Perché abbiamo bisogno dei film in bianco e nero.

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Dove per “bianco e nero” non si vuole intendere solo una categoria cromatica ma soprattutto un’epoca cinematografica che ai nostri occhi appare come un’epoca “primordiale”, rappresentativa di un periodo storico in cui la società è ancora “illibata” dal punto di vista valoriale, semplice (in alcuni casi “sempliciotta”) nel suo storytelling. Si considerano alcune epoche passate come le migliori – i “bei tempi” -, in cui tutto era più genuino, lineare, buono, trasparente e i sentimenti erano veri, spontanei, privi di malizia… Di conseguenza anche la canzone e il cinema di quelle epoche sono degni prodotti di una presunta genuinità che forse abita solo nell’animo dell’osservatore contemporaneo. Ovvero, si tratta semplicemente di nostalgismo o vi è una base di verità in questa rivalutazione più che positiva di certi tempi passati attraverso musiche e pellicole che a volte, anche meglio di altri documenti storici, pur edulcorando la realtà sanno bene rappresentare lo spirito di un’epoca? Non c’è una risposta definitiva e risolutiva a questa domanda.

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Alcune considerazioni sulla poetica di Aleksàndr Blok

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Dopo aver letto la ricca ed esaustiva postfazione, a firma di Angelo Maria Ripellino, alla raccolta di poesie di Blok edita da Oscar Mondadori nel 1990, è alquanto arduo riuscire ad aggiungere ulteriori dati senza risultare inutilmente ripetitivi: Ripellino non solo ci propone un excursus biografico dell’autore ma entra, con il taglio tipico di chi ha familiarità con il pensiero più intimo di un poeta, nei processi creativi di Blok differenziando le varie epoche e le relative poetiche. Blok infatti fu un poeta dall’esistenza multiforme e di conseguenza variegata fu la sua produzione: ha vissuto più vite in una perché appartenente a una generazione irrequieta e intimamente consapevole del suo essere al confine tra due epoche, in eterna attesa della rivoluzione perfetta, del cambio drastico degli schemi sociali e culturali. Da un’adolescenza idilliaca e appartata all’atmosfera sovreccitata dei salotti frequentati dai simbolisti russi; dalla teologia al teatro… Ambienti sicuramente stimolanti ma distanti dalla realtà tragica di una società bisognosa di cambiamenti chirurgici, profondi, drammatici. Blok, compiendo un ulteriore ma stavolta necessario passaggio esistenziale e artistico, riuscì a sintonizzarsi con le esigenze reali del popolo, con il travaglio di una società in procinto di ribaltare lo stato delle cose. Ed è questa, a mio avviso, l’epoca più dolorosa e affascinante dell’esistenza del poeta russo: come nel corso di una muta interiore, Blok lascia dietro di sé la vecchia pelle borghese intrisa di misticismo e di un inutile sperimentalismo artistico fine a se stesso, per armarsi di un realismo che lo porterà a immergersi interamente negli anfratti di una società sull’orlo di un’apocalisse attesa da tempo. Scrive Ripellino: “Blok soffrì fisicamente il ristagno e la reazione che seguirono alla rivolta del 1905. […] L’umor nero di Blok non è una propensione letteraria, un abito esteriore, ma il basso continuo, la fosca filigrana della sua vita, giorni e notti, giorni e notti. Incalzato dall’ansia di ramingare, di perdersi negli angoli abietti e remoti della periferia cittadina, egli va alla ventura, girando per squallide strade fiancheggiate da lerci abituri… Le lettere e i diari di Blok abbondano in questo periodo di appunti di passeggiate notturne ai margini di Pietroburgo e di memorie di incontri con zingare e acrobate in ristoranti e postriboli…” C’è un bisogno viscerale di conoscere il “mondo terribile” della Russia alla vigilia della rivoluzione: dai divani stinti dei salotti mondani, un tempo frequentati dal poeta, passando alla strada della periferia dove la vita è più vera, Blok impara a fiutare la Storia scendendo in quegli abissi sociali ignorati dall’aristocrazia; il contatto col popolo è salvifico e il populismo è un buon antidoto contro la solitudine. Accolse positivamente l’Ottobre del 1917 perché scorse nella rivoluzione bolscevica (pur non essendo un convinto marxista) un ideale capovolgimento di privilegi e di schemi sociali tradizionali, quegli stessi privilegi e schemi che avevano protetto la sua classe d’appartenenza fino ad allora. 

