“Avrai tempo per finirlo!” mi dicevi

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“Avrai tempo per finirlo!” mi dicevi
prima che l’ora di mezzo prendesse corsa
sui libri già letti in barba alla morte.
Ma ne erano sempre troppi, gli amati
facevano capolino dallo scaffale rotto
sotto il peso di presunte eternità

e la finta censura sugli acquisti
la gara per l’ultima pagina in ritardo
le occasioni perdute come titoli intonsi
le lancette inclementi, che di sera affilate
fanno più male delle frecce di San Sebastiano.
“Portarseli tutti dietro!” anche all’inferno
si godrebbe una vista migliore sui gironi,
e quelli pessimi per ravvivare i fuochi
all’ospite demonio.

Dodecalogo del recensore (di poesia)

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  1. Lasciate “decantare” il pacco postale contenente il libro: l’impetuosità non è da recensore freddo, scientifico e imparziale, e fa scrivere sciocchezze; a volte le scrive anche quand’è freddo, scientifico e imparziale, ma questa è un’altra storia…
  2. Saltate prefazioni ed eventuali postfazioni: per non farvi influenzare inconsciamente e perché in teoria non si dovrebbe aver bisogno di attingere alle altrui opinioni. Vi è stato chiesto di farvene una vostra e di scriverla: l’autore – quello serio – cerca questo e ve ne sarà grato. Le leggerete solo dopo aver terminato la stesura della recensione per eliminare eventuali coincidenze con ciò che hanno già affermato prefatore e postfatore. Puntate all’originalità! A pensarci bene, saltate anche la quarta di copertina…
  3. Leggete, invece, anche già durante la stesura della recensione, la biografia dell’autore, quasi sempre accennata in una bandella del libro: vi aiuterà a interpretare da un punto di vista esistenziale alcuni passaggi del testo.
  4. Soprattutto per quanto riguarda le raccolte di poesie, leggetene una alla volta, concedendovi una pausa, facendo altro prima di ritornare sulla successiva: ogni singola lirica è un mondo a sé stante, non è parte di un melting pot poetico da leggere senza soluzione di continuità.
  5. Annotate a matita, nelle parti bianche del foglio, tutto ciò che v’interessa della poesia letta; sintetizzatene in pochi appunti – anche in una singola parola – lo spirito che la pervade, la filigrana, quello che secondo voi è il significato centrale del componimento, fosse anche solo una vostra impressione che si rivelerà errata in seguito: la poesia (così come la critica poetica) non è esattezza matematica ma è soprattutto interpretazione soggettiva, sostenuta, certo, da una conoscenza dei canoni che non deve tuttavia soffocare la voce istintiva proveniente dai versi; e senza eccedere nella soggettività, però, stravolgendo l’intento originario dell’autore. Quel che una poesia dirà a voi, non lo dirà ad altri. Il poeta saggio, che accetta il rischio di farsi leggere, lo sa. E se voi puntate a essere dei recensori trasparenti – che non seguono il già detto da altri recensori – dovrete accettare il rischio di poter male interpretare alcuni passaggi o di difendere la soggettività della vostra lettura. Spesso interpretazioni audaci o inizialmente considerate errate, vengono “riabilitate” dagli autori e considerate come interessanti punti di vista non presi in esame da loro stessi.
  6. Non annotate a penna. Il libro va rispettato: un giorno, cancellando le annotazioni a matita, potrete dare in prestito quel libro, fare bookcrossing o regalarlo a chi non conosce quell’autore. Le vostre annotazioni (nonostante il tanto decantato fascino del libro usato, scarabocchiato e maltrattato) potrebbero distrarre il futuro lettore. E poi le vostre considerazioni annotate sono come confessioni intime, su argomenti sensibili sollevati dall’autore, che non è detto faranno parte della futura recensione: lasciarle scritte sul libro che andrà in seguito tra le mani di un altro lettore è un po’ come lasciare il biglietto col numero telefonico dell’amante nella tasca dei pantaloni da lavare…
