XVII Concorso Letterario Anselmo Spiga 2020

ricevo e con piacere diffondo…

locandina 2020

Vi presentiamo il Bando 2020 della 17a Edizione del Concorso Letterario “Anselmo Spiga”.
Quest’anno, alla luce del difficile momento che stiamo affrontando e per agevolare i concorrenti, il Concorso si svolgerà online.
Per partecipare sarà sufficiente inviare l’Opera e i documenti richiesti, entro  il 14 Giugno 2020, al seguente indirizzo email: concorso.anselmospiga@gmail.com

La Segreteria confermerà, ad ogni email, la ricezione dell’opera e attribuirà un codice numerico, cosi da garantire l’anonimato degli Autori…

Regolamento 2020

Scheda di partecipazione al XVII Concorso Letterario Anselmo Spiga 2020

 

Frate Kerouac

… per quando ritorneremo a viaggiare!

N I G R I C A N T E

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<<… Non ho ancora trovato la tomba di Schindler, ma domani continuerò la mia ricerca con informazioni più sicure. Anche perché non posso leggere le iscrizioni su tutte le tombe di Gerusalemme! Che giro ragazzi oggi! Stavo morendo disidratato sotto il sole di Palestina. Ho visto molto della zona est e ho pranzato tardi: alle 16…

Tornando a Casa Nova mi sono concesso una doccia, ho rasato la barba e ho cenato. E il dopo cena è stato interessante perché ho fatto quattro chiacchiere con il simpatico e molto estroverso direttore di Casa Nova che è, indovinate un po’, un “francescano”! Anche se vedendolo a tutto si penserebbe ma non che si tratti di un religioso: jeans, camicia, uno scotch whisky “on the rocks” in una mano e una sigaretta accesa nell’altra. Seduto sulla poltrona del bar di Casa Nova, ci ha eruditi sulla sua vita fricchettona e sul perché…

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Rodolfo Lettore legge “Goccia a goccia”

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Rodolfo Lettore legge “Goccia a goccia”, un mio inedito pubblicato qui!