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“Viaggio a Tokyo” di Yasujirō Ozu e l’hic et nunc degli affetti

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Tra i film di Yasujirō Ozu, quello più toccante, malinconico e delicato è a mio avviso “Viaggio a Tokyo” del 1953; dietro una trama apparentemente semplice, lineare, che prende spunto dalla quotidianità della vita di persone ordinarie, si nasconde un vasto mondo di sentimenti, di dinamiche familiari comuni a tutte le culture, da oriente a occidente. È praticamente impossibile non riconoscersi in almeno una sequenza di questo film perché in esso sono contenuti tutti i temi principali riguardanti la vita umana, familiare e individuale: il rapporto tra genitori e figli e la sua evoluzione “fisiologica” nel tempo, le distanze generazionali e geografiche che spesso allontanano gli uni dagli altri, le gioie e le delusioni che i figli procurano ai propri cari, gli affetti dati per scontati e quelli inattesi e per questo più graditi, la morte che mette in evidenza – quando ormai è troppo tardi – la carenza di attenzioni verso chi immaginiamo essere eterno, la solitudine che insegue ogni essere umano…

Un film che diventa monito affinché non si sottovaluti il passare del tempo, la cura che impieghiamo nelle relazioni familiari e sociali, la fortuna di avere i propri genitori in vita… Una pellicola delicata, si diceva, perché impregnata dall’inizio alla fine di quel modo di fare rituale, ossequioso, educatissimo appartenente alla cultura nipponica; un tipico esempio di “caos calmo” anche in quei momenti in cui le emozioni avrebbero tutto il diritto di prendere il sopravvento. Eppure la compostezza dei personaggi, con i loro gesti calibrati e le frasi sussurrate con una sonorità monotona, nulla toglie all’intensità dei sentimenti che traspare con ancor più forza proprio grazie a un filtro culturale radicato nel tempo.

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Terre rare

Sanno di madre e di anni archiviati
aneddoti sconfitti dall’oblio
biblioteche perdute, andate
in un dolce fumo per sempre nel tempo.

Uomo, per cosa stai vivendo?
I tuoi passi nel vuoto dell’oggi
senza strada di senso a tenerli uniti
speranzosi per piccole gioie,
navigazione a vista
tra sprazzi di antiche foto
assediate dal nulla di facili parole
e imbarazzanti foschie di battaglie.

È nel ricordo ereditato
nei nomi segnati a fortuna
su alberi di carte familiari,
in questo scrigno povero di casa
che dimorano come esseri viventi le terre
dell’anima, per futuri incerti
annebbiati di presente

quelle più rare
che sono già tue,
senza guerre d’uomini.

(ph M.Nigro©2025; titolo: Semaforo rosso all’alba nelle terre rare)

versione pdf: “Terre rare”

Vecchia guardia

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Semplice come la tua acqua tonica,
dietro un cortese sorriso offerto a tutti
le rughe interne di mille dolori e silenziose fatiche
tra untuose e ruspanti cucine in ristoranti d’amore
organetti odoranti di prosciutto e vino
le bande di paese e i nipoti da allevare.
Le passeggiate nelle sere d’agosto
e i maglioncini per le spalle se rinfresca
immense le insalate verdi, che fanno bene.

Hai lasciato il posto di guardia, liberi tutti.
Ma per andare dove?
Ti sei reincarnata – lo so! – nel legno stagionato ed eterno
di un vecchio portone strappato all’incuria
inspiegabile e puntuale alchimia tra anime e oggetti
il nostro cognome sulla lucente targhetta nuova
per un ricordo gettato nel traffico
da donare a quel che resta del piccolo mondo antico
dimenticato, diluito, sbiadito,
e la prima distratta estate senza te.

(ph M.Nigro©2023)

(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

“La generazione Baga – Riflessioni sull’ultimo mezzo secolo del Salone Margherita” di Antonio Vacca

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Per “Dialoghi da bar”, Michele Nigro e Francesco Innella presentano – in compagnia dell’Autore – il libro di Antonio Vacca intitolato “La generazione Baga – Riflessioni sull’ultimo mezzo secolo del Salone Margherita” (Print Art ed. – 2020 – 90 pag.) con prefazione di Gigi Miseferi.