  7. Assicuratevi che una di queste annotazioni scritte nel corso della lettura abbia la forma di un possibile incipit per la recensione che scriverete.
  8. Non fissatevi solo sul mood delle singole liriche; di tanto in tanto lasciate in giro sul libro considerazioni generali sul testo come opera e sulla poetica dell’autore: le recupererete in seguito e vi serviranno per costruire la struttura portante della vostra nota critica: intorno a quell’impalcatura aggiungerete rapide pennellate sui passi che maggiormente vi hanno colpito. Alla fine della lettura, sfogliando il libro come a volerlo rileggere un’ultima volta velocemente, il libro vi parlerà! Seguite quella voce…
  9. A meno che non stiate scrivendo un saggio sulla poetica dell’autore, non dilungatevi eccessivamente: la recensione deve essere come un taglio chirurgico, profondo e convincente, ma al tempo stesso leggera e veloce. Il citazionismo deve essere funzionale alla dimostrazione di un precedente illustre che ha già esplorato determinati terreni; non eccedete in “fini diciture” da questi sommi, sia per non mettere in imbarazzo (o, peggio ancora, far esaltare ingiustificatamente) l’autore con paragoni improbabili (la citazione dovrebbe servire a creare una lontana analogia al fine di meglio far comprendere al lettore di che tipologia d’autore parliamo e non per affermare che il poeta “famoso” e il nostro… sono uguali!), sia per non perdere credibilità voi stessi in qualità di recensori. Allo stesso modo non bisognerebbe eccedere nel citare il testo dell’opera in esame: molti “recensori” con la scusa di “voler far parlare l’autore” – in realtà hanno poca voglia di lavorare e di sforzarsi per un autore che considerano minore – trascrivono sostanzialmente montagne di versi intercalando di tanto in tanto frasi “collante” per dare una ragione alla propria firma in calce alla recensione. I versi vanno citati per dimostrare le proprie affermazioni e non come arredo per raggiungere il numero di battute richieste dal capo redattore in vista del “pezzo”. Inserite, invece, alla fine della nota un’intera poesia (una sola, non mezzo libro come nelle segnalazioni che non recensiscono!) tratta dalla raccolta: il lettore si farà un’idea diretta del tipo di scrittura poetica.
  10. Rileggete più volte: smussate, levigate, aggiungete, togliete, riscrivete, se necessario rinnegate una vostra affermazione su un punto del libro… La recensione deve scivolare ed essere funzionale. Non dovete spiegare il libro: la recensione è un volo panoramico su un testo che in seguito, se il lettore vorrà, leggerà facendosi una sua opinione, caso mai sbugiardando il recensore. Seguite il vostro istinto e immortalate uno o più dettagli: per le sinossi ci sono gli editori, e i redattori editoriali, che devono preoccuparsi di vendere le copie. Non voi.
  11. Non fate rileggere la vostra recensione all’autore prima della pubblicazione: è una recensione, non un concordato. Se l’autore non gradirà qualche passaggio, beh… pazienza! L’errata corrige solo per insormontabili castronerie da voi pronunciate.
  12. Se un libro non vi piace e non ispira considerazioni positive, non scrivetene. È troppo facile e anche piuttosto malignamente gustoso elencare quelle che per voi sono le negatività di un testo. Molto più difficile essere equilibrati e giusti nell’evidenziare il bello. Quando c’è. L’autore intelligente non insisterà nel chiedere la vostra valutazione: sarebbe come andare a controllare da vicino perché un botto inesploso di capodanno non abbia fatto ancora BOOOM! Meglio girare a largo e conservare le dita per continuare a scrivere…

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“Pomeriggi…” su Margutte

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Su Margutte, Non-rivista online di letteratura e altro, curata da Silvia Pio e Gabriella Mongardi, una gradita segnalazione alla raccolta “Pomeriggi perduti” per la rubrica La voce di Calliope. Un grazie alla Redazione!

Per leggere su Margutte: QUI!

