Tracce di Sándor Márai a Salerno

Sándor Márai (foto dal web; FONTE)

Incuriosito da alcuni articoli letti in rete e riguardanti la permanenza salernitana – dal 1968 al 1980 – dello scrittore ungherese Sándor Márai, ho voluto anch’io mettermi sulle sue tracce. Con umiltà, senza alcuna “pretesa biografica”, con lo spirito del passeggiatore pomeridiano. Non ho dovuto faticare moltissimo per ritrovare i due punti (non bibliografici) più significativi del suo passaggio a Salerno: nelle fonti che ho consultato prima di mettermi in viaggio da Battipaglia verso il capoluogo di provincia (fonti suggeritemi tempo fa da una cara e fondamentale persona, già lettrice appassionata di Márai) è riportato tutto molto chiaramente.

Prima tappa: Lungomare Cristoforo Colombo (quartiere Mercatello). Già avevo letto dello scempio compiuto nel gennaio del 2009: il busto di Sándor Márai rubato (o meglio, “scardinato”) e mai più restituito, recuperato o sostituito, lascia un vuoto “metafisico”, più che materico, in chi osserva il ‘monumentino’ guardando in direzione del mare di Salerno che da sempre accoglie in un abbraccio liquido tragedie e speranze. Si può benissimo passare dinanzi al piedistallo anonimo che lo sosteneva, senza notarlo, e andare oltre distrattamente, per poi ritornare indietro ed esclamare in un pomeriggio nuvoloso, freddo ma non ancora piovoso di gennaio: “Ah, eccolo!”. Un pezzo di marmo abbandonato, senza più la ragione del suo essere stato fabbricato e collocato proprio lì, in un ormai lontano 2006. 

Voglio pensare che i vandali (senza offendere l’omonima gloriosa popolazione germanica che diede molto da fare all’Impero Romano), riutilizzando o rivendendo il metallo del busto di Márai, siano stati almeno più “intelligenti” e affaristi degli iconoclasti dinamitardi dell’ISIS: ma è un pensiero forzato che non mi consola a lungo. A completare il comprensibile scoramento del passante, si staglia sul bianco del marmo una icastica scritta a pennarello nero, deprimente e fin troppo chiaro segno dei tempi, riportata subito al di sotto del nome “Marai Sandor” inciso all’epoca dall’artista del monumento sul piedistallo sopravvissuto; la scritta, riprodotta sui quattro lati del parallelepipedo, come a non voler perdere di vista i quattro punti cardinali dell’ottusità mentale, dice: “W Salvini”

Alla fine l’autore de “Le braci”, “La donna giusta”, “La recita di Bolzano”…, e della raccolta salernitana “Terra! Terra!… Ricordi”, ha dovuto cedere il passo (almeno nella mente dei più ignoranti!) all’eloquio pseudo-religioso (e soprattutto pseudo-politico) di quello che il giornalista Andrea Scanzi ha definito nel titolo di una sua fortunata pubblicazione “Il cazzaro verde”. Nel già mutilato monumento a Marai, ora ridotto a “Pasquino per leghisti del Sud”, la lampante sintesi di un’epoca.

Nonostante tutto, il moncone continua a guardare verso il mare (lo stesso che, in un punto lontanissimo da qui, accoglie le ceneri dello scrittore): forse c’è speranza, anche se sarebbe stato meglio se a guardare verso il mare fossero stati gli occhi bronzei dell’autore ungherese. Il “monolite”, stavolta bianco a differenza di quello immortalato nel film “2001: Odissea nello spazio”, ci intima – senza emettere suoni assordanti – un cambio di rotta culturale. Forse un giorno tutti, ma proprio tutti, riscopriremo la fortuna di aver ospitato nella nostra città, anche se per un periodo relativamente breve, ma lunghissimo per l’economia temporale di un esiliato, uno scrittore che ha scelto di vivere una parte dei suoi anni in quelli che per noi sono i luoghi di una familiare quotidianità. Forse un giorno sapremo valorizzare lo sforzo di chi ha tentato di omaggiare il passaggio di un’esistenza discreta come fu quella di Sandor Marai a Salerno.

