Non c’è più tempo

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Non abbiamo tempo

da perdere

o da cercare, trovare

e poi riperdere,

abbiamo bisogno ora

di persone facili, decifrate in partenza

dall’esperienza del dolore

da non attendere in vie alberate

sotto finestre illuminate non per noi

ululando futuri nati morti

alle fermate di tram desiderati e persi

o sezionare a crudo su

tavoli crudeli di tempo anatomico

perché non c’è più

tempo come il tempo che sta in cielo

infinito e incosciente, fatto di pioggia

e venti caldi, fulmini e saette.

Abbiamo bisogno – ora! –

di porte aperte, socchiuse a invitarci

o già sfondate

da rabbiosi calci di decenni

a perdere tempo

e a lasciarsi andare lungo

la corrente immemore

di autunnali fatalità.

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Illuminismo

N I G R I C A N T E

“C’è stato un tempo in cui l’oscurità apriva passaggi verso mondi spaventosi e bellissimi, orribili e affascinanti. Indicibili territori dell’anima, sfiorati con coraggio da attrezzi poveri e spuntati. Dimora della parola non detta, lì dove l’inspiegabile comincia a prendere una qualche forma spiegata. Quando ancora si credeva in un’altra natura. Anticamera poietica all’umana divinità… 

Oggi, invece, è tutto così terribilmente illuminato, ordinatamente illogico, uniforme come una piazza assolata in estate. Siamo circondati da un luminoso chiasso che tutto sembra chiarire. Ecco perché odio l’estate, non la stagione ma l’approccio estivo all’esistente.

Lo vedi, all’imbrunire, quel vecchio cancello arrugginito, invaso dalle erbacce e dimenticato dall’uomo?”

“Sì, lo vedo…! Nessuno più lo attraversa ormai. Da decenni. Tra poco lo tramortirà per tutta la notte, fino all’alba, il cono di luce elettrica proveniente da quell’angolo di casa.”

“Lo so, l’osservo tutte le notti. Per te… cosa rappresenta?”

“Per me… è solo… un vecchio cancello…

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Queste parole sono la mia terra

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Nobody living can ever stop me,
As I go walking that freedom highway;
Nobody living can ever make me turn back
This land was made for you and me.

Nessuno potrà mai fermarmi
mentre percorro quella grande strada della libertà
nessuno potrà mai farmi tornare indietro
questa terra è stata fatta per te e per me.

(“This Land Is Your Land”, Woody Guthrie)

 

Tempo fa, rispondendo alla domanda di un’intervista, all’indomani della pubblicazione della mia raccolta “Nessuno nasce pulito”, adoperai con un certo istinto da strada la seguente frase: <<… Queste sono le mie conquiste umane, le mie esperienze e queste parole sono la mia terra!…>>. Quasi una pacifica (e ossimorica) dichiarazione di guerra a un territorio invisibile, popolato da lettori e critici invisibili, presenti o futuri, vicini o lontani, non importava. Una dichiarazione preventiva, pur in assenza di detrattori ufficiali, ma necessaria, programmatica, un manifesto assertivo valido per tutti i tempi, scritto più per me stesso che per gli altri.

In seguito, leggendo finalmente “Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke, ho, in più punti del celebre epistolario, individuato stralci di saggezza e benevoli consigli paterni (e mai paternalistici) indirizzati a Franz Xaver Kappus, che riprendevano in maniera decisamente più esaustiva la mia acerba dichiarazione di assertività.

Il frenetico bisogno di consenso che emerge agli esordi, l’inutile necessità di combattere i detrattori (solo dopo si comprende che è inutile e distraente), l’energia mentale, che dovrebbe essere impiegata sapientemente in una privata ricerca poetica, sprecata in tediose ed esasperanti battaglie sociali (o social, visti i tempi e le mode comunicative): tutti questi fattori di tensione rappresentano veri e propri veleni per l’anima. Oltre che un’irreparabile perdita di tempo.

Scrive Rilke: <<Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico…>> soprattutto se questa, come dirà in seguito, <<nasce da necessità>>. L’urgenza meditata, e non il dilettante autocompiacimento rilassato o lo sfogo amoristico, imprime quasi sempre bontà nell’opera: questo accade perché nell’urgenza, spesso dignitosamente dolorosa o comunque non vissuta con piglio hobbistico ma con un responsabile impegno verso se stesso e il mondo, il poeta è più vero, trasparente, naturale come il suo dolore (o la sua gioia), il suo linguaggio è più asciutto ma mai freddo e sterile, e non inquinato da tecnicismi accademici o razionali barocchismi per stupire, il suo pensiero è destrutturato, diretto, efficace, lontano da scuole o manifesti letterari ufficiali.