Sette quadri da “La Prigioniera”, Aa. Vv.

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Onorato di essere tra gli Autori selezionati per l’antologia proustiana di LaRecherche.it, curata da Giuliano Brenna e Roberto Maggiani, intitolata Sette quadri da “La Prigioniera”.

Per leggere e/o scaricare l’ebook: QUI!

“… in occasione dei 150 anni dalla nascita di Marcel Proust facciamo festa pubblicando la consueta antologia proustiana di LaRecherche.it. Hanno contribuito alla sua realizzazione ben 86 autori con opere di narrativa, di poesia o visive…”

 

5 inediti per “Suite italiana”

Grazie a Ilaria Palomba e alla Redazione di “Suite italiana”.

Per leggere i 5 inediti scelti: QUI!

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Rodolfo Lettore legge “Poesia a sua insaputa”

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Rodolfo Lettore legge “Poesia a sua insaputa”, tratta dalla raccolta “Pomeriggi perduti”.

“Ahimè! Ah vita!”, di Walt Whitman

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Buon compleanno zio Walt!

“Ahimè! Ah vita!”

dalla raccolta “Foglie d’erba”

traduzione di Giuseppe Conte

lettore: Michele Nigro

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“Pomeriggi perduti” su Leggere:tutti

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Una bella, originale e interessante recensione alla mia raccolta “Pomeriggi perduti”, a firma di Gisella Blanco per la rivista “Leggere:tutti”

“… Pomeriggi perduti è un’insegna al neon che richiama le suggestioni elettriche govoniane, rimbalzandole ai tempi del digitale in cui afflati retorici e ispirazioni contemporanee si mischiano, confondendosi: l’uomo si salva soltanto sfuggendo a se stesso, ed ecco l’afflato più feroce del post-modernismo…” (g.b.)

Per leggere l’intera recensione: QUI!

Anima legume

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Le donne vanno giù di rosario
dalle finestre della chiesa spiragli
di un infinito un po’ barocco
che tiene compagnia ai vegliardi
prima dell’ora fatale e della sera.

Ed io che vorrei uno scuro baccello
tutto mio quando la vita incalza
e la luce senza chiedere trafigge
gli intenti, solo pensati su carte
trascurate come figli non voluti.

(ph M.Nigro©2021)

Nota a “Pomeriggi perduti” su Alma Poesia

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È stata pubblicata su “Alma Poesia”, sito letterario a vocazione poetica curato da Alessandra Corbetta, un’interessante nota di lettura alla raccolta “Pomeriggi perduti”, a firma di Sara Serenelli.

“… Unendo con maestria un lessico moderno a uno più lirico e tradizionale, Nigro ci fa compiere, con la sua raccolta, un viaggio: ogni poesia è un cosmo concluso e bastante a sé stesso, che ci parla e ci affronta. Non è difficile rendersi conto che Nigro ci dona una poesia che è stata prima profondamente riflettuta (o meglio, “auto-riflettuta”), che si lascia guardare da fuori e vivere di dentro. Mentre leggiamo, la parola ci viene incontro, moderata, mai troppo altisonante e mai troppo distaccata…” (Sara Serenelli)

Per leggere l’intera nota: qui!

Per ascoltare una lettura dalla raccolta a cura di Sara Serenelli:

qui (Spreaker)

oppure

qui (YouTube)

Nota di lettura a cura di Massimo Ridolfi

Una gradita nota di lettura a cura di Massimo Ridolfi ad alcuni componimenti tratti dalla raccolta “Pomeriggi perduti” e alla poetica che li anima, è apparsa sulla pagina “Letterature Indipendenti”; per leggere la nota e per ascoltare la lettura della poesia intitolata “Passo di sera”: QUI!