(ph M. Nigro – 20/01/2020)

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Filosofia del viaggio

Dall’effetto adrenalinico causato dalla decisione di partire all’atto di fede di chi si mette finalmente in strada; dalla meticolosità organizzativa all’apprendimento osmotico e rilassato lungo le vie nuove, tra le folle sconosciute, percorrendo città che forse non rivedremo mai più. Viaggiare è desiderare: muovere il proprio corpo verso mete lontane, impegnarsi per raggiungere l’obiettivo, concedersi al mondo e aprire tutti i canali sensoriali per ricevere gli insegnamenti fisici e metafisici del luogo visitato.

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Vuoi riscoprire la religione dei tuoi padri? Abbandona le chiese frequentate da tua madre e immergiti nella religiosità del mondo. Vuoi imparare ad apprezzare i valori del tuo paese? Dimentica la tua provenienza, rifiuta il tuo senso d’appartenenza e perditi lungo i sentieri della terra. Vuoi conoscere i segreti della via in cui abiti? Sali su una montagna e osserva dall’alto i movimenti di chi è rimasto.

Viaggiare significa rompere le acque uterine della schematicità esistenziale, realizzare un’idea coltivata per mesi e anni, andare a toccare con mano il sogno; significa rivendicare con orgoglio la propria diversità, interrompere il controllo, imparare a sospendere il giudizio in attesa di indizi culturali, mettersi alla prova dal punto di vista caratteriale e pragmatico.

Dall’effetto adrenalinico causato dalla decisione di partire all’atto di fede di chi si mette finalmente in strada; dalla meticolosità organizzativa all’apprendimento osmotico e rilassato lungo le vie nuove, tra…

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È severamente vietato NON toccare i monumenti!

L’energia cosmica assorbita nel tempo dal monumento ritorna al suo creatore umano che diviene inconsapevolmente testimone della storia e custode di una quota esistenziale che attendeva da secoli un curioso erede di passaggio.

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Guide turistiche, manuali, mappe, percorsi didattici, audioguide multilingue, nuove tecnologie… Innumerevoli sono i modi per conoscere ciò che si osserva, per sapere tutto ciò che c’è da sapere sul monumento che trovi lungo il tuo cammino, per ‘imparare’ (ammesso che si conosca il vero significato del termine: imparare come per dire ‘nozionismo preconfezionato da altri’ oppure imparare dall’esperienza diretta?). Quante delle informazioni acquisite in maniera confusa e veloce, nel corso di una vacanza, rimarranno per sempre impresse nei nostri banchi mnemonici? Pochissime, quasi nessuna: nella migliore delle ipotesi un’immagine, un nome, qualche aneddoto particolarmente stuzzicante, anche se storicamente irrilevante. Ci affanniamo a leggere cartelli informativi per giustificare il costo del biglietto d’ingresso – vivendo nell’illusione di acculturarci – e dimentichiamo l’oggetto che è lì, davanti ai nostri occhi, presente da secoli e che ci parla con un linguaggio afono universale che abbiamo dimenticato ma non del tutto rimosso dai…

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“Il ricordo di sé”, da Nessuno nasce pulito

“Degna è la vita di colui che è sveglio”

(Franco Battiato)

Il ricordo di sé

Assente da te stesso e dal mondo
abbandoni
sotto il sole cocente di un mortale sonno mentale
gli affetti senzienti dell’esistere.
Il ricordo di sé latita dal momento presente
carne viva tra gli oggetti quotidiani
errata percezione delle cose
fatale dimenticanza
vaghiamo incoscienti come foglie meccaniche
trasportate dal vento della routine.

E non troverai al risveglio urlo o disperazione così grande
da colmare il vuoto di un’assurda memoria.

