Nota a “Anedonia (o i piaceri scomparsi)” di Pietro Edoardo Mallegni

Entrare nella versificazione adottata da Mallegni significa dover consigliare a se stessi di abbandonare fuori dalla lettura le comuni coordinate di significato che normalmente il lettore utilizza per muoversi in una poetica sconosciuta; abbandonarsi al flusso generoso di termini mai scontati o ripetitivi: ogni verso corrisponde a un piacere ritrovato, a una sorpresa semantica derivante dall’equilibrato accostamento tra parole d’uso quotidiano e parole ricercate, inusuali, dal sapore scientifico… Le immagini che scaturiscono da tale alchimia istintiva ma al tempo stesso studiata, sono belle, interessanti e rappresentano una sfida nel momento in cui si tenta un approccio razionale, un voler mettere ordine tra i messaggi contenuti. Immagini che hanno un forte potere immaginifico e quindi evocativo; anche un dolore reale o un dramma vissuto acquisiscono una patina quasi surreale, fantasiosa, fuori da regole letterarie vincolanti.

Nella raccolta Anedonia (o i piaceri scomparsi), Nero Latte edizioni – 2025, il lettore è testimone di una poetica ipertrofica, piacevolmente complessa ma mai inaccessibile; di una confessione intima presentata con elegante fantasia metaforica perché si vuole dire tutto ciò che si ha nell’animo ma pensando a un congegno poetico che richiede un minimo di sforzo come dinanzi a un rebus, a un enigma non facilissimo. L’indicibilità della forma poetica è in tal modo rispettata anche se non viene trascurato il carattere “colloquiale” su cui è impiantata la raccolta. La parola ricercata, rara, non è un vezzo per elevarsi al di sopra del linguaggio medio ma è un modo per “nobilitare” il vissuto, per renderlo eterno in bellezza. La poetica di Mallegni è un concerto di suoni, colori, luoghi, esperienze sensoriali eterogenee che convergono nell’unico punto possibile capace di condensarle, restituendo al lettore lo stesso stupore complesso e articolato provato dall’autore. Mallegni di professione cuoco, ben riesce anche in ambito poetico a coniugare sapientemente gli ingredienti dei significanti di cui è ricca la nostra tradizione poetica ed enogastronomica: il risultato non è mai un sapore indecifrabile ma una volta amalgamati è impossibile riuscire a separarli, a distinguerli come all’origine; diventano sapori e odori inseparabili, parte di un processo alchemico irreversibile.

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Cinque “riots” di Ivan Pozzoni

Selezionati da una rosa più ampia, questa cinquina di “riots” proposti su “Pomeriggi perduti”, questi cinque scritti “ribelli”, rivoluzionari nello stile neofuturista e nel linguaggio articolato, – “testi tardomodernisti” come li ha definiti l’Autore inviandomeli – rappresentano un guanto lanciato da Ivan Pozzoni verso il futuro della nostra lingua e sul viso di chi si nutre esclusivamente di scritti facili, lineari, ordinati e che non smuovono ricerca o anche solo divertita repulsione nei confronti di ciò che in questi scritti viene “smontato” con buona pace dei politicamente corretti. Peccato averne dovuti scegliere solo cinque ma dai selezionati emerge l’accurata cernita delle parole prima di incastonarle in un testo che già graficamente preannuncia una sfida e un impegno da parte del lettore. Spero vi divertirete nel leggerli come mi sono divertito io nello sceglierli! Buona lettura. (m.n.)

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DOPO SEI ANNI DI SILENZIO, STRABORDO

Dal 2018 al 2024 mi sono astenuto da ogni attacco di bulimia artistica, e sessuale,

col 2024 strabordo, non ridotto a uno straccio di Daino, vi invito a salire tutti a bordo

della mia Costa Concordia, da Costa o da Silva, il Brasile è un eterno, bachtiniano, carnevale

e mi scopro a massacrare foche, w la foca, tra le intercapedini recondite di un fiordo

come il Sognefjord del Vestland, baleniera nippon Kangei Maru, immagazzino sushi

con l’incertezza di non fare la stessa fine, overdose tossica, di John Belushi.


The Blues Brothers
, senza fratelli, non mi aiuta a neutralizzare l’ansia di autodistruzione

causata dalla strategia dell’insoddisfazione, a tempo indeterminato, di ogni desiderio

la riforma Renzi del diritto del lavoro, decretata da un ministero fascista (?), mi invita alla minzione

non desidero (soddisfatto) di vedere un nuovo esecutivo del PD fino al momento del delirio,

affidato alle strategie di psico-marketing con l’expressive writing, non so se vinco l’ansia con i versi

o verso l’ansia della sconfitta, salendo in cattedra, artista insonorizzato dalla camorra italica,

non sfrutto i morti, in attendance fee, come il ributtante Saviano, caratterizzati da canini inversi

non succhio sangue ai disgraziati, Vlad Țepeș Drăculea, secondo Malos, mordo ogni perestrojka.

CARAVAGGIO E ME

Poetastri, dilettanti, decoratori, io sono Michelangelo Merisi, da bergamaschi nacqui a Milano,

con lo sterminio della mia famiglia, crisi bubbonica, mi misero a lavorare nella bottega del Pederzano

allievo fake di Tiziano, a studiare i lombardo/veneti, colle mie stravaganze apparii subito un titano,

e fuggii a Roma, caput mundi, mater romana ecclesiae, a casa di monsignor Insalata, servo vaticano,

cercando l’autonomia dalle Madonne mettendomi sul libero mercato, dipingendo decori di rafano

senza trarne un baiocco, mi avvicinai alle scuole dei siciliani, via della Scrofa, diventando un tafano.

Il mio carattere iracondo e mendace, mi condusse a illuminarmi tra grandi zoccole e cicisbei,

l’uomo del Monte mi disse «si» e continuai a sputtaneggiare, dedicandomi ad opere complesse, usando come modelli uomini/donne del popppolo, nei S. Pietri, nei S.Paoli e nei S.Mattei,

ottenni il ciclo di S. Matteo, santo mestruato, gestendo con carta assorbente, le tope delle badesse,

iniziarono a rifiutare la Morte della Vergine, morta gonfia, i Carmelitani scalzi mi presero a scarpate

Giustiniani mi salvò dall’occidente barbaro, con l’aiuto di Teodora, e Rubens mi indicò ai Gonzaga,

senza colpa fui incriminato di rissa, violenza e schiamazzi, accuse categoricamente infondate

ospite assiduo di TordiNona, mi scappò un omicidio, tra Milano e Venezia, tornai a Roma senza foga.

