Su “Il Canto delle Muse”…

Grazie a “Il Canto delle Muse” per questo dono inatteso, grazie Daniela!

Terra di mezzo

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Dall’eremo, desiderato
ho nostalgia dei lungomare
del bagno di folla che diluisce dolori,

da vie tappezzate d’umani
ho nostalgia degli alti silenzi
di vuoti che abbracciano il tutto.

Indeciso e avido, nella terra di mezzo
temporeggio sulla strada tra l’altura
e il mare.

“Ci sono più scrittori che lettori…” su Frequenze Poetiche n.38

Sul n.38 della rivista “Frequenze Poetiche” curata dall’ottimo Giorgio Moio, precisamente nella rubrica “DISCUSSIONI – INTERVISTE”, è stata pubblicata un’ampia e plurivoca risposta, ad opera di Aa. Vv. intervenuti sulla pagina della rivista su invito di Moio, alla mia “provocazione” apparsa inizialmente sul blog “Pomeriggi perduti” (QUI) e intitolata “Ci sono più scrittori che lettori…”
Il collage di risposte è stato pubblicato sulla rivista (QUI) con un titolo che in più contiene una domanda a cui non è semplice rispondere: “Ci sono più scrittori che lettori… ma chi è un buon scrittore?”
Buona lettura!

Volpe di giorno

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La volpe ha preso coraggio negli anni di fame
attraversa spavalda la strada asfaltata dell’uomo
a mezzogiorno, in piena luce, quasi in mezzo al traffico

conquista la collina lassù, promette cibo
ne ha lasciata una in basso, senza affari
segue la sua via, non teme più la morte in un mondo che muore

ferma le sue orecchie attente nell’aria nuova di sangue fraterno
resta immobile per la chitarra elettrica di un ragazzo senza guerra
da una casa del borgo in pace, vibrazioni di speranza.

“La volpe” – Ivano Fossati

L’ultima muta

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Non si è che panni appesi
senza corpo a motivare
a muovere i gesti di sempre,

negli armadi del tramonto
immobile, l’ultima muta
lasciata strusciando respiri
su lapidi senza nome
– eco ed ombra di giorni vissuti,
di un presente ancora caldo –

tessuti affezionati al mondo e alla storia
spoglie archiviate dell’umano coprirsi
emanano profumi di azioni terrene
come luce residua di stelle morte,

si spera, così, in crisalidi di tempo
schiuse negli altrove della fede
in assurdi ritorni di fantasia
tra il sogno e il risveglio
sull’alba di un nulla che non perdona.

(immagine tratta dalla copertina dell’album “Nudi” di Eduardo De Crescenzo)

“Nudi Nudi”, Eduardo De Crescenzo

Avanzano, non per vergogna

Avanzano, non per vergogna
rossori autunnali di boschi spenti
e gialli d’ottobre a segnare
la vita in ritirata,

raggi d’alba infilzano
coltri di nebbie mattutine
sul cuore in ripresa
dopo notti d’inganno,
il peso, eredità del giorno prima
le notizie crudeli
mentre celebri il nome,
risale alla gola il “Che peccato!”
di una vegliarda morente
lungo sponde di futuro.

Non c’è unguento miracoloso
né luce per pagare il conto,
solo parole archiviate
private lacrime fatte di vino
a frantumare gli amati silenzi
a rendere eterno l’ormai condannato

a dirci contenti per un giorno
nel gorgo danzante di una fine prevista.

Appunti rozzi di un lettore de “Il dottor Živago” di Pasternak su Pangea.news

Il mio articolo “Appunti rozzi di un lettore de Il dottor Živago di Pasternak” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

3 domande a Ilaria Cino

versione pdf: 3 domande a Ilaria Cino

©ilariacinopage.blogspot.it

a cura di Michele Nigro, per il litblog “Pomeriggi perduti”

Sei ritornata sulla scena “social”, dopo un periodo di quiescenza, con un tuo sito intitolato “Ilaria Cino – literature influencer”, di poesia e altre cose, in contrapposizione – ipotizzerei io – a un altro tipo di “influencing” che va di moda, ben più inconsistente e di cui troppo si parla. Ti racconti non solo con dei versi inediti ma anche attraverso sprazzi di prosa “sincera”, che non fa sconti innanzitutto a te stessa. Nella tua nota biografica affermi: “la poesia è stata quel mistero di silenzi che non mi ha lasciata sola davanti alle offese della vita…”. Quindi la Poesia può ancora avere – in maniera quasi “esoterica”, direi privata – una funzione salvifica in un mondo che non solo non legge, ma non considera quasi più i poeti se non quelli che fanno “spettacolo” per vendere più copie?