 

(tratta da “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

(nella foto: G. I. Gurdjieff)

– video correlato –

“Lode all’Inviolato”, Franco Battiato 

Vite sotterranee

E se vivessimo anche noi in una nostra attuale condizione “sotterranea” fatta di bugie e di esigenze inventate? Chi di noi ha il coraggio quotidiano di ritornare “in superficie” per andare oltre la notizia e al di là delle apparenze di una società in cui tutto sembra “necessario”?

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[…] “La penultima verità” (The Penultimate Truth) contiene uno dei temi prediletti da Dick: la guerra eterna. In questo romanzo una società “lemure” non abita più la superficie terrestre, dopo che una guerra nucleare totale l’ha resa invivibile. L’umanità, ormai abituata a vivere in città-bunker sotterranee scavate verso il cuore della terra, evita diligente­mente la crosta terrestre, credendola ancora contaminata. In superficie, solo uno sparuto manipolo di dominatori-latifondisti, con l’ausilio di un esercito di guardiani-robot, conosce la realtà… I notiziari che vengono propinati alla popolazione sotterranea, sono letti da un androide che tutti credono umano e che riceve ordini da un sofisticato computer che elabora costantemente notizie allarmanti con il solo scopo di mantenere la gente nella più totale immobilità e disinformazione… Solo un uomo decide di tornare in superficie sfidando tutte le regole del buonsenso di cui sono schiavi i suoi concittadini. Mentre risale pensa al pericolo delle radiazioni che…

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“Ti sei mai chiesto quale funzione hai?”

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[…] Conosciuto maggiormente per gli scritti scaturiti dalle personali sperimentazioni con le droghe (“Le porte della percezione” 1954 e “Paradiso e Inferno” 1956), Huxley non si limitò ai soli romanzi (fanta)scientifici, ma conobbe anche un fertile periodo in qualità di saggista, poeta, drammaturgo, critico e di abile speculatore filosofico. I suoi problemi di vista (Huxley trascorse gran parte della propria esistenza nella quasi totale oscurità fino a quando l’equipe oculistica del dottor Bates di New York non curò efficacemente la sua malattia alla cornea, permettendogli di riacquistare buona parte della vista) daranno vita al meraviglioso volume “L’arte di vedere” del 1942. Eppure le sue difficoltà visive non impediranno alla sua originalità e alla sua lungimiranza di “vedere” al di là del quotidiano e di formulare ipotesi preoccupanti e altrettanto realistiche sul futuro dell’umanità. Unendo la sua curiosità per le scoperte scientifiche al fervore per il dibattito politico e culturale, darà vita a una…

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La vita fa rima con la morte

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(recensione a “La vita fa rima con la morte” di Amos Oz)

Amos Oz e la piacevole ossessione per il dettaglio.

Può il dettaglio divenire il protagonista principale di un romanzo? E’ possibile catturare, in maniera casuale e quasi svogliata, un particolare umano o paesaggistico e trasformarlo pian piano nell’innesco di un’esplosione immaginifica? Può l’assenza di una trama vera e propria essere compensata da un suggestivo e infinito intreccio di ipotesi?

Una risposta affermativa sembrerebbe provenire dalla lettura del breve ma per certi versi “enciclopedico” romanzo di Amos Oz intitolato “La vita fa rima con la morte”.

Utilizzabile anche come agile e introspettivo “manuale di scrittura creativa” in salsa narrativa, il libro stuzzica immediatamente la coscienza del Lettore tramite un incipit che, senza troppi convenevoli, espone una serie di domande basilari apparentemente confinate in un ambito scritturale e letterario, ma che in realtà espandono il loro raggio d’azione sconfinando…

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The Words: le parole e il dolore

Siamo disposti a vivere il DOLORE, la sua rivoluzione e rivelazione, per raggiungere quell’attimo di perfezione e di verità nelle parole che scriviamo?