Purtroppo succede a noi spiriti folli e aggressivi, essere arrestati di continuo, senza esser recidivo,

diffamazione, ingiurie, detenzione d’armi, lesioni ad un notaio a causa di Lena, la mia amante,

scappai a Genova e tornai a Roma in un istante, cadendo sulla mia stessa spada, re dell’anti-divo,

i cazzi amari, durante un incontro di tennis, arrivarono con l’omicidio Tomassoni, storico duellante

arrivò la condanna alla decapitazione e, senza perdere la testa, iniziai a dipingere teste mozzate,

cercando rifugio nell’ultimo tango a Zagarolo, con molto burro, mi infilai nei Quartieri Spagnoli

a Napoli i Carafa-Colonna garantirono camorra e una serie di opere vennero commissionate

Giuditta, Flagellazione, Salomè, Davide, S. Andrea e un’esistenza, finalmente, senza cingoli.

Per sicurezza fuggii a Malta, titolato cavaliere, riuscendo a farmi spedire in Sicilia a calci nel sedere,

a Messina, dipingo La resurrezione di Lazzaro (I), e torno a Napoli, con la speranza della revoca

della condanna da Paolo V, mi misi in viaggio in mare, col casino di Ladispoli, andai a morire

di malaria, nel sanatorio di Santa Maria Ausiliatrice, accompagnato da una infezione settica

che morte da idiota, avrei preferito morire con una performance artistica di decapitazione

in una vita sempre in fuga, foga, figa, imbrattando il mio ultimo quadro col sangue

donzelle di intransigente serietà, non innamoratevi di artisti con una cattiva reputazione

l’arte non distingue vero/falso, è rissosa, stralunata, sposatevi un bancario ballerino di merengue.

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Sulla poesia-racconto di Raymond Carver

versione pdf: Sulla poesia-racconto di Raymond Carver

Il primo impatto con la poesia-racconto di Carver non è stato dei migliori: non riuscivo a considerare poesia quel suo raccontarsi praticamente in prosa con frasi che andavano a capo (critica che i puristi della metrica muovono nei confronti della maggior parte dei poeti oggi in circolazione!). D’altronde Carver è conosciuto più per i suoi racconti e quindi questo suo estendersi come prosatore anche in ambito poetico mi sembrava più una forzatura degli schemi editoriali, per scrivere in altro modo, con un’altra forma, ciò che l’autore sapeva già dire benissimo in narrativa. Ma andando avanti nella lettura dei due corposi volumi di “Tutte le poesie” editi da minimum fax (2021), mi sono accorto di aver preso una leggendaria cantonata e che c’era più poesia in quei versi lunghi e caratterizzati da un linguaggio eccessivamente quotidiano che in molte altre poesie sintetiche, fulminee, metricamente ordinate e per questi motivi inaccessibili e inconcludenti nel riuscire a far sapere al lettore l’autentica esperienza vissuta dall’autore.

La domanda successiva, nel corso della lettura, è stata: può una tale poesia raccontata conservare ancora quell’indicibilità che è caratteristica fondamentale della ricerca poetica oppure svelando tutto e subito lascia il lettore soddisfatto e senza domande? La “poesia chiara” di Carver proprio perché soddisfa apparentemente, e nel momento stesso della lettura, tutte le curiosità del lettore, proprio perché “spiega” i fatti senza nascondersi dietro passaggi indecifrabili, dimostra di contenere e di proteggere un nucleo di “non detto”, non visibile nell’immediato e che è di non facile interpretazione. Versi del tipo: “Quasi tutti / se ne sono andati dalle nostre vite, ormai. / Mi volevi chiamare, così per un saluto. / Per dirmi che stavi pensando / a me e ai vecchi tempi. / Per dirmi che ti mancavo.” (I vecchi tempi, pag. 283 – Vol.I), descrivono tutto sommato un pensiero intriso di normale quotidianità e sarebbero potuti apparire riuniti in un’unica frase lineare, in ambito narrativo, senza “a capo” pseudo-poetici, conservando una indiscutibile forza evocativa. Chi pensa che la prosa sia priva di poeticità forse farebbe bene a smettere di leggere qualsiasi cosa!

Carver, presentandoci questo processo interiore piuttosto comune in forma “poetica”, è come se volesse dirci che la poesia è intorno a noi, è già nei nostri stessi pensieri banali e quotidiani, nelle frasi fatte; è nella normalità che troppo spesso è svalutata e depotenziata da una inutile ricerca di complessità; vuole dirci che tutto è poesia, anche il semplice e troppo scontato pensiero di una persona che ci manca: un tema considerato forse eccessivamente sdolcinato, inflazionato da migliaia di canzoni, non più attrattivo ormai… D’altronde è lo stesso Carver a dichiararlo: “Ho sempre sentito e sostenuto che la poesia, per gli effetti che ottiene e per il modo in cui è composta, sia più vicina al racconto di quanto il racconto lo sia a un romanzo. I racconti e le poesie si somigliano molto di più per lo scopo perseguito nel processo di scrittura, per la compressione del linguaggio e delle emozioni, e per la cura e il controllo necessari a raggiungere il loro obiettivo” (Nota dell’editore, pag. 9 – Vol.I, “Tutte le poesie”, ed. minimum fax).

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Nota a “Kolektivne Nseae” di Ivan Pozzoni

Nel primo dei due dotti piccoli saggi che “preparano” il lettore e introducono la raccolta poetica intitolata “Kolektivne Nseae” (Ed. Divinafollia, 2024), l’autore Ivan Pozzoni ci mette in guardia nei confronti di una “malattia letteraria” (forse anche sociale?) che egli definisce – tirando in ballo persino Dante e Cartesio, e in seguito Bene e Fo – “ipertrofia egopatica dell’io lirico dell’autore” che ha annullato nel corso dei secoli qualsiasi possibilità di diluizione dell’io del poeta in una poesia del noi, intrisa di una quotidianità riguardante tutti – quella che i più audaci chiamano “poesia universale” – e conseguente sublimazione/riduzione dell’esperienza personale… L’io del poeta prevale, invece, in ogni angolo del testo, fregandosene del pubblico che di fatto “muore” (ci si legge, sostanzialmente, solo tra poeti!) e di preservare l’universalità del linguaggio. Muore il pubblico ma muore anche la critica che si è arresa dinanzi all’ipertrofia denunciata dal Nostro.

Premesso che non esiste testo, né poetico né narrativo, senza un “io” (gli utopisti della “poesia impersonale” hanno prodotto solo robetta insipida!) che anche indirettamente dia forza al e informi il messaggio contenuto nel testo stesso, Pozzoni – “menestrello combattente” che sfida i “barbari balbuzienti rintanati in tv” – propone come terapia d’assalto una propria, personalissima, “ipertrofia” poetica che aspirerebbe a essere universale e non egotico-narcisistica, come quella oggi in circolazione che ha di fatto annichilito il “noi lirico empatico”. E in non pochi punti della raccolta Pozzoni riesce nell’intento utilizzando un linguaggio apparentemente, e solo a una primissima lettura, occupato dell’io autoriale, ma che a ben vedere è intriso di mondo, dei fatti del e dal mondo.

