Città di passaggio

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Ho fallito con la mia città!,
le sue genti scivolano lente
sui fianchi del corpo turistico,
sguardi estranei e obliqui
incrociano i progetti dell’altrove.
Non trattengo più con la stessa fede
la polvere d’oro dei suoi fiumi assetati.

Questa città ha fallito con me,
folti elenchi di feriti e dispersi
lungo gli anni dell’ingenuo riprovarci,

quante sciocche vespe contro i vetri
di stanze illuminate e illuse,
ora consegnate al buio del disincanto.
Di tanto in tanto, una voce amica
sopravvissuta ai gorghi del tempo
risuona come un balsamo al silenzio.

Assuefatto al dolce tramonto di mille legami
e alla morte dei per sempre,
non mancherà a queste vie
l’orma dei miei sconfitti passi notturni.

“Antropico”, da Pomeriggi perduti (Ed. Kolibris)

(tratta da “Pomeriggi perduti”, Edizioni Kolibris – 2019)

Eufrasia Gentileschi su “Nessuno nasce pulito”

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Ho ricevuto tempo fa questa interessante recensione da parte di Eufrasia Gentileschi, una mia lettrice… Desidero condividerla con i lettori di questo blog.

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La suprema azione della poesia sul caos

L’ordine alfabetico contempla il disordine cronologico, in questa prima raccolta poetica di Michele Nigro.

Non sono necessari riferimenti temporali per capire l’evoluzione linguistica che c’è stata nel corso degli anni; viene offerta al lettore una miscellanea che comprende il pensare, il sentire, l’avvertire, il credere, lo sperare, il soffrire e il resistere e che prescinde, dal sapere quello che è stato il giorno esatto in cui un sentimento ha prevalso sull’altro. Solo pochi riferimenti scelti e chiariti dall’autore, per tracciare una mappa, ma la struttura è quella di un labirinto in cui, pur ripercorrendo temi già citati, parranno ai nostri occhi come luoghi inesplorati.

Scriveva Sophia De Mello Breyner Andresen: “Non l’uomo, ma i segni dell’uomo,/la sua arte, le sue…

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“FUOCOAMMARE”: quando la fiamma del realismo… non scotta.

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Se avevate considerato “Sacro GRA” come il più noioso documentario della storia del cinema documentaristico italiano, è perché evidentemente non avevate ancora visto “Fuocoammare”. Se questo è il neo-neorealismo scialbo dell’era renziana, allora ridatemi i miei vecchi vhs seppelliti in garage!

Forse l’intento di Rosi era quello di girare un “L’isola di Arturo ai tempi dei barconi”, ma gli è andata male: si è voluto giocare sull’accostamento parallelo, quasi casuale, tra le esistenze degli isolani e la tragedia dei migranti, ma il risultato è deprimente, direi privo di effetto, anche quando si tenta la carta delle analogie tra il duro passato degli abitanti di Lampedusa e il drammatico presente di chi soffre per altri motivi. Anche il tentativo di dare fascino alla pellicola sottolineando il “colorito locale” con tanto di sottotitoli (necessari perché un documentario doppiato smette di essere documentario), appare forzato perché si vuole a tutti i…

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ODRZ legge “Limbo” (da “Nessuno nasce pulito”)

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Rispondendo all’appello “Leggi una poesia: in regalo una copia del libro…”, lanciato tempo fa su questo blog e su altri social, il gruppo musicaleIndustrial Noise degli ODRZ ha allestito un video reading, in perfetto stile noise music, della poesia“Limbo” tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito” (ed. nugae 2.0) pubblicata nel 2016.

È sempre interessante, oltre che emozionante, assistere alla reinterpretazione artistica e alla decostruzione mediale di un proprio componimento: infatti ad essere “messi in discussione” non sono le singole parole o i versi che compongono la poesia, che restano sostanzialmente invariati, bensì i supporti comunicativi classici della poesia. Non più solo lettura lineare ma rimodulazione in chiave futurista del testo: il differente ritmo dei versi, il tono della voce adulterato dagli strumenti, la ripetizione di alcune parole (a volte anche gridate!) come a volerle sottolineare e incidere nell’acciaio, il tutto su un tappeto sonoro “rumoroso”.