E ancora, ribadendo l’elogio dell’inutilità degli altri nella critica poetica: <<… Cerchi di far emergere le sensazioni sommerse di quell’ampio passato [l’infanzia, ndb]; la sua personalità si rinsalderà, la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri. E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita…>>

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Un’intervista per “Cinque Colonne”

Ringraziando Giorgio Moio per le domande e per questa opportunità, propongo un breve stralcio dell’intervista per il magazine “Cinque Colonne”

<<A questo punto parlaci della tua poetica, di come lavori. Qual è il tuo intento?

Come dico sempre: non cerco la parola, ma da essa mi lascio trovare. Almeno in una prima fase: poi, è chiaro, si ritorna sui propri versi utilizzando gli strumenti della ragione, ma ormai la struttura di base è già stata posta. Non “decido”, per intenderci, l’utilizzo di un enjambement in un dato momento. Il ritmo interiore detta, e io scrivo; le elaborazioni scientifiche del verso le lascio ai professori della metrica. Il mio intento è quello di essere una semplice antenna…>>

Per leggere l’intera intervista, clicca qui!

Poetry Sound Library, Riflessioni sulla voce al Macro di Roma

Onorato di essere uno degli autori inclusi in questa speciale “library” della voce poetica, che ha raggiunto mentre scrivo questo post quota 920 voci, segnalo la PRESENTAZIONE NAZIONALE DELLA MAPPA MONDIALE DELLE VOCI POETICHE al Macro di Roma.

Come dichiarato da Giovanna Iorio, fondatrice della Poetry Sound Library: “… Vi invito a venire al MACRO ad ascoltare queste che sono piccole perle sulla voce, sulla poesia, sul suono e sulla forza della parola…”

1978 – 2018: comunicato n.7

16 marzo 1978 – 16 marzo 2019

N I G R I C A N T E

versione pdf: 1978 – 2018, comunicato n.7

a mio padre

Aldo Moro

1978 – 2018: comunicato n.7

 

Non desidero altri padri

che non siano i miei ricordi

 

“È passato più di un mese dalla cattura di Aldo Moro, un mese nel quale Aldo Moro è stato processato così come è sotto processo tutta la DC e i suoi complici; Aldo Moro è stato condannato così come è stata condannata la classe politica che ha governato per trent’anni il nostro Paese, con le infamie, con il servilismo alle centrali imperialiste, con la ferocia antiproletaria. La condanna di Aldo Moro verrà eseguita così come il Movimento Rivoluzionario s’incaricherà di eseguire quella storica e definitiva contro questo immondo partito e la borghesia che rappresenta…” 

20 aprile 1978. Mentre le Brigate Rosse consegnavano in una busta arancione, nei pressi de “Il Messaggero” di Roma, il comunicato n.7, il più drammatico e surreale, mio…

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Millennials

Giovani esistenze

di millennials sans souci

sacrificate sotto i palchi

schiacciate, sfregiate

tra paillettes e urticanti spray

di Ariana Grande e

Sfera Ebbasta

in compagnia di

arresi genitori sempreverdi,

anche per voi

è ancora vivo nell’aria

l’eco mortale

dell’ultimo respiro

esalato da acerbi patrioti

su baionette austriache

gridando “W Verdi!”

 

(Immagine: Alessandro Lanfredini, La fucilazione di Ugo Bassi, 1860 circa, Firenze, Biblioteca della Società Toscana di Storia del Risorgimento.)

 

“Il sorriso di Noodles” su AgoraVox


E come Noodles alla fine del film “C’era una volta in America”, anche noi, a conclusione di un anno, non possiamo fare altro che sfoggiare il classico sorriso inebriato alla “nonostante tutto”, consapevoli che si tratta di un sorriso artificiale ottenuto con “l’aiutino”, stupefatto, inebetito, chimico, nel nostro caso alcolico visti i menù delle feste, di un disincantato sorriso d’ufficio tanto per tirare a campare, illudendoci di aver vinto per il solo fatto di essere ancora vivi. E per molti il traguardo è quello, non di essere “vivi di qualità”. Perché, proprio come per Noodles, ci sono momenti assurdi nella vita in cui il sorriso non può che essere strappato fuori in questo modo, dal sogno, dal fumo che stordisce: le naturali, e reali, vie della felicità non funzionano, anzi non esistono, essendo la felicità un miraggio inventato dal marketing e da alcuni filosofi idealisti. Perché solo l’ironia che tutto mescola può salvarci, insieme al jazz e a un buon whisky; e se la vita è ironica, perché non dovremmo esserlo anche noi?

Il mio pensiero di fine anno intitolato “Il sorriso di Noodles” è stato pubblicato su AgoraVox Italia; per leggerlo: qui!