La Generazione Baga è un viaggio “partecipe” attraverso gli Spettacoli della Compagnìa “Il Bagaglino” e, inevitabilmente, fra le pieghe del Salone Margherita romano da circa cinquant’anni a questa parte. Sviluppato con l’empatia dello spettatore affezionato, non ha velleità di retrospezione esaustiva e racconta modi, tempi ed artisti di quel meraviglioso fenomeno teatrale con precipuo intento di arginare la spèndita d’un evo spettacolare che dalle vicende più recenti rischia un parziale sbiadimento nella memoria sociale.

Antonio Vacca, 65 anni, medico nutrizionista in pensione, giornalista pubblicista e già collaboratore di tv locali e nazionali, scrive saggi brevi dal 1985, dedicati al cibo, soprattutto in rapporto ai media; si è occupato a lungo di Dieta Mediterranea. Dalla sua passione per il teatro nasce il libro “La generazione Baga”, uscito nel 2020 e di grande attualità ora che molti riparlano di “Bagaglino”.

L’autismo e la “società dello scarto”

articolo “versione estesa” in pdf: L’autismo e la “società dello scarto”

foto articolo in pdf: L’autismo e la “società dello scarto”

anche su: “la Città” on line

L'autismo e la società dello scarto jpeg

Nella foto, il mio articolo intitolato “L’autismo e la società dello scarto” pubblicato su “la Città” (quotidiano di Salerno e provincia) del 14 aprile 2023; a seguire la “versione estesa” dello stesso che per ovvi motivi di spazi redazionali è apparso in “versione sintetica” sul quotidiano.

L’autismo e la “società dello scarto”

Papa Francesco, durante i suoi discorsi, ritorna spesso e volentieri sul tema, oggi più che mai attuale, dei cosiddetti “scartati”. Ci ricorda costantemente che viviamo in una “società dello scarto” che esclude i diversi, gli ultimi, i deboli; molteplici sono le cause che inducono ad assecondare la “cultura dello scarto”: sociali, economiche, culturali, occupazionali, sanitarie, generazionali…

Molti di noi hanno un concetto alquanto “esotico” dello scartato: pensiamo quasi subito ai lebbrosi, ai paria in India, al clochard sotto casa, al povero in fila per ricevere un pasto o un letto in un dormitorio pubblico… Accanto a queste tipologie “macroscopiche” di ultimi, rese ancora più evidenti a livello planetario in questi anni caratterizzati dalla pandemia e da una guerra in corso, e dalla crisi economica che ne è conseguita, vi è una categoria di scartati più nascosta, impercettibile, difficilmente catalogabile. Sono gli “scartati d’oro”: appartengono a famiglie benestanti, hanno genitori che svolgono una professione, posseggono mezzi per poter vivere quella che generalmente viene definita “una vita normale”, ma osservandoli più da vicino ci accorgiamo che di fatto sono ugualmente esclusi dalla società.

Recentemente ho avuto modo di incrociare la storia di uno di questi “scartati d’oro”: E. S., bella ragazza ventenne della provincia di Salerno, residente a Battipaglia ma domiciliata a Buccino per motivi di famiglia; due genitori con un buon stipendio, una bella casa in cui vivere, vacanze assicurate, vestiti alla moda… e una diagnosi di spettro autistico invalidante al 100%.

Dopo 5 anni di regolare frequentazione presso un istituto superiore di Buccino, accompagnata nel suo percorso scolastico da un docente specializzato – il cosiddetto “insegnante di sostegno” –, E. S. si è visto negato il tanto agognato diploma, sostituito da un non ben precisato “attestato” il cui valore, al fine di un eventuale proseguimento degli studi universitari specifici per la sua categoria, è pari a zero.

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Le case sono guardiani

il corridoio

Le case sono guardiani
di aliti impermanenti,
testimoni muti e fedeli
come i vuoti corridoi di Scola
le sue famiglie e i passaggi
di generazione in estinzione,

lì sopravvivono antiche passioni
per dirsi ancora vivi negli anni
e foto che non rispondono
al matto saluto di ritorno da fughe.

Vegliate, anime non liberate!
sui rimorsi per uno stolto esistere
sulle stanze silenti di vite passate
sul ricordo di voci, le vostre, che non tornano
sul nostro andare sconsolato e testardo.

(immagine tratta dal film “La famiglia” di Ettore Scola – 1987)

Partenze e arrivi

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La campana delle stimmate
scandisce per vecchi e bambini
le ore alla speranza,
un suono familiare di quartiere
richiama le genti alla storia
al tempo che passa, vivendo.