Grazie

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Logiche autunnali

Buon Autunno a tutti voi!

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“Lungo il transito dell’apparente dualità
la pioggia di settembre
risveglia i vuoti della mia stanza”

(“Nomadi”, Juri Camisasca)

 

Logiche autunnali

La gioia perversa del declino

Che cos’è l’autunno se non un’anti-primavera, una meta-stagione, un video reverse della natura, un’idea per canzoni e poesie, l’attesa gioiosamente malsana di un periodo sospeso senza energia e senza speranza, il movimento rallentato verso l’angolo spento di un ciclico andare?

Le ingenue illusioni primaverili e le forzate previsioni generate da un ottimismo solare lasciano il posto a un’assoluta e salvifica mancanza di pretese, non priva di fede: si attende il nulla con fiducia, il letargo dell’iniziativa con un’operosa umiltà, la contemplazione di un’apparente morte stagionale che invece è vita, sobria e sfornita di annunci vacanzieri.

Veni l’autunnu
scura cchiù prestu
l’albiri peddunu i fogghi
e accumincia ‘a scola [1]

Vi può essere felicità nell’immagine statica di muti rami spogli?

Mentre la primavera…

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Battiphaglian

Woody perdonami!

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libero remake del monologo iniziale di Woody Allen nel film “Manhattan”

Capitolo primo. “Schifava Battipaglia. La schifava smisuratamente…” No, è meglio “la sottovalutava smisuratamente”, ecco. “Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva nei colori sgargianti dei palazzinari e pulsava dei grandi motivi di Mario Merola suonati dal pianino napoletano in cerca di monetine lanciate dai balconi…” No, fammi cominciare da capo… capitolo primo. “Era troppo critico riguardo a Battipaglia, come lo era riguardo a tutto il resto: trovava sconforto nel deprimente andirivieni della folla inscatolata durante la festa patronale della Speranza e del solito traffico alla rotatoria tra la Strada Statale 19 e il cimitero. Per lui Battipaglia significava belle donne fatte della stessa materia casearia della “Zizzona” ma abbronzate già a febbraio, tipi cafoni in gamba ma di destra cresciuti a pane e Piazza Madonnina che apparivano rotti a qualsiasi discussione riguardante la Riforma Agraria…

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“La poesia urbana di Michele Nigro”, di Davide Morelli

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Michele Nigro

La poesia urbana di Michele Nigro

Non voglio scrivere nulla sulla ideologia, sulla personalità o sul retroterra culturale di Michele Nigro. So che è un artista multimediale e sperimentale. D’altronde, come ha dichiarato Nicholas Negroponte, il passaggio dagli atomi ai bit è inarrestabile e internet ne è una conseguenza, sebbene qualche intellettuale consideri il web un’anticultura per eccellenza. A mio avviso il flusso di coscienza di Joyce e l’ipertesto possono coesistere pacificamente¹. Non voglio in questa sede neanche stabilire cosa sia la poesia e cosa sia la poetica. Forse la poesia è un insieme di intuizioni verbali e la poetica è la riflessione sulla poesia da parte dell’autore. Probabilmente sappiamo solo che l’arte, per dirla alla Pareyson, è “il bisogno dell’inutile”. Si noti l’ossimoro. Di più forse non si può scrivere, vista e considerata la polisemia dell’opera d’arte e la polifonia della letteratura contemporanea. Nella storia dell’arte è accaduto…

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American History X: la banalità dell’intolleranza

L’unica strada da percorrere, dunque, è quella della dissociazione, non solo in senso strettamente comunitario, ma come azione distintiva, di separazione, di disgiunzione delle nuove idee personali, maturate dal confronto, da quelle dell’alveare.