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Cosa c’insegna questo film?

a) non copiate! Tutt’al più citate, ma con moderazione: anche l’eccessivo citazionismo denuncia una mancanza di originalità. Insomma, se dite di essere dei creativi… create, diamine! O se siete abbastanza vanitosi autocitatevi ma stando attenti a non incappare in un abusato “Citarsi addosso” (cit. … ops!) di woody-alleniana memoria. Copiare non rappresenta solo una mancanza di rispetto nei confronti dell’autore da cui si “prelevano” idee e parole senza chiedere il permesso, ma è soprattutto una dichiarazione di disistima nei propri confronti. Se non sapete volare o volate a bassa quota, non staccate le penne a un’aquila per trapiantarle nella vostra pelle: precipiterete comunque. L’eventuale effimera gratificazione che si riceve dallo “scopiazzamento” (oggi si usa il termine meno invasivo e imbarazzante di “contaminazione”) non potrà mai controbilanciare il senso di meschinità che, immarcescibile, resterà lì per sempre a farvi compagnia; sempre ammesso che si abbia una coscienza che ci…

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La poetica “maledetta” di Roberto Miglino Gatto

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Rosario Carello, nella prefazione a “Poesie perdute”, non usa mezzi termini: nella poesia di Roberto Miglino Gatto vi sono la stessa ansia, inquietudine e insoddisfazione presenti nei versi di quelli che un tempo furono definiti “poeti maledetti”. Squarci di vita folle; esistenzialismi registrati senza aspettarsi niente in cambio, né aiuti né condanne; “urli” degni di Ginsberg anche se meno rabbiosi e più rassegnati: appare scontato il passaggio da Rimbaud, Baudelaire, Verlaine ai poeti e romanzieri della cosiddetta beat generation impregnati di strada e di notti con sfumature situazioniste a esistere in giro (Guy Debord docet!), senza meta e speranza. Quelle di Gatto sono poesie fatte di attimi sensoriali mai fini a se stessi, che preparano il terreno a condizioni dell’anima, a interiorità disperate che forse non cercano più neanche una risposta, ma si limitano a fissare un vissuto scellerato.

… di puttana in puttana

così come vado con loro

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Le ultime ore dell’isolatra Kiro

Senza opporre alcuna resistenza, Kiro lasciò che la sua stanza fosse messa a soqquadro, le sue cose impacchettate e pronte per essere esaminate dagli esperti del Ministero che da anni cercavano di redigere una mappa psicologica degli hikikomori in base agli elementi forniti dagli stessi autoesiliati sottoposti a recupero coatto. L’impero di solitudine e silenzio, il deserto delle relazioni umane, il rifugio di Kiro era stato espugnato da quelle stesse forze sociali che, anni addietro, avevano contribuito alla realizzazione del disadattamento di migliaia di giovani giapponesi, e anche molti adulti, in nome di un forzato progresso.

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Hikikomori (1): anno 2032

 

Le ultime ore dell’isolatra Kiro

e le temute gesta della “Polizia Risocializzante”

  

“Siamo quelli che escono di rado,

sospesi tra la vita del mondo virtuale

e la realtà esterna percorsa dall’eco remota del passato”

(tratto dal Primo Manifesto del Connettivismo)

Sebbene fossero trascorsi tre anni, sette mesi e diciannove giorni da quando aveva chiuso dietro di sé la porta della propria camera, dimenticandosi in essa, il giovane Kiro non sentiva affatto la mancanza del caos di Tokyo e delle innumerevoli e stressanti relazioni sociali che avevano caratterizzato la sua poco rampante giovinezza, finita sul nascere.

In realtà “avvertire la mancanza di qualcosa” sarebbe stato già un segno di vitale, anche se dolorosa, consapevolezza; ma Kiro, prima di ogni altra cosa, aveva ormai perduto il senso del tempo e dello spazio.

