Oblio

Annoto la data e il luogo
solo di pochi eventi,
un primo bacio davanti Esculapio
un libro comprato per alchimia
a ricordare il suo arrivo in casa
la morte imprevista d’un amico
o il buon ponte di qualche peloso,

è una mappa esistenziale
a ripercorrersi, studiarsi
quando la memoria tradisce
e il buio degli anni avanza,
c’è solo una flebile candela nel presente
fioca luce di accecante attualità.

Ho detto una bugia,
di tutti gli eventi segno data e luogo:
è che non mi fido di quel che ricordo
del setaccio deciso da economie neurali,
sono poco attendibile sulle lunghe distanze.
Meglio tracciare le tappe della piccola storia
rileggere la data sul frontespizio di un libro
con nostalgia, per sapere com’ero e dov’ero

sarebbe un numero come tanti
tra i mesi, gli anni ormai andati
ma è “il” giorno del fatto perduto
non uno degli altri vicini a far volume.

Perché proprio lì, da dove
provenivo quel dì, e per quale luogo
proseguii? Con quali intenzioni?
Non ho memoria dei troppi perché
eppure l’evento ci fu,
è appuntato nel mio libro di storia.

E mi chiedo, dopo quanto tempo
hai cominciato a leggerlo?
La data denuncia la tua lunga attesa
in ritardo su libri testimoni
di una sconfinata fiducia nel futuro.
E le note private scritte ai lati
negli spazi bianchi del già detto,
altra vita parallela alle cose lette
altri pensieri non d’autore ormai polvere
fissati nell’eternità
di carte sensibili al fuoco.

Preservare il suono: dall’album “Nebraska” di Springsteen al film “Liberami dal nulla”…

versione PDF: Preservare il suono: dall’album “Nebraska” di Springsteen al film “Liberami dal nulla”…

Una lezione fondamentale permane nella mente e nel cuore dello spettatore dopo aver visto il film “Liberami dal nulla” di Scott Cooper in cui si descrive la travagliata ma originale gestazione dell’album acustico “Nebraska” (1982) di Bruce Springsteen: se vogliamo giungere alla radice di noi stessi, e definire i nostri fantasmi, dobbiamo preservare il suono originale, puro, della ricerca artistica con cui tentiamo di risalire alla fonte di quel che siamo o stiamo tentando di diventare. Ogni tipo di alterazione, di miglioramento del “prodotto” corrisponde a un tradimento di quella ricerca interiore istintiva che il vero artista, non interessato inizialmente a risultati commerciali, cerca di difendere dagli attacchi del sistema in questo caso discografico.

Il “nulla” citato nel titolo è il vuoto che succede al falso “pieno” derivante dal successo, l’assenza di risposte su eventi passati, la mancanza di senso che prevale ogni volta che un artista non riesce a catturare e a difendere la sua voce primordiale; ma anche quando riesce in questo difficile e raro processo genuino di estrapolazione, si accorge che in realtà è solo all’inizio del suo cammino interiore: la creazione di una canzone o di una poesia rappresenta la scarificazione di un tratto di pelle su cui devono ancora cadere le brucianti gocce di limone della definizione di emozioni e sentimenti. Dare un nome alla “merda” (termine utilizzato nel film) che c’è nella vita di ognuno, affrontarla per sconfiggerla invece di fuggire: questa fase è forse più difficile della entusiasmante ed elettrizzante fase creativa cantautoriale. Proprio quando si raggiunge il cosiddetto “successo” e tutti ti riconoscono per strada dandoti del “mito”, proprio allora c’è bisogno di una fuga solitaria, di dare un senso alle cose che riemergono dal passato utilizzando uno strumento antitetico a quello musicale: il silenzio. All’inizio l’adrenalina e il desiderio di riuscire tengono in piedi un castello fragile destinato a vacillare quando l’effetto miracoloso della precarietà, che ci sprona inizialmente a combattere, tende a svanire. Dare un nome e un senso a ciò che si ha tra le mani in maniera confusa: se non si affronta questa fase non si è in grado nemmeno di accogliere l’amore di chi tenta di amarci.

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Su “Errata Complice” di Stefania Giammillaro, nota di Carla Malerba

C’è talvolta una naturale intesa tra donne che scaturisce da qualcosa difficile da definire e che diviene momento privilegiato o affinità elettiva, che dir si voglia.