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versione pdf: American History X: la banalità dell’intolleranza

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Cosa accade all’animo umano quando riceve il caldo abbraccio di un’ideologia radicale, a base politica o religiosa? Tutte le sconfitte dell’esistenza, le ingiustizie, gli affanni, sembrano svanire, diluirsi nella speranza che l’idea forte sposata senza contraddittorio potrà un giorno cambiare realmente il mondo. Chi di noi, nel corso della propria vita, non ha sentito almeno una volta il bisogno di ricevere questo tipo di conforto? Fosse anche solo l’abbraccio urlante da parte di una curva di stadio, se spostiamo l’idea “forte” sul terreno decisamente più prosaico della fede calcistica. Il sentirsi parte di un grande progetto, di un gruppo, il coraggio derivante dall’essere convinti di possedere una verità per cui vale la pena combattere, il cameratismo alimentato da minacce presunte o reali ma sopravvalutate e distorte: questi e molti altri gli ingredienti che conducono i più “bisognosi di…

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Interruzione di dipendenza

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Prendete una vostra abitudine, quella più frequente, la più ossessionante anche se impercettibile, quella che voi credete essere la più cara e innocua, e… interrompetela. Così, per compiere un esperimento giocoso che pian piano potrebbe diventare un necessario esercizio di miglioramento della qualità esistenziale. Allontanatevi da essa, da questa abitudine non vitale a cui siete legati ma di cui credete di non avvertire la pressione discreta che esercita sul vostro vivere, espelletela dal vostro tempo quotidiano, dai vostri meccanicismi, dal paniere di tic pseudoculturali che tenete sul comodino a portata di mano e di cui vi siete autoconvinti di non poter fare a meno. Osservatela, se volete, dall’esterno prima di archiviarla definitivamente o per un breve periodo di prova, ricordatene le fattezze, studiatene la presenza nella vostra vita per riconoscerla se si dovesse ripresentare sotto mentite spoglie, bussando alla porta delle azioni meccaniche. Se non ha un nome, datele un…

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Elogio della sottolineatura

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Vi è mai capitato di cominciare a vedere un film e non ricordare di averlo già visto? Mentre altre pellicole vi restano stampate a fuoco nella memoria al punto tale da anticipare le battute degli attori? Perché un’opera d’arte (un film, un libro, un quadro, una musica) vi scivola addosso senza lasciare traccia mentre altre no? Ascoltando un brano musicale, osservando una tela dipinta, leggendo le pagine di un libro, il cervello sottolinea le parti più importanti, o meglio, quelle che ritiene istintivamente più importanti (se ce ne sono) in base all’esperienza, ai gusti, alla sensibilità, al momento, al tipo di ricerca che caratterizzano l’esistenza del soggetto a cui appartiene il cervello in questione. E sono proprio queste parti, questi dettagli che costituiscono i “marker” di un’opera, che la rendono indimenticabile. Non tutti sono capaci di individuarli e non tutte le opere posseggono dettagli memorabili: ma ciò dipende da…

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Gli “Amabili resti” di Elisa Claps

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È sorprendente scoprire certe analogie esistenti tra narrativa e cronaca: somiglianze tenute ben separate dalla geografia, dalla differente cronologia, da diversità linguistiche, sociali e culturali, eppure così vicine nei contenuti e per questo motivo “universali”. La brutalità, la morte, il destino di ciò che usiamo chiamare “anima”: esistono punti di contatto tra le varie umanità abitanti questo pianeta che nel bene o nel male travalicano il tempo e lo spazio. Recentemente una di queste “lampadine analogiche” si è accesa nel mio povero cervello mentre guardavo comodamente seduto sul divano di casa un film diretto dal “tolkieniano” Peter Jackson e intitolato “Amabili resti” (The lovely bones) tratto dall’omonimo romanzo (in parte autobiografico) della scrittrice statunitense Alice Sebold. Non starò qui a snocciolarvi trame o a riesaminare in maniera incompetente casi di cronaca giudiziaria (italiana) ancora tremendamente aperti: ognuno di voi potrà, se vorrà, leggere autonomamente il romanzo…

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11 settembre inflazionato?

La politica è “politica d’immagini”: le ripetute sequenze dell’11 settembre servono non a ricordare le vittime ma a mantenere vivo lo sdegno pubblico che è alla base di un interventismo geopolitico e militare utile solo ai potenti e agli industriali che nella guerra da sempre, da quando esiste un’industria bellica, subodorano affari succulenti.

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“… E i funerali di stato a che servono? 
I militari in missione chi servono?…”

(CapaRezza – dal brano “Cose che non capisco”)

Facciamo un piccolo gioco sull’immaginario collettivo?

