Dittatura bianca

“Insieme è uguale.
Insieme è bello.
Insieme è felicità.”

N I G R I C A N T E

… Nelle principali piazze della città, la gente ordinatamente stipata a raggiera, fissava ipnotizzata le colonne d’acciaio sulle cui sommità sarebbe apparso puntualmente l’atteso ologramma del “Grande Occhio”.

Come ogni lunedì.

In tutte le piazze.

Nel mondo.

Da anni.

Le visioni serali e private del “Grande Occhio” non erano state ritenute sufficienti dal Congresso Mondiale sulla Mediaticità e Demagogia, a cui avevano partecipato, dando il proprio scontato assenso, i rappresentanti di tutte le nazioni tecnologicamente avanzate del pianeta Terra: c’era bisogno di un evento collettivo, di una danza mentale totalizzante, di un catalizzatore mondiale dell’emotività. Un appuntamento mediatico settimanale capace di estirpare ogni traccia di individualismo o la malsana propensione al “tempo libero” e all’estasi privata; un generatore di desideri pilotati ed economicamente conformi alle linee guida della Grande Catena Produttiva.

Prima del collegamento olografico, la recita collettiva e a voce unisona dell’abituale motto fraternizzante, appositamente studiato dal Comitato Centrale…

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“Zelig” e i nuovi anni 20

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Assomigliare agli altri, ai “vincenti” con cui si entra in contatto, agli influencer cliccatissimi e straricchi, al trapper di turno che sbraita di ribellioni basate sul nulla, ai potenti che dominano la scena politica ed economica, alle star del cinema e della televisione, alle belle cantanti di MTV… Avvicinarli almeno, assorbirne il successo per illudersi di riprodurlo in parte nel quotidiano; assumerne le fattezze, gli stili, i gesti, il look, e quindi la gloria.

Adattarsi politicamente, a seconda che si tratti di un governo blu-grigio o blu-viola: essere un po’ grigi oggi e un po’ viola domani, lasciare che le sfumature tra i due colori del momento penetrino fin dentro l’altra parte, diluendo l’eventuale ideologia che sta alla base dell’azione politica. Tutto questo per continuare a piacere, a essere amati, a restare sul pezzo. Per sopravvivere senza problemi.

Mimetizzarsi sui social, cercare di essere un altro, migliore, di successo, brillante, accettato, condiviso, taggato, addirittura amato. Riuscire ad essere un fenomeno in una generazione di sedicenti fenomeni, aizzati dalla pubblicità, da un apparente successo sbandierato dal capitalismo e dal suo braccio consumistico attraverso la sofisticata arma della pubblicità: il vero individualismo è morto da tempo, vuoi per esigenze rivoluzionarie, vuoi per un lento adattamento alla facilità esistenziale prospettata dal consumismo; ha lasciato il posto a un’innumerevole quantità di tanti piccoli falsi individualismi, ignari gli uni dell’esistenza degli altri, simboli egoici di personalità inesistenti; tutti speciali, posti sullo stesso livello del podio, aventi tutti le stesse apparenti possibilità. Sono riusciti a separarci; ci siamo lasciati separare senza battere ciglio. C’è chi si adatta, caso mai inconsapevolmente, assomigliando agli altri, a quelli con cui entra in contatto senza però compiere un reale confronto e un’analisi oggettiva delle differenze; e c’è chi, una volta scoperto il trucco, tenta di distinguersi, ma nel farlo, a volte, finisce addirittura per essere più conformista di chi non pensa affatto di perseguire la via dell’anticonformismo. Paradossi possibili e per niente rari.

Il “camaleontismo” dello Zelig di Woody Allen è il risultato di un ‘tirare a campare’ consigliato in punto di morte dal padre del protagonista; è l’arma di difesa di un “uomo massa” che cerca di evitare le violenze e i dolori del confronto e dello scontro sociale: piacere agli altri per non soffrire e per avere vita facile. Il “piacismo” berlusconiano e il più recente “likesimo” facebookiano ne rappresentano le odierne appendici. Se negli anni ’20 del XX secolo l’uomo è sconcertato e impaurito dalla realtà che lo circonda ed è sempre più disorientato a causa della mancanza di valori caratterizzante l’epoca contemporanea, oggi – al netto di un equivalente sconcerto e di una condizione disvaloriale ancor più marcata – la “reazione camaleontica” è facilitata da una “liquidità comunicativa” che non esisteva in quegli anni ’20 utilizzati dal genio cinematografico di Woody Allen come sfondo per le vicissitudini psichiatriche di Leonard Zelig.