Raro dono che unisce improvvisamente, attraverso il sentire poetico e fa scorgere elementi comuni che servono ad una comprensione della vicenda umana e spirituale di chi si legge, tale da riconoscere nello scritto stati d’animo familiari, legati a sentimenti di gioia o di dolore. Mi sono avvicinata alla raccolta di Stefania Giammillaro* empaticamente, da donna a donna, cercando di cogliere nel verso e nella parola quello che io stessa avrei scritto o sentito di dover dire.

Quella di Stefania è poesia d’amore, quasi un diario dei giorni trascorsi dove nella figura maschile che si affaccia non leggiamo caratteri distintivi: né occhi, né mani, rare parole. È la ricostruzione di un percorso iniziato fiduciosamente e poi interrotto lasciando nella mente e nel cuore segni difficili da cancellare.

Solo una serie di presagi anticipano quella presenza, quasi nascosti da versi che appuntano ciò che è stato, ciò che sarà. Invocazioni profetiche – sorprendimi con le labbra serrate / al buio di ogni promessa – voluti controsensi – tienimi stretta per non cadere / nelle tue mani.  Così si staglia nell’ombra la figura indistinta di chi non ha saputo amare mentre la voce poetante ricostruisce la vicenda senza indulgere a visioni consolatorie.

C’è un senso di consapevolezza piena in questi versi che si avverte e accompagna fin dalle prime liriche: in essi non si attenua il ricordo del rimbombo dei flutti marini, né nulla si distende nella preghiera scandita dall’efficacia degli imperativi pur rimanendo sempre la poesia ancora di salvezza in cui il patto si rende necessità vitale (nascondimi, preservami, tienimi stretta…); la metrica ha una solennità incidente, il senso profetico non abbandona il lettore mentre ribadisce la conoscenza di una crudele incapacità di amare.

Tuttavia nella poesia di Giammillaro la ricerca del bene è sempre ricorrente, si apre come qualcosa in cui credere, nonostante l’incertezza in cui l’anima si trova fino a diventare invocazione nei versi che racchiudono tutto il non-detto:

Accarezzami dal conforto / racchiuso nel non decidere /

se amarmi / – per non soffrire / o odiarti / – per non morire

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Quel luogo interiore chiamato “Casablanca”

versione pdf: Quel luogo interiore chiamato “Casablanca”

Sì, è vero: Casablanca è innanzitutto un luogo geografico, un punto ben preciso sulla cartina del Marocco; ma è anche un luogo interiore, la materializzazione di un buen retiro per tempi storici difficili, il rifugio esotico e raffinato per fuggitivi, perseguitati e disadattati, per quelli che giocano alla neutralità politica e ideologica ma che neutrali non lo sono mai per davvero, per la razza degli “ubriaconi” che vorrebbero vivere parallelamente ai fatti storici senza mai incrociarli, gente votata all’oblio volontario e in cerca di un nascondiglio, alla dimenticanza di se stessi e dei propri dolori, almeno fino a quando quei dolori non si ripresentano fisicamente alla loro porta.

A immortalare, seppur indirettamente, Casablanca quale luogo interiore ideale, c’ha pensato l’omonimo film del 1942 diretto da Michael Curtiz. In quella sorta di “terra di mezzo” le notizie sulla seconda guerra mondiale sono come onde di un mare insanguinato che raggiungono la riva di una dimensione apparentemente risparmiata dalla distruzione ma di fatto sospesa sul baratro in compagnia del resto dell’umanità. Tra fiumi di alcol e gioco d’azzardo, una certa tipologia di esseri umani attende qualcosa, è gravida di eventi in grado di salvarla o di condannarla definitivamente. Ma non basta un locale accogliente, fumoso e con della buona musica, per sfuggire alla Storia e a se stessi, per attuare un distanziamento politico e sentimentale: i fantasmi del passato e quelli ancora più crudeli del presente, raggiungono anche il più ostinato dei fuggitivi che vorrebbe annullare se stesso e la sua memoria auto-relegandosi in una fragile condizione di sospensione spazio-temporale che di fatto si rivela effimera quando riappare sulla scena il motivo-madre della fuga: Ilsa Lund (Ingrid Bergman), simbolo dell’amore incompleto e per questo motivo destinato a diventare nostalgicamente eterno. “Con tanti posti nel mondo proprio qui dovevi capitare?” chiede Rick Blaine (Humphrey Bogart) a Ilsa: l’elogio della fuga va in fumo; il rifugio dal passato è stato violato; l’alibi dell’ubriacone disinteressato al mondo e alle sue pazzie dettate da totalitarismi e guerre, è saltato; non esiste bottiglia di whisky abbastanza grande dietro cui potersi nascondere.