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Continua a leggere “Nota di lettura a cura di Massimo Ridolfi”

Moratoria poetica

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Avete ragione, care amiche e cari amici poeti (o forse dovrei scrivere poet* per essere al passo coi tempi) quando andate dicendo che oggi si pubblica troppo, che ci sono troppe raccolte (quelle degli altri però, non le vostre) di poesia in circolazione… Avete stramaledettamente ragione!
Allora facciamo una cosa onesta, democratica e sincera, una cosa che stesso la vostra giusta lamentela mi suggerisce, ed è la cosa più logica da fare: facciamo una moratoria delle pubblicazioni poetiche per un decennio (limitiamoci “sperimentalmente” al solo ambito poetico), di TUTTE le pubblicazioni poetiche, e torniamo – come credo e mi auguro stiate già facendo similmente al sottoscritto – a leggere esclusivamente i poeti estinti già assurti all’olimpo dei grandissimi verseggiatori, i “classici” per capirci, gli autori affermati e celebrati dalla critica… Meglio se sono morti: quelli vivi sì, sono bravi anche loro (alcuni), ma sono troppo vivi per essere già importanti. Se sono un po’ morti è meglio.
Leggere solo loro e non i coevi: questi ultimi sono da ignorare, più di quanto non lo siano già, ovvero ignorati, da parte di tutti noi. Se abbiamo detto che si pubblica troppo ed è complesso seguire tutti, va ignorato anche il già pubblicato recentemente, non solo ciò che si pubblicherà a breve.
C’è solo un modo per sfuggire al traffico cartaceo dei giorni nostri e alla conseguente (secondo alcuni e a ragione) scarsa qualità imperante causata da una certa (apparente?) disponibilità editoriale a pubblicare tutto e tutti. Il motto è o dovrebbe essere: “Diminuire la quantità per far riaffiorare la qualità” soprattutto quella passata. Ma siete disposti a sacrificare anche le vostre pubblicazioni? Quelle che ritenete (e vorrei vedere il contrario) validissime? Quelle che coccolate come figli, ritenendole necessarie al dibattito letterario e indispensabili per segnare quest’epoca dal punto di vista poetico? Ah no? Non lo siete? Non siete disponibili? Pensate che le vostre opere (e questo in fin dei conti è ciò che pensa ogni autore del proprio prodotto) siano meritevoli di esistenza? Che si debba comunque pubblicare, poi sarà il tempo dell’analisi critica (ma quale e quanto tempo?) a decidere chi sopravvivrà all’oblio? Allora sono solo “gli altri” che pubblicano troppo, non voi? Sono gli altri che con i loro ridicoli volumetti sfornati senza cura generano bailamme intorno al vostro capolavoro…
Ah, ho capito: ora mi è tutto chiaro in maniera cristallina!
 
A me comunque l’idea della moratoria piaceva…
 

Distanziamento culturale

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(La foto è stata scattata prima del Dpcm del 4 marzo 2020. Per la lettura del seguente post da parte di minori si consiglia la presenza di un adulto)

 

Come mantenere le distanze e togliere il giocattolo dell’io dalle mani del mondo.

Dimenticate per un attimo il distanziamento fisico, il metro per misurare la distanza tra i tavoli, le mascherine e i gel disinfettanti; dimenticate i dpcm e le regioni colorate, riappropriatevi di una tipologia di distanziamento che vi sarà utile anche dopo, quando la pandemia sarà finalmente sconfitta e torneremo a circolare liberamente, riapprezzando quello che forse davamo per scontato. Che cos’è il distanziamento culturale? È un mero vantarsi dei libri letti e del loro numero, mostrandone le copertine sui social? È una sorta di snobismo intellettualistico da sfoggiare in un paese in cui la cultura non è tra le priorità della propria classe politica? No, niente di tutto questo: il distanziamento culturale è qualcosa di più scivoloso, di invisibile pur nella concretezza delle scelte che determina, di impalpabile e quindi di non facile classificazione comportamentale. È un distanziamento che si scopre e si coltiva nel quotidiano, tra le sfumature di gesti consueti e le pieghe del solito: è un distanziarsi graduale ma costante, è un dissociarsi non seguito da clamori, è uno sgattaiolare che inizialmente incide solo nella vita di chi compie questa scelta ma pian piano finisce per influenzare anche quella dei vicini di esistenza, il proprio piccolo mondo. Chi si dissocia non pretende mai di avere un seguito, di fare proselitismo; anzi, la massima aspirazione è quella di restare soli insieme a una scelta che fa compagnia nel silenzio, che riscalda mentre fuori piovono fredde ovvietà. Il distanziato culturale aspira all’estinzione solitaria, alla preservazione dell’originalità delle proprie scelte: il dare l’esempio è solo un incidente di cui non si gloria.

