La verità, il tempo e il fiato del romanziere: su “Angeli” di Massimo Ridolfi

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Che cos’è la verità? È un insieme di certezze a cui ci abituiamo fin dall’infanzia e a cui ci aggrappiamo avidamente nel corso dell’esistenza per timore di cambiare, di conquistare un nuovo e inizialmente più scomodo punto di vista? Oppure è una rivelazione donata dall'”alto” o da imperscrutabili poteri terreni? Per i materialisti la verità è riassumibile in tutto ciò che i nostri sensi riescono a registrare: un oggetto tangibile, una trasformazione scientificamente riproducibile, un fatto che accade a pochi metri da noi; se avviene a beneficio dei nostri sensi allora è vero e la nostra esperienza diventa verità incontrovertibile. Oggi cominciamo a sapere, grazie a una serie di studi “esoterici” che si collocano tra la fisica e la metafisica, che neanche questa certezza è inattaccabile perché ciò che i nostri sensi registrano viene a sua volta rielaborato artificiosamente dal cervello e presentato al cospetto della nostra logica sotto forma di “convenzione”: quel che noi umani vediamo non è uguale a quello che vede una mosca o un gatto; la realtà vista da una mosca è diversa dalla nostra realtà. C’è addirittura chi parla di “universo olografico”: quella che noi chiamiamo “realtà” sarebbe una proiezione olografica, secondo le teorie di Bohm e Pribram… In poche parole noi ci accontentiamo di ciò che i nostri sensi e la nostra logica percepiscono e catalogano come esperienza vera. Tuttavia, dietro il “telo cinematografico” su cui vengono proiettate le immagini di una verità a cui siamo ormai affezionati, si svolgono altri fatti, si sviluppano ulteriori processi che sfuggono ai nostri sensi e alla critica: si tratta di sub-verità non meno importanti e determinanti alla formazione di una verità finale che in molti rifiutano di assimilare perché significherebbe ammettere una cecità esercitata ad oltranza.

Ma in tutta questa “ricerca filosofica” riguardante la verità, la letteratura che ruolo mai potrebbe svolgere? L’invenzione letteraria non ha mai avuto l’intenzione di trasmettere verità dogmatiche bensì di rappresentare artisticamente, di raccontare ai lettori – attraverso una serie di fatti affidati al tempo che sempre per convenzione definiremo “trama” – quel lento processo esistenziale che condurrà alcuni personaggi inventati alla scoperta di un’entità astratta (ma concreta nei suoi effetti sia positivi che negativi) a cui abbiamo dato il nome di “verità”.

Per realizzare tutto ciò un romanziere dovrebbe avere le idee chiare fin dall’inizio su come incanalare nel tempo le varie componenti che incasellandosi alla fine andranno a concretizzare la suddetta verità. E oltre alle idee chiare ci vuole fiato! Ovvero la capacità di “vivere” (anche correndo, se è il caso!), insieme ai propri personaggi, il tempo di realizzazione di quel processo filosofico-esistenziale che porta alla verità. Ed è quel che accade in “Angeli”, corposo romanzo dello scrittore teramano Massimo Ridolfi (ed. Letterature Indipendenti, 2025); un romanzo a “lunga gestazione” e soprattutto a lunghissima decantazione, come vuole una certa regola scritturale ormai in disuso in quest’epoca di “instant book” e di altre pubblicazioni “umorali” a impatto letterario effimero. Anche la decantazione applicata alla scrittura è a suo modo un processo di raggiungimento della verità: le parole, così come i fatti e le persone incontrate nel corso dell’esistenza, hanno bisogno di decantare, di starsene per conto loro attraverso gli anni, a macerare nel silenzio e nel distanziamento: è singolare notare come la gestazione/decantazione di questo romanzo da parte di Ridolfi coincida su per giù con lo stesso numero di anni – più di venti! – che occorreranno a uno dei protagonisti principali della storia – Matteo – per ricostruire lentamente e finalmente toccare la dolorosa verità a cui si accennava. Ovviamente non esiste un numero perfetto di anni, non c’è una regola fissa che vale in tutti i casi, ma una cosa è certa: uno dei protagonisti latenti più importanti di questo romanzo è senz’altro il tempo; questa dimensione imprendibile, appena appena quantificabile attraverso orologi e calendari, che tanto ci fa disperare per la sua irreversibile fuga verso la fine del nostro vissuto, è forse l’unica alleata onesta che possiamo sperare di avere al nostro fianco. Solo il tempo, infatti, è in grado di fornirci quella distanza necessaria per confrontare, dipanare, capire, selezionare, ricercare, e infine scegliere – tra le nebbie illusorie dell’educazione e delle autoconvinzioni – di vedere una verità che avevamo da sempre sotto gli occhi ma non riuscivamo a percepire, o non volevamo percepire. Perdersi la verità è facile ed è solo grazie a un costante allenamento al dubbio che possiamo raggiungere la luce autentica e ustionante del vero. Il romanziere con il suo fiato scava attraverso gli anni insieme ai suoi personaggi fino alla fine e partecipa alla loro trasformazione umana.