È un sacro inseguirsi negli anni
tra i vuoti che lasciano e nuovi pieni
tra partenze e arrivi in stazioni esistenziali
ignote nascite a vendetta
di vicine morti private,

ho sentito lieve
provenire notturno
– portato dal gelido respiro della merla –
un vagito inedito, senza nome
sbattezzato al mio affetto
da sotto la stanza chiusa
del tuo addio immacolato.

Pompei (1971-2023)

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Guidato da passi sapienti, ripercorro strade rimosse
di una vita passata, un abbozzo sospeso
embrione di quello che non fu
ricordi inossidabili impolverati di tempo
frammenti di memorie
non del tutto seppellite
dagli attacchi del presente.
Ipotizzo per gioco esistenze parallele
potenziali, non espresse
un altro possibile me
cammina al fianco dell’uomo di oggi.

Vorrei salire le scale primordiali
bussare alla porta dell’imprinting
entrare in quella prima casa
abitata da generazioni estranee.

L’istinto incalza e mi lascio distrarre
da spensierati locali al neon,
lì dove acerbi mescitori
scimmiottano in abiti moderni
culinarie vestigia romane.

(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

(ph M.Nigro©2023, Pompei 4 gennaio)

L’imbrunire è quell’ora indecisa

Hansruedi Ramsauer

L’imbrunire è quell’ora indecisa
tra la luce non rassegnata a perire
e il buio senza coraggio per sorgere,
odo tralci di vite selvaggia
rampicarsi lungo la schiena
della luna piena di giugno

e la cecità serale
prendermi gli occhi ormai freschi
non più arsi di città, dove caldi mattoni
conservano i raggi del meriggio

come batterie pensate per corpi pentiti
fino allo sgocciolio di mezzanotte
e oltre, pensiero insonne che tortura
l’anima indigesta e reflussa
si sveglia senz’aria, affogata
dagli acidi della vita di giorno.

Ho fede nei tralci, arriveranno
un giorno, senza pretenderlo
a donarmi grappoli d’uva fragola
progenie di quella rubata all’infanzia

a essere finalmente domata
anno dopo anno
stupore dopo stupore per le rinnovate foglie
s’allunga la speranza
verso il sole dell’attesa
paziente stagione dell’essere,
incontro tra mani sistine
tra dio e l’uomo in questo inferno.

(immagine by Hansruedi Ramsauer)

Il giorno dei vivi

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La casa risuona di nuovo come allora
vapori ottobrini e ospiti inattesi
inviti contaminati d’altri evocano
risa dimenticate nel tempo, e le vicine campane
a scandire il desinare frettoloso dei nevrotici
zii mausolei, comiche cugine zitelle in trasferta
mobili tarlati, scampati alle bombe, bagnati di liquori
caduti per scosse di terra in moto
e lesioni alla natura dei lenti,

non più tavoli giovani
divisi dai grandi, buoni e cattivi
parenti frizzanti o muti,
riesumando echi stagionati tra le mura
succedono generazioni
accadono reunion smussando perdite

si riciclano i sopravvissuti
tra fritti e bolliti d’antan
pranzi sotto i ritratti austeri
degli estinti in qualche modo
nel vociare presenti
ai raduni di famiglia.

Intervista a Michele Nigro, a cura di Roberto Guerra

Ho avuto il piacere di rispondere alle domande di Roberto Guerra per un’intervista pubblicata su NeofuturismoAsino Rosso Ferrara. Segue uno stralcio…

intervista asino rosso

[…] Più in generale, come vedi oggi la poetica/cultura contemporanea? 

È meno audace, più uniformata a standard che, forse per ragioni generazionali, non comprendo e con cui non sono assolutamente in sintonia: dalla musica all’editoria, tranne rari casi, vige la regola per cui se esci da una scuola omologante o sei un autore affermato che ha già portato introiti, anche se in seguito scrivi boiate continui a usufruire di un certo “pompaggio” del marketing. In sintesi, viene portato avanti il personaggio che vende e non l’opera o, appunto, la poetica di un autore. Quindi, anche se lo scenario non è del tutto disastrato e irrecuperabile come potrebbe sembrare da questa mia risposta, in un sistema del genere di quale poetica si può mai parlare?