Distanziamento culturale è scetticismo; è il non dare il fianco agli schematismi familiari, ai tranelli orditi dalle persone piccole, alle trappole degli associazionismi, ai poteri gerarchici dei volontariati, alle tirannie parrocchiali, agli affaristi della ricerca di senso, ai consiglieri improvvisati, alle presunte novità politiche alla vigilia di elezioni che entusiasmano le masse, alle ipocrisie relazionali, ai facili processi chimici della solidarietà di gruppo, ai doveri dettati da una cronologia biologico-comunitaria e non da un desiderio interiore coltivato in base a una tempistica personale; è riuscire a capire molto tempo prima, grazie anche a un’esperienza accumulata negli anni, quando e come evitare ambienti, personaggi e situazioni in grado di metterci in difficoltà nella difesa del nostro fianco e della nostra dignità che deriva dal rispetto delle scelte fatte. Fare prevenzione, anche se una mossa ingenua può sempre sfuggire: siamo umani e quindi suscettibili di facili distrazioni.

Distanziarsi anche se già immunizzati, perché in agguato potrebbero esserci sempre le “varianti” della stupidità umana, le infinite forme di invadenza adottate da chi non cerca un confronto costruttivo e arricchente ma solo la prevaricazione su un terreno non strutturato ma volgare, instabile, plasmato in base a esigenze primitive, istintuali, non verificate e di fatto non verificabili. Distanziamento culturale è non fornire determinate ghiotte occasioni di manifestazione dell’imbecillità a chi non aspetta altro nella propria vita che avere a disposizione tutto per sé un palcoscenico per potersi esibire; e i direttori di scena sareste voi, anzi, peggio ancora, sareste quelli che aprono e chiudono il sipario: la bassa manovalanza degli imbecilli. Distanziamento è disertare questo spettacolo ciclico, che si ripropone in ogni epoca e in ogni esistenza (come in una sorta di matrix creata per chi non si pone domande e non sa come difendersi); è diventare vuoto, silenzio, assenza pura che vera assenza non è mai. È diventare un’assenza che fa la differenza nel confronto silenzioso e distanziato: una finezza che non tutti i personaggi coglieranno; distanziamento sarà anche non perdere tempo nel tentativo di spiegarla a chi non sarebbe in grado di comprendere.

Il numero degli astensionisti non è pari a zero e fa rumore; distanziarsi culturalmente significa anche non entrare nel calcolo economico dei potenti solo in base al proprio potere d’acquisto. Se la finanza condiziona la politica (e i suoi servizi), gli “assenteisti del marketing”, nel loro piccolo, detteranno l’agenda della logica monetaria: chi non esiste in uno stato di diritto, chi non viene percepito come cittadino, non deve esistere neanche in qualità di consumatore e forse di elettore.

