
Freud descriveva la vita umana come una successione di tagli (dalla placenta, dal seno, dalla madre…), di separazioni da una precedente condizione, da uno “stadio” esistenziale; strappi fisiologici, naturali, necessari, a cui associare altri provocati dal nostro modo di essere al mondo, dalle nostre scelte, tendenze, esperienze compiute in maniera più o meno cosciente. A volte questi tagli si susseguono repentinamente e non riusciamo a collocarli in un piano, in un disegno generale che sfugge al nostro sguardo contemporaneo. Allora bisogna fermarsi, ripercorrersi ripercorrendo le diverse età, riviversi con un piglio poeticamente scientifico. Riuscire a suturare un taglio, antico o recente che sia, significa facilitare e avviarsi verso una possibile guarigione. Le cicatrici rappresenteranno la simbolizzazione del vissuto, la testimonianza di un processo auto-riparatorio avvenuto, si presume, con successo. Non c’è un tempo preciso per cominciare la terapia del ricucire: tutto ha inizio quando il corpo e la mente decidono che è giunto il momento di salvare il salvabile, di fissare le cause delle varie ferite, di fare la conoscenza di se stessi al di là degli eventi e della personalità degli altri. La penna può essere l’ago di una non semplice arte sartoriale o chirurgica – quella dell’anima -; le parole scelte con cura o istintive, catartiche, ne costituiscono il filo che avvicinerà i lembi della ferita, in vista di una auspicata guarigione. La scrittura, “ossessione e meraviglia”, è la terapia; a volte l’unica a disposizione.
In Suture, opera prima di Jessica Servidio, una prosa poetica ripercorre il vissuto dell’autrice – che è in fin dei conti il percorso esistenziale di ognuno di noi -, dà un nome e una forma alle vicende segnanti, ai ricordi mai catalogati, trascurati, rimossi ma non seppelliti; ricostruisce i processi relazionali, le evoluzioni interiori, i progressi auto-conoscitivi del sé, le morti in vitam di chi ci sfiora senza conoscerci, i distanziamenti fisiologici, gli amori, la tragica sensualità dell’esistere: dalle origini private, familiari, fino alla storia di tutti. Una prosa che non è un incontrollato e insensato “flusso di coscienza”, perché la riparazione dei tessuti deve avvenire rispettando le fasi della guarigione, ma non è neanche assoggettata al soddisfacimento delle esigenze narrative di una certa categoria di lettori abituata al racconto lineare, facile, predigerito. Da qui il carattere terapeutico di una tipologia scritturale fatta di sprazzi esistenziali, di istinti non accompagnati da pedanti descrizioni, di confessioni non didascaliche ma al limite del non pubblicabile, intime, introspettive, caratterizzate da una specie di riservatezza nonostante la palese esposizione, mai autoassolutorie, quasi ad uso e consumo della sola autrice. Guardarsi indietro e dentro per trovare il coraggio di dare finalmente un nome alle cose, ai fatti accaduti, ai lutti non risolti, alla vita: “Inchiostro nero come cicatrice sul tempo che passa: tutto resterà eterno, di noi. In silenzio ne scriverò, aspetterò le ombre.” La scrittura squarcia il silenzio intorno ai dolori legati al passato ma mai scaduti e suggella una sorta di tregua nel presente: ma non esiste un farmaco ad azione immediata; solo il tempo prepara le carte al segno, solo stando all’ombra è possibile riconoscersi. Nel frattempo “nelle soffitte stipiamo il passato”, conserviamo il materiale doloroso ma vivente che diventerà “carburante della mia poesia”. “I nostri giorni diventeranno parole” ma per concretizzare una simile profezia bisogna raggiungere una consapevolezza che solo il tempo e i processi di una mente in via di guarigione possono donare a chi sa cogliere tale opportunità attraverso l’arte della parola, del non detto che dice tutto, della poesia.
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