Le donne vanno giù di rosario
dalle finestre della chiesa spiragli
di un infinito un po’ barocco
che tiene compagnia ai vegliardi
prima dell’ora fatale e della sera.
Ed io che vorrei uno scuro baccello
tutto mio quando la vita incalza
e la luce senza chiedere trafigge
gli intenti, solo pensati su carte
trascurate come figli non voluti.
Più di dieci anni fa tentai di intervistare in carcere, per via epistolare, Unabomber: l’intervista (ne ero consapevole già all’epoca, ancor prima di ricevere il diniego ufficiale da parte delle autorità carcerarie) non si concretizzò a causa di una serie di motivi non dipendenti dall’intervistatore né, credo, dall’intervistato che, almeno in passato, è sempre stato abbastanza “generoso” con altri interlocutori in termini di comunicabilità epistolare con il mondo esterno; motivi “istituzionali” che raccolsi in un post pubblicato sul mio blog dell’epoca: “Nigricante”.
Nel rileggere a distanza di tempo i quesiti che avrebbero dovuto dar vita all’intervista e il “cappello” a questa, non posso ovviamente non notare una generale ingenuità da parte mia (ingenuità che, mi auguro, non abbia intaccato l’urgenza ancora irrisolta di quelle domande e l’importanza socio-culturale legata a esse) e soprattutto è evidente come il fenomeno dei cosiddetti social sia del tutto assente nella formulazione dei miei interrogativi in quanto ancora agli esordi e non incisivo come ai nostri giorni; fenomeno che oggi vedrei bene di includere nei punti dell’intervista riguardanti le ragioni di un certo tipo di influenzabilità sociale.
L’intervista mancata a Ted Kaczynski alias “Unabomber”
Alcuni mesi fa, interessandomi di Singolarità Tecnologica e dei “rimedi” proposti da chi vede nel fenomeno una seria minaccia per l’umanità, ebbi l’istintiva e per certi versi incauta idea di scrivere una lettera-intervista al detenuto Theodore John Kaczynski, tristemente noto anche come Unabomber, rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Florence (Colorado – U.S.A.) dove sta scontando l’ergastolo senza alcuna possibilità di sconti di pena o altre agevolazioni riservate a quei prigionieri capaci di avere nel corso degli anni una cosiddetta “buona condotta”.
Theodore John Kaczynski is flanked by federal agents as he is led to a car from the federal courthouse in Helena, Mont., Thursday, April 4, 1996. Kaczynski, the suspected Unabomber, was charged with one count of possession of bomb components. (AP Photo/John Youngbear)
Lo scopo della mia lettera-intervista (Ted Kaczynski in questi anni di detenzione ne ha ricevute migliaia di lettere, certamente non tutte approdate nella sua cella) era quello di approfondire le tematiche decisamente interessanti, nonostante i metodi illogici e disumani adottati dal nostro ecoterrorista, contenute nel Manifesto di Unabomber (titolo originale: “La Società Industriale e il suo futuro“). Un “saggio” costituito da 232 punti in cui è riassunto, a volte in maniera lucida, geniale e convincente, altre volte scadendo in passaggi ingenuamente farneticanti, l’intero pensiero socio-ecologico, tecno-scettico quando non apertamente luddista, e rivoluzionario dell’ex matematico di Harvard e Berkeley.
Allegata alla lettera-intervista una copia del mio breve saggio “La bistecca di Matrix”: una specie di piccolo “dono” o, se preferite, uno “scambio di opinioni” su questioni di interesse umanistico affrontate in maniera diametralmente opposta a quella di Kaczynski: boicottare in maniera pacifica… scegliendo! Dopo alcune settimane ecco arrivare la tanto agognata risposta ma non da parte di Kaczynski, bensì da parte dell’istituto penitenziario.
Sospesa è l’umida notte
su strade di freddo vapore,
le ore esanimi
di muta nebbia calano
contro chiuse speranze e chiese
immemori di salvezze promesse,
un’afona luce marziana
esonda dal cielo morente
di paterni coprifuoco
penetra nei silenzi
serrati dietro porte insicure, questa pace
assurda come di quaresima
senza credenti da benedire
assorto nell’assenza
di vita, non chiedi più
al sordo Golgota
la natura del tuo esilio.
Non sederti dal lato fragile della musica
quando stai bene e sorridi,
osserva stupita gli angoli inediti della stanza del figlio
quando il sasso della tristezza ti opprime il petto,
scoprirai oggetti sconosciuti e meravigliosi
in bilico sul presente che frusta la pazienza
arazzi mai sbattuti al sole del passato
punti di vista di quando non porti solo il caffè
puntuale come i treni dell’infanzia.