Messa in moto. L’ateismo dei virus

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MESSA IN MOTO

L’ateismo dei virus

Ieri un prelato che va spesso in televisione e che ho sempre apprezzato per il suo modo pacato di rapportarsi con l’interlocutore (anche quello immaginario dall’altra parte della telecamera), si è visibilmente alterato parlando della decisione secondo lui discutibile del comitato scientifico della protezione civile in materia di messe e celebrazioni varie (tranne i funerali con un tetto massimo di “invitati”) da continuare a vietare.
Il prelato, rosso in volto (ricordando un po’ il rabbioso monito wojtyliano “Convertitevi!” pronunciato in Sicilia all’indirizzo dei mafiosi), ha così energicamente affermato con piglio fideista: “la chiesa non è un luogo di contagio!”.
Già presa così la dichiarazione è condannabile perché la chiesa come edificio – da quel poco che ricordo – è un luogo di aggregazione al pari di altri, quindi suscettibile di assembramenti con tanto di abluzioni in acquasantiere, strette di mano al momento dello scambio del segno della pace, passaggi di monetine per la questua e distribuzioni eucaristiche: tutte pratiche che, in assenza per ora di un “decalogo per i fedeli”, anche senza un’ulteriore disamina igienista in questa sede, come è facile intuire costituirebbero occasioni di contatto improponibili e quindi di possibile contagio.
Ora, prescindendo dal bisogno di spiritualità, soprattutto in un momento delicato come questo, per controbilanciare il bisogno di cibo, quindi materiale, che ci spinge spesso in strada in questi giorni di pandemia tra supermercati e negozi alimentari vari (spiritualità che come ci suggerisce il saggio “Ascetismo metropolitano” di Duccio Demetrio può, anzi direi che dovrebbe, essere ricercata anche in luoghi “altri” – lo so, è più faticoso – diversi dalle chiese architettonicamente intese), direi che l’affermazione del prelato, sotto certi punti di vista irresponsabile quasi quanto quella di chi dice che si possono riaprire tutte le fabbriche, tanto il peggio è passato, nasconde un altro tipo di indignazione. Si tratta non solo dell’indignazione per una presunta decisione illiberale nei confronti del fedele impossibilitato ad abbeverarsi presso la fonte religiosa preferita, ma di una “stizza” d’altra natura, che nasce dall’aver osato rapportare e messo di fatto sullo stesso piano il luogo sacro con quello laico, la chiesa con la fabbrica, la pizzeria o il minimarket. Mi verrebbe da dire: il metafisico con il fisico.
Anzi, non allo stesso livello, bensì a un gradino inferiore: infatti alcune realtà commerciali stanno riaprendo anche se in maniera trasversale e incompleta. È difficile dover ammettere che le chiese, dinanzi al potere oggettivo e non immaginifico della natura, sono luoghi uguali agli altri. È difficile dover ammettere che l’unico luogo spirituale non controllabile da alcuna istituzione, quello sì inattaccabile da qualsivoglia virus, è e resterà sempre la nostra interiorità.
L’affermazione arrabbiata “la chiesa non è luogo di contagio!” denuncia, se mai ce ne fosse bisogno (ma la pandemia forse ha reso definitivamente consapevoli alcuni irriducibili di una verità ormai tangibile e di una caducità che non conosce gerarchia), la perdita di un primato, quello taumaturgico, da parte di un potere, quello religioso (nel senso di istituzione), nei confronti della realtà oggettiva offerta dalla cruda scienza e dalla riproducibilità dei suoi dati sperimentali, e nella fattispecie dalla virologia.
La vera ricerca spirituale (anche quando si parla di “popolo di Dio”) non può che essere solitaria: tutto il resto è “caciara” postconciliare. L’immagine di Papa Francesco che prega da solo in Piazza S. Pietro sarebbe potuta essere l’occasione per un salto di qualità da parte della Chiesa, per l’emancipazione (ormai tardiva) da una spettacolarizzazione di debordiana memoria ma, come accade da secoli all’interno della Chiesa, esistono correnti di pensiero interne che contraddicono l’operato illuminato (e gli esempi muti) di certi Papi. O viceversa: Papi che affondano spinte evoluzionistiche positive nascenti dal basso. Se il suddetto prelato s’indigna, Papa Francesco comprende con serenità e giustifica l’ulteriore sacrificio richiesto ai fedeli. Insomma, almeno fate pace tra voi!

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Commento a “Pomeriggi perduti”, di Antonella Tresoldi

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Commento alla raccolta poetica di Michele Nigro “Pomeriggi perduti”

Una lettura non facile, per nulla banale, da ripercorrere più volte, un piccolo gioiello da tenere sul comodino per assaporarlo con la lentezza e l’attenzione necessarie. Eppure, la prima volta ho letto tutto d’un fiato, rapita. La mia impressione percepisce un filo conduttore: la morte, intesa come liberazione da un certo materialismo della vita, da una disattenta frequentazione di azioni quotidiane; al contempo trapela un desiderio, forse una speranza di un vivere diverso QUI e ORA, ma pure un anelito dell’attesa di quel momento sacro in cui nulla conterà più. “Non c’importerà più di niente perché niente saremo forse vivi, forse no…” (Il momento perfetto). Tra le varie poesie tutte intense, ne trovo molte degne di particolare rilievo, nelle quali sento una probabile sconosciuta similitudine interiore con l’autore. Ad esempio: Le cose belle, Archivio, Echoes, Respiro stellare, Fuoco Eterno, Onirica, e soprattutto Pomeriggi Perduti e Il Momento Perfetto.

Concludo cogliendo tra le pieghe di tutto il lavoro, la malinconia “del secondo imbrunire” di battiatiana memoria, composta e piena di sentimento vero e puro, e soprattutto un monito d’amore per mettere in guardia le nostre esistenze. Per questo ringrazio Michele.