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Sono ancora troppo vivo


Sono ancora troppo vivo,
forte è il richiamo da sentieri erbosi
minacciati dal catrame di strade solinghe,
ardua è la ricerca di una voce
di uno stile tra sospiri notturni
ansiosi di suggerire parole lontane dal caos
e il fascino ambiguo di un lavoro clandestino,
bivio tra esistenze inconciliabili ma reali.

Sono ancora troppo vivo
per badare al rumore illusorio dei numeri
alle asfissianti catene delle non vendite,
la vera scrittura, strumento per private verità
non si piega alle logiche di mercato
quando è legata alla vita e al creato.

Sono ancora troppo vivo
signore lettrici, signori lettori
per meritarmi il titolo di poeta,
troppo isolato, intento a essere libero
perché mi leggiate…

Aspettate almeno che muoia, sant’Iddio!

Come ricevere una copia di “Elegia del confino”…

Due sono i modi per ottenere una copia di “Elegia del confino” di Michele Nigro (ed. Letterature Indipendenti, collana “Corale di voci altre” – 2024):

  • ordinandola su Amazon: cliccando QUI!
  • richiedendola via e-mail direttamente all’Autore con dedica personalizzata e a prezzo calmierato (sconto del 15% sul prezzo di copertina riportato in Amazon; spese di spedizione INCLUSE): scrivendo a mikevelox@alice.it

Buona lettura

Hanno detto di “Elegia del confino”…

Alcuni autorevoli “beta lettori”, dopo la prima stesura inviata tempo fa in lettura, hanno così valutato “Elegia del confino – un diario in prosimetro”, oggi pubblicato con le edizioni “Letterature Indipendenti” – Collezione Poesia Italiana Contemporanea – 2024, collana “Corale di voci altre” curata da Massimo Ridolfi..:

“… È interessante il percorso tra prosa e poesia che compie, già a livello strutturale. La sua prosa coinvolge e stravolge al contempo, è poetica e filosofica, implica rimandi a letture molteplici. A loro volta i versi non stridono mai nella forma con quanto segue o precede (un problema del prosimetro e di ciò che si avvicina ad esso, nonché le critiche che spesso si fanno al genere, consiste proprio nello scollamento tra le parti e la tenuta fittizia tra quel che si considera prosa e quel che si considera comunemente poesia). Nel suo caso si tratta di un testo ‘letterario’ di grande spessore…”.

Dott. Giuseppe Manitta (scrittore, poeta, saggista, critico letterario)

“… Ritengo che si tratti di un’opera veramente notevole, sia per originalità nell’approssimarsi ad un argomento certo non facile (il confino come esclusione ma anche come scelta, come “sguardo obliquo” sul mondo), sia per eleganza di scrittura. Esiliato è chi non si conforma e che dunque viene escluso dal sistema, ma esiliato è anche colui che, non conformandosi, volontariamente si pone ai margini del sistema. Si tratta di un libro di disvelamento e disincanto, potremmo anche dire di critica storico-sociale e di scavo interiore. Vi si riscontrano suggestioni “mitteleuropee” e quadri di vita quotidiana, nonché immagini di interiore idealità. Un libro comunque difficile, che richiede non indifferente attenzione intellettuale e “buona disposizione” d’animo…”.

Dott.ssa Annamaria Bigio (editor, scrittrice, saggista)

Per leggere “Elegia del confino”: QUI!