Di tanto in tanto un pianto ribelle e una goccia chimica
per stare a parlare tra noi, tentare un dialogo calmo,
le musiche che amavi, il mio suono di flauto giovanile
prestato a raminghi santi di strada
sono diventati motivo di facili lacrime,
il corpo e la mente chiedono venia
ma riscuotono la parcella da antichi dolori custoditi
di notte la danza del sonno dei figli intorno al talamo
e nell’alba la speranza di un giorno diverso,
spiarti e tremare dietro le quinte dei malanni
come genitori dinanzi ai primi passi
di una prole al contrario.
Non ho da fare come credevi,
puoi restare quanto vuoi!
Inutili sono le cose del mondo
se l’urgenza riguarda l’essenza.
Congelo attimi e gesti
per le carestie del futuro,
regalami il tuo sguardo sperduto
i sensi di colpa per chi ti sta attorno
gli occhi ingranditi dai vetri
mentre osservi nostalgica
il traffico in strada di gente mascherata
che non attende chi resta indietro,
regalami le mani rabbiose per guarigioni in ritardo
il gioioso passo insicuro verso il confessore
la preghiera smorzata dalla sfiducia
la grigia testa di passerotto vegliardo
in cerca dei sereni nidi dell’anima.
C’ero anch’io a Hiroshima
quella mattina d’agosto,
la speranza del quotidiano
evaporava tra le dita
insieme a corpi ingenui.
Orgogli imperiali
abbattuti a suon di atomi,
non resta che l’ombra
del tuo respiro amoroso
sulla pelle dell’anima.
Per tornare a vedere insieme le cose trascurate vorrei che la tua anima lontana abitasse i miei occhi astinenti di squarci umidi di pioggia e verdi scoscesi persi tra fiumi e contrade nell’eterna ricerca di respiri sensati, della distanza naturale tra le genti, del silenzioso giallo profumato delle ginestre sulla strada.
Non potevo respirare senza il richiamo di campane da colline immerse in cieli vaghi,
i confini negati delle vacanze nell’altrove rimandano il passo verso i borghi dell’ovvio.
Non posso più respirare nelle nuove città bendate,
il ginocchio malsano di una storia crudele preme ancora, distratto sui polmoni ingenui della nostra libertà.
Come si combatte l’illegalità e quindi la mafia? Voi direte, giustamente, sequestrando beni, arrestando esponenti della Cupola, indagando, spezzando reti, stanando latitanti, sfruttando le rivelazioni dei pentiti, intercettando, investigando, “seguendo il denaro”, allestendo maxi-processi, emettendo sentenze, facendo Giustizia… Tutti provvedimenti attuabili e di fatto attuati dalle istituzioni, dalle forze dell’ordine, dallo Stato, e che fanno notizia.
Poi ci sono provvedimenti privati, sottotraccia, quasi banali ma che banali non sono, scelte personali che non fanno notizia, all’apparenza ridicole se pensiamo alla mafia solo come a un’organizzazione che spara e uccide e non innanzitutto come a un “atteggiamento”, a una “dittatura bianca” delle coscienze che si presenta in giacca e cravatta con piglio dirigenziale.
Dal balcone del confino
osservo in strada la benefica assenza
di persone e mezzi.
Traffico zero illuminato
dai lampioni di una notte calma.
Natura immobile e oscura
interrotta dai finestrini veloci di un treno
sotto il cielo sereno e stellato
dell’autunno che concede grazie
agli esuli sulla via del ritorno.
Sento gli echi ammalianti
di finte opportunità perdute
provenire dai grandi centri
dell’umanità inscatolata e sveglia
“lì dove tutto accade
ed è un peccato perderselo!”
Tra neon e anatomie eleganti in metrò
motori diretti nel caos che conta
e piazze gremite di eventi,
un nulla sapiente mi richiama all’ordine
verso la verità e i suoi silenzi parlanti.
Quello che per voi è il centro del mondo
per me sarà la periferia della ricerca.
Il vuoto è l’origine del vero,
dove la mente che non immagina si dispera
nel punto in cui l’aria ferma della notte
rasserena gli animi dei non pentiti.
Un paese come lingua di lava vibra nel buio
sulla collina nera del suo vedere infinito,
sembra galleggiare nel cielo notturno
appeso alle stelle e ai pensieri di chi non dorme.
L’essere al centro non vi salverà
dagli incubi della vita che manca.
Seguire il momento
andare e venire
tra il vuoto e la città
come in un pendolo esistenziale
oscillare
cercando bolle semplici d’inesplorata felicità,
imprigionata nelle contrade dell’altrove.
Gli abiti usati in battaglia
reclamano azione pura
dagli armadi del tempo,
crollano le eroiche carni
testimoni graffiate di sovrumani
fatti, se immobili e sazie
ritornano vincenti all’amata
dimora dei gesti di pace,
alla pelle di lei, alle promesse,
ai lavori del congedo, alle armi
quotidiane
deposte prima della follia.
Come un dolce tarlo
dopo armistizi sognati
divora la ferma divisa
dei troppi giorni felici.