Casablanca, che fino a quel momento era come una sorta di “Shangri-La africana”, un luogo per l’auto-esilio dei sentimenti, una temporanea “terra di nessuno” in cui sopravvivere senza interessarsi ai tumulti nel resto del mondo e coltivare una finta neutralità, diventa inavvertitamente il palco principale delle vicende personali e belliche. Nessun luogo è del tutto schermato, e quando la vita e la Storia decidono di irrompere, irrompono… In realtà la scelta di Casablanca da parte di Rick è una scelta falsamente isolazionistica, perché Casablanca è un luogo di passaggio, è un crocevia affollato da chi fugge e da chi fa finta di voler restare; chi vuole veramente disinteressarsi alla Storia non sceglie un posto simile. Rick, come tutti gli altri fuggitivi con cui entra in contatto, è anch’egli in attesa di qualcosa anche se non ammette di essere in attesa e soprattutto non sa, a livello cosciente, cosa attendere: dietro l’apparente immobilismo del personaggio, c’è un uomo che inconsapevolmente attende la sua occasione per evolvere, per sbloccarsi dalle sue rassicuranti convinzioni che lo tengono al riparo dal coinvolgimento con qualsiasi movimento geopolitico e dal riemergere del passato.

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“Carte nel buio”, prefazione di Carla Malerba

versione pdf: “Carte nel buio”, prefazione di Carla Malerba

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Nell’ultima raccolta di Michele Nigro si definisce un percorso poetico sempre coerente alle sue precedenti scritture. Già in Pomeriggi perduti il lirismo dell’autore mi era apparso fortemente introspettivo, con richiami provenienti da conoscenze approfondite di grandi autori italiani e stranieri, ma soprattutto avevo scorto la pacata ironia che gli consentiva di prendere coscienza del senso dell’esistere senza tuttavia mai abbandonare la fiducia nella poesia.

Nigro si può definire un poeta appartato e schivo, immerso nel suo mondo poetico, lontano dall’urgenza dell’apparire, soprattutto motivato da quella del dire, in versi, una realtà del quotidiano che tocca temi universali, ma senza alcuna retorica. Il suo linguaggio è colloquiale, ma colto; severo, ma ricco di citazioni che si affacciano fin dalla prima sezione dell’opera, nell’esergo in cui inserisce alcuni versi di Dylan Thomas: “Non andartene docile in quella buona notte,… / Infuria, infuria, contro il morire della luce”.

Fin dai primi versi affiora un forte senso vitale, l’aspirazione a voler essere altro, a sperimentare altre vite mentre ammira il geco nelle sue evoluzioni con i compagni sull’alto campanile, e quell’inerpicarsi che è espressione di perfezione lo colpisce, lo spinge a scrivere: “Essere uno di loro, un equilibrio di code / agile, avventato e con ventose infallibili”.

In questa ammirazione verso le creature trapela il senso del tutto che appartiene al quotidiano dove gli odori, le storie, le urgenze del mondo, l’apparente acquiescenza a un inutile esserci, diventano poi belle metafore come, per esempio, quella degli elettroni lenti, se periferici, ma improvvisamente veloci quando agognano la luce. Una poesia dunque non edulcorata, ma contraddistinta sempre dalla riflessione e straordinariamente ricca di comparazioni è quella che si offre al lettore di Carte nel buio.

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Appunti rozzi di un lettore de “Il dottor Živago” di Pasternak su Pangea.news

Il mio articolo “Appunti rozzi di un lettore de Il dottor Živago di Pasternak” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

Appunti rozzi di un lettore de “Il dottor Živago” di Pasternàk

versione pdf: Appunti rozzi di un lettore de “Il dottor Živago” di Pasternàkzivago-film

“Così tutto quello che era in lui ancora ferita viva e bruciante veniva estromesso dalle poesie e, in luogo di quella sofferenza che sanguinava e doleva, vi compariva una pacata apertura che innalzava il caso particolare a esperienza universale, a tutti partecipabile.”

(Parte seconda, cap. XIV)

È difficile uscire indenni da un romanzo come Il dottor Živago di Borìs Pasternàk, dopo averlo letto. È difficile staccarsi da quel testo, riporlo in libreria tra gli altri come se niente fosse. Ma niente non è stato. Perché? La risposta è complessa. È una storia immensa, infinita, umana ma al tempo stesso soprannaturale, terrena ma divina, storica ma universale e senza tempo. Una storia dell’umanità ma che appartiene all’infinito.