Nota a “La segreta isola di sale” di Emma Pretti

Quella di Emma Pretti è una poesia che racconta (“Nessun particolare inutile, solo narrazione, / potente e tormentosa”), che ha bisogno di riesaminare e tradurre le vicende passate e presenti al fuoco di una parola immaginifica in grado di ripresentare all’autrice e ai suoi lettori, sotto una nuova luce, “tutte le impressioni che ho avuto in questa vita”, per dirla alla Battiato. Nella raccolta La segreta isola di sale (puntoacapo editrice, 2023), Emma Pretti non ha timore di sperimentare: dal verso libero tradizionalmente inteso a vere e proprie pagine di prosa poetica, l’autrice ha come solo obiettivo quello di rappresentare la vita, senza artifici metrici, belletti, accorgimenti per non offendere i puristi del verso; perché “la poesia dell’inverno / sta nel semplificare” per “lasciare orme / semplici e affascinanti” ma mai banali. Compagna costante in questo viaggio è la natura con i suoi meravigliosi fenomeni che ben rappresentano gli stati d’animo di chi scrive: il vento che scuote i rami degli alberi è lo stesso che agita l’animo del poeta. La poesia che dà il titolo alla raccolta, contiene tutti gli elementi principali della poetica di Emma Pretti: lo stupore primordiale per le cose della natura, il loro essere simboli estemporanei di ben altri processi interiori, di “domande a raffica” che emergono durante la notte seguite da “una grandinata di risposte”, la speranza nel sole che sempre ritorna a illuminare le scaglie di sale formatesi dopo che l’acqua della tempesta notturna è evaporata.

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“Fenomenologia della poesia facile” su Il Mangiaparole n.22

Il mio articolo intitolato “Fenomenologia della poesia facile. Dalla neolingua alla neopoesia” (già pubblicato qui e qui) è stato riproposto sul n.22 del trimestrale di poesia, critica e contemporaneistica “Il Mangiaparole” (Edizioni Progetto Cultura, Anno VI). Ringrazio la Redazione e il Direttore Matteo Picconi per questa opportunità e per l’accoglienza.

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Davide Morelli su “Carte nel buio”

Un grazie sentito al poeta, saggista e critico letterario Davide Morelli per queste sue parole come sempre competenti e importanti sulla mia raccolta “Carte nel buio”… E un grazie anche a La Gilda dei Lettori per aver pubblicato la recensione…

PER LEGGERLA: QUI!

“Carte nel buio” su Margutte

Un grazie a Silvia Pio e alla redazione di “Margutte” (Non-rivista online di letteratura e altro) per aver presentato alle sue lettrici e ai suoi lettori – all’interno della rubrica La Voce di Calliope – la mia raccolta “Carte nel buio”

Per leggere l’articolo/segnalazione: QUI!

Su “Became”, racconto ‘in fieri’ di Sandro Battisti: una nota pioniera di Barbara Anderson