Chiudete gli occhi, rilassatevi. Trasformate lo schermo nero che avete creato dietro le vostre palpebre chiuse in una sorta di tela su cui proiettare le immagini depositate nella vostra mente. Alzi la mano chi ricorda perfettamente almeno un’immagine riguardante l’attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle di New York. Bene, siete in tanti. Complimenti! Potete abbassare le mani… Ora alzi la mano chi, invece, conserva nella propria memoria un’immagine della guerra libano-israeliana del 2006. Uno… Due… Nessun’altro? Come prevedevo. Perfetto: abbassate pure le vostre mani e aprite gli occhi.

In realtà non avevo bisogno di fare questo “esperimento”: sapevo già quale parte della storia il Quinto Potere aveva deciso di sfruttare. O di inflazionare.

Tra qualche giorno…

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Bodybuilding

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Manifesti sorridenti di città
consigliano ritorni palestrati,
tra strade deserte
di vacanze in ritardo e bombe
s’aggirano abbronzate dal sale
le solite miserie umane.

In altri luoghi chiama pallido
l’allenamento rustico,
tronchi tagliati per l’inverno
ruvidi manubri senza musica,
il fiato vincente dell’imbianchino
bicipiti d’avvitatore seriale
sguardo frizzante da elettricista
e gambe di legno stagionato.

Ancora una volta, come anni fa
la vita si annulla fedele
in silenzi clandestini,
porge di nuovo l’orecchio
a riconoscere in provincia respiri lontani
di solitudini intonate,

tra un colpo di pialla
e i rintocchi del martello
– campana povera del fare –
non si arrende ai postumi dell’estate.

Nuovo Cinema Paradiso

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“La vita non è come l’hai vista al cinematografo: la vita è più difficile.”

(Philippe Noiret – Alfredo)

“Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore è un film immenso perché completo e perché molteplici sono gli elementi che lo compongono e indirettamente c’appartengono: l’ambiente in cui nasciamo e che rappresenta il “cantiere di un’infanzia”, i ricordi di una vita che ti svegliano di notte, l’amicizia, le ingenue speranze giovanili che oggi pagheremmo a peso d’oro pur di riaverle, i silenzi materni, le persone conosciute nel corso della vita e che anche a distanza di anni non abbandoneranno mai la nostra memoria, il passato che prima o poi ribussa alla porta, la figura paterna sostituita da surrogati umani e fittizi, il tema della fuga e del ritorno, l’amore contrastato e apparentemente dimenticato.

E ancora: le ferite interiori non rimarginate, certe scelte a volte casuali che condizionano un’intera esistenza, l’influenza dei…

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“Poesie minori Pensieri minimi”, recensione di Eufrasia Gentileschi

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… un grazie infinito alla mia lettrice Eufrasia Gentileschi che anche in questa occasione ha voluto condividere, con me e gli altri lettori, le sue preziose considerazioni… 

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“Un legno poetico a salvare il senso”

Singolare come, nel momento in cui si leggono due testi in contemporanea, all’apparenza così diversi e distanti, si possano trovare punti di contatto e di incastro. È successo tutto questo mentre, leggendo questa piccola raccolta poetica “Poesie minori Pensieri minimi” di Michele Nigro, al contempo ero alle prese con l’ultimo libro di Roberto Cotroneo “Niente di personale”.

Ad un certo punto del romanzo, alla domanda: “E quando lo scriverai questo libro?”,  Cotroneo fa dire ad uno dei suoi protagonisti  – “Quando mi toglierò dalla testa che con tutta questa scrittura che ci sommerge abbia davvero ancora senso scrivere un libro… Invece non conta solo quello che scrivi, conta come metti insieme le cose. Conta la tonalità…

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Le roselline di Persano

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Tra le sue mani non più tanto giovani Giulia stringeva, delicatamente e con perizia museale, una foto in bianco e nero. Ne aveva tante di foto così e la scatola di fortuna che le conteneva nella credenza della camera da pranzo ormai aveva raggiunto un “punto di non ritorno” strutturale e di tanto in tanto avvenivano rigurgiti fotografici con pezzi di storia che cadevano sul pavimento. Il fascino della fotografia trovava in quella scatola la sua massima realizzazione e non erano certamente le pose studiate di qualche artista della messa a fuoco a rendere uniche quelle foto, ma i momenti storici che casualmente e nostalgicamente testimoniavano.