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“Fenomenologia della poesia facile” su Il Mangiaparole n.22

Il mio articolo intitolato “Fenomenologia della poesia facile. Dalla neolingua alla neopoesia” (già pubblicato qui e qui) è stato riproposto sul n.22 del trimestrale di poesia, critica e contemporaneistica “Il Mangiaparole” (Edizioni Progetto Cultura, Anno VI). Ringrazio la Redazione e il Direttore Matteo Picconi per questa opportunità e per l’accoglienza.

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Su “Errata Complice” di Stefania Giammillaro, nota di Carla Malerba

C’è talvolta una naturale intesa tra donne che scaturisce da qualcosa difficile da definire e che diviene momento privilegiato o affinità elettiva, che dir si voglia.

Raro dono che unisce improvvisamente, attraverso il sentire poetico e fa scorgere elementi comuni che servono ad una comprensione della vicenda umana e spirituale di chi si legge, tale da riconoscere nello scritto stati d’animo familiari, legati a sentimenti di gioia o di dolore. Mi sono avvicinata alla raccolta di Stefania Giammillaro* empaticamente, da donna a donna, cercando di cogliere nel verso e nella parola quello che io stessa avrei scritto o sentito di dover dire.

Quella di Stefania è poesia d’amore, quasi un diario dei giorni trascorsi dove nella figura maschile che si affaccia non leggiamo caratteri distintivi: né occhi, né mani, rare parole. È la ricostruzione di un percorso iniziato fiduciosamente e poi interrotto lasciando nella mente e nel cuore segni difficili da cancellare.

Solo una serie di presagi anticipano quella presenza, quasi nascosti da versi che appuntano ciò che è stato, ciò che sarà. Invocazioni profetiche – sorprendimi con le labbra serrate / al buio di ogni promessa – voluti controsensi – tienimi stretta per non cadere / nelle tue mani.  Così si staglia nell’ombra la figura indistinta di chi non ha saputo amare mentre la voce poetante ricostruisce la vicenda senza indulgere a visioni consolatorie.

C’è un senso di consapevolezza piena in questi versi che si avverte e accompagna fin dalle prime liriche: in essi non si attenua il ricordo del rimbombo dei flutti marini, né nulla si distende nella preghiera scandita dall’efficacia degli imperativi pur rimanendo sempre la poesia ancora di salvezza in cui il patto si rende necessità vitale (nascondimi, preservami, tienimi stretta…); la metrica ha una solennità incidente, il senso profetico non abbandona il lettore mentre ribadisce la conoscenza di una crudele incapacità di amare.

Tuttavia nella poesia di Giammillaro la ricerca del bene è sempre ricorrente, si apre come qualcosa in cui credere, nonostante l’incertezza in cui l’anima si trova fino a diventare invocazione nei versi che racchiudono tutto il non-detto:

Accarezzami dal conforto / racchiuso nel non decidere /

se amarmi / – per non soffrire / o odiarti / – per non morire

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Su “Became”, racconto ‘in fieri’ di Sandro Battisti: una nota pioniera di Barbara Anderson

Quella di seguito riportata è una recensione in anticipo sui tempi. Ne sono venuto in possesso attraverso vie collaterali e riguarda il nuovo lavoro di Sandro Battisti, ambientato nell’Impero Connettivo, che lo stesso autore sta ancora editando; la recensione alla prima stesura è a cura di Barbara Anderson, che redige recensioni sul conosciuto blog Les fleurs du mal, ed è una testimonianza in embrione di ciò che normalmente è precluso ai lettori: le bozze di lavoro. La particolarità di questa novelette è che inserisce nella saga dell’Impero Connettivo il concetto del sesso quantico, ovvero dell’estensione sessuale che si muove attraverso una quantità trascendentale di dimensioni postumane.
Lo scritto, Became, sarà pubblicato presumibilmente nell’inverno prossimo dalla casa editrice Delos Digital, nell’ambito della collana L’Orlo dell’Impero che racconta gli eventi dell’Impero post Premio Urania, riconoscimento che l’autore ha vinto nell’edizione 2014; a ognuno quindi il suo giudizio e, soprattutto, non vedo l’ora che la novelette venga pubblicata, così da leggerla. Immergetevi nei dettagli della Anderson, estremamente attenta e precisa nel descrivere le sensazioni, e buon hype
PS – Silvio Sosio, quante recensioni hai letto finora di bozze ancora da sistemare?
Barbara Anderson, farai anche una recensione al libro ufficiale, così da tracciarne le differenze?
Became, Sandro Battisti. A cura di Barbara Anderson
Quanto è complicato recensire un romanzo e una storia che ci è piaciuta molto?
Tantissimo perché ci sarebbero tante cose da dire, da spiegare, da raccontare e quando le emozioni implodono dentro diventa complicato sezionare, scindere e dividere le sensazioni e le emozioni categorizzando in comparti stagni in modo da poter fare un’analisi accurata del tutto.
E io non posso scindere quello che per me è bello nella sua integrità.
Premetto che adoro la scrittura di Battisti, che trovo pura arte comunicativa dell’anima e dell’immenso.
Ho scoperto il suo impero connettivo, luogo dal quale non riesco a staccarmi mai, perché è l’unico posto letterario in cui mi riconosco e mi riscopro immersa in un’immensità di energia in espansione verso l’esplorazione di nuovi universi partendo da quelli interiori seppur ormai gli abitanti di Nefolm sono postumani e io sono una forma quasi Neanderthal dell’essere umano.
Ho avuto il privilegio e l’onore di leggere questa storia quando ancora era allo stato grezzo, ancora intoccata, non modificata, pura nella sua vera essenza; così come era trasudata dalla mente del suo autore.
Entrare nell’intimo di un prodotto artistico è qualcosa di assolutamente magico e speciale, un onore di cui faccio immenso tesoro poiché mi permette di capire il modo in cui l’autore lavora, sviluppa le idee, di come una storia nella mente di un uomo diventa (became) un prodotto finale; una storia avvincente ed emozionante. La sua trasformazione.
Con Battisti di questo si tratta, di trasformazione, di comunicazione, di visione, di espansione.
Le connessioni dell’impero connettivo avvengono attraverso la comunicazione, gli scambi di dati non solo tra individui ma anche tra oggetti, luoghi e cose. Tutto è collegato, tutto comincia e prosegue con tutto.
La percezione fisica e psichica è qualcosa che supera il concetto di materia e di tempo ed è negli spazi che restano aperti gli accessi ad altre possibilità, ad altri universi paralleli, vicini e lontani.
Nello spazio ma anche all’interno della nostra anima, dei nostri sogni, degli anfratti inesplorati della nostra mente.
Il messaggio di Battisti arriva attraverso un linguaggio forte, intenso, profondo, complesso magari per un lettore inesperto non abituato a un lessico così ricercato e particolarmente bello.
Dal primo romanzo che lessi di questo autore rimasi subito incantata proprio da quella forma di linguaggio che diventava la pura essenza del messaggio linguistico verbale, iconico, visivo, mimico, gestuale ma possono delle parole racchiudere anche la fisicità? Oh sì che possono soprattutto se le parole vengono utilizzate con peso e leggerezza, come vettori che trasportano informazioni di aggiornamento a un software ormai datato che ha bisogno continuo rinnovamento e io sono un software che non sono mai riuscita a caricare in questa realtà in cui vivo.
Le storie di Battisti non sono solo caleidoscopiche fantasie, non sono solo fantascienza, non sono solo il frutto di una personalità weird.

