versione pdf: Quel luogo interiore chiamato “Casablanca”

Sì, è vero: Casablanca è innanzitutto un luogo geografico, un punto ben preciso sulla cartina del Marocco; ma è anche un luogo interiore, la materializzazione di un buen retiro per tempi storici difficili, il rifugio esotico e raffinato per fuggitivi, perseguitati e disadattati, per quelli che giocano alla neutralità politica e ideologica ma che neutrali non lo sono mai per davvero, per la razza degli “ubriaconi” che vorrebbero vivere parallelamente ai fatti storici senza mai incrociarli, gente votata all’oblio volontario e in cerca di un nascondiglio, alla dimenticanza di se stessi e dei propri dolori, almeno fino a quando quei dolori non si ripresentano fisicamente alla loro porta.
A immortalare, seppur indirettamente, Casablanca quale luogo interiore ideale, c’ha pensato l’omonimo film del 1942 diretto da Michael Curtiz. In quella sorta di “terra di mezzo” le notizie sulla seconda guerra mondiale sono come onde di un mare insanguinato che raggiungono la riva di una dimensione apparentemente risparmiata dalla distruzione ma di fatto sospesa sul baratro in compagnia del resto dell’umanità. Tra fiumi di alcol e gioco d’azzardo, una certa tipologia di esseri umani attende qualcosa, è gravida di eventi in grado di salvarla o di condannarla definitivamente. Ma non basta un locale accogliente, fumoso e con della buona musica, per sfuggire alla Storia e a se stessi, per attuare un distanziamento politico e sentimentale: i fantasmi del passato e quelli ancora più crudeli del presente, raggiungono anche il più ostinato dei fuggitivi che vorrebbe annullare se stesso e la sua memoria auto-relegandosi in una fragile condizione di sospensione spazio-temporale che di fatto si rivela effimera quando riappare sulla scena il motivo-madre della fuga: Ilsa Lund (Ingrid Bergman), simbolo dell’amore incompleto e per questo motivo destinato a diventare nostalgicamente eterno. “Con tanti posti nel mondo proprio qui dovevi capitare?” chiede Rick Blaine (Humphrey Bogart) a Ilsa: l’elogio della fuga va in fumo; il rifugio dal passato è stato violato; l’alibi dell’ubriacone disinteressato al mondo e alle sue pazzie dettate da totalitarismi e guerre, è saltato; non esiste bottiglia di whisky abbastanza grande dietro cui potersi nascondere.

Casablanca, che fino a quel momento era come una sorta di “Shangri-La africana”, un luogo per l’auto-esilio dei sentimenti, una temporanea “terra di nessuno” in cui sopravvivere senza interessarsi ai tumulti nel resto del mondo e coltivare una finta neutralità, diventa inavvertitamente il palco principale delle vicende personali e belliche. Nessun luogo è del tutto schermato, e quando la vita e la Storia decidono di irrompere, irrompono… In realtà la scelta di Casablanca da parte di Rick è una scelta falsamente isolazionistica, perché Casablanca è un luogo di passaggio, è un crocevia affollato da chi fugge e da chi fa finta di voler restare; chi vuole veramente disinteressarsi alla Storia non sceglie un posto simile. Rick, come tutti gli altri fuggitivi con cui entra in contatto, è anch’egli in attesa di qualcosa anche se non ammette di essere in attesa e soprattutto non sa, a livello cosciente, cosa attendere: dietro l’apparente immobilismo del personaggio, c’è un uomo che inconsapevolmente attende la sua occasione per evolvere, per sbloccarsi dalle sue rassicuranti convinzioni che lo tengono al riparo dal coinvolgimento con qualsiasi movimento geopolitico e dal riemergere del passato.
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