La cultura è una “cultura di piazzamento” e bisognerebbe parlare di “ranking poetico”. La colpa non è solo delle case editrici o  ̶  per dirla alla Battiato  ̶  degli “addetti alla cultura”, ma soprattutto di un abbattimento della qualità della domanda da parte di un pubblico impreparato e che ama volare in superficie, a pelo d’acqua, per mancanza di tempo e di un autentico interesse: a una poetica di ricerca, non subitanea e quindi poco accattivante, si preferisce il guitto che fa cantare il suo pubblico durante i reading, che va in tv tre volte a settimana, che riempie le sale credendo così di diffondere la poesia, che litiga sui social, che innesca polemiche politiche e alza polveroni mediatici per vendere meglio e di più… Parlerei di una “poetica mediatica” che è l’unica, oggi, a contare.

La cultura è la risposta che la parte pensante di una società dà ai problemi del tempo attraverso le sue opere: se la risposta è quella attualmente in circolazione nel mainstream, è evidente che sono mutate le esigenze culturali e, arrivo a dire, spirituali del pubblico che alla fine acquista una tipologia di prodotti. Non c’è soluzione, deve andare così. È la caratteristica dell’epoca. L’importante è essere coerenti con sé stessi e con la propria poetica. […]

Per leggere l’intervista completa:

Neofuturismo

Asino Rosso Ferrara

Roby Guerra Futurista

Per leggere la “versione small”:

CorrierePL.it

versione integrale pdf: Intervista a Michele Nigro, a cura di Roberto Guerra

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L’età del trapasso

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(lamentazione per gli assenti in noi)

Si perdono, strada facendo, brandelli d’ingenuità
esperienza dopo esperienza
ferita dopo ferita
cicatrice dopo cicatrice
morti dopo morti
ricordando i passi falsi di ieri
tra il malaugurio d’anni bisestili.
Nel frattempo, fatto di annunci e silenzi
non è stata esclusa una qualche crescita.

“Domani, 3 settembre 2021
avrò l’età che avevi nell’ora del trapasso:
50 anni, 3 mesi, 13 giorni!”
se i calcoli non sono errati
contando gli stessi attimi d’orologio
sovrapposti tumori di stomaco e spirito
ma con cammini diversi per dislivello e trama,

a partire da domani
ogni giorno sarà un giorno in più per te, attraverso me
rubato al tuo tempo non vissuto, come se fosse tuo
anche se solo mio, gabbare l’altrui destino è impresa ardua.
Sarà simile a un affacciarsi con occhi non tuoi
da finestre d’eredi su cieli dallo stesso cognome.

Tenterò altre sterzate verso la vita matura
forse generando solo figli di carta straccia
segnando sui lenti fogli del confino
lettere imponenti di privati balsami,

ma tu resta accanto a questo figlio incompleto
seguilo in questo tuo tempo in più
regalato ai suoi progetti fumosi,
alla celebrazione fedele dell’altare lucano
agli autunni di parole da scrivere
in tuo onore e per distratte genie a venire.

versione pdf: L’età del trapasso

 “Father To Son”, Phil Collins

“Volevo che voi lo sapeste”, Jack Hirschman

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“Volevo che voi lo sapeste” (1993), di

Jack Hirschman

(New York, 13 dicembre 1933 – San Francisco, 22 agosto 2021)

tratta dall’omonima raccolta (Collana Altre Americhe, Multimedia Edizioni – 2004).

Lettura a cura di Michele Nigro

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Il futuro del Futurismo: 3 domande a Roberto Guerra

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“Futurismo” è sempre stato sinonimo di entusiasmo tecnologico, rilancio, proiezione dell’inventiva umana verso nuovi obiettivi sociali e culturali; lo scorso 9 agosto è stato l’anniversario del “folle volo” di D’Annunzio su Vienna (1918), che fu per certi versi più futurista dei futuristi. Quali voli neofuturistici intravedi per questa Italia post-pandemica? 

Il futurismo (aggiornato) è stato il grande sogno della mia passeggiata terrestre. Il neofuturismo cosiddetto, fu… l’ultima stagione creativa del Duemila, favorita dalla rivoluzione elettronica che sembrava confermare le migliori intuizioni di Marinetti e i futuristi. In senso strettamente artistico, l’ultimo volo è stato di Vitaldo Conte: per il centenario del Manifesto futurista nel 2009 nei cieli di Roma come paracadutista, declamando Marinetti all’atterraggio. Vedi su YouTube: QUI!