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“Carte nel buio”, prefazione di Carla Malerba

versione pdf: “Carte nel buio”, prefazione di Carla Malerba

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Nell’ultima raccolta di Michele Nigro si definisce un percorso poetico sempre coerente alle sue precedenti scritture. Già in Pomeriggi perduti il lirismo dell’autore mi era apparso fortemente introspettivo, con richiami provenienti da conoscenze approfondite di grandi autori italiani e stranieri, ma soprattutto avevo scorto la pacata ironia che gli consentiva di prendere coscienza del senso dell’esistere senza tuttavia mai abbandonare la fiducia nella poesia.

Nigro si può definire un poeta appartato e schivo, immerso nel suo mondo poetico, lontano dall’urgenza dell’apparire, soprattutto motivato da quella del dire, in versi, una realtà del quotidiano che tocca temi universali, ma senza alcuna retorica. Il suo linguaggio è colloquiale, ma colto; severo, ma ricco di citazioni che si affacciano fin dalla prima sezione dell’opera, nell’esergo in cui inserisce alcuni versi di Dylan Thomas: “Non andartene docile in quella buona notte,… / Infuria, infuria, contro il morire della luce”.

Fin dai primi versi affiora un forte senso vitale, l’aspirazione a voler essere altro, a sperimentare altre vite mentre ammira il geco nelle sue evoluzioni con i compagni sull’alto campanile, e quell’inerpicarsi che è espressione di perfezione lo colpisce, lo spinge a scrivere: “Essere uno di loro, un equilibrio di code / agile, avventato e con ventose infallibili”.

In questa ammirazione verso le creature trapela il senso del tutto che appartiene al quotidiano dove gli odori, le storie, le urgenze del mondo, l’apparente acquiescenza a un inutile esserci, diventano poi belle metafore come, per esempio, quella degli elettroni lenti, se periferici, ma improvvisamente veloci quando agognano la luce. Una poesia dunque non edulcorata, ma contraddistinta sempre dalla riflessione e straordinariamente ricca di comparazioni è quella che si offre al lettore di Carte nel buio.

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Nota a “Carte nel buio”, di Franco Innella

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Io e Michele, nei nostri incontri davanti ad una tazzina di caffè al bar, abbiamo tanto parlato della situazione della poesia odierna e anche della dolorosa deriva che essa vive. Ci siamo interrogati sul destino del poeta e della poesia in generale nella nostra società, siamo rimasti allibiti davanti alla crisi che la poesia e la cultura in generale vivono in Italia, all’ultimo posto in Europa per la lettura dei libri. Ma non ci siamo arresi, abbiamo deciso di continuare a percorrere la strada della poesia. E così leggo con piacere questo nuovo lavoro di Michele – Carte nel buio – che è diviso in varie sezioni, quasi a voler dare al lettore uno spaccato preciso del suo poetare che è allo stesso tempo un recupero di se stesso, o forse come direbbe Sylvia Plath “del proprio Sé poetico” che si oppone a quello empirico.

Ogni poeta, come direbbe Pavese, ha la sua terra incognita, ed è impegnato in un lavoro di scavo interiore. Michele non è un poeta metafisico, né post-ermetico e neanche impressionista, e non usa un linguaggio estremamente intellettuale. Egli è legato al mondo contemporaneo con il quale giunge ad una non sopita conflittualità. Ma è anche un sapiente evocatore del mondo delle figure parentali, dell’eros, della morte. Una poesia che trabocca di vita e che esce dall’ambito accademico per inoltrarsi nel mondo di tutti i giorni.

Concludo dicendo che le poesie del testo mi sono piaciute tutte e in particolare una mi ha colpito; Gechi: “… Le urgenze del mondo / i soliti guai con cambi di forma / non raggiungono il gesto abituale / dell’uomo calmo che torna dalla terra. / È questione di dove sono posizionati / gli elettroni intorno al nucleo, / quelli periferici sono lenti, / solo spostandoli verso il centro dell’inutile esserci / si agitano, velocizzano la rotazione / inseguono come falene le luci dei bar / per dimenticarsi della fine.”

3 domande (e una breve nota) a Mariano Lizzadro

versione pdf: 3 domande (e una breve nota) a Mariano Lizzadro

È un incontenibile flusso di coscienza, questa nuova e inebriante raccolta di componimenti del poeta lucano Mariano Lizzadro, che oltrepassa la diatriba stantia sul confine tra prosa e poesia. Nel pensiero fluido di Lizzadro tutto è poesia, tutto è immagine incandescente che prende vita dalla realtà dei sensi, dalle emozioni più intime di un animo poetico che come radar di carne e ossa tutto capta, tutto cattura come pellicola fotografica esposta all’esistenza. Lizzadro è un fiume silenzioso di parole che travolgono l’intimità quotidiana, apparentemente scontata o già conosciuta. La forza descrittiva di questa raccolta è assordante ed è catartica nel suo non lasciare tregua al lettore. La natura, gli elementi più semplici, la sensualità cercata o vissuta, tutto partecipa alla creazione di versi che fanno amare la vita, le sue disperate bellezze e persino il dolore più intimo e antico. Lizzadro parla della solitudine delle periferie, della malinconia serale e notturna, dei ricordi che torturano, ma un poeta non è mai veramente solo perché le sue parole sono lacci archetipici che lo legano alla terra, all’umanità, ai fatti crudeli del mondo, alle persone conosciute e sconosciute, ai fenomeni naturali che parlano dell’anima e all’anima. Come affermato dal grande poeta lucano Alfonso Guida in prefazione: “Qui, tra questi affreschi di silenzio, tra queste siepi di filo spinato, spunta la notte”. Ed è una notte che tormenta ma ispira, che mette a pensare con dolore ma eleva gli animi dell’autore e dei lettori. Lizzadro ringrazia le parole e le benedice perché lo liberano, lo definiscono, lo informano su sé stesso e sul mondo, senza mai pretendere di capire o capirsi. Ma le parole vogliono in cambio qualcosa, vogliono un giusto peso da dare al loro suono: se le nutri col giusto suono non sai dove possono portarti. Un poeta non può essere prigioniero dell’attualità perché appartiene a tutti i tempi e dimora in ogni dove, anche quando è “segnato da un limite”. (m.n.)