Come epoca, faccio parte di un novecento assente, di un “grido unanime” citando Ungaretti, spento con troppa semplicità. Di questo tempo buio molti ne portano i segni, le contraddizioni che non possono non accendere un poeta. Dobbiamo rassegnarci al “pianger l’aer et la terra e ‘l mar devrebbe l’uman legnaggio” di Petrarca o riconsiderare il fallimento? Come figlia del novecento assente, tento la risposta. Il fenomeno di “influencing”, da te citato, sociologicamente lo valuto. Comunque è un prodotto mediatico dal basso che ha avuto un senso per molti, durante i picchi della pandemia. La poesia ha sempre avuto un ruolo, non salvifico, ma che risponde ad un intimo agire delle Muse, come ribadito da Rilke nelle “lettere a un giovane poeta”, o se vuoi solo per l’Inno a Satana del Carducci, e del verso “e corre un fremito/d’imene arcano”. È stato utile? lo si conosce?

Continua a leggere “3 domande a Ilaria Cino”

Tout est pardonné

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Tramonto alla fine del mondo, clemente è l’imbrunire
balsamo serale per animi piagati
tutto è perdonato, le idee archiviate in ordine
nei cassetti profumati di naftalina alcolica
e facili promesse con cui prendere sonno.

Si accendono, luminose lacrime di città lontane
le tenui luci di speranze nutrite nel nuovo buio
che non esige risposte,
la feroce illuminazione solare
cede il posto a dolci illusioni
notturne come danze sensuali
intorno a fuochi d’agape
intese di pelle e sguardi intimi.

Istinti avvolti dall’oscurità
ballano su morbidi cuscini ancestrali
puntellati di stelle,

si addormenta tra sospiri carnali
l’affanno di un vissuto
che ancora scotta sulla pelle raminga.

(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

(ph M.Nigro)

Torneranno i duelli all’alba

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Torneranno i duelli all’alba
i racconti per fuochi che scottano
le cortine, sì, ma di plastica
le fredde guerre da riscaldare
le crociate per liberare Hollywood dall’A.I.
i selgiuchidi alle porte di Vienna,
[solo per fotografarla.

Torneranno gli imperi e le spie
i sicari da stiletto e i sigari cubani
le crisi dei missili sulla Luna indiana
il Generale Inverno, quello percepito
i dagherrotipi su lastre di rame rubato dai rumeni
i D’Annunzio a declamar poesie nei sexy shop
gli Anni Venti ma senza ruggire
le campagne elettorali porta a porta
la moda delle epidemie e delle epifanie.

Torneremo noi, morti di lavoro e sul lavoro
di Domenica in pasticceria dopo la messa
sotto mentite sfoglie surgelate
a rivangare gli anni ottanta
Rocky, Rambo e Reagan a recitare accordi di pace
e la mummia di Ho Chi Minh sul treno di Kim Jong-un
[per un tour tra le dittature più in voga,

tornerete voi, camminando distratti
seguendo bianche luci di smartphone
come lucciole povere del petrolio
come tortore sull’antenna tivvú
a disturbare derby e film osé,

si rifaranno vivi i ducetti e le patrie
la space opera e le ricette di Tognazzi,
ritorneremo sul nostro satellite in diretta social
e lasceremo lì a morire di scienza un negazionista
per rappresaglia contro la cancel culture.

Dalle foto nel sacrario gli estinti
ci guardano attoniti, ma in bianco e nero.
Saremo come voi, siamo già voi, a colori
fotocopie testarde, affezionate al ciclo degli errori
preghiamo stanchi dèi del crepuscolo
sull’orlo del solito dirupo.

“Rocky, Rambo e Sting” – Antonello Venditti

(ph M.Nigro©2023)

versione pdf: Torneranno i duelli all’alba

Appunti rozzi di un lettore de “Il dottor Živago” di Pasternàk

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“Così tutto quello che era in lui ancora ferita viva e bruciante veniva estromesso dalle poesie e, in luogo di quella sofferenza che sanguinava e doleva, vi compariva una pacata apertura che innalzava il caso particolare a esperienza universale, a tutti partecipabile.”