Che esistenze! Che amori! Che passioni viscerali! Che epopee esistenziali…! E che tristezza, pur nella forza che la vita dona ai suoi protagonisti. Un racconto che cresce piano piano, dall’infanzia all’età adulta, da un determinismo che tutto sembrerebbe aver stabilito al vortice dell’esistenza che ogni cosa stravolge: due classi sociali, un uomo e una donna, vanno incontro al loro destino, al fatto che la guerra e la rivoluzione li farà incontrare e darà loro l’opportunità di amarsi al di là della Storia e delle loro vicende personali. È questo il grande messaggio del Živago di Pasternàk: rispettare la propria natura individuale, la propria storia interiore e sentimentale anche se il mondo intorno va in un’altra direzione, spinto da altre esigenze verso il baratro o il rinnovamento. La critica alle intenzioni rivoluzionarie da parte di Pasternàk sono evidenti e forti, anche se narrativizzate: da qui il suo essere osteggiato in patria e la nascita del conseguente “Caso Pasternàk” intorno alla rinuncia da parte dell’autore al Premio Nobel per la letteratura e all’avventurosa storia editoriale del romanzo.

La storia tra Jurij Živago e Lara Antipova fa tornare alla mente le tante vicende clandestine di amori impossibili eppure reali, vissuti, ma inesistenti agli occhi di una visione “ufficiale” della vita. Donne e uomini, impegnati su “altri fronti”, che seguono il loro cuore e la loro riscoperta natura su campi di battaglia collaterali, condannati dalla società per eccesso di individualismo, ritenuti “fuori dalla Storia”. Lo strazio per un amore impossibile o comunque difficile da preservare (e sintetizzato nel “come faremo!” sussurrato a Jurij dalla Lara del film di David Lean). Anche Jurij, come Lara Antipova, è sposato, con prole: una doppia impossibilità, un doppio nodo su corde diverse e separate. Il senso di sospensione e di precarietà di un amore difficile ma vissuto, nascosto nelle intercapedini delle altre storie private, protetto da occhi indiscreti. Eppure quanta forza e speranza possono effondersi da storie in salita come questa descritta da Pasternàk: il viverla comunque, pur sapendo di non avere un futuro; si attinge dalla complessità di simili incontri una forza incredibile, strana, quasi crudele, ma grazie a essi si vivono sensazioni e si carpiscono segreti esistenziali che non sarebbe possibile conoscere attraverso una storia ordinaria. Forse il vero amore è quello che nasce nel dolore, tra gli attriti del reale, quello nato “mutilato”, e che insegna più cose.

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Prefazione a “I riflessi delle cose”, di Stefano Olmastroni

versione pdf: Prefazione a “I riflessi delle cose”, di Stefano Olmastroni

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Prefazione a I riflessi delle cose, di Stefano Olmastroni (ed. Kolibris)

L’etimologia della parola riflesso, luce che viene rinviata da una superficie brillante o diffondente, dipana l’antico dubbio tra la poesia creata da una forza ispiratrice, quasi prepotente, che scava nel profondo, e la poesia che raccoglie con semplicità, preleva dalla superficie delle cose gli echi di vite vissute. Che differenza c’è tra riflesso e ricordo? I ricordi sono prove archiviate di un’esistenza appartenente alla storia di tutti, di molti o di un singolo individuo; i riflessi rappresentano i segni ricercati nel presente, o ritrovati per caso, di un “eterno ritorno”, di un qualcosa che non è passato, messo da parte, ma è, “persiste accanto” e a volte fa paura, anche se si prova “a non fissare / i riflessi delle cose”. Tutto sarebbe più facile “se i morti ti potessero parlare”, se ci fosse un contatto diretto con il mistero della vita. Quanto è difficile arrivare al cuore delle cose, diventare estranei a se stessi per mezzo della poesia, gestire i postumi dell’amore e lo stupore sempreverde per l’“allora siamo davvero esistiti, l’uno per l’altra” o per il “se tu sia veramente esistita”, domare i riverberi di una vita passata che non ci lascia, le tracce dei protagonisti sulle cose toccate, animate nel quotidiano viversi. Sprazzi all’apparenza inconsistenti, futili, diventano materia solida, buona per costruire strutture di versi.