Mariano, leggendo la tua ultima raccolta – “La mia testa sobria si occupa di attualità” –, ho avuto come l’impressione che stavolta il flusso di coscienza, già presente nella tua poetica, abbia rotto gli argini, si sia liberato da alcuni freni inibitori per correre libero nelle praterie lessicali e sonore della parola. Potresti fornirci una tua chiave di lettura e a margine spiegarci anche questo titolo originale – che è il verso di un tuo componimento presente nella raccolta – abbastanza insolito per una silloge?

Grazie Michele per la tua amicizia che è già di per sé un dono. Ci tengo a dire di primo acchito questa cosa che esula dalla tua domanda, ma mi ronza in testa da tanto tempo. Ci sta in giro un equivoco di fondo sull’idea di creatività. Molti, fra cui mi ci metto per primo io, hanno pensato in passato e qualcuno lo pensa ancora, mi dispiace per loro, che la creatività sia quel piccolo bagliore, quella luce che ogni tanto si accende dentro ognuno di noi ed è questo un grande equivoco. Mi spiego, sono d’accordo con chi dice che senza quel bagliore, senza quella piccola luce che si accende dentro non ci può essere niente, questo sia in poesia ma anche in ogni campo della vita. Cioè quella luce è fondamentale, quel bagliore è importante, ma non basta. Bisogna studiare, studiare e studiare, dedicare tempo e passione a quello che si fa e poi disimparare. Per non tirarla a lungo anche un contadino conosce i tipi di piante, il tempo della semina, le fasi lunari, i tempi in cui certe piante vanno piantate, innaffiate e trattate, ma la sua conoscenza è pratica, l’ha appresa osservando e la mette in atto. Questa, secondo me, è la creatività, talento e tanto studio. Dato questo per assodato. Ho avuto la fortuna di poter scambiare qualche parola in questi anni con diversi amici, da cui ho appreso che non siamo padroni di ciò che diciamo, siamo parlati, siamo suonati, nel duplice senso di “emettitori” di suoni ma anche nel senso etimologico di “folli”. Infatti nel gergo comune si dice di una persona quando è fuori di sé che è suonato! E quindi ho iniziato questo cammino, avendo questa idea in testa. Il titolo è molto ironico in sé, però è anche al contempo un mio punto di vista, un’ammissione che finora tutto quello che ho detto era frutto di cavolate. Non siamo padroni di niente, tutto è già là, “… la mia testa sobria si occupa di attualità, dicevo da povero idiota, / tutto è già nell’anima e nel corpo…” così mi sembra che dico ad un certo punto. Devo tutto questo alle chiacchierate che faccio con tutti i miei amici, ma in particolare ad Alfonso Guida e a Tonino Zurlo, che lo so si infastidiranno quando e se leggeranno che ho detto queste cose, ma è così. È tutto un percorso da fare e io ho cominciato pochi mesi fa, nel mio misero tentativo di liberare la mia lingua, bisogna attraversare il deserto come dice Alfonso, in maniera seria e come dice Tonino in tono scanzonato.

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“Robert Frost: due modi di tradurlo…” su Navuss.it

Il mio articolo “Robert Frost: due modi di tradurlo…”, già apparso su questo blog (QUI), è stato ripubblicato su “Navuss”, periodico di attualità e di informazione diretto da Serena Suriani; la pagina culturale di Navuss è invece curata dal poeta, scrittore e traduttore teramano Massimo Ridolfi.

Per leggere l’articolo su Navuss: clicca QUI!

“Il poeta è un detective senza padrone”: prefazione a “Studio realtà” di Rodrigo Garcia Lopes

versione pdf: Il poeta è un detective senza padrone

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Prefazione a Studio realtà di Rodrigo Garcia Lopes (ed. Kolibris)

Il poeta è un detective senza padrone

L’intento è dichiarato in Appendice: <<indagare come avviene il processo di trasferimento dal mondo “reale” al mondo “poetico”>>. Fare in modo che la poesia continui a essere l’unica degna testimone di uno stupore nel vivere, nel registrare il valore del tutto attraverso la celebrazione dei particolari. Il come, non tanto il perché che è materia filosofica, distante dalla semplice meraviglia dell’osservatore. Non è uno studio pedissequo della realtà, ma è un imparare sulla pelle il sapere antico che sfiora ogni giorno l’essere umano, è scoprirsi moltitudine: solo con il poetare che capta le singolarità si può risalire a una “ragione”, che razionale non è, di ciò che siamo e vediamo; perché “il significato è quello che conta meno”. Cogliere i particolari (“L’azione era concentrata sull’individuazione dei dettagli”), i segni scontati, i dolori antichi diluiti nel presente, per un’indagine, priva di un fine preciso, sul reale: bleffa chi propone obiettivi tangibili, “efficienza aziendale”, programmi sensati, etimologie sicure: “la frase è una frode” e, per come ci viene raccontato, “il mondo è un parco giochi di bugie”. Amare non serve a niente se non si è in grado di lasciare un solo verso sulla pelle dell’amata: perché la poesia è scottatura inattesa, che corona l’esistenza del poeta e di chi gli sta accanto; è impossessarsi della profondità del vivere per un “adesso conquistato”: morire, in fin dei conti, è la parte più facile del cammino. È tenere in conto tutto con un linguaggio lento.

Studio realtà di Rodrigo Garcia Lopes è anche un imprendibile manuale di scrittura poetica per “innamorarsi di questi frutti della parola”, mai schiavi ma “istanti portatili”, liberi, nomadi nei nostri deserti quotidiani; mai prigionieri di convenzioni e convinzioni, avere fede nell’evoluzione (“la poesia è una / strategia di soprav- / vivenza”), nel Todo Cambia cantato da Mercedes Sosa, nel cambiamento non previsto e non riassumibile in una rima. La poesia è essere dove non si è, non dove è logico pensare di dover essere, anche se la vita a cui si è legati è una e una sola: è raggiungere l’insondabile con la fantasia (fare Fabula rasa del reale!) – travolgendo la razionalità di spazio e tempo, e quindi della Storia –, fissando sfumature nei versi ispirati da sensazioni vissute; è “sapere cosa ci dice ogni oggetto”, è baciare il momentaneo. È lo strumento che “scava l’inafferrabile”.

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Tornano in voga

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Tornano in voga
i campi di cotone
gli schiavi a ore
nel far west del disincanto.

Quale distratta discendenza
si prenderà cura e fastidi, lontane
scadenze nel tempo che non vivremo
per queste ossa di casa e memorie
delle tue foto ormai tarlate da occhi
e dolori tramandati?

