“Cyberfilosofia” di Jean Baudrillard

Baudrillard afferma che in un mondo come quello attuale, in cui il modello, grazie alla simulazione, ha superato il reale diventando esso stesso un’anticipazione del reale, non c’è più spazio per “anticipazioni finzionali” e quindi per una trascendenza immaginaria. Per dirla in parole povere: la fantascienza, se vuole sopravvivere deve “morire”, orientarsi verso nuovi obiettivi, diluendosi in essi.

N I G R I C A N T E

Apparentemente innocuo, composto da 45 pagine, “Cyberfilosofia” è una pubblicazione postuma (ed. Mimesis, collana Minima Volti – 2010) del filosofo “patafisicoJean Baudrillard (1929-2007), interessante, in alcuni punti volutamente ermetica e assiomatica, ricca di nuovi punti di vista stimolanti. Divisa in quattro capitoletti, l’argomentazione di Baudrillard ha il raro dono di utilizzare alcuni elementi tipici dell’immaginario fantascientifico per affrontare temi filosofici riguardanti la vita dell’uomo del terzo millennio: il simulacro e il suo sorpasso reso possibile dal vasto universo della simulazione e dell’iperrealtà; la differenza tra automa e robot (nel secondo capitolo intitolato “L’automa e il robot”); l’esegesi di “Crash” (titolo del romanzo di Ballard e del film diretto da David Cronenberg) nel terzo capitolo intitolato appunto “Crash” in cui Baudrillard, grazie alla sua speciale lente d’ingrandimento iperrealista, evidenzia la commistione esistente tra corpo organico e macchina, tra sessualità e tecnologia, la coincidenza tra l’automobile…

View original post 665 altre parole

Chair à canon

tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito” (ed. nugae 2.0 – 2016)

IMG_20191128_090136

– video correlato –

“Il sole di Austerlitz”, Giuni Russo

“L’infinito”, Giacomo Leopardi

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Vanishing on 7th Street

Le ombre forse sono il ricordo dell’oscurità preindustriale, sono le paure legate a un’epoca dimenticata, rimossa, e ritornano per riportare gli esseri umani all’origine.

N I G R I C A N T E

vanishinglocDS

“Stay in the light – Rimani nella luce” recita la locandina del film Vanishing on 7th Street catalogato nel genere thriller/horror ma che offre elementi per un messaggio che va oltre la semplice funzione di “mettere paura”. Quando la notte cala, delle ombre inquietanti prendono il sopravvento lì dove la luce è scarsa o del tutto assente causando la misteriosa scomparsa delle persone che incontrano. Sopravvive solo chi comprende l’importanza della luce, naturale o artificiale: l’unico strumento in grado di tenere lontane le ombre; anche se le ombre, lo sappiamo, sono generate dalla luce. Ma non queste.

Cosa rappresentano queste ombre in continua ricerca di esseri viventi da trascinare con se? Le anime dei morti? Nuove forme del male? Evocazioni di sconosciute forze ancestrali? Non è importante conoscere la loro precisa natura, la loro origine, quanto piuttosto il loro rapporto con la luce: forse le ombre rappresentano il prodotto…

View original post 600 altre parole

Cambiano le cose

IMG_20191123_143415

Le cose cambiano
sul tramontare dei nostri cari
presenti a se stessi, mordono sere
temendo un solitario imbrunire.

Non metterti in cammino
mentre prevale l’odio,
ogni passo diventa fallace,
mortale come serpe alla caviglia.

Cambiano le cose
che vorremmo inchiodare
nel modo di antiche leggi
sul portone del tempo,

raccorda il piede
al ritmo del creato,
ritorna sereno verso casa,
fai pace col destino.

(ph M. Nigro)

– video correlato –

“Changes”, David Bowie

«Poesia entre parênteses.» de Michele Nigro

Una bella notizia… È sempre emozionante leggersi in un’altra lingua: è stato così quando hanno tradotto alcune mie poesie, lo è anche se ad essere tradotta è una mia prefazione alla raccolta di un altro poeta!

Su Iris News la prefazione di Michele Nigro all’edizione italiana di “Nómada” di João Luís Barreto Guimarães in versione bilingue italiano-portoghese.

Prefácio de Michele Nigro à ediçao italiana de “Nómada” de João Luís Barreto Guimarães (versão bilingue Italiano-Português).

Prefácio de Michele Nigro à ediçao italiana de
Nómada de João Luís Barreto Guimarães
a ser publicada por Edizioni Kolibris

«Poesia entre parênteses.»

de Michele Nigro

«O que procuram os poetas cientistas? São tantos, muitos, os autores provenientes do mundo científico para dar uma resposta única que seja boa para todos os casos. Sempre, mesmo antes da idéia perversa de separar as disciplinas humanísticas das científicas, as letras são complementares e, talvez, compensando uma formação considerada rígida, preparatória para uma profissão – a médica – que não pode ser confiada à criatividade, à inspiração criativa (às vezes sim, sem exagerar!), mas à reprodutibilidade experimental mais certa e à demonstrabilidade estatística dos efeitos benéficos de uma prática. E regressamos às belíssimas Notas de um anatomopatólogo do mexicano F. Gonzales-Crussi: cientista roubado às Letras ou Literato emprestado à ciência? Trata-se, como costuma acontecer, e talvez seja uma coisa boa, de híbridos difíceis de mesurar. Tal como seria inútil estabelecer se João Luís Barreto Guimarães é médico-poeta ou poeta-médico: a fronteira, em poesia, entre dito e não dito, entre visível e invisível, entre científico e esotérico, é equivalente à existente entre a ação do fármaco e processo de autocura; até os cientistas, às vezes, precisam de se render diante do mistério, e aceitar cantá-lo em verso.