I “ritirati sociali” rappresentavano, in un Giappone post bellico…

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Iniziazione libresca al sufismo

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Certi percorsi culturali, spirituali, iniziatici, possono cominciare da un dialogo, da una e-mail, da un’esperienza casuale e quotidiana frequentando un social network, da un dolore che cerca risposte, dal “tormento di una ricerca e dal bisogno mai sopito di spiritualità e silenzio”, da un libro (e finiscono in quel libro senza andare oltre per mancanza di volontà), da una lettura consigliata che può aprirci la porta su un mondo meraviglioso e affascinante… o sul nulla.

“Dimmi, Maestro, da dove posso cominciare? Quali letture posso intraprendere per conoscere il sufismo? Come sei approdato alla conoscenza dei sufi? Qual è stata la tua prima esperienza con loro? Illuminami!”

“Illuminarti? Ehm, non mi mettere in imbarazzo eh! Forse ho esagerato ma ho fatto una selezione e alcuni libri proprio non potevo lasciarli fuori, scegli tu. Inizio raccontandoti che io l’incontro l’ebbi nel 1984, a Palermo. Di quell’evento resta un ricordo indelebile nel…

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Io non ho paura

“Io non ho paura” è un monumento narrativo all’infanzia: leggendo questo libro noi cosiddetti ‘adulti’ riscopriamo le zone rimosse della nostra vita, le stesse che periodicamente sarebbe il caso di rispolverare per capire chi siamo veramente e in quale direzione siamo diretti.

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L’equivoco da evitare, dopo aver letto il romanzo “Io non ho paura” di Niccolò Ammaniti, è quello di pensare che si tratti di un libro ‘semplice’. Il linguaggio quotidiano, l’assenza voluta di congiuntivi, l’uso di termini ed espressioni tipicamente fanciullesche, la scelta di non utilizzare frasi complesse e orpelli narrativi, i dialoghi semplici e diretti, la voglia di raccontare in maniera scarna proprio come farebbe un bambino di nove anni: queste e altre caratteristiche nascondono una complessità infinita che rende il romanzo dello scrittore romano un’opera completa.

“Io non ho paura” è un monumento narrativo all’infanzia: leggendo questo libro noi cosiddetti ‘adulti’ riscopriamo le zone rimosse della nostra vita, le stesse che periodicamente sarebbe il caso di rispolverare per capire chi siamo veramente e in quale direzione siamo diretti. L’estate vissuta e descritta dal piccolo Michele Amitrano, il protagonista, è un’estate felice, spensierata, genuina, fatta di codici innati, di…

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Zinco al sole

Arnold Böcklin; Die Toteninsel (Erste Fassung); 1880

Calda vita di stella vincente
tra oscuri orizzonti d’acqua
e ossa sparse in terra,
mangiate dal tempo,
di padri veduti vivere
accanto a dolori di guerra
e gioie semplici.

Misere vestigia
richiamano i vivi
a penultime partenze
senza appelli
nel silenzio autunnale
verso salvezze distanti.

Ti aggrappi, così, disperata
a ricordi di zaini estivi
sulla pelle imberbe,
boschi intorno ad Assisi
per camminanti tra luci
di cimiteri nella notte
e vecchie abbazie.

Promesse disattese
schiacciate dal discanto
che ancora danno calore
nell’angolo inviolato
degli ideali acerbi.

Il fascino dell’inizio
non tradito dalla storia
distoglie il pensiero
dalla morte in agguato
tra giacigli di zinco
e timidi apostoli di luce.

– video correlato –

“Ashes to ashes”, David Bowie

[immagine: L’isola dei morti (Die Toteninsel), prima versione

quadro di Arnold Böcklin]

Non è un paese per monotoni

Alla fine ci si arrende. Convinti che in fin dei conti è bello accettare la sfida lanciata dall’insicurezza: rimanere legati a certe logiche non ripaga; che è eccitante cambiare, evolvere, sciogliersi in soluzioni estemporanee, svendersi… Avanzare fiduciosi, rimanendo fermi nella novità effimera del presente. Seppellire il passato solido per non fare confronti scomodi con un futuro precario. Il senso d’appartenenza rinforza l’anima ma al tempo stesso l’appesantisce con un patrimonio genetico superato.

