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Su “Elegia del confino” di Michele Nigro, intervista a cura di Davide Morelli
- In cinese crisi significa sia problema che opportunità. A mio avviso tu hai scritto questo ottimo libro in pandemia, pur riconoscendo la tragicità del periodo ma cogliendo pienamente l’opportunità per poter meditare e creare. Che ne pensi?
Come ho specificato nella nota d’autore posta alla fine del volume, questo libro non è nato durante o in conseguenza della pandemia: è solo per una fortuita coincidenza cronologica se la stesura è cominciata a gennaio del 2021, subito dopo l’annus horribilis, ma il suo concepimento risale a tempi non sospetti, prima del distanziamento imposto da esigenze epidemiologiche. Pur rispettando chi in quel tragico periodo ha perso la vita, devo dire che il termine ‘opportunità’ è quello che meglio riassume lo spirito di questa mia pubblicazione: cogliere l’opportunità, in qualsiasi momento della nostra esistenza – anche ora che non siamo più in lockdown -, per meditare su alcuni aspetti dimenticati del vivere… Ma per farlo bisogna riconquistare la capacità di realizzare un certo “distanziamento naturale” da non confondere con la misantropia.
- Come è nata l’esigenza interiore di scrivere un prosimetro?
Il prosimetro dal punto di vista formale ha reso possibile un’alternanza di voci e quindi di ritmi e di atmosfere che non avrei ottenuto se avessi scelto la sola prosa o pubblicando semplicemente una raccolta di poesie. Avevo a disposizione su dei taccuini alcuni anni di scritti diaristici in prosa (da “tradurre” in una forma pubblica partendo da considerazioni private tipiche di un diario) e una sostanziosa quantità di poesie ispirate al tema del libro che avevo in mente e al territorio in cui è stato concepito. Direi che il prosimetro non era tra le mie primissime intenzioni ma in seguito è stato quasi naturale scegliere quel genere letterario.
- In letteratura sono scritti tanti prosimetri. Potresti spiegare in cosa il tuo prosimetro è simile ad altri e in cosa è differente?
È vero, in letteratura il prosimetro, pur essendo un genere piuttosto raro, è abbastanza presente con esempi autorevoli, partendo dall’antichità fino ad autori relativamente recenti (penso a Campana, Tolkien…), ma non oso andare alla ricerca di differenze o analogie con i grandi del passato sia per pudore sia perché ne uscirei malconcio. Dico solo che l’amalgama tra narrazione e parte poetica è un fattore imprescindibile in qualsiasi periodo storico: sono figlio di quest’epoca, la mia prosa e i miei componimenti poetici sono frutto del linguaggio di questi tempi, ma nel passaggio formale tra prosa e poesia non si dovrebbe mai avvertire la presenza di un “gradino” che faccia inciampare il lettore; come hanno rilevato alcuni beta lettori prima della pubblicazione di “Elegia del confino”, nel mio prosimetro non c’è soluzione di continuità tra prosa e poesia. E questa valutazione, come è facile intuire, mi ha incoraggiato nel continuare la stesura del libro. Tuttavia, devo ammetterlo, non mi dispiacerebbe la definizione di “prosimetro postmoderno”, sia dal punto di vista stilistico che “filosofico”: riutilizzare un genere antico per parlare ai contemporanei.
- Come ti poni nei confronti del genere della poesia in prosa?
È un tipo di ibridazione che non mi ha mai convinto del tutto. Nel senso che a mio avviso quello della poesia in prosa è un campo minato, per attraversarlo occorrono strumenti sensibilissimi perché il margine in quel caso è sottile: ci sono prose che contengono più poesia di un componimento poetico, così come ho letto poesie che forse avrebbero dovuto avere fin dall’inizio la forma della narrazione. Nel caso di “Elegia del confino” avrei potuto scegliere una di queste forme ibride e invece ho voluto ribadire la separazione tra i due generi. Per la parte in prosa ho utilizzato una voce narrante impersonale (ho voluto annichilire l’io, come direbbero i poeti di ricerca), quasi come se lo sguardo che si è posato sui miei diari appartenesse a un’entità terza; invece le poesie sono quasi tutte in prima persona o comunque con una voce più intima: in quel caso sono proprio io a “parlare”, a intervenire. E mi è piaciuto realizzare questa alternanza.
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