Come seppellire i morti a gravità zero

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T’adoperi con la vanga del tempo
a ricoprire fatti sfumati
e dolorosi echi di cose andate,
ma la terra aliena dell’irrisolto
non si adagia
compatta e riverente
intorno alle visitate ossa
per mancanza di gravità.

Sepolture indiane
alla luce del sole,
corpi esposti al vento
cosmico
è il consumarsi lieve
degli affanni carnali
senza marmi sacri,
giudicati dalle intemperie.

Pulviscolo cellulare
disperso al tramonto
nell’aria serena dell’infinito,
non nascondi più, esasperato esteta
le spoglie al futuro.

(tratta dalla raccolta “Pomeriggi perduti”, ed. Kolibris – 2019)

Video intervista a Franco Innella, domande a cura di Michele Nigro

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Domande di Michele Nigro rivolte a Franco Innella, riguardanti la raccolta poetica “Foglie secche” e altri argomenti…

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Domande di Michele Nigro rivolte a Franco Innella, riguardanti la raccolta poetica "Foglie secche" e altri argomenti… Elenco delle domande: – Quando è nata e perché l’idea di questa tua nuova raccolta intitolata “Foglie secche”? – Le tue poesie, utilizzando immagini semplici, delicate e al tempo stesso lapidarie, sembrano descrivere una condizione umana limitata, misera, embrionale, in attesa di un’evoluzione, di un’elevazione verso stadi superiori di esistenza. La vita terrena è dunque solo attesa? – Hai scritto: “La mia poesia nasce / tra parole appena sussurrate / all’ombra della vita…”. Che funzione svolge, invece, nella tua poetica la presenza della morte? – La poesia aiuta a dissolvere l’illusione (che tu chiami “cerchio illusorio”) in cui siamo immersi o contribuisce ad aumentarla creando un linguaggio parallelo alla verità oggettiva? – Nella tua poesia intravedo, a volte, elementi esoterici, riferimenti a saperi sconosciuti, dimenticati o comunque antichi. Come scegli il modo in cui intercalare questi elementi nei tuoi versi? – Parlami dell’importanza del Vuoto. – Perché, come scrivi, “Il castigo è l’essere nati”? – Vuoi leggere una poesia dalla raccolta? #poesia #raccolta #libro #intervista #poetica #morte #esoterismo #filosofia #spiritualità #esistenzialismo #Franco Innella #Michele Nigro #antroposofia #psicogenealogia #metagenealogia #vuoto #poetry #evoluzione #vita

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Elenco delle domande:

– Quando è nata e perché l’idea di questa tua nuova raccolta intitolata “Foglie secche”?

– Le tue poesie, utilizzando immagini semplici, delicate e al tempo stesso lapidarie, sembrano descrivere una condizione umana limitata, misera, embrionale, in attesa di un’evoluzione, di un’elevazione verso stadi superiori di esistenza. La vita terrena è dunque solo attesa?

– Hai scritto: “La mia poesia nasce / tra parole appena sussurrate / all’ombra della vita…”. Che funzione svolge, invece, nella tua poetica la presenza della morte?

– La poesia aiuta a dissolvere l’illusione (che tu chiami “cerchio illusorio”) in cui siamo immersi o contribuisce ad aumentarla creando un linguaggio parallelo alla verità oggettiva?

– Nella tua poesia intravedo, a volte, elementi esoterici, riferimenti a saperi sconosciuti, dimenticati o comunque antichi. Come scegli il modo in cui intercalare questi elementi nei tuoi versi?

– Parlami dell’importanza del Vuoto.

– Perché, come scrivi, “Il castigo è l’essere nati”?

– Vuoi leggere una poesia dalla raccolta?

Rimani nella luce

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Rimani nella luce
(Remain in light)

Con occhi sbarrati, saturi di buio
e quella paura di illogiche cecità, agguati nel sonno
restavi sveglio come un’insonne sentinella
cercando punti luminosi, coordinate per vedenti
astronomia da camera
nell’oscuro silenzio di notti orfane.

Rimani nella luce
piccola anima insicura!

In soccorso a riposi spezzati
l’oftalmologia di Morfeo,
ninna nanna scientifica
cantata al tramonto
d’infantili ossessioni.

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Distant Worlds: omaggio terrestre ai Mondi lontanissimi di Franco Battiato

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Distant Worlds

Mondi diversi, lontanissimi
eppure vicini si sfiorano, lembi casuali
in ognuno una lingua astrusa
barriera cortese contro
accidentali diluizioni.
Esperienze culturali,
vibrazioni opposte come voci
risalenti da folle di mercato.