Antonella Tresoldi

Botteghe di bottarga

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Mi chiedevi svogliata della poesia
del suo stato di salute nella subintensiva
di un mondo stampato, letto da pochi
lungo la scia di cadaveri non chimica
sul fiume di un’estate
nata morta, non per la cattiva
intenzione del tuo sentirti viva
ma per i lidi recintati di falsa trasparenza
tra pagine non amate sul serio.

C’erano le grasse borgatare e le pallide represse
che dai tinelli s’atteggiavano a pettegole critiche
letterarie come le parole esplose
dell’edicola di De André per bombaroli
e le tristi botteghe di poesia
dagli unti – di densa saliva – quotidiani invenduti
buoni per avvolgere bottarga affumicata
o i resti dei rustici della festa di Laura la bottegara.

E i pederasti di nuova generazione,
ribolliti compagni di merende dal presunto verso
ribelle e avanguardistico simile a un peto scritto
a leccarsi tra loro come esuberanti vagoni
del treno rosa di pecore amiche d’ovile
che preferivano scamorze a raccolte
bottiglie d’olio a sillogi,
e la giornalista scesa dal Parnaso
per un servizio su questioni dozzinali
per inseguire poeti famosi e troppo lombardi,
la bella modella che fa la rivista ignorante
incisiva come un rutto nel vento
lo stesso della sua barca a vela,
starebbe meglio a fare compagnia
con un buon sesso di vocali ricciolute.

L’editrice in clausura non dava segni di vita
s’era tolta al mondo per farsi un dispetto,
affogata dalle bianche copie impolverate
tossiva peli di gatto e prefazioni elemosinate.
Vedo ancora il dolce sorriso
della poetessa dal capello preciso
e i suoi versi tracciati col righello, recensiti dal freddo
vuoto dello scambio di piaceri tra riviste rinomate.

Mi colpisci in pieno volto, senza pietà
con un corso online in comode puntate
di poetante poesia per funzionali analfabeti dell’anima.
Il cocainomane consiglia letture europee
la sciocchina s’indigna per il commento
il tradotto latinoamericano attende il fantasma di Neruda
il grande traduttore si concede banalità da covid.

Chiedevi non della poesia, in realtà
ma della sua superba fauna in cattività
per cattiverie subite e restituite,

però tu, non ti adagiare sotto il lume
guarda altrove, lontano dalla bolgia
incolla gli occhi alle pagine degli alti
vaga ignaro tra le strade distratte
e onora la parola che ti raggiunge
solitaria e infetta
nel cuore della signora di tutte
le quarantene di carta.

– video correlato –

“Il bombarolo”, Fabrizio De André

La Liberazione e il “Monumento ai rialzati”

N I G R I C A N T E

Liberazione è rialzarsi!

<<… Allora, signori miei, non ci resta che alzare, nella nostra architettonica fantasia, un monumento ai rialzati.

Un monumento per tutti quelli che ancor prima di cadere hanno avuto la lungimirante e salvifica codardia nel rialzarsi, uscire dalla trincea e tornare a casa…

A casa: dove tutto conta e ha un valore. Un valore più grande di quello nazionale.

Una casa dove ci sono i libri amati e non bollettini ufficiali; dove ci sono le foto di famiglia e non le ipocrite scene disegnate sulla “Domenica del Corriere”; dove poter rivedere i volti sognati durante una notte di pioggia sul fronte e non la faccia insanguinata di un compagno strappato da una cattedra di latino al liceo; il caldo tepore di ricordi personali e non le massime scritte sui muri da un dittatore guerrafondaio; il libero arbitrio di un giornale da leggere in veranda e non l’elenco…

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“Ascetismo metropolitano” di Duccio Demetrio, legge Michele Nigro

In questi giorni di “ascetismo indotto” sarebbe utile e appagante mettersi in ascolto, per “cercare la propria solitaria dimensione spirituale”. Un libro per atei e religiosi, per una ricerca senza confini e che non ha bisogno di etichette.

Michele Nigro legge il paragrafo “L’asceta di nome nessuno” (cap. 3 “Lo sguardo dell’asceta”), tratto dal saggio “Ascetismo metropolitano” (L’inquieta religiosità dei non credenti) di Duccio Demetrio, ed. Ponte alle grazie.