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Esegesi de “La monotonia”

Alcuni pensano di poter separare la poesia dalla cronaca, il mondo noumenico dei versi da quello immanente dei fatti quotidiani. Quali analogie intercorrono tra la difficile decisione di mettere in vendita, ad esempio, una vecchia casa di campagna appartenente a una famiglia da più generazioni, frequentata con una riverente abitudine, e l’elogio della flessibilità di Mario Monti? Apparentemente nessuna. Come accade durante un telegiornale senza audio, supportato da musiche casuali che evocano notizie alternative: “Interrompere le connessioni associative” – scrivevo qualche post fa!

La monotonia sembra essere diventata un problema nazionale, oltre che personale. Sentiamo l’esigenza di abbandonare antichi schemi familiari in vista di orizzonti esistenziali flessibili: il ricordo, la tradizione, i luoghi e gli oggetti pregni di significato, rappresentano al tempo stesso un peso fastidioso da cui liberarsi e i simboli necessari, archetipici direi, che nutrono la nostra individualità. Da una parte sentiamo di non…

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WIKIPOESIA AL SUO PRIMO CONGRESSO

… i miei saluti, letti e verbalizzati durante il Primo Congresso di WikiPoesia:

“Battipaglia (Sa), 21/12/2019

Gentili Poetesse, Cari Poeti, Volontari di WikiPoesia.
Viviamo, spesso senza rendercene pienamente conto, in un’epoca meravigliosa. Una stagione della storia umana ricca di possibilità comunicative e di scambi informativi che non potevano non coinvolgere anche il mondo della Cultura e quindi della ricerca poetica.
Auguro all’Enciclopedia Poetica “WikiPoesia” un 2020 in crescita quali-quantitativa per quanto riguarda i suoi contenuti e a tutti Voi che siete intervenuti di persona al primo congresso di Domodossola, buon lavoro!

Cordiali saluti.

Michele Nigro”

A proposito del Mind Uploading…

L’obiettivo postumano di una mente uploadata in grado di comunicare con l’esterno rappresenta il senso di uno sforzo transumanista che non è solo fantascienza: non servirebbe a niente fare il backup della propria mente senza fornirle l’opportunità di continuare a interagire con le persone, i luoghi, gli oggetti, le emozioni che hanno contribuito nel corso di una vita alla costruzione dell’io.

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Che cos’è il Mind Uploading? In poche parole è il trasferimento della mente di un individuo dal cervello a un supporto non biologico. Direte voi: “ma è fantascienza!” In parte è così – per ora – ma la ‘discussione’ intorno alla realizzazione del M. U., almeno dal punto di vista filosofico e teorico, è più vecchia di quanto si possa immaginare. Siamo giunti a un punto, però, in cui il progresso tecnologico e le conoscenze riguardanti la struttura anatomica e la fisiologia del cervello, avvicinano gradualmente il sogno fantascientifico alla realtà. Che significa ‘trasferire’ una mente? Per cogliere il significato del trasferimento mentale bisogna partire dal presupposto che il pensiero è un prodotto meccanicistico: un meraviglioso e stupefacente prodotto, ma pur sempre il risultato di un’evoluzione anatomica ed elettrochimica… Certo, è stato più facile ricostruire la fisiologia dello stomaco che quella del cervello, ma il fatto che ci sia…

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Fenomenologia “battiatesca”

L’autore c’invita, in fin dei conti, a non concentrare le nostre energie mentali solo ed esclusivamente nell’esegesi esasperata dei testi di Battiato (“cosa avrà voluto dirci il Maestro in questo brano?”), ma ad analizzare il ‘fenomeno Battiato’, la sua storia musicale e umana, con la freddezza degli scienziati, tentando di scrivere, a distanza di quarant’anni dall’inizio del suo cammino esperienziale, una ‘postfazione’ veritiera e scanzonata