Incontri comici, a volte
poi ritornano a reggere, paralleli
il proprio angolo di universo
credendosi centro, verità unica
in storie impermanenti.

Un cielo materno
punteggiato di ali
accoglie le invisibili rotte
di razze e destini astrali.

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Nota a “Il sorriso del tulipano” di Emilio Paolo Taormina

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Anni fa scrissi una poesia intitolata non è più tempo di maiuscole: un tentativo disperato ma necessario di abbattere, anche solo per pochi minuti, l’ego che spesso oltrepassa la parola, la sottopone a pressioni che non le danno respiro, non la lascia libera come dovrebbe; l’uomo a volte crede di pilotare il proprio destino e quindi di condizionare l’esistenza della parola.

Nella raccolta poetica Il sorriso del tulipano, Emilio Paolo Taormina trasforma questo timido tentativo di liberazione in una vera e propria filosofia poetica che attraversa l’intera opera: la parola, libera finalmente dai lacci del maiuscolo, della punteggiatura e dell’ego, divenuta prodotto kerouacchiano, fluido, omogeneo e onesto, riconquista i propri spazi, arieggia, ritrova sobrietà e incisività, ritorna a uno stato brado e creativo, antico come la terra che canta, senza esagerare, senza strafare, senza scimmiottare neo o vecchie avanguardie, rimanendo sempre in una forma rispettosa del lettore e soprattutto dello sguardo delicato dell’autore. L’intenzione espressa nei versi è quella dell’haiku, anche in quelli più lunghi; come approccio filosofico al verso: prima ancora che poeta, Taormina è un naturalista; gli elementi presi in prestito dal creato diventano testimoni oggettivi e tangibili di sensazioni vissute, eventi passati, esperienze metafisiche e sentimentali o carnali, stagioni distanziate nel tempo ma mai del tutto seppellite. La parola s’intreccia con la vita, quella personale e quella naturale del pianeta. La natura e i suoi frutti, gli sprazzi di sicilianità, la luce e il buio, gli animali e le piante, la terra e il cielo e ciò che ne viene fuori… Ma resterebbero elementi morti se ad animarli non vi fosse lo spirito semplice e al tempo stesso meticoloso del poeta; i ricordi (tantissimi!), le vicende esistenziali, anche le più ovvie e quotidiane, quelle appartenenti a un normale ciclo di vita, in cui ognuno potrebbe rispecchiarsi perché universali, si reincarnano nelle cose del mondo, nell’alternanza tra il dì e la notte, nelle bellezze di una naturalità presente in maniera deliziosamente ossessiva. Senza mai una sola sbavatura di autoreferenzialità.

Sono belle e senza confini – come in un viaggio a oriente – le lapidarie immagini offerte dalla poesia di Taormina; non aspirano a inutili e aridi sperimentalismi ma trasudano classicità. Il suono dei versi è come quello della natura in essi descritta: scorre gentilmente sulle orecchie e sull’animo del lettore. Versi serrati che non mentono, che inebriano e non danno tregua, che parlano direttamente alla parte sincera e scarificata dell’esistenza del lettore: quando il poeta decide di toccare la verità e di descriverla abbandonando lungo il cammino i fronzoli di chi vuole solo stupire senza trasmettere nulla, le sue parole diventano dardi appuntiti ed efficaci.

Continua a leggere “Nota a “Il sorriso del tulipano” di Emilio Paolo Taormina”

“A VOCE”: 3 poesie di Michele Nigro

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Lettura di Patrizia Valanzano del gruppo di lettura Ci metto la voce, in collaborazione con il laboratorio Poetry Factory.

Per ascoltare le 3 poesie: QUI!

Le poesie inedite lette sono:

Giordano

Attesa d’autunno

Non posso respirare (la distanza naturale) 

Pianto greco

papa Francesco da giovane

Non sederti dal lato fragile della musica
quando stai bene e sorridi,
osserva stupita gli angoli inediti della stanza del figlio
quando il sasso della tristezza ti opprime il petto,

scoprirai oggetti sconosciuti e meravigliosi
in bilico sul presente che frusta la pazienza
arazzi mai sbattuti al sole del passato
punti di vista di quando non porti solo il caffè
puntuale come i treni dell’infanzia.

Di tanto in tanto un pianto ribelle e una goccia chimica
per stare a parlare tra noi, tentare un dialogo calmo,
le musiche che amavi, il mio suono di flauto giovanile
prestato a raminghi santi di strada
sono diventati motivo di facili lacrime,
il corpo e la mente chiedono venia
ma riscuotono la parcella da antichi dolori custoditi

di notte la danza del sonno dei figli intorno al talamo
e nell’alba la speranza di un giorno diverso,
spiarti e tremare dietro le quinte dei malanni
come genitori dinanzi ai primi passi
di una prole al contrario.