Dal virus e tra i suoi effetti sociali (certi, non statistiche di troppi virologi) il futuro è sicuramente ibernato, soprattutto per le nuove generazioni; il futuro tornerà solo tra decenni, siamo realmente nell’era di Orwell… Voli prossimi (neofuturistici) in senso sociale? Non credo.

Nel tuo ultimo lavoro, l’ebook intitolato “Futurismo Duemila” (Tiemme Digitali), ti occupi della storia del neofuturismo e della sua fine; ma è veramente finita? Al di là dei neologismi associati (neo, post, trans) nel corso della storia alla parola futurismo, non è appunto nei periodi di rinascita che c’è più bisogno di “avanguardia”? 

In realtà, negli ultimi anni del decennio scorso, dopo un apice, le reti neofuturiste si erano già esaurite. Siamo andati avanti il sottoscritto, Vitaldo Conte, Antonio Fiore Ufagrà, S. Giovannini e altri però singoli futuristici. Altri della rete, si occupano di percorsi laterali e personali. Naturalmente, il futurismo non ha mai esaurito la necessità storica di avanguardie plurime. Ancora ne esistono, ma strettamente letterarie o solo artistiche. Certo zeitgeist del tempo, certo livello minimo di democrazia e credibilità dei politici e dei media, la fine stessa della scienza come verosimile (in dubbio ormai dopo la gestione pandemica mondiale, per la comunicazione terroristica troppi sono persino contro i vaccini!) attualmente impedisce la nascita di nuove avanguardie globali forti. Quando si parla di rinascita postvirus vi è molta retorica irrealistica. Al massimo si può sperare in una sopravvivenza minimale creativa. Per le nuove generazioni, se si svegliano o le si lascia risvegliare, magari, potrebbe esserci una singolarità storica dirompente, il potere ai 16-40enni e relax per longevi e meno longevi… Dalla vecchia “Immaginazione al Potere” (semifallimentare) all’attuale “Follia al Potere”, per giungere finalmente un domani alla vera “Giovinezza al Potere”. E nuove arti e letterature, mix arte-scienza, parzialmente digitali…

Che ne pensi delle critiche da parte della Chiesa al Transumanesimo?

La parola dovrebbe essere Libera, quindi legittima ogni critica al cosiddetto futurismo transumanista, scientifico, all’estero tutt’ora in primo piano nelle ricerche. Vero anche che molte critiche bioetiche della Chiesa di Roma o dei “conservatori”, sono fake news mediatiche (Internet o Giornali). Recentemente ho contestato questa percezione mainstream del transumanesimo: leggi QUI! In breve, molto spesso, a parte, ripeto, legittimi dubbi, in quanto si parla di prospettive a cui mancano spesso ancora le tecnologie e anche importanti “certezze” epistemologiche, queste fake news non si riferiscono mai alle informazioni ufficiali dei più importanti (anche sul piano accademico) transumanisti internazionali (Z. Istvan, A. de Grey, M. More, R. Kurzweil, V. Pride, M. Rothblatt e molti altri), facilmente reperibili su riviste e giornali Internet ufficiali e nella letteratura postumana ufficiale. Molti timori e analisi giornalistiche sembrano al contrario proiezioni soggettive e di certi gruppi, proprio del vecchio mondo attuale e reale, proprio dopo il virus: Nuovo Ordine Mondiale, genderismo ecc. Inconciliabilità tra Chiese e Transumanesimo? Basta un Teilhard de Chardin per smentire questo passatismo… Poi, vero, dopo il virus, ingegneria genetica o altre scienze di punta vanno viste con più attenzione ecologica ed etico-tecnologica…

Segue presentazione dell’ebook:

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Salò

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Vecchi e nuovi teutonici
vagano di notte tra antiche ville
fantasma, chiusi postriboli di false resistenze
inseguono riverberi di ferrei dispacci
onde radio dileguatesi nel tempo

cercano vestigia di sé stessi
e di sconfitte glorie
in mezzo ai lussuosi resti
della Repubblica di Salò.

“Il cuoco di Salò” – Francesco De Gregori

“POPOPOPOPOPOPO… POPOPOPOPOPOPOPOPO!”

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“POPOPOPOPOPOPO… POPOPOPOPOPOPOPOPO!”

(attenzione: post antiretorico altamente retorico!)