Non dovremmo più scrivere
per immagini e sprazzi vaganti,
solo il linguaggio, la sua voce
è la ricerca dell’umanità poetante.
Non dovremmo più sperare
nella parola che cura e consola
ma nell’eternità che dimentica.

(ph M.Nigro©2023)

Fenomenologia della “poesia facile”

versione pdf: Fenomenologia della “poesia facile”. Dalla neolingua alla neopoesia

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Dalla neolingua alla neopoesia

Ho assistito recentemente a una innovativa e coraggiosa trasposizione teatrale del famoso romanzo “1984” di George Orwell, già immortalato nella memorabile riduzione per il cinema del regista Michael Radford: inevitabilmente uno dei temi nevralgici ripresi anche dalla pièce è stato quello riguardante la cosiddetta neolingua inventata dall’autore di fantascienza britannico per descrivere il lento ma inesorabile processo di semplificazione del linguaggio, attuato dal partito del Grande Fratello, quale premessa per una decostruzione del pensiero critico nei confronti dell’ideologia dominante. Un’ideologia di regime bisognosa di pedine acritiche e non di uomini e donne pensanti. Eliminare quanti più termini è possibile dal vocabolario corrente per impedire sul nascere l’elaborazione di sillogismi e quindi di critiche in grado di mettere in difficoltà la presa diretta del dittatore sulle menti dei cittadini. La semplificazione del linguaggio per realizzare un più efficace controllo del pensiero della popolazione non è purtroppo solo un’invenzione di Orwell ma è stata nel corso della Storia anche una pratica ampiamente applicata; alcuni esempi attualizzabili: gli slogan propagandistici, le frasi a effetto per stupire l’elettore e parlare alla sua pancia, gli annunci lapidari non verificabili riguardanti opere pubbliche che non verranno mai realizzate…

È di questi giorni l’uscita nelle librerie dell’ennesimo best seller di un noto “poeta televisivo” che non fa mistero del proprio successo editoriale attribuendolo principalmente alle sue doti comunicative dirette, sincere, geo-onnipresenti, limpide, intorno a tematiche basilari, primitive, “domestiche” e a un suo stile poetico che potremmo definire “facile”, semplificato, consolatorio, medicamentoso come la panacea delle nonne realizzata con ingredienti casalinghi, non complessi, alla portata di tutti. A ogni pubblicazione di questo autore ne consegue un putiferio mediatico alimentato da critici indignati, da autori che non credono nell’autenticità letteraria di certi successi editoriali pompati dal marketing… A essere messa sotto accusa, ogni volta, è una non poesia che viene spacciata per Poesia e che misteriosamente (poi mica tanto misteriosamente, per motivi che diremo dopo!) riesce a raggiungere molti più lettori di quanto non faccia la “poesia vera”, quella riconosciuta dai manuali di metrica e dalla storia ufficiale della letteratura; quella degli autori che sgobbano su un verso per giorni e giorni, a volte per anni, (mentre il nostro, a dire degli invidiosi — anzi, lo dice lui stesso! —, le sue poesiole le concepirebbe in ascensore, in una sala d’attesa d’ospedale o in viaggio sul treno tra un reading pubblico, una soppressata da affettare e una lectio magistralis via Skype).

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Nota a “Scuse senza realtà” di Vincenzo Pietropinto

versione pdf: Nota a “Scuse senza realtà” di Vincenzo Pietropinto

“… e quell’aria potrebbe essere / quanto rimane della mia vita”

(E poi basta, pag. 56)

Vincenzo Pietropinto definisce la propria poesia lapidaria; e aggiungo io da lettore, è un “lapidario dialogante” (mai sentenzioso o definitivo) con il vissuto (“… i percorsi remoti…”) – un passato che ritorna sfumato ma ancora vivo -, con i misteri dell’esistere, con quei sentimenti che hanno accompagnato il poeta e tuttora lo tormentano dolcemente. È un dialogo che in alcuni casi diventa resa dei conti, con se stesso, con i personaggi incrociati, con le persone amate fosse anche di sfuggita; un dialogo oscillante tra linguaggio didascalico e quotidiano e una poeticità spesso ermetica, da decifrare, che lascia solo trasparire la vicenda umana alla base dei versi. Domande basilari, quasi fanciullesche alla Peter Handke (“… Perché sono io?”; “E non ti piacerebbe nascere di nuovo…?”) che scavano nell’unicità e irripetibilità della vita ricevuta in dono; domande escatologiche sul cosa resterà dopo o dove si andrà a finire; domande inquiete poste da un cuore che insegue “i fantasmi del passato”; domande filosofiche: “Che significato può avere la mia vita / a paragone con il giro del mondo / che continua da millenni?”; domande che superano il tempo giocando con l’eternità: “Dove sarò fra cento anni? […] e se saranno passati i cento anni / saprò d’essere morto senza essere mai nato”. O per dirla alla Battiato: “Ti sei mai chiesto quale funzione hai?”.

Rimorsi o nostalgie? Forse entrambi, senza far prevalere mai la disperazione, anzi correndo sempre “verso energie / nuove, inesplorate”. Solo chi è inquieto, mentre gli altri attendono sereni il fato, costruisce quotidianamente la propria esistenza come meglio desidera, “per riabbracciare la mia vita / e quel che in noi c’è d’umano”. Che valore ha il perdonare e il perdonarsi? Quale invece l’umiltà? Ma bisogna fare presto perché “Il freddo già minaccia la coltre della mia memoria, / avvolgendola con una nebbia / senza avere nessuna pietà / delle durezze dentro noi.” Perdonarsi anche soffocando “la nostra ingenuità / in sorprendenti risate […] Si trascende così / la profondità dell’essere / e il cielo si fa più vicino!”.

Ma il poeta, a volte, ha “paura di raccontare tutto”, di disperdersi nel vento dell’ascolto e allora torna a chiudersi, a rendersi quasi indecifrabile, inaccessibile, per proteggersi, conservarsi nel mistero di se stesso. La vita che bussa alla sua porta, però, è più forte di qualsiasi lucchetto e fa domande urgenti sulle altre esistenze incontrate: “Cosa unisce i percorsi di vita? […] un ponte unisce i nostri / misteri”; sullo sfondo di questi contatti la consapevolezza della condizione umana che resta genuinamente solitaria: “Si trapassa il quotidiano, / si vive il futuro, / uniti da un ponte / di solitudine”. La solitudine è uno stato interiore che esula dalla quantità di persone che ci circondano (“Io sono solo a questo mondo […] Io e più nessuno”) ed è in grado di suggerire cose inedite a chi scrive: “I canali dei miei pensieri / sono stati contagiati / dalla tua solitudine”.