Quella di seguito riportata è una recensione in anticipo sui tempi. Ne sono venuto in possesso attraverso vie collaterali e riguarda il nuovo lavoro di Sandro Battisti, ambientato nell’Impero Connettivo, che lo stesso autore sta ancora editando; la recensione alla prima stesura è a cura di Barbara Anderson, che redige recensioni sul conosciuto blog Les fleurs du mal, ed è una testimonianza in embrione di ciò che normalmente è precluso ai lettori: le bozze di lavoro. La particolarità di questa novelette è che inserisce nella saga dell’Impero Connettivo il concetto del sesso quantico, ovvero dell’estensione sessuale che si muove attraverso una quantità trascendentale di dimensioni postumane.
Lo scritto, Became, sarà pubblicato presumibilmente nell’inverno prossimo dalla casa editrice Delos Digital, nell’ambito della collana L’Orlo dell’Impero che racconta gli eventi dell’Impero post Premio Urania, riconoscimento che l’autore ha vinto nell’edizione 2014; a ognuno quindi il suo giudizio e, soprattutto, non vedo l’ora che la novelette venga pubblicata, così da leggerla. Immergetevi nei dettagli della Anderson, estremamente attenta e precisa nel descrivere le sensazioni, e buon hype
PS – Silvio Sosio, quante recensioni hai letto finora di bozze ancora da sistemare?
Barbara Anderson, farai anche una recensione al libro ufficiale, così da tracciarne le differenze?
Became, Sandro Battisti. A cura di Barbara Anderson
Quanto è complicato recensire un romanzo e una storia che ci è piaciuta molto?
Tantissimo perché ci sarebbero tante cose da dire, da spiegare, da raccontare e quando le emozioni implodono dentro diventa complicato sezionare, scindere e dividere le sensazioni e le emozioni categorizzando in comparti stagni in modo da poter fare un’analisi accurata del tutto.
E io non posso scindere quello che per me è bello nella sua integrità.
Premetto che adoro la scrittura di Battisti, che trovo pura arte comunicativa dell’anima e dell’immenso.
Ho scoperto il suo impero connettivo, luogo dal quale non riesco a staccarmi mai, perché è l’unico posto letterario in cui mi riconosco e mi riscopro immersa in un’immensità di energia in espansione verso l’esplorazione di nuovi universi partendo da quelli interiori seppur ormai gli abitanti di Nefolm sono postumani e io sono una forma quasi Neanderthal dell’essere umano.
Ho avuto il privilegio e l’onore di leggere questa storia quando ancora era allo stato grezzo, ancora intoccata, non modificata, pura nella sua vera essenza; così come era trasudata dalla mente del suo autore.
Entrare nell’intimo di un prodotto artistico è qualcosa di assolutamente magico e speciale, un onore di cui faccio immenso tesoro poiché mi permette di capire il modo in cui l’autore lavora, sviluppa le idee, di come una storia nella mente di un uomo diventa (became) un prodotto finale; una storia avvincente ed emozionante. La sua trasformazione.
Con Battisti di questo si tratta, di trasformazione, di comunicazione, di visione, di espansione.
Le connessioni dell’impero connettivo avvengono attraverso la comunicazione, gli scambi di dati non solo tra individui ma anche tra oggetti, luoghi e cose. Tutto è collegato, tutto comincia e prosegue con tutto.
La percezione fisica e psichica è qualcosa che supera il concetto di materia e di tempo ed è negli spazi che restano aperti gli accessi ad altre possibilità, ad altri universi paralleli, vicini e lontani.
Nello spazio ma anche all’interno della nostra anima, dei nostri sogni, degli anfratti inesplorati della nostra mente.
Il messaggio di Battisti arriva attraverso un linguaggio forte, intenso, profondo, complesso magari per un lettore inesperto non abituato a un lessico così ricercato e particolarmente bello.
Dal primo romanzo che lessi di questo autore rimasi subito incantata proprio da quella forma di linguaggio che diventava la pura essenza del messaggio linguistico verbale, iconico, visivo, mimico, gestuale ma possono delle parole racchiudere anche la fisicità? Oh sì che possono soprattutto se le parole vengono utilizzate con peso e leggerezza, come vettori che trasportano informazioni di aggiornamento a un software ormai datato che ha bisogno continuo rinnovamento e io sono un software che non sono mai riuscita a caricare in questa realtà in cui vivo.
Le storie di Battisti non sono solo caleidoscopiche fantasie, non sono solo fantascienza, non sono solo il frutto di una personalità weird.

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“Carte nel buio”, postfazione di Emma Pretti

versione pdf: “Carte nel buio”, postfazione di Emma Pretti

Da una panoramica a volo d’uccello appare fin troppo evidente che, dal futurismo in poi e a fortune alterne, la poesia si è costantemente impegnata a reclamare il diritto di svincolarsi dalle briglie e dai legacci di una classicità che la costringeva a schemi rigidi, soffocando la sua naturale inclinazione a una particolare forma di “selvaggità” a cui aspira da sempre senza però concedersi mai completamente.

Comunque è alla fine degli anni ‘50, sotto la spinta dei giovani poeti della beat generation – e proseguendo nel clima ribollente dei tumulti studenteschi, sociali e politici – che la poesia sfonda molte porte, sgancia le briglie, fa saltare tutti i paletti che la circoscrivono, diventa visionaria e visiva, allucinata e allucinogena, sociale, femminista, sessualmente sfrenata, sfuggente attraverso l’assimilazione di linguaggi e idiomi che non aveva mai preso in considerazione. Nomi come Gruppo ‘67, Balestrini, Sanguineti, Zanzotto, Spatola – solo per citarne alcuni – ne gonfiano le potenzialità più spregiudicate, dando vita a una produzione poetica che rimane comunque astrusa e lontana dalla realtà, schiacciata nei suoi intenti dall’eccessivo sperimentalismo. Il lirismo coesiste ma si fa criptico e compiaciuto della sua enigmaticità. Un’epoca senz’altro elettrizzante e ricca di attese, ma non così decisiva, come dimostrerà in seguito, e impattante come avrebbe voluto essere.

