
Accogli l’attimo imperfetto
la sua lezione di vita,
lascia andare per un giorno i lavori
le dimore da accudire
le carte partorite o in attesa,
anche il senso delle parole più preziose
andrà perduto nei rigagnoli del tempo,
segui il flusso della città senz’ordine
se guardi bene nei meandri
il piano c’è ed è puntuale,
è l’uomo a non conoscere
i progetti misteriosi dell’alto
i suoi singhiozzi che annullano
le piccole questioni della specie
i disegni dell’uomo cieco
casalingo a una dolce prigionia.
Lascia fare alla matrice che tutto sa
prima di noi, del tempo
della storia non vissuta,
lascia che la pioggia
bagni il previsto volto dei turisti
il loro passo in luoghi sconosciuti
che mai più rivedranno.
Non sei presente a te stesso
mentre rivisiti il consueto
percorso a memoria, d’istinto
sei ancora fermo nel passato
perché pesante è la catena
tra il prima e il dopo di lei
tra la terra quando aveva senso
e il vuoto su cui stenta l’equilibrio
il sopravviversi senza badarci,
dimenticarsi sulle strade che ieri ignoravi
tra maschere insignificanti
e la cronaca locale che riaffiora
a chiedere conto dell’indifferenza
per i piccoli fatti,
delle richieste ignorate.
Nelle pause dal darsi al mondo
ti piace ancora osservare muto
mentre scorre la città della ferita lineare,
difendere il tuo spazio più vero
l’angolo che porti dentro,
lontano dagli occhi di chiunque.
Gli strumenti sono macchine vuote
siamo noi i programmatori di valore
esseri difettosi e vibranti
sospesi tra pensieri di pioggia e carta,
tra l’intenzione di vivere
e la morte che capita mentre sorridi.
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(immagine: dal film Blade Runner 2049)



