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George Orwell e la neolingua della politica, su Pangea.news

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Il mio articolo “La neolingua della politica di George Orwell” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

“La neolingua della politica” di George Orwell

versione pdf: “La neolingua della politica” di George Orwell

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Dopo aver letto il pamphlet “La politica e la lingua inglese” di George Orwell, nella traduzione per Garzanti di Massimo Birattari e Bianca Bernardi, molti, troppi sarebbero i passaggi da voler citare (rischiando così, nell’enfasi citazionista, di disarticolare la tesi che anima lo scritto), e molte sono di fatto le domande e le riflessioni suscitate dalla lettura di questo breve saggio dell’autore di “1984”. Sintetizzando in maniera brutale: se il pensiero influenza il linguaggio, il linguaggio adottato da un popolo influenza il suo pensiero, e quindi la sua anima, le sue aspirazioni, le sue idee. Un’influenza “circolare” difficile da costruire – il limite temporale immaginato da Orwell per il completamento del “passaggio” era, e forse è ancora, il 2050! – e altrettanto difficile da scardinare, se non attraverso consistenti traumi storici e culturali. Da qui, per invertire il trend negativo, l’esigenza pratica di nutrire il linguaggio, e quindi il pensiero, con letture che arricchiscano il proprio “paniere idiomatico”. Senza dare la colpa alle “condizioni sociali presenti”.

Se nell’appendice a “1984”I principi della neolingua – compare tra i primi obiettivi il conseguimento di una semplificazione del lessico che rasenta l’umorismo (le parole inventate da Orwell per il “Dizionario di neolingua” sono ridicole e fanno ridere perché lontanissime dalle nostre consolidate abitudini linguistiche: sbuono, sessoreato, nutriprolet, sbuio… Integrare un’intera lingua in pochi termini) allo scopo di bloccare sul nascere lo sviluppo del pensiero per mancanza di “materia” con cui elaborarlo e ampliarlo, nel nostro tempo presente con il cosiddetto “politichese” (volendo restare nell’ambito politico-ideologico) si vuole raggiungere lo stesso obiettivo distopico ma con un linguaggio non più “asciugato” dalle direttive di un partito dittatoriale come nel romanzo di Orwell, bensì reso disarticolato da una vacua complessità: in questo caso il pensiero viene letteralmente “affogato” non già dalla mancanza di lessico ma dal suo disordinato eccesso. E Orwell riporta dalla sua epoca, con tanto di riferimenti, ben 5 autorevoli esempi di “cattiva lingua” utilizzata in pubblico e per il pubblico.

La prosa moderna si allontana dalla concretezza: ha eliminato i verbi semplici, abusa di cliché e di formule vuote per “stordire” l’interlocutore. Ma oggi, in paesi liberi come l’Italia, a chi conviene, lì dove sono assenti palesi dittature, mantenere e alimentare un linguaggio che allontana la popolazione dalla realtà delle cose? Oserei dire, anche se non riportato nel pamphlet di Orwell, che conviene alla finanza, alla macchina consumistica in cui siamo coinvolti. Non c’è un chiaro pericolo Socing – come nel romanzo “1984” -: la politica (persino quella dittatoriale, divenuta anacronistica e poco “comoda”) si è ormai da decenni consegnata mani e piedi ai meno evidenti e più proficui meccanismi della finanza mondiale che tutto condiziona e influenza. Perché affannarsi a ottenere il controllo di un popolo con la violenza o addirittura con l’invenzione di una neolingua che ne renda rachitico il pensiero, quando si può ottenere lo stesso risultato confondendo il linguaggio e “anestetizzando” quel popolo con discorsi vacui e insinceri? Perché imporre l’onnipresenza di un Grande Fratello quando siamo noi stessi che – pur conservando intatto il nostro vocabolario – ci consegniamo spontaneamente al controllo del “Grande Fratello Social“?

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“Quark”, per noi…

versione pdf: “Quark”, per noi…

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Ricordo ancora quando all’inizio degli anni ’80  ̶  era il 18 marzo del 1981 per la precisione!  ̶  io e mia sorella sulla RAI guardammo con un interesse inedito la prima puntata di un programma tutto nuovo, lineare nella sua struttura, apparentemente semplice nel suo intento espositivo, ma ricco e avvincente dal punto di vista contenutistico. Sul piccolo televisore in bianco e nero nel salone della nuova casa, nella nuova città in cui ci eravamo da poco trasferiti, la figura elegante, equilibrata, garbata del giornalista Piero Angela, classe 1928  ̶  come nostro padre venuto a mancare pochi anni prima  ̶  che avrebbe assunto a sua insaputa la funzione di padre adottivo scientifico: il tradizionale racconto prima di addormentarsi di un genitore o di un nonno fatto di lupi mannari, maghi, bambini persi nei boschi, avrebbe ben presto lasciato il posto al racconto scientifico di quel nuovo cantore serale fatto di neutrini, esplorazioni spaziali, entropia e buchi neri… Attraverso una rinnovata esposizione dei fatti e delle scoperte, ci veniva offerto un nuovo approccio persino alla vita quotidiana, più logico, razionale, basato sul rigore della sperimentazione e sulla “fede” nella ricerca di nuove soluzioni a quasi tutti i problemi dell’esistenza umana: dai sistemi più complessi fino a scendere a livello delle questioni elementari, condominiali.

Perché questo è stato il grande Piero Angela  ̶  refrattario a una certa politica e fedele al sapere senza essere saccente  ̶  durante questi preziosi decenni di divulgazione scientifica compiuta attraverso il mezzo televisivo e non solo: è stato un traduttore dal linguaggio scientifico a quello quotidiano, un “esemplificatore” della materia scientifica e tecnologica senza mai correre il rischio di depauperarla o ridicolizzarla nel tentativo di renderla assimilabile. Anche quando si è avvalso dei cartoni animati di Bruno Bozzetto, o di altri mezzi comunicativi, per spiegare una teoria o per semplificare un concetto spigoloso, Piero Angela, insieme agli altri autori che con lui hanno collaborato per molti anni, non ha mai declassato la complessità dell’argomento trattato; ha invece avvisato il telespettatore della difficoltà del tema richiedendo a quest’ultimo una maggiore dose di attenzione: perché il divulgatore non è solo colui che premastica o predigerisce la materia sostituendosi al telespettatore, ma è soprattutto un amante della scienza che propone a chi lo ascolta di impegnarsi a capire, ad approfondire, di sforzarsi per andare incontro alla comprensione personale dell’argomento, facendolo proprio. Come ogni vero insegnante sa, è molto più importante accendere la curiosità in chi ascolta che propinargli un omogeneizzato nozionistico privo di sapore e di odore.

