Elogio del post apocalittico

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“Lo sa cosa facevo prima della guerra? Vendevo fotocopiatrici…”

                                                                                     (Generale Bethlehem, signore della guerra. Dal film “L’uomo del giorno dopo”)

Perché il sottogenere post apocalittico, sia letterario che cinematografico, ci affascina e attira molti di noi? Perché siamo dei convinti estinzionisti? Perché siamo talmente pessimisti sul futuro dell’umanità che non riusciamo a prospettare un avvenire diverso da quello catastrofico? Perché odiamo i nostri simili e auspichiamo uno spopolamento del pianeta, caso mai fantasticando su di noi che, rimasti soli soletti, avremmo tanto spazio a disposizione? Perché non si farebbe più la fila ai negozi e non si userebbe più il denaro guadagnato andando a fare un lavoro che non ci piace? Niente di tutto questo; se anche queste “idee” ci hanno sfiorato, è stato solo per un attimo, pensando soprattutto alle condizioni reali e poco romantiche in cui ci troveremmo a vivere se tutto ciò si avverasse.

Non starò qui a snocciolare titoli di romanzi fantascientifici o di film fortunati tratti dagli stessi e che da tempo seminano scenari surreali, sotto forma di immagini filmiche divenute cult, nel nostro affollato immaginario collettivo. È importante, invece, capire perché ci sentiamo terrorizzati e al tempo stesso attratti dalle gesta solitarie dell’uomo post apocalittico; perché il mondo, il nostro mondo, così come lo vediamo ridotto negli scenari post apocalittici descritti nei racconti e nelle pellicole, pur spaventandoci suscita in noi domande scomode a cui sentiamo di non potere sottrarci? Una prima risposta potrebbe essere: perché la condizione post apocalittica ipotizzata “per gioco” induce a riflettere sulla condizione quotidiana “reale”, socialmente strutturata, pensata da altri, accettata, interiorizzata, mai più messa in discussione una volta raggiunta la cosiddetta “età della ragione”.

Una popolazione mondiale decimata da una pandemia, un pianeta Terra distrutto e contaminato in seguito a una catastrofe nucleare… Molteplici sono le cause “inventate” (o profetizzate?) dagli scrittori che hanno impegnato le loro penne in questo sottogenere letterario: alla fine non importa sapere quale sia stata la causa che determina la drastica diminuzione della popolazione terrestre, la sua quasi estinzione o la sua mostruosa trasformazione in qualcos’altro. Quello che conta, ai fini narrativi e introspettivi, è la nuova condizione esistenziale con cui devono confrontarsi i pochissimi sopravvissuti (o il sopravvissuto): a volte le storie cominciano con un solo sopravvissuto che in seguito scoprirà di non essere l’unico ad avere superato indenne l’ora zero del nuovo corso storico. Generalmente, come c’insegnano romanzi e film, questa scoperta non porta a nulla di buono: l’equilibrio che il sopravvissuto solitario aveva conquistato faticosamente nel tempo, creando intorno a se un piccolo paradiso sospeso sulle macerie del mondo precedente alla catastrofe, viene alterato dall’arrivo di suoi simili in cerca di aiuto o di fisiologica compagnia. L’uomo non è fatto per stare da solo ed è bello scoprire che anche altri ce l’hanno fatta: soprattutto gli adulti, bloccati a metà tra due mondi, che hanno un ricordo ancora vivo dei propri cari di cui spesso ignorano il destino o del mondo popoloso prima della tragedia, dopo un iniziale disorientamento dovuto alla scoperta sconvolgente di non essere più soli, tendono a riaccendere una speranza che la forzata condizione solitaria aveva assopito ma non del tutto cancellato. Un ritrovarsi che, però, porta guai, che guasta i piani collaudati del solitario: lo stare insieme implica responsabilità che vanno oltre l’io bastante a se stesso. È così anche nel mondo sovrappopolato e pre-apocalittico.