Gerarchi fascisti in alta uniforme, orgogliosi soldati con i capelli lucidi di brillantina Linetti prima della partenza per il fronte, donne affascinanti di porcellana e talco sfuggite al cinema della “Belle Epoque”, bambini imbalsamati dinnanzi al mago fotografo… Tutte le tipologie umane di…

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Live at Pompeii

Ah, Roger Roger… un po’ meno esaltatino, ok? 😎

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Era il 5 ottobre del 1971. Un’anomala giornata autunnale con aspirazioni primaverili.

Mio padre spingeva lentamente il passeggino, con dentro la versione demo del sottoscritto, lungo il viale alberato che lambisce i muri cancellati dei famosi scavi di Pompei. Avevo cinque mesi, una cuffietta azzurra in testa per farmi ammirare dalle giovani donne e un genitore amorevole che assaporava quel momento di serenità contemplandomi di tanto in tanto come se fossi il primo bambino del pianeta nato dopo secoli di sterilità. Una serenità destinata a durare poco.

Dall’interno dell’area archeologica proveniva una musica strana, inquietante, evocativa, che passo dopo passo aumentava di volume: sembrava che gli inespressi echi musicali di quella civiltà sepolta dalla furia lavica del Vesuvio stessero riemergendo dalle rovine e dal tempo per impartire agli uomini moderni lezioni arcaiche lasciate in sospeso.

Ma non si trattava di morti che reclamavano attenzione in maniera bizzarra: i creatori vivi…

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Up Patriots to arms!

Maestro, salvaci tu!

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L’incipit arabo di “Up patriots to arms” e altri particolari.

Chi conosce la creatività musicale di Franco Battiato sa benissimo che ogni brano dell’artista siciliano possiede un meccanismo complesso, o comunque non ordinario, costituito di suoni, come è ovvio che sia, ma anche di voci quasi impercettibili, rimandi culturali, linguistici, geografici, storici, ponti spazio-temporali e anche di innocui e giocosi messaggi subliminali… <<Ma quali “messaggi subliminali”!?>> Ci tiene a precisare simpaticamente, con un “dispaccio” inviatomi su un famoso social network dopo aver letto questo post, Filippo “Phil” Destrieri – storico tastierista di Franco Battiato, all’epoca impegnato in studio con il cantautore proprio per registrare l’album “Patriots”: <<… a volte la realtà è più semplice e meno misteriosa della fantasia! […] in nessun disco di Franco, ci sono dei messaggi subliminali! Pensa che a quei tempi, per il super lavoro, non avevamo nemmeno il tempo per mangiare e…

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Un drop out di nome Steve Jobs

Abbandonare un percorso specialistico per avere una visione più ampia dei meccanismi quotidiani che governano il mondo, per “smontare la vita” e vedere come è fatta dentro, per sviluppare un pensiero eterogeneo lontano dai dogmi, per carpire le esigenze dell’uomo della strada, per essere liberi di scegliere il proprio futuro auto-plasmandosi, per vivere in maniera trasversale.

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Il discorso di Steve Jobs ai neolaureati di Stanford dovrebbe essere ‘studiato’ nelle scuole e distribuito o fatto vedere nelle aziende, nelle piazze, negli ospedali, nelle sedi di partito, negli orfanotrofi… Ovunque.

È un discorso interessante dalla prima all’ultima frase, ma la parte che secondo il mio punto di vista costituisce il cardine della “filosofia eretica” del cofondatore di Apple è quella in cui spiega, paradossalmente, proprio a dei neolaureati il suo personale “elogio dell’autodidattica”:

<<… Io non mi sono mai laureato. […] Ho abbandonato gli studi al Reed College dopo sei mesi, ma vi sono rimasto come imbucato per altri diciotto mesi, prima di lasciarlo definitivamente. Allora perchè ho smesso? […] Ingenuamente scelsi un’università che era costosa quanto Stanford, così tutti i risparmi dei miei genitori sarebbero stati spesi per la mia istruzione accademica. Dopo sei mesi, non riuscivo a comprenderne il valore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella mia…

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