Tutte le rivoluzioni alla fine sfiammano e si ridimensionano, segue una sorta di “restaurazione” che addirittura muove passi indietro, conservando tuttavia alcune delle istanze e aperture conquistate in precedenza.

È sufficiente dare uno sguardo alla odierna produzione poetica per renderci conto di quanta retrospettiva sia intrisa la poesia contemporanea che oscilla, con le dovute sfumature e cambi di registro, tra un neo-petrarchismo sentimentale e un neo-crepuscolarismo intimo e carico di memoria, rimpianto, mestizia: ancora e ancora cose sfuggite in lacrimevoli tramonti. Ormai la retromania colonizza musica, cinema, social, abbigliamento, arti varie; perché non la poesia? In fondo le epoche precedenti rappresentano un grande mercatino dell’usato: alla fine ci troviamo di fronte a una produzione poetica vintage con nostalgia e memoria assunte a feticcio e tormentone della nostra epoca.

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“Carte nel buio”, nota di lettura di Franca Canapini

la casa del vento - nota di Canapini

Una bella e sentita recensione di Franca Canapini, che ringrazio profondamente, alla mia raccolta “Carte nel buio”

Per leggerla: QUI!

3 domande (e una breve nota) a Mariano Lizzadro

versione pdf: 3 domande (e una breve nota) a Mariano Lizzadro

È un incontenibile flusso di coscienza, questa nuova e inebriante raccolta di componimenti del poeta lucano Mariano Lizzadro, che oltrepassa la diatriba stantia sul confine tra prosa e poesia. Nel pensiero fluido di Lizzadro tutto è poesia, tutto è immagine incandescente che prende vita dalla realtà dei sensi, dalle emozioni più intime di un animo poetico che come radar di carne e ossa tutto capta, tutto cattura come pellicola fotografica esposta all’esistenza. Lizzadro è un fiume silenzioso di parole che travolgono l’intimità quotidiana, apparentemente scontata o già conosciuta. La forza descrittiva di questa raccolta è assordante ed è catartica nel suo non lasciare tregua al lettore. La natura, gli elementi più semplici, la sensualità cercata o vissuta, tutto partecipa alla creazione di versi che fanno amare la vita, le sue disperate bellezze e persino il dolore più intimo e antico. Lizzadro parla della solitudine delle periferie, della malinconia serale e notturna, dei ricordi che torturano, ma un poeta non è mai veramente solo perché le sue parole sono lacci archetipici che lo legano alla terra, all’umanità, ai fatti crudeli del mondo, alle persone conosciute e sconosciute, ai fenomeni naturali che parlano dell’anima e all’anima. Come affermato dal grande poeta lucano Alfonso Guida in prefazione: “Qui, tra questi affreschi di silenzio, tra queste siepi di filo spinato, spunta la notte”. Ed è una notte che tormenta ma ispira, che mette a pensare con dolore ma eleva gli animi dell’autore e dei lettori. Lizzadro ringrazia le parole e le benedice perché lo liberano, lo definiscono, lo informano su sé stesso e sul mondo, senza mai pretendere di capire o capirsi. Ma le parole vogliono in cambio qualcosa, vogliono un giusto peso da dare al loro suono: se le nutri col giusto suono non sai dove possono portarti. Un poeta non può essere prigioniero dell’attualità perché appartiene a tutti i tempi e dimora in ogni dove, anche quando è “segnato da un limite”. (m.n.)

Mariano, leggendo la tua ultima raccolta – “La mia testa sobria si occupa di attualità” –, ho avuto come l’impressione che stavolta il flusso di coscienza, già presente nella tua poetica, abbia rotto gli argini, si sia liberato da alcuni freni inibitori per correre libero nelle praterie lessicali e sonore della parola. Potresti fornirci una tua chiave di lettura e a margine spiegarci anche questo titolo originale – che è il verso di un tuo componimento presente nella raccolta – abbastanza insolito per una silloge?