Quand’è che ci si accorge dell’avvenuta morte di una nazione? In base ai dati economici? Al numero di opere costruite o rifacendoci alle statistiche demografiche? Al tipo di burocrazia che la strangola? Sì, anche… Ma è soprattutto in base al grado di retorica caratterizzante alcuni dei suoi principali mezzi di comunicazione che ci accorgiamo dell’entrata di un paese in una fase di coma farmacologico precedente il definitivo trapasso. Se la televisione è uno dei tanti strumenti di registrazione di questo andamento, allora basterà accenderla e farsi un giro tra i “canali istituzionali” per verificare come la retorica, non quella nobile esercitata nell’antichità classica ma la sua odierna versione banale ad uso e consumo di un ridicolo messaggio di stato che aspirerebbe ad alimentare false speranze in una popolazione disincantata, abbia già da molti anni prevalso sulla comunicazione di una novità che in effetti non c’è, manca all’appello, perché una spinta all’evoluzione non esiste in questa nazione peninsulare baciata esclusivamente dal sole e dai soldi del Recovery Plan.

Pessimista? No, realista che analizza la tv generalista.

La retorica pertiniana mandata in onda in loop e corroborata da un’iconografia resistenziale propinata a un paese che non ha più i mezzi per resistere se questi non gli vengono forniti dall’esterno (non userò in questo post quella parola abusata che inizia con R e finisce con ‘ilienza’): Mattarella, realisticamente, si sta dimostrando – non me ne vogliamo i socialisti ancora in vita e quelli riciclati – un presidente molto più “importante” del buon vecchio partigiano con la pipa che ai mondiali sentenziò “Ormai non ci prendono più!”. In realtà, come c’insegna la storia dell’ultimo venti-trentennio, c’hanno preso (e ripreso) e come, sì, ci hanno doppiato più volte e c’hanno aspettato al varco per ricordarcelo. C’hanno preso, e armati di un bastone a forma di euro ce le hanno date di santa ragione a ritmo di spread, agenzie di rating e bacchettate di varia natura.

E che dire della retorica del triplo “Campioni del mondo!” di martelliniana memoria, con cui campiamo di rendita dall’82 (al netto delle successive vittorie meno storicamente romantiche e ancora troppo fresche per risultare nostalgiche), come se una nazione potesse ricevere il necessario carburante morale e organizzativo, la spinta propulsiva per evolvere in maniera costruttiva, solo dall’entusiasmo derivante da una finale vinta. L’Italia, anche per tradizione cattolica oltre che per un fatalismo genetico, è un paese che crede molto nei miracoli (definiti “all’italiana” per il loro carattere di unicità), e non parlo solo del culo dimostrato ai rigori! Ci vuole culo anche a passare su ponti che forse crolleranno mentre passano “gli altri”, basta che vada bene a noi! Per la giustizia terrena c’è tempo (molto tempo) e ci penserà la magistratura che con lentezza tutto risolve.

Art.1: “L’Italia è una repubblica fondata su Techetechetè!”; hanno preso la massima “non c’è futuro senza passato” e l’hanno cronicizzata, l’hanno instupidita, perché non hanno altro da offrirci, perché le idee sono finite (a monte) e non sanno cosa metterci nel piatto televisivo, che è il primo in cui andiamo a ficcare il naso quando abbiamo fame. La soubrette morta diventa occasione succulenta per un revival nazional-popolare a suon di Padre Pio, fila sotto il sole per omaggiare il feretro e vecchi filmati in cui comici toscani parlano di ‘pucchiacca’; la nostalgia guarisce tutto e un paese come l’Italia che già prima della pandemia si trovava nella terapia intensiva delle idee, ora è come la sposa cadavere di Tim Burton: sembra viva, le danno un belletto fatto di Next Generation EU, ma di tanto in tanto le casca fuori dall’orbita un occhio, una funivia, una strada, un ponte, una montagna che frana dopo un po’ di pioggia…

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Padri morenti

eYlNy

a Cormac McCarthy

Ad ogni schiarirsi di voce
che è quasi tosse nel silenzio
sfiorate da plettri invisibili
vibrano solidali nell’aria
le corde della chitarra appesa al chiodo
polverosa come anni senza musica.

Vorrebbe cantare di mondi oscuri
inceneriti dagli eventi,
ma è muta testimone di guerre
senza macerie, prive di gloria
nel pianeta in ripresa.

Lunga è La strada
dei padri morenti,
perdiamo pezzi sul ciglio del domani
capitoli di storia e di noi
sperando nel riverbero
d’anime lucenti, nell’assenza
comunque presenti.