Nota a “Radici” di Antonietta Cianci

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C’è tutto l’impeto tipico dell’opera prima nella raccolta “Radici” di Antonietta Cianci (Ed. Transeuropa; collana di poesia “Nuova poetica 3.0” – 2019): la voglia di raccontarsi e abbandonarsi a un troppo detto, troppo spiegato, a un accapismo che vorrebbe tenere a freno, invece, lo sviluppo di una dolce novella in prosa. Scrive bene il prefatore, Carmine Cimmino: “… A prima lettura, pare che i versi abbiano il ritmo della riflessione ad alta voce… […] … poi rileggi, e senti che sotto la durezza dell’ “andamento” prosastico c’è la delicatezza delle luci della memoria…”. Immagini sobrie e lapidarie gareggiano con ampi sfoghi amorosi, nostalgici, ripercorrenti ed autoanalizzanti. Spesso, forse troppo spesso, interviene un’anafora a rinforzare un’invocazione che diventa preghiera malinconica, rimpianto, resa dei conti con luoghi, esistenze, persone e città amate (“… pace / quella che sale dalle viscere della nostra Napoli / che parla di silenzi / con la lingua del rumore…”). Con sé stessa — l’autrice —, con un io e te incompleto, ormai sfumato, appartenente al passato, non funzionante, rotto ma agrodolcemente presente come un’ossessione che fa compagnia durante l’esilio.

Pur inciampando, a volte, in “romanticherie” ostili alla poesia e in passaggi prevedibili, i versi di Antonietta Cianci rappresentano un bel viaggio, passionale e appassionato, ben descritto e sentito anche da chi legge, nell’animo (e fuori da questo) di una persona che ricerca sé stessa e ama raccontare ciò che vede o ricorda. Tutti i sensi sono coinvolti (“… nell’aria assolata / che profuma di oleandri… […] … ogni cosa / cambia colore… […] … ogni cosa / mutando forma / si bagna di luce…” e ancora: “mentre immergete / i piedi nell’acqua salata…”); tutte le angosce, le speranze e le dolcezze sono coraggiosamente esposte al sole della parola (“… E adesso sto a viso scoperto / nessun velo sopra il mio volto”). A scrivere è un’anima in eterna partenza, sospesa ma in movimento, in bilico tra i binari di un’imprecisa andata e di un ritorno quasi sempre di cuore, e in attesa di conoscere la meta definitiva (“Solo la mia valigia rumoreggia / sul breve percorso verso la stazione…”; “… e la zingara alla stazione / mi dice che ho gli occhi tristi…”; “… un ordine per fermarmi. / E stare.”).

Per anni abbiamo cercato il rumore
della folla e dei luoghi
quasi come se non ci fosse vita
lì dove mancasse il rumore.
Il disordine ci riempiva
era nostro amico e compagno
e spesso abbiamo usato il suo frastuono
per coprire le ombre della nostra anima.

Ma in quella stagione della vita
in cui si diventa più onesti
quando le memorie
delle antiche ferite gettano luce
su quelle ombre
sulle nostre anime stanche
e le rendono amiche e compagne
più di ogni rumore e disordine

allora capita che
in una tiepida domenica di ottobre
restiamo per ore
su una panchina
ad ascoltare il silenzio
a respirare i colori dell’autunno
a un passo dal rumore
e mille miglia lontani.

Vieni qui
davanti all’albero ombroso
con i piedi nudi sulla terra umida
che non conosce aridità
Siediti su questo muro stanco
che affaccia sull’orizzonte
e respira.
C’è del sacro in questo vento muto
la dolcezza dell’erba fresca
l’odore notturno
del gelsomino
che penetra
e seduce.

versione pdf: Nota a “Radici” di Antonietta Cianci

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