(Parte seconda, cap. XIV)

È difficile uscire indenni da un romanzo come Il dottor Živago di Borìs Pasternàk, dopo averlo letto. È difficile staccarsi da quel testo, riporlo in libreria tra gli altri come se niente fosse. Ma niente non è stato. Perché? La risposta è complessa. È una storia immensa, infinita, umana ma al tempo stesso soprannaturale, terrena ma divina, storica ma universale e senza tempo. Una storia dell’umanità ma che appartiene all’infinito.

Che esistenze! Che amori! Che passioni viscerali! Che epopee esistenziali…! E che tristezza, pur nella forza che la vita dona ai suoi protagonisti. Un racconto che cresce piano piano, dall’infanzia all’età adulta, da un determinismo che tutto sembrerebbe aver stabilito al vortice dell’esistenza che ogni cosa stravolge: due classi sociali, un uomo e una donna, vanno incontro al loro destino, al fatto che la guerra e la rivoluzione li farà incontrare e darà loro l’opportunità di amarsi al di là della Storia e delle loro vicende personali. È questo il grande messaggio del Živago di Pasternàk: rispettare la propria natura individuale, la propria storia interiore e sentimentale anche se il mondo intorno va in un’altra direzione, spinto da altre esigenze verso il baratro o il rinnovamento. La critica alle intenzioni rivoluzionarie da parte di Pasternàk sono evidenti e forti, anche se narrativizzate: da qui il suo essere osteggiato in patria e la nascita del conseguente “Caso Pasternàk” intorno alla rinuncia da parte dell’autore al Premio Nobel per la letteratura e all’avventurosa storia editoriale del romanzo.

La storia tra Jurij Živago e Lara Antipova fa tornare alla mente le tante vicende clandestine di amori impossibili eppure reali, vissuti, ma inesistenti agli occhi di una visione “ufficiale” della vita. Donne e uomini, impegnati su “altri fronti”, che seguono il loro cuore e la loro riscoperta natura su campi di battaglia collaterali, condannati dalla società per eccesso di individualismo, ritenuti “fuori dalla Storia”. Lo strazio per un amore impossibile o comunque difficile da preservare (e sintetizzato nel “come faremo!” sussurrato a Jurij dalla Lara del film di David Lean). Anche Jurij, come Lara Antipova, è sposato, con prole: una doppia impossibilità, un doppio nodo su corde diverse e separate. Il senso di sospensione e di precarietà di un amore difficile ma vissuto, nascosto nelle intercapedini delle altre storie private, protetto da occhi indiscreti. Eppure quanta forza e speranza possono effondersi da storie in salita come questa descritta da Pasternàk: il viverla comunque, pur sapendo di non avere un futuro; si attinge dalla complessità di simili incontri una forza incredibile, strana, quasi crudele, ma grazie a essi si vivono sensazioni e si carpiscono segreti esistenziali che non sarebbe possibile conoscere attraverso una storia ordinaria. Forse il vero amore è quello che nasce nel dolore, tra gli attriti del reale, quello nato “mutilato”, e che insegna più cose.

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Si sfaldano le genti passate

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Si sfaldano le genti passate
l’eco delle loro voci
in memorie di vacue gesta
come tempi vissuti per niente,

corpi canuti, slegati, morenti.
Forze ormai deboli, non più
aggregano le intenzioni,
estranei a se stessi
su spalti domenicali, spirano
tra un mea culpa e l’omelia

mancano le densità sperate
nel mezzo di autunni assolati, solitari
e legami dissolti, votati alla resa,

riverbero di vite lasciate cadere
all’imbrunire delle scelte.

Ci sono più scrittori che lettori…

versione pdf: Ci sono più scrittori che lettori…

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Circola ormai da anni il mantra litanico “ci sono più scrittori che lettori!” (che viaggia in coppia con “oggi tutti scrivono!”), non lontano dalla realtà dei fatti, ma che andrebbe analizzato con più attenzione perché l’esperienza storica ci insegna che spesso gli slogan, quando sono inflazionati da un uso improprio, rischiano di perdere il loro potenziale comunicativo ed “educativo”, se ne hanno uno. Nell’analizzare tale slogan, cercheremo parallelamente possibili soluzioni al problema evidenziato dallo stesso e formuleremo riflessioni, a volte ironiche, che ci aiutino a capire un po’ di più l’articolato universo dei libri e dei loro fruitori.