I “ruggenti” anni ’20, i mitici Roaring Twenties, compresi e compressi tra i disastri del passato e quelli ancora da venire: tra le macerie della prima guerra mondiale e la crisi economica del ’29 (la Grande depressione), tra le speranze sociali inoculate dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917 e le premesse geopolitiche che avrebbero dato il via a un secondo disastroso conflitto mondiale. Il tutto condito, a suon di jazz, da nuove mode, un nuovo taglio di capelli per le donne, nuovi balli scatenati, tanto alcol venduto clandestinamente negli speakeasy a causa del proibizionismo e un “fanatismo futurista” per le macchine e le nuove tecnologie che sembravano facilitare la vita a una parte di umanità di quel secolo appena nato. Tutta questa frenesia può disorientare e confondere gli animi sensibili, può schiacciare l’uomo medio che non ha molti mezzi per emergere e per sfruttare le novità dell’epoca.

Oggi, ormai assuefatti e vaccinati, più che un ruggito possiamo concederci tutt’al più un flebile miagolio nella notte del “abbiamo visto già tutto”. Non siamo in grado di assaporare nemmeno più il disorientamento causato dallo stupore del nuovo che avanza perché un vero nuovo non c’è. Scomparsa la frenesia, ci è rimasta la fredda emulazione dell’influencer via social: almeno l’insicuro Zelig per diventare qualcun’altro scendeva in strada, s’intrufolava in ambienti e realtà distanti dalla propria, toccava i suoi nuovi interlocutori, ne assorbiva per “osmosi” fattezze e gestualità.

Oggi viviamo una strisciante crisi economica e la povertà colpisce le classi deboli esattamente come nel ’29; la seconda guerra mondiale è lontana nel tempo ma in compenso ne stiamo vivendo una terza “a puntate”; i nazionalismi stanno riprendendo forza e l’odio per gli ebrei sembra vivere una seconda giovinezza come se la memoria storica fosse stata resettata da un’ondata negazionista di “in fin dei conti io all’epoca non c’ero!” Che differenza c’è tra gli anni ’20 dello scorso secolo e quelli del XXI secolo che ci apprestiamo a vivere? Dal punto di vista dei contenuti sembrerebbe nessuna.

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“Il fantasma dentro la macchina” di Arthur Koestler

Breve storia di come ho ottenuto forse il libro o uno dei libri più importanti della mia vita… e che ancora sto metabolizzando pur avendolo letto anni fa!

N I G R I C A N T E

Da mesi cercavo il saggio di Arthur Koestler“Il fantasma dentro la macchina” (fuori catalogo, trattandosi di un libro pubblicato in Italia nel 1971 dalla S.E.I di Torino – titolo originale “The Ghost in the Machine”, 1967 -, e praticamente introvabile tramite le vie canoniche) senza ottenere risultati tangibili… Ma oggi ho ricevuto una bella notizia da un venditore di libri usati e quindi presto avrò l’agognato volume tra le mie mani! Fino a oggi dovevo accontentarmi delle notizie in rete (vedi in seguito lo stralcio ripreso da Wikipedia) e di vedere l’anime (bellissimo!) tratto dal manga “Ghost in the Shell” di Masamune Shirow, che attinge a piene mani dai contenuti del saggio… L’ambientazione fantascientifica (e precisamente cyberpunk-postcyberpunk) di “Ghost in the Shell” non può e non deve relegare in una dimensione prettamente futuristica le attualissime tematiche etiche, biologiche e filosofiche contenute nell’opera di Koestler… Grazie al pensiero del filosofo ungherese…

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Ucronie: le cellule staminali della Storia

Il cerchio si chiude (il termine “periodo” deriva dal greco “perìodos” che significa circuito, giro…) e così la Storia coincide con le Ipotesi Espresse (i “fenomeni” di cui sopra): il vissuto è un continuo deviare da un percorso storico che in realtà non esiste se non per merito di chi crede nel Destino. Il percorso va tracciato alla fine del cammino e non durante o all’inizio. Crediamo di scegliere, ma in realtà deviamo continuamente in base a caotiche Leggi. La risultante parziale di tutte le deviazioni è la Vita che vediamo, in noi e fuori di noi, ma non già la “vita che sarà” perché quest’ultima è territorio esclusivo delle Ipotesi non storiche ma futuribili. La Storia è storia di deviazioni.

