:: Pomeriggi perduti di Michele Nigro (Kolibris Edizioni 2019) a cura di Daniela Distefano

“… Tutto il resto è canto dell’anima che si libera di ogni costrizione mentale e raggiunge il podio dell’atarassia compositiva. Anche quando la passione bussa al portone dei sensi, il poeta si intrattiene a dialogare con le proprie idiosincrasie, per esorcizzarle e renderle mute di effetti nefasti mentre la memoria gorgheggia silenti espressionismi…”

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MICHELE NIGRO 2

Non cerco la parola, ma da essa mi lascio trovare. Nonostante questo non credo negli sfoghi fatalistici ma in un lavoro di “artigianato poetico” . Non seguo scuole, movimenti, stili comprovati. Non credo in una poesia di cosiddetto “impegno civile”: con la poesia si può essere “politici” e trasmettere idee in modi inimmaginabili, non programmatici e non dichiarati. Non aderisco a manifesti artistici e non frequento salotti letterari; pur leggendo gli altri, non emulo consapevolmente. Aspetto con pazienza, ascolto, soprattutto mi ascolto, annoto nel silenzio tutto quello che l’anima mi suggerisce di conservare perché sa che ne vale la pena. Quando il verso funziona e soddisfa il tuo ritmo interiore, lo senti; anche se in seguito non piacerà al lettore. Sono fermamente convinto che la poesia non debba spiegare o descrivere, strizzando l’occhio a un linguaggio troppo confidenziale e quotidiano, senza per questo arrivare a esprimersi in uno stile…

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Borges e “L’invenzione della poesia”

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L’enigma della poesia

Nell’apprestarmi a scrivere questa breve, istintiva e poco curata recensione all’e-book delle lezioni americane di Borges, per nostra fortuna pubblicato dopo un meticoloso lavoro di recupero di un’esperienza pubblica registrata e poi dimenticata per anni nell’angolo polveroso di una biblioteca, prendo in prestito il titolo di uno dei “capitoli” che lo compongono. La poesia, nonostante le innumerevoli definizioni fornite nel corso della storia letteraria e umana, è e resta un fenomeno prevalentemente e meravigliosamente enigmatico. L’umiltà con cui Borges affronta in queste sue lezioni il “problema” dell’origine della poesia, è sintomatico dell’impossibilità di definire un processo tutto sommato “magico”. Poesia è passione e gioia, prima di tutto, prima di ogni definizione accademica; la poesia è un mistero che accade e non accade mai nello stesso modo perché cambiamo noi, il nostro linguaggio nel corso della nostra esistenza e il linguaggio da individuo a individuo, da nazione a…

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“Avvenire”, 9/6/2019: Pierangela Rossi su “Pomeriggi perduti”

Sul quotidiano nazionale “Avvenire” di oggi, 9/6/2019, nella rubrica culturale Agorà, nota a firma della giornalista Pierangela Rossi sul mio libro “Pomeriggi perduti” (Edizioni Kolibris)…

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Storia naturale del nerd

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omaggio indiretto a Gene Wilder

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Colgo la triste occasione della dipartita del mitico Gene Wilder (“Frankenstein Junior”) per parlarvi di un libro letto non molto tempo fa – “Storia naturale del nerd” di Benjamin Nugent (Isbn Edizioni) – e in particolare per soffermarmi sul capitolo intitolato Contro gli scienziati nelle torri, che a mio avviso rappresenta il punto nevralgico (o uno dei punti) della tesi di Nugent sull’eziologia del nerdismo. E per farlo l’autore attinge a piene mani dalla letteratura gotico-fantascientifica e precisamente scomoda il noto “romanzo nero” Frankenstein, o il moderno Prometeo della scrittrice britannica Mary Shelley.

frankensteinSecondo Nugent, Victor Frankenstein è un proto-nerd; e infatti scrive: “… l’antieroe è uno scienziato genialoide che finisce per sottrarsi completamente all’affetto dei suoi cari… […] rappresentando così la sua sete di conoscenza come un surrogato di un più urgente bisogno virile (‘penetrare’ i…

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L’evoluzione della morte

… non è possibile giudicare il travaglio interiore di un essere umano, ma non è che questa cosa del suicidio assistito per motivi psichiatrici ci sfuggirà o ci sta già sfuggendo di mano? Me lo chiedo riciclando una mia vecchia riflessione dal blog “Nigricante”…

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Suicidio, evoluzione, postumanesimo  

 
<<…Chi l’ha detto che il cancro è più doloroso della solitudine e della depressione? Io non l’ho mai pensato. Esco dalla chiesa facendomi la santa croce, e rivolgendomi al Cristo in croce che troneggia dall’abside mi lascio scappare un: «…mi affido a Te!». Blasfemo? Dipende dai punti di vista.
C’è una donna delusa dalla vita che m’aspetta: quattro figli finiti male, un divorzio alle spalle e l’alcolismo che non la molla. Il coraggio per farla finita non ce l’ha: allora entro in campo io. Stasera le porto il suo “biglietto aereo”. Agisco senza lasciare tracce; tutto secondo i piani; da vero professionista. Il luogo all’aperto ma isolato lo ha scelto lei: non vuole farsi trovare in casa morta. L’arma la scelgo sempre io: è la stessa che uso per ogni caso del nuovo filone. Più rapida della flebo… questo è sicuro.
Il silenziatore applicato…

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Bar Epoché

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Essere soli tra la folla
seduti, in silenzio
pazienti come cacciatori
di verità umane su volti passanti,
sospendere il giudizio
o criticare con leggerezza.
Assorbire esistenze, registrarle
su taccuini di vetro scuro,
sentirsi parte del flusso urbano
e levigata pietra immobile
ai margini della corrente.