È un continuare a sfiorarsi e a sorprendersi nell’amare l’altro, come tra il bianco e il nero nell’Hiroshima mon amour di Alain Resnais, incontro tra diversità, vivendo “due presenti separati”, lasciando gli anelli (propri o di altre unioni) in città per essere anonimi e liberi, coltivando “visioni / che già non ci appartengono”, osservando “onde ormai passate / cancellate dal paesaggio”. C’è una geografia testimone dei vari momenti di un rapporto; l’inizio, il culmine dell’amore, il suo dispiegarsi al mondo, il diluirsi nel tempo, la sua fine: i luoghi e gli elementi naturali registrano tutto e marcano per sempre con le loro sembianze il carattere degli istanti vissuti, rispondendo “alla chiamata del tramonto”, lasciando impronte di sé come “un racconto calpestato / sulla sabbia”. E in ogni spazio terraqueo c’è un confine che separa l’asciutto dal bagnato; gli anni trascorsi a bagnarsi, a viversi, dall’asciutto da cui si osservano gli amori passati, finiti sulla riva come le onde di un lago; il sogno dalla vita reale.

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“Nanni Moretti, tra etica ed estetica” su Pangea.news

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Il mio articolo “Nanni Moretti, tra etica ed estetica” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

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Fenomenologia della “poesia facile”

versione pdf: Fenomenologia della “poesia facile”. Dalla neolingua alla neopoesia

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Dalla neolingua alla neopoesia

Ho assistito recentemente a una innovativa e coraggiosa trasposizione teatrale del famoso romanzo “1984” di George Orwell, già immortalato nella memorabile riduzione per il cinema del regista Michael Radford: inevitabilmente uno dei temi nevralgici ripresi anche dalla pièce è stato quello riguardante la cosiddetta neolingua inventata dall’autore di fantascienza britannico per descrivere il lento ma inesorabile processo di semplificazione del linguaggio, attuato dal partito del Grande Fratello, quale premessa per una decostruzione del pensiero critico nei confronti dell’ideologia dominante. Un’ideologia di regime bisognosa di pedine acritiche e non di uomini e donne pensanti. Eliminare quanti più termini è possibile dal vocabolario corrente per impedire sul nascere l’elaborazione di sillogismi e quindi di critiche in grado di mettere in difficoltà la presa diretta del dittatore sulle menti dei cittadini. La semplificazione del linguaggio per realizzare un più efficace controllo del pensiero della popolazione non è purtroppo solo un’invenzione di Orwell ma è stata nel corso della Storia anche una pratica ampiamente applicata; alcuni esempi attualizzabili: gli slogan propagandistici, le frasi a effetto per stupire l’elettore e parlare alla sua pancia, gli annunci lapidari non verificabili riguardanti opere pubbliche che non verranno mai realizzate…

È di questi giorni l’uscita nelle librerie dell’ennesimo best seller di un noto “poeta televisivo” che non fa mistero del proprio successo editoriale attribuendolo principalmente alle sue doti comunicative dirette, sincere, geo-onnipresenti, limpide, intorno a tematiche basilari, primitive, “domestiche” e a un suo stile poetico che potremmo definire “facile”, semplificato, consolatorio, medicamentoso come la panacea delle nonne realizzata con ingredienti casalinghi, non complessi, alla portata di tutti. A ogni pubblicazione di questo autore ne consegue un putiferio mediatico alimentato da critici indignati, da autori che non credono nell’autenticità letteraria di certi successi editoriali pompati dal marketing… A essere messa sotto accusa, ogni volta, è una non poesia che viene spacciata per Poesia e che misteriosamente (poi mica tanto misteriosamente, per motivi che diremo dopo!) riesce a raggiungere molti più lettori di quanto non faccia la “poesia vera”, quella riconosciuta dai manuali di metrica e dalla storia ufficiale della letteratura; quella degli autori che sgobbano su un verso per giorni e giorni, a volte per anni, (mentre il nostro, a dire degli invidiosi — anzi, lo dice lui stesso! —, le sue poesiole le concepirebbe in ascensore, in una sala d’attesa d’ospedale o in viaggio sul treno tra un reading pubblico, una soppressata da affettare e una lectio magistralis via Skype).