Seduti comodamente sul divano di casa, fantastichiamo su cosa faremmo noi se ci trovassimo nelle medesime condizioni del protagonista dell’avventura post apocalittica: come succede nelle dimostrazioni matematiche, ipotizzando per assurdo, ci proiettiamo anima e corpo nello scenario proposto dallo scrittore o dal regista. Per un attimo decostruiamo le nostre convinzioni e le convenzioni; scardiniamo i nostri punti di riferimento sociali perché una società, così come generalmente la concepiamo, non c’è più; smantelliamo letteralmente le nostre sovrastrutture culturali e ci affidiamo a una nuova filosofia istintiva sorta dalla cenere del mondo. Insieme agli “attori” del racconto inventato riconquistiamo un’animalità addormentata, ridiamo valore ai sensi, non deleghiamo più la tecnologia onnipresente nel gestire il nostro sapere, ridiventiamo selvatici in nome dell’unico comandamento ancora in voga: sopravvivere. E quando il romanzo termina o il film mostra i titoli di coda, un po’ ci dispiace di dover ritornare al nostro mondo: ci disturba il dovere abbandonare, seppure immaginificamente, quelle nuove conquiste interiori, quella speranza riassaporata all’indomani del disastro e che, inaspettatamente, fornisce nuove energie, nuove visioni che danno forza, stimola una nuova progettualità in nome di una rinascita non invocata, perché il mondo è vuoto o quasi e non c’è nessuno che richieda una nuova spinta verso un progresso stavolta non autodistruttivo ma sano, legato ai cicli naturali, non capitalistico bensì esistenziale. Esistere per esistere; la tecnica serve a risolvere problemi e non ad accumulare guadagni: respirare è una fortuna a cui non davamo più valore; c’è bisogno dell’ipotesi catastrofica per rivalutare le fortune del mondo presente, per puntare all’essenzialità in una società che di essenziale non ha più nulla; tutto è sovrastrutturato, è ipertrofico per moda.

L’uomo post apocalittico è un essere che ha scarnificato l’uomo precedente riportandolo a una condizione quasi naturale: è vero, di tanto in tanto riaffiorano sopravvissuti sprazzi di civiltà, di sistemi di pensiero legati a schemi culturali radicati; i libri, la musica, l’arte, non sono solo prodotti del fare umano, come ormai accadeva nella società estinta, ma diventano testimoni necessari e imprescindibili a cui riandare nostalgicamente non per compiere dimostrazioni intellettualistiche in un mondo senza pubblico ma per non lasciare estinguere gli ultimi fuochi di una specie animale capace di pensare e di immaginare quando ne ha avuto la possibilità storica ed evoluzionistica. Non c’è lusso nel mondo post apocalittico, solo gesti significativi. Ma qual è il significato della vita in un mondo senza gli altri? Verso chi o in nome di quale obiettivo superiore alla mera esistenza l’uomo post apocalittico dirige i propri scopi?

L’uomo finalmente destrutturato, spogliato di ciò che è stato e rimasto, ora sì, nudo come la scimmia di Desmond Morris, non può più mentire a se stesso, e agli altri, ricorrendo all’alibi di una regolamentazione sociale da rispettare: quello che fa, lo fa per esistere e non per sembrare; la sua religiosità (o forse sarebbe più corretto parlare di spiritualità) torna ad assumere una sincerità di tipo eremitico e abbandona la consueta sovraesposizione ecclesiastica creata dagli uomini per altri uomini (escludendo di fatto il divino); la filosofia non è più schema di pensiero da proporre al mondo ma celebrazione nostalgica di idee estinte prodotte da uomini estinti per un’umanità estinta; la poesia diviene finalmente autentico canto dal mondo, per il mondo e non per gli uomini, ad uso e consumo dell’unico testimone; la storia, essendo storia del tempo misurato sull’uomo in quanto specie, viene inesorabilmente resettata a un ipotetico anno zero (anche se in realtà non c’è nessuno capace, o che ne abbia la necessità o la voglia, di ricominciare a contare gli anni, perché il tempo è fermo e non vi è uno spazio percorso dai protagonisti pensanti della storia). Chi potrebbe prendersi l’incarico di farlo – il nostro uomo post apocalittico – ha ben altro a cui pensare; o forse l’opera di decostruzione dell’uomo convenzionale è stata così accurata, nel caso in cui si assista a una timida ripresa della trasmissione dell’eredità tra sopravvissuti, che i compiti ritenuti necessari nell’era precedente, ora appaiono inutili o semplicemente non naturali. Il senso delle cose non è più confrontabile con parametri ormai superati; si ricorre a una saggezza naturale, non ereditata, non resa pubblica tramite i veloci mezzi di comunicazione. La memoria di una civiltà passata torna a darci consigli come in una sorta di residuo sogno conservato, non si sa bene come, in meandri genetici. Tutto questo fino alla ricostruzione di una nuova comunità (e del suo senso), al ripopolamento del pianeta e al conseguente riadottamento – è nella nostra natura di esseri sociali e istintivamente organizzati e organizzanti – di regole in grado di ristabilire l’ordine e una scala di valori pensata da un ricostituito establishment per il “bene di tutti”.