N I G R I C A N T E

Il metodo ufficiale di ricerca storica possiede il merito, ed insieme il limite, di catalogare e razionalizzare, in base ad una sequenza cronologica e ad un riscontro nella realtà, tutti quegli eventi che caratterizzano un periodo, fornendo al giudizio dei posteri una necessaria e ordinata visione “dall’alto”. Ed è esattamente attuando tale visione “scientifica” ed equilibrata dei fatti che i documenti e le testimonianze “sparse” acquisiscono dignità storica ed entrano a far parte dell’eredità umana di una nazione e, nella maggior parte dei casi, dell’intero patrimonio storico mondiale.

A partire dai margini di tale nucleo storico ufficiale si estende l’ampia zona, non priva di fascino, della cosiddetta fenomenologia dietrologica (un neologismo binomiale al gusto di ossimoro) che, nonostante si affidi ai tipici strumenti di ricerca sperimentati dalla Storia Ufficiale [“fatto” storico (phainòmenon)> raccolta dati> dimostrazione], predilige l’indagine su più “maliziose” tematiche soggettivate e, per questo, non accettate definitivamente…

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Da “Esperimenti”

Ricordi, visioni, fantasie, opinioni, appunti, piccole autarchie letterarie, osservazioni didascaliche, innocenti juvenilia… a volte racconti.

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tratto da “Esperimenti”, raccolta di racconti

(SECONDA EDIZIONE)

(ed. nugae 2.0 – 2009)

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Da “La bistecca di Matrix”

I libri, il senso d’appartenenza e l’elogio della diversità

Breve saggio semi-filosofico e decostruttivista per scoprire nuove forme di salvezza e il carattere eversivo della propria esistenza.

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(tratto da “La bistecca di Matrix”, ed. nugae 2.0 – 2009)

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Il sorriso di Noodles

Non importa se siamo andati a dormire presto la sera o se ci siamo nascosti nel buco del culo del mondo: la vita alla fine ci scova sempre e ci sottopone alle prove scelte da lei, perché quelle che noi vorremmo scegliere non valgono.

N I G R I C A N T E

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E come Noodles alla fine del film “C’era una volta in America”, anche noi, a conclusione di un anno, non possiamo fare altro che sfoggiare il classico sorriso inebriato alla “nonostante tutto”, consapevoli che si tratta di un sorriso artificiale ottenuto con “l’aiutino”, stupefatto, inebetito, chimico, nel nostro caso alcolico visti i menù delle feste, di un disincantato sorriso d’ufficio tanto per tirare a campare, illudendoci di aver vinto per il solo fatto di essere ancora vivi. E per molti il traguardo è quello, non di essere “vivi di qualità”. Perché, proprio come per Noodles, ci sono momenti assurdi nella vita in cui il sorriso non può che essere strappato fuori in questo modo, dal sogno, dal fumo che stordisce: le naturali, e reali, vie della felicità non funzionano, anzi non esistono, essendo la felicità un miraggio inventato dal marketing e da alcuni filosofi idealisti. Perché solo l’ironia che…

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“Sol Invictus”, da Nessuno nasce pulito

L’ultimo autunno del secondo decennio del XXI secolo ci sta per salutare: si entra così nella prima stagione invernale del nuovo decennio ma al tempo stesso comincia ancora una volta, come ogni anno, la lenta ma inesorabile e speranzosa risalita dal buio verso la luce; è una risalita astronomica ma simbolicamente rappresenta anche molto altro, è una ripresa in cui dobbiamo e possiamo credere perché è l’universo che in silenzio ci insegna come fare. Al di là di ogni religione e di ogni filosofia, al di là di ogni inutile separazione tra pagano e cristiano. Dal giorno meno luminoso dell’anno, dal punto più oscuro del nostro cammino terreno alla luce della prossima primavera esistenziale: non esiste una sconfitta permanente ma solo discese e salite… Non esistono punti fermi e morti irreversibili ma solo un eterno movimento che è vita. Buon solstizio!

tratta da “Nessuno nasce pulito” (ed. nugae 2.0 – 2016)

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