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“Desiderata” di Max Ehrmann (1927)

“Desiderata” di Max Ehrmann (1927)

“Passa tranquillamente tra il rumore e la fretta, e ricorda quanta pace può esserci nel silenzio. Finché è possibile, senza doverti abbassare, sii in buoni rapporti con tutte le persone. Di’ la verità con calma e chiarezza; e ascolta gli altri, anche i noiosi e gli ignoranti; anche loro hanno una storia da raccontare. Evita le persone volgari e aggressive; esse opprimono lo spirito. Se ti paragoni agli altri, corri il rischio di far crescere in te orgoglio e acredine, perché sempre ci saranno persone più in basso o più in alto di te. Gioisci dei tuoi risultati così come dei tuoi progetti. Conserva l’interesse per il tuo lavoro, per quanto umile; è ciò che realmente possiedi per cambiare le sorti del tempo. Sii prudente nei tuoi affari, perché il mondo è pieno di tranelli. Ma ciò non accechi la tua capacità di distinguere la virtù; molte persone lottano per grandi ideali, e dovunque la vita è piena di eroismo. Sii te stesso. Soprattutto non fingere negli affetti, e neppure sii cinico riguardo all’amore; poiché a dispetto di tutte le aridità e disillusioni esso è perenne come l’erba. Accetta benevolmente gli ammaestramenti che derivano dall’età, lasciando con un sorriso sereno le cose della giovinezza. Coltiva la forza dello spirito per difenderti contro l’improvvisa sfortuna, ma non tormentarti con l’immaginazione. Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine. Al di là di una disciplina morale, sii tranquillo con te stesso. Tu sei un figlio dell’universo, non meno degli alberi e delle stelle; tu hai il diritto di essere qui. E che ti sia chiaro o no, non v’è dubbio che l’universo ti si stia schiudendo come dovrebbe. Perciò sii in pace con Dio, comunque tu Lo concepisca, e qualunque siano le tue lotte e le tue aspirazioni, conserva la pace con la tua anima pur nella rumorosa confusione della vita. Con tutti i suoi inganni, i lavori ingrati e i sogni infranti, è ancora un mondo stupendo. Fai attenzione. Cerca di essere felice.”

Lettore: Michele Nigro

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Nota a “Cartoline degli addii” di Alessandro Cartoni

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Non esistono vite perfette, sincroniche, prive di rimorsi o ripensamenti anche dolorosi; molte, invece, sono le vite vissute da persone che pur amandosi hanno sperimentato la distrazione, l’incomprensione (“l’incalzare delle cose / che non furono capite”), la nevrosi e l’egoismo, l’errore umano e i doveri mancati (“e pensi ai pensieri e alle omissioni”), la trascuratezza e la lontananza emotiva, l’inciampo nella propria stupidità (“se penso allo spreco stupido / di quello che andava salvato”). Così come non esiste una sola tipologia di addio: ci sono gli addii in vitam tra individui che continueranno a esistere altrove, separatamente, respirando altra aria, guardando altri panorami e volti; addii il cui dolore (al netto dell’eventuale disamore che li ha caratterizzati) è contaminato sempre da una sottile speranza basata sulla consapevolezza materiale dell’esserci comunque, sulla coltivazione di fantasie riguardanti ritorni fisici, tangibili, di incontri casuali che capitano a chi ancora calpesta la terra di questo pianeta. E poi ci sono gli addii irreversibili “a cui non ci si abitua”, inesorabili, mortali (“gli addii doloranti”): in quel caso il dolore – non meno forte – è però più rassegnato, educato alla scuola dell’umana finitezza senza ritorni e che è legge indiscutibile, alla visione di un abisso che non contempla alcuna speranza ma solo ferree soluzioni da deglutire senza edulcoranti e da cercare in altre dimensioni, in un’altra gamma di appigli non illusori, metafisici, spiritualistici, ancora basati sulla concretezza del lascito. Non si tratta di semplici ricordi che “fanno i loro banchetti”, bensì di un ripercorrersi reale, al limite del materialistico, un riviversi sulla scena in compagnia della parte mancante che è ancora in un certo qual modo presente, incidente nella quotidianità.

Nella raccolta poetica Cartoline degli addii (Fallone Editore, 2022), Alessandro Cartoni registra, descrive e archivia – forse con finalità (auto)terapeutiche e non solo per omaggiare la memoria della persona amata, fuggita o estinta – questo processo di lenta rarefazione della traccia mnemonica (“… il pensiero di te torna […] / a portarmi il tuo volto / sempre più lontano / sempre più evanescente…”), di inevitabile interruzione e allontanamento dalla quotidianità condivisa, di una rimandata separazione dagli oggetti che tuttavia non diluisce il sapore vagamente “escatologico” di certe domande: “Dove vanno gli aloni? I pezzi / di esistenza?”. E lo fa con un linguaggio chiaro, diretto, urgente, non sofisticato, senza fronzoli metrici per occultare un grido di dolore che deve restare pacato, ben strutturato ma genuino, accessibile a ogni essere pensante di passaggio che leggendo si riconosca in quell’esperienza atroce e al tempo stesso talmente umana, “normale”, diffusa, da risultare indescrivibile con parole più originali, nuove, diverse da quelle dell’umanità che da sempre – da quando ha consapevolezza dell’essere sapiens – si confronta con l’abbandono, con la morte e i vuoti che provocano.