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Per ‘fenomenologia’ s’intende la descrizione pura e semplice di un complesso di fenomeni, come si manifestano nello spazio e nel tempo. Per Husserl in particolare la fenomenologia ha il delicato compito di indagare sulle ‘essenze’, cioè sugli elementi fissi che si presentano nell’esperienza vissuta e sono colti dall’intuizione nelle esperienze più diverse… Dopo una simile premessa appare pleonastico sottolineare che chiunque si appresti a leggere questo libro di Enzo Di Mauro intitolato “Fenomenologia di Battiato” (ed. Auditorium) pensando di trovarsi dinanzi a un testo ossequioso, acritico e colmo di buonismo, finalizzato alla semplice descrizione (promozione) dei singoli album del cantautore siciliano, è destinato a incassare una solenne delusione. Si tratta, volendo trovare una definizione adatta, di un’analisi concisa, intuitiva (quindi onesta) e in alcuni punti ‘spietata’ riguardante il fenomeno creativo di uno degli artisti più interessanti e controversi del panorama musicale italiano degli ultimi quarant’anni.

Molti tra quelli che oggi si…

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Il fattoide

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Viviamo coltivando l’illusione di essere gli unici artefici della nostra immagine diffusa nel mondo, ma non siamo nient’altro che vittime più o meno consapevoli di una serie di fattoidi. È affascinante il meccanismo del fattoide, anche se riuscire a ridere dei fattoidi che ti sono capitati in sorte per colpa di qualche idiota, richiede una certa dose di autoironia, di forza di volontà e una capacità sovrumana di comprensione del prossimo: strumenti che derivano in primo luogo dalla cultura che ‘impregna’ il nostro essere e che fa sublimare il ridicolo persistente nell’umanità. Volare alto, oltre i fattoidi, non è semplice ma nemmeno impossibile. Gestire un fattoide è un’arte che si affina col tempo; saper giocare con il suo creatore è una scienza. Capire la sua trasmissibilità, un’esigenza scientifica.

Non c’è bisogno di utilizzare telegiornali e carta stampata per diffonderli: i fattoidi, anche se il termine ‘fattoide‘ è relativamente…

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2 poesie su “Arcipelago itaca” blo-mag n.30

Due poesie tratte dalla silloge “Dopo i pomeriggi perduti”, finalista alla 5ª edizione del Premio Nazionale editoriale di Poesia “Arcipelago Itaca” (2019), sono state pubblicate sulla 30ª apparizione di “Arcipelago itaca” blo-mag, nella sezione “Piccola Antologia” (pag. 120).

Un sentito grazie alla Redazione del blo-mag e alle Edizioni “Arcipelago itaca”…

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Il carpe diem di “Highlander” e la qualità del tempo

“La maggior parte delle persone ha a disposizione tutta una vita e la guarda scivolare via lentamente senza fare nulla di speciale. Ma se invece riesci a concentrarla in un solo momento, in un solo posto, allora puoi compiere qualcosa di glorioso…”

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E’ possibile vivere cento giorni da pecora e alla fine riuscire a vivere anche il tanto agognato giorno da leone?

Sentenzia l’immortale Juan Sánchez Villa-Lobos Ramírez nel film Highlander II – Il ritorno: <<La maggior parte delle persone ha a disposizione tutta una vita e la guarda scivolare via lentamente senza fare nulla di speciale. Ma se invece riesci a concentrarla in un solo momento, in un solo posto, allora puoi compiere qualcosa di glorioso…>> Ho sempre amato questa frase detta dal carismatico Ramírez, interpretato dal bravo attore scozzese Sean Connery.

Un immortale per definizione possiede tutto il tempo che desidera e in teoria potrebbe anche sprecarlo senza temere il fastidioso ticchettio di un orologio che segna il tempo trascorso: la pacata preoccupazione di Ramírez è soprattutto rivolta verso chi immortale non è… La diatriba tra quantità e qualità della Vita viene riproposta dinanzi alla morte imminente. Nel momento in cui la…

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