E ritornando alla domanda iniziale, sul perché ci attrae l’ipotesi di una tale condizione, come scrissi anni fa in un post riguardante il medesimo argomento: “… L’apocalisse azzera le misurazioni effimere dell’io saturo di sovrastrutture: gli spazi aumentano e gli ostacoli diminuiscono. Nel mondo post apocalittico siamo più veri e naturali, come quando di notte il flusso narrativo si mescola al sogno e non sentiamo il bisogno di separare quello che è ormai inseparabile. Gli abbellimenti musicali imposti dal sistema lasciano il posto al silenzio dell’esistere puro. I non luoghi di Marc Augè non hanno più ragione di esistere perché tutto ridiventa luogo. Forse è per questo che alcuni di noi, stanchi di un traffico creato dall’inutilità del vivere civile, sono affascinati dagli scenari post apocalittici: la perdita della memoria storica indotta dalla sciagura mondiale rende inutile una complessità creata dallo stadio evolutivo sociale e culturale raggiunto prima dell’anno zero. Noi lettori siamo lieti di regredire insieme ai personaggi delle storie post apocalittiche inventate da scrittori visionari: ne approfittiamo per capire finalmente, al di là della mancanza di traffico e di finto calore umano in un mondo più vuoto e silenzioso, cosa conta veramente anche nella nostra esistenza pre-apocalittica e chiassosa. Sfruttiamo quella storia per metterci alla prova, per sapere in anticipo quale potrebbe essere la nostra futura reazione a una solitudine forzata e per gustare la strana gioia nell’esserci ancora mista a un senso di morte che impregna la nuova storia. La devastazione e la tendenza all’estinzionismo come filosofie draconiane per ricercare la verità su noi stessi e sul perché del nostro esistere. <<L’essenziale è invisibile agli occhi>> e allora lo scenario abituale che c’è davanti ai nostri occhi deve cambiare drasticamente per permettere all’essenziale di essere scorto dai sensi assuefatti dal superfluo, per ripristinare il grado evolutivo più basso, quello basato sugli istinti, e raggiungere il nucleo arcaico dell’esistenza. Il mistico abbandona il mondo per riscoprire il divino; l’uomo post apocalittico è abbandonato dal mondo al quale apparteneva e scopre finalmente il divino che è in sé.

Dopo aver seppellito i morti durante l’anno zero, quando le acque si sono calmate e ci si conta, l’uomo post apocalittico comincia piano piano a dimenticare la funzione e il significato di certe vestigia; pur essendoci i libri e altri supporti mnemonici sopravvissuti alla sciagura, non riesce a collocarle in un contesto sensato, per mancanza di riscontri quotidiani, e ne rimuove l’importanza pratica che avevano; diventano mito. Un giorno dice a se stesso: “sono lì da sempre!” Come l’aria, il sole, le acque di un lago, gli alberi di un vecchio bosco… Perché tutto è destinato a cambiare e niente è eterno.

versione pdf: Elogio del post apocalittico

– video correlato –

“Cara catastrofe”, Le luci della centrale elettrica

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illustrazioni-fantasy-apocalisse-digital-art-jonas-de-ro-08

immagine inizio post: Welcome to the jungle NYC 2201 di Darksider2

immagine fine post: Dopo l’Apocalisse, dipinto digitale di Jonas De Ro

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