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Chini sull’abisso

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Chini sull’abisso, increduli e vivi
cerchiamo voci senza ritorno
in stanze vuote, colme d’infinito
dove latita il senso, persa è la chiave
del nostro essere qui, non più figli
se non di Dio.

Si aggrappa a un chiaro lascito
a una fede nella presenza a venire
quel che sopravvive in noi,
ai ricordi sparpagliati nella mente
agli oggetti che pungono il cuore
a una vaga volontà di andare oltre
di ricominciare senza un’origine
svuotati, senza meta ormai,
senza più storia alle spalle
senza terra sotto i piedi
senza un faro silente e forte
in questo mare triste
che è ancora vita.

a mia madre

(ph M.Nigro©2022)

Nota di Franca Canapini a “Pomeriggi perduti”

versione pdf: Nota di Franca Canapini a “Pomeriggi perduti”

Una gradita e ricca nota di lettura della poetessa toscana Franca Canapini alla mia raccolta “Pomeriggi perduti”

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… Arditi tizzoni ardenti schizzati dal braciere / di Poesia / ustionarono la pelle della dimenticanza…

Corposa, coinvolgente, con un risuono classico di fondo la raccolta di poesie Pomeriggi perduti del poeta campano Michele Nigro, convinto sostenitore del valore della poesia, parola-verbo d’anima che registra il tempo e i tempi, eternandone gli attimi comunque e nonostante, anche a sua insaputa.

“Non sarà ora che le vedrai / mentre ti chiedo di leggerle / ma in un giorno qualunque / venute fuori per caso…/ ritornerai su parole ignorate / come è normale che sia / da rimasticare / eppure sempre presenti / tra pazienze impolverate / e le cose da fare / senza pretese, a sperare di essere / se stesse, nient’altro che verbi d’anima / amate per quelle che sono / umili / silenziose / già eterne a loro insaputa”. (Poesia a sua insaputa)

“… la Natura / cattiva e giusta / inventò la Morte. / Ma l’uomo / condannato a finire come tutte le cose finite / scoprì il sacro fuoco della parola. / Arditi tizzoni ardenti schizzati dal braciere / di Poesia / ustionarono la pelle della dimenticanza.” (Fuoco eterno)

Invano si cerca un filo conduttore tra un testo e l’altro della raccolta. Ogni poesia si presenta in se stessa compiuta, con le sue argomentazioni e la sua forma, adattata al sentire del momento. Colpisce il discorso spesso serrato e ipotattico, colpiscono le numerose metafore, talvolta estreme. Il filo che potrebbe unire le singole opere può essere, come afferma lo stesso Nigro in un’intervista, la vita. La sua/nostra vita fatta di esperienze, emozioni, ricordi, pensieri, visioni critiche della società contemporanea, il tutto espresso con virile spietato realismo.

In Epitaffio, dedicata a Edgar Lee Masters, si presenta come un poeta “appartato”, proiettando se stesso in  Herman Coluccio, un personaggio di fantasia:

… “Qui Herman Coluccio,

seduto in quest’angolo

del West virginia

guardando le case

dei vivi, le cose dei morti

e la campagna dei padri

in ogni stagione voluta da Dio,

ha forse vissuto

le ore più serene

(non diciamo felici)

della sua apparente-

mente

inutile esistenza

in compagnia delle fredde stelle

e di un sigaro infinito

fumante parole”.

 

C’è miglior epitaffio

Per un poeta appartato?”

In effetti, scorrendo i vari testi, emerge la figura di un uomo che vive in un luogo che sente poco stimolante, ma che, nella sua ricercata solitudine, si tiene in costante dialogo con i vivi e con i morti, con la gente semplice e con i grandi della letteratura; e, come Herman Coluccio, si concede il piacere di trascorrere “pomeriggi perduti” in compagnia di un sigaro infinito, fumante parole.

Ci dà conto del suo approccio all’esistenza l’ex ergo con i versi di Walt Whitman che invitano ad accettare il potente dramma della vita solo per il semplice fatto di esserci e poter ad essa apportare un verso: una specie di nichilismo attivo, quindi, che gli permette di dedicarsi alla letteratura e alle cose del mondo, nonostante sappia che non c’è niente per cui davvero valga la pena muoversi.