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Breve nota a “La milionesima notte” di Carla Malerba

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Nella silloge La milionesima notte di Carla Malerba è contenuto tutto lo stupore dell’esserci nonostante il vissuto, della casualità dell’esistenza come dono da non sperperare; la bellezza del destino che terrorizza alcuni, è accompagnata dai dolci ricordi di un tempo che il tempo ha reso mitici come sprazzi sessantottini; la stagionalità degli amori consumati non causa nostalgia ma è musica sapiente per il presente; la notte non isola il poeta ma lo accudisce (perché egli sa che è destinato “a effondere parabole di luce” e che scrive “parole / che la mente illumina”). A spaventare e deprimere, invece, è la città con i suoi confini e le sue regole; mentre a salvarci è la semplicità degli elementi naturali: il buio, il ritmo circadiano delle abitudini, i piccoli lumi da seguire nella notte fatta di attese, i pleniluni, il vento autunnale, le ali sicure degli uccelli, il ripetersi dell’estate che riporta a galla antichi ricordi di “smarrite stagioni”… Tutto contribuisce a far riscoprire, ogni giorno, la caducità del vivere (“in questo percorso vano e breve”), il suo veloce svolgersi nei confini dati dal destino, e ogni volta a meravigliarsi come se si fosse appena nati. Il riverbero causato dal confronto dei tempi può avvilire o produrre una poesia che salva: opporsi al disgregarsi della memoria è inutile. Ma c’è speranza (la stessa “che bucherà la pietra sepolcrale”); si pretende il “diritto al sogno dell’estate”, a possedere “il liquido universo”; anche lo smarrimento di un attimo si ricorda con piacere, perché “quello che resta in fondo / è la poesia”, “l’essenza inarrivabile” ma solo sfiorata e mai del tutto catturata neanche dopo un milione di notti.

Michele Nigro

Nota a “Suture” di Jessica Servidio

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Freud descriveva la vita umana come una successione di tagli (dalla placenta, dal seno, dalla madre…), di separazioni da una precedente condizione, da uno “stadio” esistenziale; strappi fisiologici, naturali, necessari, a cui associare altri provocati dal nostro modo di essere al mondo, dalle nostre scelte, tendenze, esperienze compiute in maniera più o meno cosciente. A volte questi tagli si susseguono repentinamente e non riusciamo a collocarli in un piano, in un disegno generale che sfugge al nostro sguardo contemporaneo. Allora bisogna fermarsi, ripercorrersi ripercorrendo le diverse età, riviversi con un piglio poeticamente scientifico. Riuscire a suturare un taglio, antico o recente che sia, significa facilitare e avviarsi verso una possibile guarigione. Le cicatrici rappresenteranno la simbolizzazione del vissuto, la testimonianza di un processo auto-riparatorio avvenuto, si presume, con successo. Non c’è un tempo preciso per cominciare la terapia del ricucire: tutto ha inizio quando il corpo e la mente decidono che è giunto il momento di salvare il salvabile, di fissare le cause delle varie ferite, di fare la conoscenza di se stessi al di là degli eventi e della personalità degli altri. La penna può essere l’ago di una non semplice arte sartoriale o chirurgica – quella dell’anima -; le parole scelte con cura o istintive, catartiche, ne costituiscono il filo che avvicinerà i lembi della ferita, in vista di una auspicata guarigione. La scrittura, “ossessione e meraviglia”, è la terapia; a volte l’unica a disposizione.