Grazie Michele per la tua amicizia che è già di per sé un dono. Ci tengo a dire di primo acchito questa cosa che esula dalla tua domanda, ma mi ronza in testa da tanto tempo. Ci sta in giro un equivoco di fondo sull’idea di creatività. Molti, fra cui mi ci metto per primo io, hanno pensato in passato e qualcuno lo pensa ancora, mi dispiace per loro, che la creatività sia quel piccolo bagliore, quella luce che ogni tanto si accende dentro ognuno di noi ed è questo un grande equivoco. Mi spiego, sono d’accordo con chi dice che senza quel bagliore, senza quella piccola luce che si accende dentro non ci può essere niente, questo sia in poesia ma anche in ogni campo della vita. Cioè quella luce è fondamentale, quel bagliore è importante, ma non basta. Bisogna studiare, studiare e studiare, dedicare tempo e passione a quello che si fa e poi disimparare. Per non tirarla a lungo anche un contadino conosce i tipi di piante, il tempo della semina, le fasi lunari, i tempi in cui certe piante vanno piantate, innaffiate e trattate, ma la sua conoscenza è pratica, l’ha appresa osservando e la mette in atto. Questa, secondo me, è la creatività, talento e tanto studio. Dato questo per assodato. Ho avuto la fortuna di poter scambiare qualche parola in questi anni con diversi amici, da cui ho appreso che non siamo padroni di ciò che diciamo, siamo parlati, siamo suonati, nel duplice senso di “emettitori” di suoni ma anche nel senso etimologico di “folli”. Infatti nel gergo comune si dice di una persona quando è fuori di sé che è suonato! E quindi ho iniziato questo cammino, avendo questa idea in testa. Il titolo è molto ironico in sé, però è anche al contempo un mio punto di vista, un’ammissione che finora tutto quello che ho detto era frutto di cavolate. Non siamo padroni di niente, tutto è già là, “… la mia testa sobria si occupa di attualità, dicevo da povero idiota, / tutto è già nell’anima e nel corpo…” così mi sembra che dico ad un certo punto. Devo tutto questo alle chiacchierate che faccio con tutti i miei amici, ma in particolare ad Alfonso Guida e a Tonino Zurlo, che lo so si infastidiranno quando e se leggeranno che ho detto queste cose, ma è così. È tutto un percorso da fare e io ho cominciato pochi mesi fa, nel mio misero tentativo di liberare la mia lingua, bisogna attraversare il deserto come dice Alfonso, in maniera seria e come dice Tonino in tono scanzonato.

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“Fenomenologia della poesia facile” su L’Age d’or…

fenom poesia facile l'age d'or

Il mio articolo “Fenomenologia della poesia facile” è stato pubblicato (con il titolo riportato in immagine) sul numero di febbraio/marzo 2024 (Anno V) di “L’Age d’or”, “… un blog-rivista online di cultura e società con l’intento di diffondere e sostenere il pensiero critico” curato da Marco PalladiniDésirée Massaroni che ringrazio… Purtroppo per esprimere questo pensiero critico (scambiato dal minus habens per invidia) in maniera coerente e senza ipocrisie si è costretti implicitamente a fare un po’ di book marketing e quindi di pubblicità involontaria a un “personaggio”, più che a un poeta, che invece meriterebbe l’oblio… 

PER LEGGERE SU “L’AGE D’OR”: clicca QUI!

Tre inediti letti da Rodolfo Lettore…

Tre miei inediti letti magistralmente da Rodolfo Lettore… che come sempre ringrazio!

Continua a leggere “Tre inediti letti da Rodolfo Lettore…”

“Ci sono più scrittori che lettori…” su Frequenze Poetiche n.38

Sul n.38 della rivista “Frequenze Poetiche” curata dall’ottimo Giorgio Moio, precisamente nella rubrica “DISCUSSIONI – INTERVISTE”, è stata pubblicata un’ampia e plurivoca risposta, ad opera di Aa. Vv. intervenuti sulla pagina della rivista su invito di Moio, alla mia “provocazione” apparsa inizialmente sul blog “Pomeriggi perduti” (QUI) e intitolata “Ci sono più scrittori che lettori…”
Il collage di risposte è stato pubblicato sulla rivista (QUI) con un titolo che in più contiene una domanda a cui non è semplice rispondere: “Ci sono più scrittori che lettori… ma chi è un buon scrittore?”
Buona lettura!

Appunti rozzi di un lettore de “Il dottor Živago” di Pasternak su Pangea.news

Il mio articolo “Appunti rozzi di un lettore de Il dottor Živago di Pasternak” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

Appunti rozzi di un lettore de “Il dottor Živago” di Pasternàk

versione pdf: Appunti rozzi di un lettore de “Il dottor Živago” di Pasternàkzivago-film

“Così tutto quello che era in lui ancora ferita viva e bruciante veniva estromesso dalle poesie e, in luogo di quella sofferenza che sanguinava e doleva, vi compariva una pacata apertura che innalzava il caso particolare a esperienza universale, a tutti partecipabile.”