E allora eccolo “apportare versi alla vita”.

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“Medioevo – la luce nascosta”

Parteciperò con il mio componimento inedito “Amorose retoriche” alla lettura pubblica di Venerdì 2 dicembre ore 18.00 intitolata “La poesia amorosa”, reading poetico musicale sulle note del flauto di Rachele Tommasiello, presso il Salone del Genovesi, Camera di Commercio in via Roma, Salerno. Vi aspetto!

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PROGRAMMA
“Medioevo – la luce nascosta” è il nuovo progetto culturale firmato Compagnia dei Poeti Erranti, a partire da giovedì 01 dicembre fino a sabato 03 dicembre. Un evento interamente dedicato al Medioevo e agli aspetti storici, artistici e letterari di quest’epoca tutt’altro che buia. Grazie al Medioevo, infatti, dobbiamo gran parte della nostra cultura e della nostra lingua, con le cattedrali e i castelli che ancora oggi è possibile ammirare. Il Medioevo ha gettato le basi per il mondo moderno consegnandoci grandi invenzioni; senza il Medioevo non avremmo personaggi come Dante Alighieri, Leonardo Da Vinci, Federico II di Svevia e Lorenzo de’ Medici. Tanti gli appuntamenti in programma: conferenze, dibattiti, reading e concerti in perfetto stile medievale, affinché ciascun ospite possa fare una scorpacciata di arte e cultura a tutto tondo. Giov 01 dicembre h 11.00 Dal latino al volgare – il passaggio Storia dell’evoluzione della lingua italiana attraverso la poesia Conferenza a cura di Basilio Fimiani e Ivano Mozzillo modera Simona Genta Museo Archeologico Provinciale di Salerno – via San Benedetto, 28 Al termine della conferenza, sarà possibile gustare alcuni piatti della tradizione medievale preparati dagli chef dell’istituto alberghiero Santa Caterina Amendola, che allestiranno un buffet all’esterno del Museo. Giov 01 dicembre h 20.00 Medioevo in versi Appassionato viaggio in musica e parole attraverso l’universo culturale, storico e letterario medievale Voci narranti Brunella Caputo e Carmine De Martino Adinolfi Musiche per mandolino eseguite da Alessia Di Maio Chiesa di San Giorgio – via Duomo, 19 Ven 02 dicembre h 11.00 La modernità della Scuola Medica Salernitana tra cibo ed erbe Conferenza a cura di Luciano Mauro modera Simona Genta Museo Archeologico Provinciale di Salerno – via San Benedetto, 28 Ven 02 dicembre h 18.00 La poesia amorosa – reading poetico musicale sulle note del flauto di Rachele Tommasiello Salone del Genovesi, Camera di Commercio – via Roma Sab 03 dicembre h 11.00 Storie di donne nel Medioevo – intrecci, passioni e avventure Conferenza a cura di Maria Salvati modera Rossella Graziuso Museo Archeologico Provinciale di Salerno – in via San Benedetto, 28 Sab 03 dicembre h 20.00 M’illumino di note – concerto a lume di candela – a cura di Guido Pagliano e Lau, con la partecipazione degli alunni del laboratorio di musica antica del Liceo Alfano I di Salerno. Chiesa del SS. Crocifisso – via Mercanti, Salerno (N.b.) Gli eventi di giovedì 01 dicembre e venerdì 02 dicembre sono in collaborazione con l’associazione Artisti e Mercanti Del Conte Ruggero.

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“La corona” (The wreath), di Nancy Cunard

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Traduzione: Annalisa Crea

Lettore: Michele Nigro

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Sul non dormire soli

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al mio daimon

Il felino di casa
abbandona notturno
le vecchie ossa
di madre adottiva,
forse già avverte
il freddo dell’aldilà
la malattia e la morte
accampate sull’uscio
dell’umano declino.

La porta socchiusa sul mondo
per andare e venire
a caccia di cibi sicuri,
dormire tra le gambe
di futuri padroni
eredi della solitudine,
il calore di un incerto domani
da preservare.

E sul petto insonne
quel ronfante non lasciarmi solo
nella notte senza lei,
per credere ancora
in scomodi amori a seguire.

(tratta dalla raccolta “Pomeriggi perduti”)

I primi 50 anni de “I giardini di marzo” su Pangea.news

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Il mio articolo I primi 50 anni de “I giardini di marzo” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!