In Suture, opera prima di Jessica Servidio, una prosa poetica ripercorre il vissuto dell’autrice – che è in fin dei conti il percorso esistenziale di ognuno di noi -, dà un nome e una forma alle vicende segnanti, ai ricordi mai catalogati, trascurati, rimossi ma non seppelliti; ricostruisce i processi relazionali, le evoluzioni interiori, i progressi auto-conoscitivi del sé, le morti in vitam di chi ci sfiora senza conoscerci, i distanziamenti fisiologici, gli amori, la tragica sensualità dell’esistere: dalle origini private, familiari, fino alla storia di tutti. Una prosa che non è un incontrollato e insensato “flusso di coscienza”, perché la riparazione dei tessuti deve avvenire rispettando le fasi della guarigione, ma non è neanche assoggettata al soddisfacimento delle esigenze narrative di una certa categoria di lettori abituata al racconto lineare, facile, predigerito. Da qui il carattere terapeutico di una tipologia scritturale fatta di sprazzi esistenziali, di istinti non accompagnati da pedanti descrizioni, di confessioni non didascaliche ma al limite del non pubblicabile, intime, introspettive, caratterizzate da una specie di riservatezza nonostante la palese esposizione, mai autoassolutorie, quasi ad uso e consumo della sola autrice. Guardarsi indietro e dentro per trovare il coraggio di dare finalmente un nome alle cose, ai fatti accaduti, ai lutti non risolti, alla vita: “Inchiostro nero come cicatrice sul tempo che passa: tutto resterà eterno, di noi. In silenzio ne scriverò, aspetterò le ombre.” La scrittura squarcia il silenzio intorno ai dolori legati al passato ma mai scaduti e suggella una sorta di tregua nel presente: ma non esiste un farmaco ad azione immediata; solo il tempo prepara le carte al segno, solo stando all’ombra è possibile riconoscersi. Nel frattempo “nelle soffitte stipiamo il passato”, conserviamo il materiale doloroso ma vivente che diventerà “carburante della mia poesia”. “I nostri giorni diventeranno parole” ma per concretizzare una simile profezia bisogna raggiungere una consapevolezza che solo il tempo e i processi di una mente in via di guarigione possono donare a chi sa cogliere tale opportunità attraverso l’arte della parola, del non detto che dice tutto, della poesia.

Continua a leggere “Nota a “Suture” di Jessica Servidio”

“Pomeriggi perduti” a Sant’Andrea di Conza

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Chi si trova in zona e ha piacere… “intervenghi”! 😁
Il “Salotto letterario”, iniziato ad Agosto, continua anche a Settembre… 😎
Una presentazione “in tandem” con l’autrice Milena Nigro, esperienza (almeno per me) insolita ma simpatica e originale, anche perché chi coordina l’evento – la scrittrice Maria Laura Amendola – sa il fatto suo!

Grazie al Comune, alla comunità e alla Pro Loco di Sant’Andrea di Conza… E grazie a Rossana Tobia-Vallario

Ricordati di me

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Vegliardi avvizziti
senz’acqua in corpo
gridano memorie appese
a foto racimolate,
ci lasciano ogni volta
così, slegati tra noi
ignote identità agostane
seduti a pranzi assenti
ritorni vacanti di senso
prigionieri dell’oggi.

Dimentichi chi sono
chi siamo stati,
sbracciami ripetute frasi d’ufficio
ricordami che sono solo me stesso
e basta, un giorno dietro l’altro
aggiungiamo al tempo finale
rimasugli di storie umane
illusi di poter combattere
e vincere contro l’ultima vita.

Gechi

Gechi aggrappati alla facciata
di chiese cotte dal sole
si rincorrono in giochi verticali
senza tema di cascare sul sagrato
durante la transustanziazione.
E lungo i campanili all’imbrunire
si inerpica sicuro il geco campanaro,
cerca la giusta nota nel battere serale
dell’umano metallo al borgo intorno.
Essere uno di loro, un equilibrio di code
agile avventato e con ventose infallibili
scalatore di alture cittadine non comprese
prima di gloriose morti
trascurate dall’universo.

C’è un odore nella casa, si perde nel tempo,
rintraccia nei blandi ricordi
dimenticate essenze in disuso
storie mai del tutto scomparse,

è odore di quel che sei
da sempre, impregnate mura
da chi non ritorna
per futuri da lasciare liberi.

Sono quieti i movimenti
di chi vive nella contea,
come i pensieri della sera
rimasticati all’infinito.
Le urgenze del mondo
i suoi soliti guai con cambi di forma
non raggiungono il gesto abituale
dell’uomo calmo che torna dalla terra.
È questione di dove sono posizionati
gli elettroni intorno al nucleo,

quelli periferici sono lenti,
solo spostandoli verso il centro dell’inutile esserci
si agitano, velocizzano la rotazione
inseguono come falene le luci dei bar
per dimenticarsi della fine.

Nota a “A un ricordo da te” di Selene Pascasi

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Nel capitolo intitolato “Il cervello di mio padre” (dalla raccolta di saggi “Come stare soli”, Einaudi 2003), lo scrittore americano Jonathan Franzen scrive: “… riesco a vedere la mia riluttanza ad applicare il termine ‘Alzheimer’ a mio padre come un modo per proteggere la specificità di Earl Franzen dalla genericità di una malattia nominabile. […] E, laddove dovrei riconoscere che, sì, il cervello è un pezzo di carne, sembro invece conservare un punto cieco nel quale inserisco storie che enfatizzano gli aspetti dell’io legati all’anima.” Le nostre personalità non sono degli “insiemi circoscritti di coordinate neurochimiche. Chi vorrebbe vedere la storia della propria vita in questo modo?”. Eppure di questo mondo senza memoria e in preda alla cancel culture, in cui sono i social a ricordarci sulle loro timeline cosa abbiamo fatto o detto cinque anni fa o frange di negazionisti mettono in discussione fatti storici innegabili, l’Alzheimer sembrerebbe rappresentarne la sarcastica nemesi.