(Parte seconda, cap. XIV)

È difficile uscire indenni da un romanzo come Il dottor Živago di Borìs Pasternàk, dopo averlo letto. È difficile staccarsi da quel testo, riporlo in libreria tra gli altri come se niente fosse. Ma niente non è stato. Perché? La risposta è complessa. È una storia immensa, infinita, umana ma al tempo stesso soprannaturale, terrena ma divina, storica ma universale e senza tempo. Una storia dell’umanità ma che appartiene all’infinito.

Che esistenze! Che amori! Che passioni viscerali! Che epopee esistenziali…! E che tristezza, pur nella forza che la vita dona ai suoi protagonisti. Un racconto che cresce piano piano, dall’infanzia all’età adulta, da un determinismo che tutto sembrerebbe aver stabilito al vortice dell’esistenza che ogni cosa stravolge: due classi sociali, un uomo e una donna, vanno incontro al loro destino, al fatto che la guerra e la rivoluzione li farà incontrare e darà loro l’opportunità di amarsi al di là della Storia e delle loro vicende personali. È questo il grande messaggio del Živago di Pasternàk: rispettare la propria natura individuale, la propria storia interiore e sentimentale anche se il mondo intorno va in un’altra direzione, spinto da altre esigenze verso il baratro o il rinnovamento. La critica alle intenzioni rivoluzionarie da parte di Pasternàk sono evidenti e forti, anche se narrativizzate: da qui il suo essere osteggiato in patria e la nascita del conseguente “Caso Pasternàk” intorno alla rinuncia da parte dell’autore al Premio Nobel per la letteratura e all’avventurosa storia editoriale del romanzo.

La storia tra Jurij Živago e Lara Antipova fa tornare alla mente le tante vicende clandestine di amori impossibili eppure reali, vissuti, ma inesistenti agli occhi di una visione “ufficiale” della vita. Donne e uomini, impegnati su “altri fronti”, che seguono il loro cuore e la loro riscoperta natura su campi di battaglia collaterali, condannati dalla società per eccesso di individualismo, ritenuti “fuori dalla Storia”. Lo strazio per un amore impossibile o comunque difficile da preservare (e sintetizzato nel “come faremo!” sussurrato a Jurij dalla Lara del film di David Lean). Anche Jurij, come Lara Antipova, è sposato, con prole: una doppia impossibilità, un doppio nodo su corde diverse e separate. Il senso di sospensione e di precarietà di un amore difficile ma vissuto, nascosto nelle intercapedini delle altre storie private, protetto da occhi indiscreti. Eppure quanta forza e speranza possono effondersi da storie in salita come questa descritta da Pasternàk: il viverla comunque, pur sapendo di non avere un futuro; si attinge dalla complessità di simili incontri una forza incredibile, strana, quasi crudele, ma grazie a essi si vivono sensazioni e si carpiscono segreti esistenziali che non sarebbe possibile conoscere attraverso una storia ordinaria. Forse il vero amore è quello che nasce nel dolore, tra gli attriti del reale, quello nato “mutilato”, e che insegna più cose.

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Ci sono più scrittori che lettori…

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Circola ormai da anni il mantra litanico “ci sono più scrittori che lettori!” (che viaggia in coppia con “oggi tutti scrivono!”), non lontano dalla realtà dei fatti, ma che andrebbe analizzato con più attenzione perché l’esperienza storica ci insegna che spesso gli slogan, quando sono inflazionati da un uso improprio, rischiano di perdere il loro potenziale comunicativo ed “educativo”, se ne hanno uno. Nell’analizzare tale slogan, cercheremo parallelamente possibili soluzioni al problema evidenziato dallo stesso e formuleremo riflessioni, a volte ironiche, che ci aiutino a capire un po’ di più l’articolato universo dei libri e dei loro fruitori.