Per continuare a leggere: qui!

Venerdì sera: karaoke

75362497_3274892615886563_3457899580421570560_o

Mille e più sono le risposte alla vita
corrotta dai momenti infranti
contro mura d’orecchie stanche
e dal rancore senza uscite,
non dettate dal ferro caldo
come spade roventi nella carne di madre
aspettano le giuste domande della quiete.

Calme acque di sera
riportano tra insoluti incubi
il canto rassegnato del dormiente
che non scende più tra la gente
per mancanza di fede.

In lontananza
si rimpiange tardi
il rumore sensuale della strada
animata di musica e voci di donne,
da vicino latita il coraggio
di viversi liberi e imperfetti.

Ai tempi del nostro colera
non pensavamo alla morte
e al destino già segnato,
ci tenevamo su
con bocconi di pane nel letto
donati a bocche in attesa di toccarsi
simili a uccelli avidi
dentro nidi nascosti al mondo.

– video correlato –

“Prima di cena”, Fabio Concato

La sensualità delle cose quotidiane. Prefazione a “La vita sottomarina” di Ana Martins Marques

La sensualità delle cose quotidiane.

Il ricordo dei (e nei) nostri corpi, gli oggetti che circondano l’esistenza nella scontata dimensione giornaliera, la natura e i suoi fenomeni, le memorie familiari e amorose, i luoghi (quelli autentici, non i non-luoghi di Marc Augé): questi elementi, e molti altri non elencati, rappresentano l’humus della poesia. Di tutti.
Le cose intorno a noi, a loro insaputa, ci aiutano a rappresentare il nostro mondo interiore: a queste presenze inanimate forniamo – non sempre, ed è un peccato – una funzione maieutica. Una tazza scheggiata, uno specchio, un mobile, un biglietto consunto, le semplici immagini casalinghe (anche quelle passate, legate all’infanzia), un tappeto, un album di fotografie: tutti questi testimoni muti, quando non dispersi dal maremoto di uno scellerato space clearing, anche mnemonico, contribuiscono alla ricostruzione di un “organigramma” esistenziale altrimenti destinato a rimanere in una dimensione idealistica, immateriale, quasi storicamente non credibile in quanto non documentabile. Solo la poesia può dare un significato coerente e organico, in alcuni casi oserei dire filosofico, all’incontro tra oggettistica e memoria; in caso contrario tutto si riduce a un’autocommemorazione museale (in stile pamukiano) fine a se stessa, a un selfie poetico fatto nelle stanze da bagno o mentre stiamo a letto da soli o in compagnia. L’autoscatto, al netto delle implicazioni psichiatriche quando si eccede nell’uso del mezzo, serve a guardarsi da fuori, a fare la propria conoscenza, a svelare un po’ di quel sottobosco gestuale spesso sconosciuto a noi stessi, a ricostruire in parte la storia quotidiana dell’immortalato, per capire come è andata o come sta andando a finire.
La poesia (“un dardo tirato a cose minime”) è materia che vive con noi nella vita di tutti i giorni: la tocchiamo, la usiamo, la laviamo, la rompiamo illudendoci di poterla ricomprare, non sapendo, a volte, che si tratta di poesia. Le case, e non solo le cose, ci raccontano storie in fieri o trascorse, ombre di vissuti amorosi che ancora c’inseguono tra la cucina e la sala da pranzo, il non detto relegato negli angoli delle abitazioni, i cimeli della persona venerata e ormai assente: una poetica domestica non leggibile da tutti; solo il poeta decide se fornire o meno il codice con cui identificare e seguire il sommerso.
Cantavano i Beatles, con piglio bandistico, qualche decennio fa: “We all live in a yellow submarine…”. Tutti, anche senza l’uso di droghe, siamo in contatto, più o meno consapevolmente, con una zona ancestrale, personalissima e quindi irriproducibile, sottomarina appunto, della nostra esistenza. Sarebbe innaturale (per un poeta lo è di sicuro!) non lasciare costantemente aperto uno iato tra la quota periscopica del visibile superficiale “e una vita marina, che non vedi, / che non si può raccontare”, o almeno non direttamente, banalizzandola. La vita sottomarina è quella che finalmente impariamo a scorgere in noi, stupendoci, rispettandoci un po’ di più e, se abbiamo voglia e strumenti, raccontandoci un po’ di più: raramente si ha la consapevolezza necessaria per tradursi al mondo attraverso il significato sommerso che attribuiamo alle cose d’uso comune. Che funzione ha la poesia in questo gioco subacqueo? “la poesia rammenda / quello che non puoi riparare”; perché il perfezionismo lo si lascia ad altri, le foto con i “filtri” non ci appartengono. Tutt’al più leviamo la polvere dagli oggetti e dai ricordi che riesumano sensualità archiviate e passioni amorose divenute storia personale, che non interessano alla Grande Storia.

Continua a leggere “La sensualità delle cose quotidiane. Prefazione a “La vita sottomarina” di Ana Martins Marques”