Ribellandosi alla convinzione di essere fatti di sola biologia, Franzen, affidandosi a Platone, rispolvera con urgenza il concetto di scrittura come la “stampella della memoria”, esaltando la solidità e attendibilità delle parole sulla carta, confermando il desiderio di registrare le storie in maniera indelebile, di annotarle con parole permanenti. Può la poesia svolgere questa funzione anche se in maniera diversa?

Nella silloge A un ricordo da te (Scrivere Poesia Edizioni di Pietro Fratta, 2022), Selene Pascasi non persegue obiettivi storici o biografici; con versi delicati e lapidari, congela preziosi sprazzi di vita privata, deposita attimi irripetibili e drammatici, prepara le carte per annotare “i racconti che svaniranno” o salvare il salvabile, importante per l’anima, “prima che l’infinito / ci avvolga”, costruisce ponti tibetani tra il passato della persona cara assistita durante il declino (la “stagione lenta d’oblio”) e il suo doloroso presente che tanto somiglia a quello di un’anima mai nata (“Analfabeti di storie. / Andiamo via restando.”). Si sobbarca “fardelli di passato”, esamina la bizzarra sospensione di chi pur morendo interiormente continua a vivere in “ergastoli coscienti”, e al contempo esamina se stessa mentre attende “invano un cenno”, le proprie reazioni all’involuzione di chi ama; la scrittura poetica è cronaca privata, sussurrata e mai debordante, che in un certo modo vendica l’assenza neurologica dell’altro fissando per entrambi (per “quell’ultimo noi”) frammenti esistenziali che altrimenti andrebbero perduti.

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Prefazione a “Radical Machines” di Éric Brogniet

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Prefazione a “Radical Machines di Éric Brogniet (ed. Kolibris)

I tempi sono più che maturi per una poetica dell’apocalisse in atto; l’uomo in trasformazione esige parole nuove, versi dirompenti e scomodi che rispecchino la dissacrazione  ̶  autorizzata da noi stessi  ̶  del corpo e della natura che dovrebbe animarlo. Possediamo il coraggio necessario per descrivere questa metamorfosi epocale della carne e dello spirito? E di usare senza esitazione i termini giusti per evidenziarla? Una descrizione che non può essere acritica perché nasce cruda, già sporca di orrori ed errori, capace di denunciare la strisciante ma inesorabile alterazione dell’umanità. Una critica al mondo moderno, avanzato, tecnologico, a un’umanità che si è liberata di se stessa, ovvero della propria aleatoria caratteristica umana, di quella naturalità pensata per la sua felicità, oggi rinnegata, sovrastrutturata, privata di quasi tutti i suoi segreti.

Per intenderci su cosa stiamo osservando da anni senza realizzarne la crudeltà, occorre una nomenclatura dell’orrido che sia libera di manifestarsi; serve adoperare sfumature fantascientifiche e descrizioni apocalittiche per denunciare una realtà che da tempo ha superato la fantascienza perché l’apocalisse è qui, è bella e realizzata, vissuta e accettata quotidianamente. Una disumanizzazione che alberga, ed è a suo agio, nei non-luoghi ipotizzati da Marc Augé (nelle sale d’attesa del Nulla!), nei templi incontestati della civiltà tecnologica, negli anonimi spazi della vita sociale. Troppo in profondità ha scavato la trivella scientifica dell’Homo sapiens confuso, bisognoso di comodità e instupidito dalla luminescenza degli schermi: il suo approccio insensato al reale lo ha reso mostruoso, portatore inconsapevole di tumori interiori e di una coscienza provvisoria; assuefatto a un’informazione deformata da un cancro del linguaggio e che distrae con slogan insignificanti; a una società analizzata, sorvegliata, vivisezionata, fornitrice spontanea di dati a grandi fratelli non bene identificati, condannata in metropoli-mattatoi di vonnegutiana memoria.

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