Distanziamento culturale è cancellare un testo dopo averlo scritto, autocensurandosi; è conquistare un certo pudore dopo aver letto i grandi: la lettura è l’anticoncezionale naturale dello scrittore; è tacere quando sarebbe soddisfacente rispondere a tono e in maniera brillante. È essere antidemocratici all’occorrenza e orgogliosamente politically incorrect, ignorando le “corrette” bordate al cinema da parte degli ipocriti e ignoranti politically correct e le incursioni astoriche degli abbattitori di statue. È criticare il mondo senza fare nomi, senza lasciarsi trascinare nelle dinamiche specifiche di battaglie personalizzate, di cause sposate per non annoiarsi. È sottrarsi allo scontro o al flame war, alla golosa occasione di far valere le proprie ragioni anche se gli argomenti per una difesa non mancano e sarebbe fin troppo giusto utilizzarli. È fare economia di sé stessi; risparmiarsi nell’alternanza purgatoriale tra le reazioni ambientali e le nostre scontate controreazioni che offendono prima di tutto la dignità. Evitare “assembramenti” d’opinione; sospendere il giudizio; allontanarsi dalle sentenze di piazza. Prendere le distanze addirittura da sé stessi, dai propri tic d’orgoglio, e da coloro che nel relazionarsi vorrebbero, per comodità, interagire col nostro caro, vecchio, inflazionato, usurato, secondo loro conosciuto, io.

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Fravecare e sfravecare in scrittura

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Devo ammettere che non mi è capitato quasi mai, anzi sicuramente mai, di utilizzare il “colorito locale”, certe espressioni dialettali della regione in cui sono nato e vivo, nei miei scritti qui sul blog o altrove. Non per una questione di snobismo linguistico, di pudore antiprovincialistico, anche perché considero la lingua napoletana ricca, interessante e “internazionale”, ma più per una semplice mancanza di occasioni.

C’è un bellissimo detto della mia terra che recita così: “Chi fraveca e sfraveca, nun perde maje tiempo” ovvero “Chi fa e disfa, non perde mai tempo”. Chi si dà da fare, anche rifacendo percorsi per ricominciare daccapo, per ridarsi un nuovo inizio dal punto di vista esistenziale (Koestler parlava, dal punto di vista evoluzionistico, di un “rinculare per saltare”, di involvere per cambiare), vuole dimostrare che il proprio impegno è serio, autocritico, profondo, strutturato; che si intende giungere al termine dell’opera (qualunque essa sia) nel migliore dei modi, non raffazzonando una forma a caso ma esigendo da sé stessi un prodotto finale all’altezza della domanda (propria o di altri). Occorre molta pazienza sia per fravecare che per sfravecare, anzi direi di più nella fase altamente critica della sfravecatura, quando è richiesta una decostruzione ragionata del proprio operato, quando sarebbe fin troppo facile deprimersi, gettare la famigerata spugna, mandare al diavolo l’idea che inizialmente ci era sembrata favolosa e agevole da realizzare.

Si potrebbe applicare lo stesso aforisma anche alla scrittura? Direi che l’attività scritturale si presta, o dovrebbe prestarsi, in maniera naturale, fisiologica, al concetto dinamico di fravecatura e sfravecatura: bisogna nutrire fortissimi dubbi − e a volte si nota già la sua debolezza durante la lettura, senza dover compiere ulteriori indagini – dinanzi a uno scritto che non ha subìto un’azione, anche violenta e destrutturante, di sfravecatura, soprattutto quando ciò non avviene in itinere ovvero quando sembrerebbe che si sia giunti a un buon punto e che l’opera sia ormai in discesa verso un’ipotetica fine. È proprio quando ci si rilassa, quando lasciamo fare tutto il lavoro alla gravità, pensando che il testo sia compiuto e pronto per la pubblicazione, che il dubbio sfravecante dovrebbe insinuarsi in maniera proficua nella mente dello scrivente. Ma l’autocritica, lo sappiamo, è una pratica difficile da applicare: occorre sviluppare un “terzo occhio critico” capace, anche a distanza di tempo (la decantazione è uno dei più importanti “fattori sfravecanti”), di individuare i punti deboli di un testo, i suoi errori, le incongruenze, le parti da disfare, da sfravecare appunto, da migliorare, da eliminare, da aggiungere, da smontare per vedere come sono fatte dentro, come quando da bambini smontavamo i giocattoli per vedere come erano organizzati al loro interno, come funzionavano, quali segreti nascondevano, quali deludenti retroscena meccanici erano occultati nelle loro viscere…

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