Non ho da fare come credevi,
puoi restare quanto vuoi!
Inutili sono le cose del mondo
se l’urgenza riguarda l’essenza.
Congelo attimi e gesti
per le carestie del futuro,

regalami il tuo sguardo sperduto
i sensi di colpa per chi ti sta attorno
gli occhi ingranditi dai vetri
mentre osservi nostalgica
il traffico in strada di gente mascherata
che non attende chi resta indietro,

regalami le mani rabbiose per guarigioni in ritardo
il gioioso passo insicuro verso il confessore
la preghiera smorzata dalla sfiducia
la grigia testa di passerotto vegliardo
in cerca dei sereni nidi dell’anima.

“Conversione di Bernardo” – Riz Ortolani

Continua a leggere “Pianto greco”

Il missionario

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Il missionario

Il ritaglio di cielo nero compreso tra i due palazzi che delimitano la strada, è illuminato a giorno dall’ennesimo lampo della serata. Un vento caldo, in questo novembre anomalo, contrasta con le previsioni del tempo che già promettono neve e colonnine irrigidite: “non c’azzeccano mai!” – penso. A sottolineare la mia disapprovazione ecco giungere il tuono con i suoi naturali secondi di ritardo che, a contarli bene, sono sempre meno. “Presto la pioggia mi farà compagnia!”

Non amo ‘lavorare’ con l’acqua: si bagnano i vestiti e gli strumenti.

La notte, invece, non mi disturba affatto. Apprezzo molto quei clienti che mi ‘convocano’ in tarda serata. L’avvolgente anonimato delle tenebre libera dai convenevoli che di giorno, chissà perché, ci sentiamo in obbligo di sostenere con le persone e addirittura con gli oggetti.

Amo la notte: è liberatoria. E poi adoro quella frase d’uso comune negli ambienti medici: “… se supera la notte…!”. ‘Se’: congiunzione con valore ipotetico in salsa atletico-cronologica ed escatologica.

Il caffè all’angolo già ricolmo di premature leccornie natalizie; il bazar delle cose usate; le rosticcerie a conduzione familiare che nascono come funghi in questa società di lavoratori precari; le casalinghe che s’affrettano tra il fruttivendolo e il tabacchino; la piccola cappella di strada dedicata a Santa Lucia con i lumini rossi che brillano sornioni accanto all’icona. La vita scorre frenetica, in questa cittadina di provincia, nella sua monotona prevedibilità e gli esseri umani che alimentano tale vita credono di pilotare il proprio destino facendo acquisti e concentrandosi sulle più futili amenità; in realtà, non controllano proprio un bel niente!

Io, invece, offro certezze.

Mancano ancora tre quarti d’ora all’appuntamento e le prime gocce d’acqua sull’asfalto mi invitano a ripararmi presso la vicina chiesa di S. Maria della Speranza che – lo so benissimo! – resterà aperta per una buona mezz’ora nonostante la messa sia finita da un bel po’.

A volte i ritardatari, quelli che a messa non ci possono andare per motivi di lavoro o per altri impegni, si accontentano di sostare qualche minuto in adorazione, seduti tra i banchi mentre il sacrestano ripone gli ornamenti sacerdotali nei mobili della sacrestia, dopo aver spento luci, candele e microfoni. L’aria nella chiesa è ancora pregna di odori vestiari e d’incenso, ma non voglio sedermi a meditare. Ho sempre creduto in una fede militante e le messe le ascolto in piedi, sugli attenti. Se non c’è messa, leggo. Mi avvicino, come stasera, al libro delle sacre scritture posto su di un leggio a disposizione della gente che entra in chiesa e leggo le letture della giornata: prima, seconda lettura, salmo responsoriale e il brano tratto dal Vangelo. La mia attenzione ricade, però, sulla prima lettura:

“Vi è una sorte unica per tutti,

per il giusto e l’empio,

per il puro e l’impuro,

per chi offre sacrifici e per chi non li offre,

per il buono e per il malvagio,

per chi giura e per chi teme di giurare.

Una medesima sorte tocca a tutti

e anche il cuore degli uomini è pieno di male

e la stoltezza alberga nel loro cuore mentre sono in vita,

poi se ne vanno fra i morti.”[1]

Credo molto nella forza ispiratrice derivante dalla lettura casuale delle sacre scritture e anche stavolta riesco a strappare alla Bibbia le parole che voglio sentirmi dire prima di andare a lavoro.

È vero: vi è una sorte unica per tutti, ma io offro di più; come dicevo: offro certezze.

Continua a leggere “Il missionario”