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Nota di Franca Canapini a “Pomeriggi perduti”

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Una gradita e ricca nota di lettura della poetessa toscana Franca Canapini alla mia raccolta “Pomeriggi perduti”

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… Arditi tizzoni ardenti schizzati dal braciere / di Poesia / ustionarono la pelle della dimenticanza…

Corposa, coinvolgente, con un risuono classico di fondo la raccolta di poesie Pomeriggi perduti del poeta campano Michele Nigro, convinto sostenitore del valore della poesia, parola-verbo d’anima che registra il tempo e i tempi, eternandone gli attimi comunque e nonostante, anche a sua insaputa.

“Non sarà ora che le vedrai / mentre ti chiedo di leggerle / ma in un giorno qualunque / venute fuori per caso…/ ritornerai su parole ignorate / come è normale che sia / da rimasticare / eppure sempre presenti / tra pazienze impolverate / e le cose da fare / senza pretese, a sperare di essere / se stesse, nient’altro che verbi d’anima / amate per quelle che sono / umili / silenziose / già eterne a loro insaputa”. (Poesia a sua insaputa)

“… la Natura / cattiva e giusta / inventò la Morte. / Ma l’uomo / condannato a finire come tutte le cose finite / scoprì il sacro fuoco della parola. / Arditi tizzoni ardenti schizzati dal braciere / di Poesia / ustionarono la pelle della dimenticanza.” (Fuoco eterno)

Invano si cerca un filo conduttore tra un testo e l’altro della raccolta. Ogni poesia si presenta in se stessa compiuta, con le sue argomentazioni e la sua forma, adattata al sentire del momento. Colpisce il discorso spesso serrato e ipotattico, colpiscono le numerose metafore, talvolta estreme. Il filo che potrebbe unire le singole opere può essere, come afferma lo stesso Nigro in un’intervista, la vita. La sua/nostra vita fatta di esperienze, emozioni, ricordi, pensieri, visioni critiche della società contemporanea, il tutto espresso con virile spietato realismo.

In Epitaffio, dedicata a Edgar Lee Masters, si presenta come un poeta “appartato”, proiettando se stesso in  Herman Coluccio, un personaggio di fantasia:

… “Qui Herman Coluccio,

seduto in quest’angolo

del West virginia

guardando le case

dei vivi, le cose dei morti

e la campagna dei padri

in ogni stagione voluta da Dio,

ha forse vissuto

le ore più serene

(non diciamo felici)

della sua apparente-

mente

inutile esistenza

in compagnia delle fredde stelle

e di un sigaro infinito

fumante parole”.

 

C’è miglior epitaffio

Per un poeta appartato?”

In effetti, scorrendo i vari testi, emerge la figura di un uomo che vive in un luogo che sente poco stimolante, ma che, nella sua ricercata solitudine, si tiene in costante dialogo con i vivi e con i morti, con la gente semplice e con i grandi della letteratura; e, come Herman Coluccio, si concede il piacere di trascorrere “pomeriggi perduti” in compagnia di un sigaro infinito, fumante parole.

Ci dà conto del suo approccio all’esistenza l’ex ergo con i versi di Walt Whitman che invitano ad accettare il potente dramma della vita solo per il semplice fatto di esserci e poter ad essa apportare un verso: una specie di nichilismo attivo, quindi, che gli permette di dedicarsi alla letteratura e alle cose del mondo, nonostante sappia che non c’è niente per cui davvero valga la pena muoversi.

E allora eccolo “apportare versi alla vita”.

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“Spazio Lib(e)ro” a Eboli…

“Spazio Lib(e)ro”, rassegna letteraria in Eboli.

Sarò tra i lettori della presentazione del 30 ottobre…

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Tra gli ideatori e realizzatori dell’iniziativa, Vincenzo Pietropinto: nato a Eboli nel ’48 dove risiede. Laureato in Scienze Naturali e appassionato da sempre di cultura. Scrive poesie e racconti brevi e si occupa di teatro e canto. Ama la natura e la fotografia, coltiva molte passioni. Collabora con “Radio Francesco Web” (La voce della comunità di Santa Maria del Carmine e Oratorio di San Francesco in Eboli) conducendo il programma settimanale “I segreti dell’anima” dedicato a scrittori emergenti e artisti. Organizza il salotto culturale “Raffaele Pepe” in cui ospita vari personaggi, dalla letteratura alla scienza, fino alle attività sportive. Dal 2022 è coordinatore della rassegna “Spazio Lib(e)ro” in cui intervengono autori locali e regionali intervistati in varie location della città di Eboli. È in giuria e presidente di giuria in vari concorsi di poesia e narrativa.

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