Quante facce nuove, perlate di affanni
alcune ripassano, simili a déjà vu,
sport estivi, osservazioni da bar
cercare senza risolvere
una poetica della città.
Attendere l’occasione giusta
per capire cose non scritte nei libri,
imparare per caso
saperi sospesi tra la gente.

I…Pomeriggi perduti di Michele Nigro

Grazie a “Mille Splendidi Libri e non solo” per questa segnalazione e grazie a Loredana!

Avatar di millesplendidilibriblogMille Splendidi Libri e non solo

“Amo il gelo che tutto acquieta

sotto un velo immobile

molecole indecenti si placano,

cerco l’inverno che zittisce

come severo maestro

i dolori infreddoliti del mondo.”

“Pomeriggi perduti” di Michele Nigro

Edizioni Kolibris

Una bellissima raccolta di poesie che consiglio di leggere!

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Perché non possiamo dirci “slammer”

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Contro presentazioni, reading e “poetry slam”

Dicono che quando si pubblica un libro poi bisognerebbe presentarlo, almeno far sapere al mondo che esiste, che ha cominciato a camminare tra le librerie, parlarne dal vivo con potenziali lettori schierati come in un plotone di esecuzione, farsi trafiggere come San Sebastiano dalle loro curiosità e dai loro pruriti da gruppo di lettura… Presentare, come a voler dire: “Ti presento Libro!” – “Ah, piacere: io mi chiamo Lettore!” – “Piacere, Libro!”. Fatte le presentazioni ognuno se ne torna a casa propria, sperando che qualcuno si porti dietro Libro per una notte di fuoco o anche solo per una romantica cena a lume di candela. Parlare di Libro dal vivo, sì, ma perché? Riparlarsi addosso dopo averlo concepito, perché? Un po’ come spiegare morbosamente l’amplesso dopo che è nato Figlio. Se è già scritto tutto in Libro, che bisogno c’è di far ripetere ad Autore cose che i lettori troverebbero leggendo Libro comodamente seduti sul divano di casa e con il rischio che Autore, non sapendo fare le presentazioni, allontani il pubblico invece di avvicinare Libro ai lettori? Molti autori, diciamocelo, risultano più simpatici quando si presentano idealmente e non in carne e ossa ai propri lettori: quante delusioni, quante mitizzazioni infrante, quante idealizzazioni della figura dell’autore andate in frantumi. E per cosa? Per non aver saputo rinunciare al “contatto umano”, alle sacrosante esigenze del marketing, al firmacopie (“Me lo rende unico maestro?” chiedeva il postino di Troisi; calcolando che in fila per l’autografo ci sono sempre decine di “postini”, fate voi il calcolo di quante “unicità” sarete padri o madri), allo “spiegone” post-editoriale, alla domandina da farsi fare alla fine della presentazione, alla stretta di mano e al selfie con l’autore che giustamente si dimostrerà irritato e “poco umano”. Addio ideale di autore, addio passione per le sue storie e i suoi personaggi, addio sacralità dell’eroe scrivente che avevamo costruito pazientemente nel nostro immaginario… Se “Misery non deve morire”, mandate un’e-mail all’autore senza stalkerarlo o spezzargli le ossa.

Poi ci sono quelli che, non contenti del semplice contatto autore-lettore, vogliono la sfida con i “colleghi”, la agognano perché solo così si sentono vivi e motivati, cercano nuove emozioni in gare improbabili e inutili, sulla falsariga di “Amici” di Maria De Filippi; si appassionano solo se vedono scorrere il sangue letterario dell’avversario sotto forma di versi recitati e sputati dalla bocca tra una performance e l’altra su un pubblico da Colosseo poetico. “Ispanico! Ispanico! Ispanico!”

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“Noi credevamo” di Mario Martone

… nonostante tutto: auguri Italia mia!

Il titolo “Noi credevamo” può essere interpretato in due modi: “noi credevamo” come a voler affermare un ideale, credere in ciò per cui si combatte e si muore. Oppure un “noi credevamo” deluso: noi credevamo di fare l’unità d’Italia e invece… Tutto qui? Questo è il risultato? Innegabile il riferimento al divario tra nord e sud e ad altre brutture insanate nonostante l’ideale unitario.

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I grandi ideali spesso per farsi spazio nella storia devono sgomitare tra le bassezze della natura umana…

Chiunque si appresti a visionare il nuovo film-capolavoro di Mario Martone intitolato “Noi credevamo”, dedicato al Risorgimento, pensando di assistere a scene battagliere come nel film “Viva l’Italia” (1961) di Roberto Rossellini, è destinato a incassare una cocente delusione: non mancano, voglio precisare, le scene cosiddette “d’azione”, ma non si tratta certamente di un film realizzato allo scopo di “far ripassare la storia delle battaglie risorgimentali” a chi il Risorgimento lo ha lasciato da anni sui banchi di scuola. Garibaldi, ad esempio, non compare mai: lo spettatore intravede il Generale da lontano (lo “percepisce” quasi), verso la fine del film, sulla cima di un dirupo e vagamente illuminato da alcune torce mentre saluta le sue camicie rosse accampate intorno ai fuochi di bivacco.

I protagonisti del film di Martone sono altri: compaiono…

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