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“Raccontare il silenzio”. Francesca Innocenzi su “Pomeriggi perduti”

RACCONTARE IL SILENZIO. SU POMERIGGI PERDUTI DI MICHELE NIGRO

Del titolo di questa silloge di versi di Michele Nigro colpisce il rinvio diretto ad un evento di perdita, che evoca tanto l’idea di spreco, di dispendio, quanto una nostalgica mancanza. I due significati non si escludono affatto a vicenda, essendo metonimicamente correlati, potendo cioè legarsi in una relazione di causa-effetto; ciò contribuisce a costruire un orizzonte di attesa, spia di una poetica incline ad oltrepassare il mero dato realistico e le sue pretese di univocità. Sviscerando i nuclei tematici che emergono dalla lettura dei testi si coglie, non a caso, il binomio materialità/immaterialità: da un lato la conservazione, la collezione, l’accumulo, con un’attenzione al dettaglio numericamente quantificabile; dall’altro l’incessante fluire, la familiarità con il caos, la fuga dall’ordine dell’incasellamento. La conciliazione degli opposti si concreta in un’«estetica del caos», segnale che mappa il percorso e scardina i paraventi con i quali l’individuo si autoinganna.

Si insinua tra le pagine una continua riflessione sull’essenza della poesia e sul suo possibile ruolo nel mondo. La poesia si configura come dimensione altra, che sussiste in parallelo ad una quotidianità consumistica. Nell’antitesi tra quiete e follia, tra suoni assordanti e silenzio, è attitudine che consente il distanziamento dal frastuono. Nel ciclo inarrestabile del tempo, la parola tenta di fissare bagliori di Assoluto, condizione ignota, di là da venire, intrinsecamente connessa con la dimenticanza di ciò che si è stati. «… compagno di strada / mi è il verso forte e ignoto/ ai salotti laureati/ nato da quel vivere/ che per altri vita non è»: questi versi possono considerarsi una dichiarazione di poetica, nella coscienza di uno scrivere nutrito dalla vita vissuta, voce sincera e controcorrente.

Ancora, la poesia disvela il senso di persone e cose che ci hanno preceduti, canale che raccorda il passato ad un oggi di eredità incerte; come l’amore, è epifania e sostanza sulla frontiera dell’indicibile, antidoto contro l’effimero, rimedio all’immanenza. E – quasi una poetica del vago e dell’indefinito – sono le percezioni sensoriali a fare da ponte verso l’invisibile, nel superamento delle facciate ingannevoli, raccontando il silenzio («sete di silenzio parlato»). Così accompagnano il poeta opere letterarie, come la celebre Spoon River, in grado di gettare luce sul reale, di polverizzare le illusioni dell’uomo che si crede immortale. I versi di Spoon («il credersi invidiati/ o invidiabili, immemori/ dei vermi in attesa») mi portano alla mente i crudi ammonimenti di Leonida di Taranto, epigrammista greco del IV-III secolo a.C.: «… con una simile struttura d’ossa/ tenti di sollevarti fra le nubi nell’aria!/ Tu vedi, uomo, come tutto è vano:/ all’estremo del filo c’è un verme/ sulla trama non tessuta della spola».

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Nota a “De la lang(ue)” di Antonio Belfiore

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Schizzechea with Love è il titolo del nono album di Pino Daniele e Me so’ mbriacato ‘e te Forever è uno dei brani contenuti in questo lavoro discografico del cantautore partenopeo, non estraneo a certi ibridismi acrobatici. Avrebbe potuto intitolare, con tiepidi effetti sull’ascoltatore, l’album e il brano menzionato “Pioviggina con amore” e “Mi sono inebriato di te per sempre”, ma il significante a volte, snobbando il nostro bisogno di significato immediato e rassicurante, segue proprie esigenze sonore apparentemente ingiustificabili.

In alcune poesie contenute nella raccolta intitolata De la lang(ue) di Antonio Belfiore (Fallone Editore, collana “Il fiore del deserto” – 2020) questa “esigenza” si spinge ben oltre lo sperimentalismo anglo-partenopeo preso ad esempio, proponendo (non sempre, per non inflazionare il fenomeno) innesti linguistici audaci, persino tra lingue antiche e inglese, al limite di un inutile nonsense che a guardare bene inutile non è, costringendo il lettore ad abbandonare la ricerca di una trama logica dal punto di vista linguistico-sonoro (cosa che in poesia è già regola in ambito interpretativo) in favore di una sonorità innata, arcaica, selvaggia quando non bizzarra, presente nel tessuto del mondo “nonostante noi”, perché “tutti questi suoni / non sono un linguaggio” ma “evocano ciò che non si esaurisce / mai in se stesso, e non si realizza / mai in significato umano”. La Vita e il Reale non c’entrano niente con la nostra piccola vita fatta di sicurezze sensoriali a buon mercato. Scopo di questa decostruzione è “aprirci a un flusso” (joyciano?) che ci inizi a “più infinibili possibilità”, “cercando di un suono primigenio / che non ho mai, che mai si è potuto / ascoltare e ch’eppure sentiamo”. Al di là dei giochi di ibridazione tra lingue e grafie agli antipodi, vi è una ricerca di suoni e ritmo antichi nella poesia di Belfiore; non si nasconde l’autore, influenzato dai suoi studi musicali, dietro l’uso di questi espedienti (“Se vivo adesso dans ce lieu questa vita”) per confondere le acque e depistarci, ma per soddisfare un istinto sempre in cerca di nuove vie comunicative, trasversali e interessanti. Se il monaco deforme, ex dolciniano, Salvatore de Il nome della rosa di Eco, ridotto a film, con la sua parlata collage ci ricorda che: “La morte est supra nobis! […] My little brother! Penitenziagite!”, Belfiore pur affermando che “il corpo / c’est une parfaite machine!” non dimentica che è condizionato da una “sporca poltiglia / (chiamala soul o identité)” e che il valore istintivo della persona è più della sua apparenza espressiva dettata dalle esperienze e dall’identità che ne consegue. Come a voler dire che l’intima, e potremmo dire invisibile, potenza delle parole supera la loro forma geo-linguistica e che “il suono è tutto”, non spiega l’emozione perché è già esso stesso emozione. Che restino gli altri “Ancora qui a parlarci di sentimenti / a dare spiegazioni e significati. / Le vostre storie già scartate / non sanno nemmeno di suoni…”.

Jadis, si je me souviens bien
j’ai répété aussi: il corpo
c’est une parfaite machine!
Ma questa sporca poltiglia
(chiamala soul o identité)
non è altro che se stessa.
E tu non mostrarmi più
le solite espressioni
gli sguardi e i brutti tic
del tuo hic, del loro nunc:
il tuo volto is worth
much more, davvero
molto più che solo questo.

E dicevi ancora: se non ora quando?
Forse avevi ragione ma non sapevi
e non sai che il suono è tutto
e che bisogna dire adieu a questo
sonnolento indoeuropeo – romanzo e non –
(poi a tutto quello che si porta dietro)
che mai è Stato e che ora studiamo.
Non dire più nemmeno adieu:
capirai che il suono è tutto
then, you go understand pas anymo(re).

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