dai nostri movimenti virtuali e riutilizzati dai Signori del Social Networking per motivi politico-commerciali, che le informazioni per noi realmente utili nella vita pratica: andando a stringere, togliendo i selfie, le notizie su noi stessi non richieste, come i piatti mangiati o i luoghi visitati, le considerazioni sui cantanti dell’ultimo Sanremo, le cosiddette informazioni di ritorno utili per le attività che amiamo o per la nostra stessa “sopravvivenza” sociale, sono veramente poche, anzi pochissime. Quindi, in soldoni, sui social diamo più di quel che riceviamo. Ma era cosa nota.

Surplus di alimenti. In questo caso accade esattamente il contrario: riceviamo di più di quello che in seguito riusciremo realmente a trasformare in energia per vivere; dove per vivere s’intende sia l’attività fisiologica di base, quella che ci permette di non morire, sia l’attività di lusso, le azioni che riguardano il nostro essere intellettuale e quindi culturale, relazionale, dinamico, insomma il nostro essere Homo sapiens sapiens sul pianeta Terra: il doppio ‘sapiens’ serve a sottolineare che l’Uomo non solo è capace di procurarsi il materiale e le conoscenze tecniche grazie alle quali costruirà la propria abitazione o il proprio mezzo di trasporto, ma dopo si autoelogerà, o addirittura si autoesalterà, cantandone o scrivendone (grida Marinetti nel Manifesto del Futurismo: <<Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.>>) Mentre invece un picchio resta sostanzialmente umile dinanzi al buco praticato a suon di becco nel tronco di un albero: da qualche parte dentro di sé, sa che deve farlo per crearsi un riparo e nidificare; possiede una coscienza limitata del perché, pur essendo presente a se stesso mentre lo fa. Non produce una poetica del buco: a quella ci penserà il poeta (discendente, a volte, non sempre, del sapiens sapiens) che passeggiando nei boschi ammirerà il creato e le meravigliose gesta innate dei suoi abitanti. Ognuno, in questo mondo, interpreta il ruolo che più si confà alla propria natura e quindi alle proprie caratteristiche: c’è chi fa e chi ne canta. I più in gamba fanno e ne cantano.

Quindi la poesia è un prodotto del surplus? Non di quello alimentare (o forse un po’ anche sì: provate a comporre versi a stomaco vuoto! E vedrete che “poema disperato e ululante” ne verrà fuori…) ma certamente di un surplus di coscienza determinato dall’evoluzione.

I due tipi di diete hanno però in comune una cosa: la rabbia. Nel caso di una dieta da cibo, la mancata introduzione nell’organismo di sostanze confortanti e gratificanti, rende il soggetto irascibile, smanioso, cattivo in quanto famelico, perché il corpo è convinto di non ricevere ciò che l’abitudine ha meccanicamente reinterpretato, ai tempi del surplus, come necessario. Ma bastano poche ore o pochi giorni e l’organismo tenderà, obtorto collo, ad adattarsi: si “accorgerà” di avere a disposizione riserve che ignorava o che fingeva di ignorare stando lontano da specchi e bilance. Riserve a cui mettere mano, come i lingotti d’oro custoditi presso la Banca d’Italia e da utilizzare solo nel caso di una reale emergenza economica e finanziaria. Superata la rabbia, e constatata l’avvenuta sopravvivenza, a dispetto dell’allarme infondato scatenato dallo stravolgimento di certe abitudini meccaniche, si torna ad utilizzare l’essenziale. Gurdjieff sottolineava la differenza tra personalità ed essenza: nel nostro specifico caso “alimentare” la personalità è data dalle convinzioni provenienti dall’esterno e fatte proprie in materia di false necessità caloriche; l’essenza è il prodotto della lotta tra questa personalità e la coscienza che in un certo qual modo si risveglia e dal di fuori comincia a osservare il corpo e la quantità di energie in esso imbrigliate e non utilizzate. E soprattutto osserva inorridita la quantità di energia che quel corpo continua a ricevere sotto forma di cibo nonostante non ne abbia realmente bisogno, al netto dell’importanza del gusto dal punto di vista psicologico e della cultura enogastronomica, identitaria di un popolo, da salvaguardare.

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